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Stefano Carloni

ALTEA, FIGLIA DI GLITTER

La Trilogia delle Fate – Volume III
Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è puramente casuale

 

Capitolo I: La piccola ribelle

Anno 2265 d.C./52° del Regno di Fata delle Querce, 12 aprile

Inghilterra, Foresta di Dean

«Ragazze, iniziamo la lezione!» esclamò Fata dei Cardi battendo due volte le mani mentre venti piccole creature, tutte alte tre pollici e con grandi ali di farfalla, interrompevano le loro scherzose conversazioni disponendosi in circolo intorno a lei. «Tu, Fata dei Gelsi, vieni avanti» disse rivolta a una delle allieve.

«Fata dei Gelsi presente, Maestra!» rispose quella con voce squillante, scattando in piedi con fare impettito.

«Allora, vediamo se hai imparato la lezione precedente… Cosa siamo noi?»

«Noi siamo fate, Maestra!» esordì la fatina dai capelli candidi.

«E cosa sono le fate? Da dove discendono?»

«Le fate sono vegetali senzienti» snocciolò Fata dei Gelsi, «sono il gradino più alto dell’evoluzione delle piante»

«Bene, bene» mormorò soddisfatta la fata matura, carezzando una spalla alla giovanissima discepola (l’una aveva infatti circa duecentottant’anni, l’altra appena una ventina). «Un’ultima domanda: di cosa si nutrono le fate?»

«Le fate…» Fata dei Gelsi fece un lungo respiro, poi: «Le fate si nutrono di aria, luce e odio per gli Humoidi!» concluse scoppiando a ridere, mentre l’uditorio prorompeva in un “Ooohh” scandalizzato.

«Come osi?» gridò Fata dei Cardi, colpendo la giovane sulla guancia con il dorso della mano; la spinse con forza facendola cadere al suolo e la costrinse a giacere bocconi. «Ora ti frusterò fino a ridurre le tue ali a brandelli, così imparerai per davvero!»

L’allegria di Fata dei Gelsi aveva lasciato il posto al più puro terrore. «La supplico, Maestra, abbia pietà» gemette, «era solo una battuta spiritosa… non lo farò più…»

«Troppo tardi» sentenziò l’istitutrice alzando il braccio destro e chiamando a raccolta le correnti d’aria per creare una frusta di vento.

«No!» Una fatina dai lunghi e lisci capelli biondi, con le ali blu che risplendevano di tutti i colori dell’arcobaleno, si fece avanti e puntò con decisione i suoi occhi di smeraldo sulla Fata Maestra. «Sono stata io a insegnare a Fata dei Gelsi quella stupida battuta» ammise, «perciò, se vuole punire qualcuno, punisca me» e si inginocchiò davanti a lei porgendole la schiena.

La Fata Maestra rimase sorpresa per un istante, poi l’ira ebbe il sopravvento: «Come vuoi, piccola arrogante…» latrò preparandosi a colpire.

«Fermati» fece una voce che aveva in sé la durezza di mille tuoni. Tutti i presenti si voltarono e si prostrarono a terra, poiché tutto il Popolo delle Fate conosceva quella voce: apparteneva alla loro amata sovrana.

«Mia Regina» iniziò a spiegare sdegnata Fata dei Cardi, «questa giovane superba si è fatta beffe dei nostri…»

«Lo so» la interruppe Fata delle Querce con un cenno della destra. «Io vedo tutto e so tutto». Si avvicinò a lei e posò le mani sulle sue spalle. «Stai facendo un buon lavoro, Fata Maestra» la rassicurò con un sorriso conciliante. «Continua così»

«Sì, Regina» mormorò l’anziana chinando il capo.

«Tu, torna al tuo posto… e ritieniti fortunata» sibilò la Regina verso Fata dei Gelsi, ancora spaurita e incredula di essersela cavata così facilmente. «E tu, Fata delle Rose, seguimi» disse rivolta all’altra.

«S-sì, Regina» balbettò la fatina coraggiosa, allontanandosi con lei.

«Non ha consentito che fosse punita» bisbigliò una piccola creatura alla sua vicina.

«Lo credo bene» sussurrò quest’ultima con un sorriso sarcastico. «Ci avrebbe messo almeno tre giorni, prima di rigenerare completamente quelle sue belle alucce»

«È perché è la figlia della Grande Glitter» chiosò una terza fata con l’aria di chi la sapeva lunga. «La Regina non permetterebbe a nessuno di toccarla, neppure con un dito!» fece agitando un indice severo.

«Lo sappiamo» sbuffò la seconda fatina, incrociando le braccia stizzita. «E comunque, a parte il discendere da sì grande fata, è una perfetta nullità. Rifiuta costantemente di esercitare i suoi poteri distruttivi, e nessuno, da quando è nata, l’ha mai vista far piovere un solo fulmine sul Relitto… È un disonore per il Popolo delle Fate!»

«Zitte, ora» le ammonì la prima, «dobbiamo riprendere la lezione»

 

***

 

Dopo essersi allontanata di qualche passo, la regina spiccò il volo e Fata delle Rose la imitò. Per qualche secondo assaporò, inebriata, la carezza del vento sul volto e fra i capelli: solo quando volava nel cielo si sentiva davvero libera. Poi le due fatine si posarono sul ramo più alto di un grande abete, da cui poterono abbracciare con lo sguardo l’intera foresta già in pieno rigoglio.

«Perché lo fai?» chiese aspra Fata delle Querce alla sua piccola suddita. «Perché metti in discussione i nostri valori, e insegni alle tue sorelle a fare altrettanto? Perché non ti impegni come le tue coetanee a divenire una fata adulta e cosciente dei suoi doveri?»

«P-perdonami, Regina» rispose tremante Fata delle Rose. «I-il fatto è che… la Fata Maestra n-non fa che parlarci degli umani, di quanto siano cattivi… ma noi allieve più giovani, di umani, non ne abbiamo mai visto neanche uno…»

«Io sì!» le gridò in faccia l’altra, stringendole con forza le braccia. «Io li ho visti, li conosco molto bene, e ho combattuto contro di essi per difendere il nostro Popolo e questa foresta che è la nostra casa. Guarda!» esclamò indicando l’ammasso di lamiere arrugginite e plastica policarbonata che tutti chiamavano il Relitto. «Quello è il simbolo perenne della crudeltà degli Humoidi, e della nostra vittoria su di loro! È la testimonianza che noi fate siamo più forti degli Humoidi, perché siamo migliori degli Humoidi! Per questo anche tu, come ogni giovane fata che abbia rispetto di sé, devi imparare a usare i tuoi poteri di dominio sugli elementi, per essere pronta ad affrontare con successo la Grande Prova»

«Ma io non voglio affrontare la Grande Prova, con o senza successo! Non voglio!» La fatina si divincolò da quella stretta violenta e scosse il capo. «La Madre delle Fate me lo ha detto chiaramente: “Astieniti dal sangue degli umani!”»

«Ancora con questa storia!» sbuffò la Regina facendole segno di tacere. «Non esiste una Madre delle Fate! È solo una fantasia, un sogno che hai fatto prima di venire al mondo… Tu hai una sola, vera madre: lo hai forse dimenticato?»

«No» sospirò Fata delle Rose, «io sono la figlia della Grande Glitter…»

«Non pronunciare il suo nome con quell’aria annoiata!» ruggì Fata delle Querce; fece per darle un ceffone, ma si trattenne a stento. «Glitter è stata la mia migliore amica, la mia compagna di tante avventure! Per lei ho lasciato la mia amata foresta e l’ho seguita nel mondo degli Humoidi, per salvare questo luogo dalla devastazione che essi stavano compiendo, sradicando gli alberi, inquinando i fiumi, uccidendo gli animali… Glitter è stata la prima fra tutte noi a lottare e vincere per difendere la nostra casa; e se fosse qui ora, si vergognerebbe di avere una discendente così vigliacca!» Le volse le spalle dandole un ultimo ammonimento: «Ravvediti, o sarà peggio per te» poi spiegò le ali e si allontanò.

«Io non sono una vigliacca!» urlò Fata delle Rose, mentre lacrime copiose rigavano il suo viso. «Non sono una vigliacca…» ma la Regina finse di non sentirla. Discese planando fino all’ingresso della galleria di talpa che aveva eletto a sua dimora, vi si infilò dentro e si gettò sfinita sul pagliericcio, ripensando ancora una volta agli eventi accaduti cinquant’anni prima…

 

 

Capitolo II: Nascita di un demonio

Anno 2214 d.C., 21 giugno

Federazione grande-indiana, regione dell’Himalaya

«Umani, sempre gli stessi!» esclamò ad alta voce Fata delle Querce accovacciata sul grande prato. Poco lontano, un torrente scorreva impetuoso verso il fondovalle; dietro di lei, altissimi, l’Everest e il K2 svettavano con il loro candore abbagliante.

Erano passati quasi due secoli da quando Oaky – così aveva scelto di farsi chiamare, quando viveva in mezzo agli umani – si nascondeva in quel luogo solitario, centonovantotto lunghissimi anni nei quali non aveva fatto altro che versare fiumi di lacrime in memoria di Danny Josephson, l’agente dell’MI6 che era stato il suo partner per quattordici mesi e di cui si era innamorata; per lui aveva provato un sentimento impossibile, assurdo (una fata e un umano, insieme!) eppure concreto, tormentoso e passionale… fino a quando Danny era stato ucciso sotto i suoi occhi, mentre lei, con un buco di proiettile enorme nel ventre, affogava nella piscina di un reattore nucleare iraniano. Ah, ricordava molto bene lo strazio, l’impotenza di quegli istanti! E poi, d’un tratto, la luce azzurrognola che promanava dalle barre di plutonio l’aveva avvolta, la sua ferita si era richiusa, e lei era uscita dall’acqua radioattiva piena di una nuova forza, una forza così grande da provocare un terremoto e far sprofondare l’intero edificio nelle viscere della terra. Era divenuta la fata più potente dell’Universo e nello stesso tempo, avendo perduto la capacità di procreare, era diventata… immortale.

“A cosa serve una fata, se non a dare vita a un’altra fata?”: così le aveva detto una volta Fata degli Ontani, la più giovane delle due sorelle con cui aveva condiviso la vita da spia (o da controspia, insomma…) Per questo, dopo aver vendicato la morte del suo amato, Fata delle Querce aveva scelto di non tornare nella Foresta di Dean e, dopo aver peregrinato per mare e per terra, si era ritirata a vivere sulle pendici dell’Himalaya, in perfetta solitudine… fatta eccezione per qualche pastore o cacciatore che, una volta ogni cinque o dieci anni, ardiva penetrare nel suo sacrario di dolore; allora il suo furore si accendeva, e scatenava tuoni, fulmini, tempeste e valanghe per indurre gli incauti a fuggire col cuore in gola. A volte, prima di scacciarli, il bisogno di confidarsi con un essere senziente era più forte della sua scontrosità, e allora raccontava loro la sua vita e i suoi martìri, per quanto essi potevano comprenderli. Così, col passare dei secoli, era entrata a far parte dei loro miti quale reincarnazione di Kali, la Dea della Distruzione, e adesso, in nome di quelle favole, in un villaggio distante una decina di chilometri – lei poteva ascoltare distintamente ogni parola pronunciata nel raggio di mille miglia, così come percepiva il contenuto di tutte le trasmissioni radio che solcavano l’etere da un capo all’altro del pianeta – in quel villaggio, un gruppo di umani stava per compiere qualcosa di molto brutto. «Beh, tanti saluti alla tranquillità» sentenziò con sarcasmo prima di spiccare il volo.

 

***

 

Il giovane monaco dalla tunica arancione srotolò la pergamena e iniziò a leggere: «Mille e mille e mille anni fa, al re dei monti nacque una bellissima figlia, cui fu dato nome Parvati… Un giorno la fanciulla scese dalla montagna e incontrò un giovane guerriero, di cui si innamorò perdutamente; ma il giovane morì in battaglia. Allora la divina fanciulla, folle di dolore, fece sorgere il fuoco dalla terra e annientò gli assassini del suo amato; poi, con il cuore a pezzi, ritornò alla casa di suo padre e scelse di vivere in solitudine… Fu così che la dolce Parvati divenne Kali, la sanguinaria dea della distruzione che uccide chiunque violi il suo tempio. Imparate dunque, o mortali, a non suscitare la sua ira»

Una ragazza di sedici anni, vestita di un sari rosso finemente ricamato con fili d’oro, e adorna di collane, bracciali e orecchini parimenti fatti del nobile metallo, giaceva sull’altare legata mani e piedi. Il sommo sacerdote posò la mano destra sulla sua fronte, alzò gli occhi verso i monti lontani e pronunciò l’invocazione: «O Kali, noi ti offriamo la vita di questa vergine, bella tra le belle del nostro misero villaggio, e ti preghiamo: frena la tua collera, affinché questo mondo non vada in rovina!»

«Non uccidetela! È la mia unica figlia!» gridò una donna dai capelli grigi mentre due servi nerboruti le impedivano di avvicinarsi alla pira. «Offrite me, non lei!»

«Tu hai già conosciuto uomo» si limitò a replicare l’anziano; stese la mano, afferrò il pugnale, lo sollevò in alto… e d’improvviso una saetta mandò la lama in mille pezzi, mentre l’uomo sgranava gli occhi, incapace di credere a quel che vedeva. «È Kali! Kali la Devastatrice!» urlarono tutti i presenti prostrandosi a terra.

Oaky, gli occhi socchiusi, un bagliore accecante a velare la sua fatesca nudità, discese lentamente in mezzo a loro (Oh, come mi piacciono queste improvvisate!, pensò tra sé); con un gesto le corde che tenevano avvinta la giovane si sciolsero, danzarono per qualche secondo come serpenti davanti alla folla attonita, infine si afflosciarono al suolo. Li fissò con sguardo da profeta biblico, inspirò profondamente e iniziò la sua concione: «Stolti! Chi vi ha ordinato di sacrificarmi fanciulli o fanciulle, o mucche o capre o galline, scoiattoli o volpi o muti pesci del fiume?» esclamò con voce tonante.

«Non io di certo! Nulla vi chiesi mai, neppure i frutti della terra, neppure un chicco di grano vi ho mai chiesto! Perché dunque profanate il mio nome, usandolo come scudo per compiere ciò che è male? Voglio saperlo; rispondete!»

«O divina» mormorò il sacerdote con voce tremante, «noi credevamo di agire bene… da tre anni ormai la nostra terra è inaridita, e i raccolti sono sempre più scarsi… e poi il nostro Paese è sull’orlo di una guerra, così…»

«Se il raccolto è scarso la colpa è vostra, non mia!» gridò la fatina indignata. «Voi umani sfruttate la terra senza pietà, senza rispettare i suoi ritmi, e poi vi lamentate perché essa, esaurita, non vi dà più frutto… E anche la guerra è colpa vostra: della vostra follia, del vostro egoismo! Dall’alba dei tempi vi dividete in gruppi e fate del vostro meglio per uccidervi l’un l’altro, tribù contro tribù, nazione contro nazione! Siete in contrasto e vi dividete su tutto, invece di essere un sol pop…Iiiiihhhh!» rantolò portandosi le mani alle orecchie. Il pianto di mille fate le risuonò nella testolina così forte, da farle temere che stesse per aprirsi in due; poi si ridusse a un flebile, angosciante rumore di sottofondo. «Io… io devo andare…» mormorò.

«Andare? Ma dove?» la interrogò stupito l’umano.

«Addio» disse Fata delle Querce. Incrociò le braccia a X sul petto, e istantaneamente il tessuto dello spazio-tempo si deformò intorno a lei, aprendo un cunicolo interdimensionale fra quel villaggio della Grande India e un luogo distante 7.500 chilometri. Sparì dalla loro vista, e in un batter di ciglia si ritrovò a fluttuare al di sopra della Foresta di Dean. Era tornata a casa.

 

***

 

Fata dei Pini e Fata degli Ontani furono le prime a correrle incontro. «Oaky, Oaky! Finalmente sei tornata!» esclamò quest’ultima incapace di trattenere il pianto. «La Regina era così in pena per te… molte volte avrebbe voluto inviare qualcuna di noi a cercarti, ma con tutto quel che sta succedendo nel mondo…. E poi lei… lei…» singhiozzò.

«Lei… cosa? Dov’è Glitter? Cosa le è accaduto?» gridò Oaky afferrandola e scuotendola per le spalle.

«Sta morendo» sospirò lei col volto triste.

Glitter giaceva su un letto di foglie, all’ombra del fiore che l’aveva vista nascere cinquecento anni prima. Fata delle Querce le si avvicinò e si inginocchiò ai suoi piedi. «Sono qui» le disse piano.

Glitter aprì gli occhi e la guardò. «Oaky, sorella mia» prese a dire con voce affannata, «il mio tempo è finito…»

«Non scherzare» ribatté Oaky con un sorriso che non riusciva a celare la disperazione. «Tu sei la più forte di tutte noi, vedrai che tra qualche giorno…»

«Tu sai che la vita di una fata finisce quando la sua discendente è pronta a venire al mondo… e ora quel momento è giunto per me» la interruppe sollevando a stento una mano. «Non ho rimpianti… ho vissuto una vita lunga e avventurosa, piena di gioie e tristezze come mai una fata ha avuto, e fra poco, forse, rivedrò il mio Charlie…. Dopo di me, la più anziana sei tu» ansimò, «perciò tu diverrai la nuova Regina…. Promettimi che difenderai sempre il Popolo delle Fate, e questa foresta… e promettimi anche…»

«Sì» mormorò Fata delle Querce stringendole convulsamente la mano, «tutto, tutto ciò che vuoi, purché resti con me!»

«Promettimi… che ti prenderai cura della nuova Fata delle Rose…» mormorò Glitter ormai a corto di fiato. «Promettimi che la amerai, e la proteggerai da ogni male… anche da te stessa… Promettilo!»

«Te lo prometto» disse solennemente Oaky col cuore a pezzi.

«Grazie» sospirò lei, e chiuse gli occhi per sempre.

«Nooo! Glitter! Ti prego, non lasciarmi sola! Non lasciarmi sola anche tu! Glittteeer!» urlò Fata delle Querce scuotendola più volte prima che le sue sorelle la allontanassero. Pianse, gridò, si strappò i capelli, si graffiò il volto; suscitò il vento, la pioggia, la neve, ma fu tutto inutile. Glitter, la sua amica preziosa e unica, la sola cui avesse rivelato la sua pena segreta, era morta; e lei non l’avrebbe rivista mai più, neppure in un’altra vita (da tempo aveva smesso di credere negli dèi degli umani), perché non poteva morire.

 

***

 

Cadde in uno stato catatonico. Nulla sembrava destare il suo interesse: né i canti che vennero intonati per la sepoltura della regina, né tantomeno le nubi a forma di fungo che spuntarono all’orizzonte una settimana dopo, là dove erano state Londra, Edimburgo e Manchester. Ma un giorno – quando erano trascorsi ormai più di tre mesi dalla morte della sua amata sorella e amica – l’aria fu lacerata da grida di fate in preda al terrore. «Un mostro! Un mostro sta distruggendo tutto! Scappiamo, scappiamo!»

Oaky si destò dal suo sonno mentale, si guardò intorno e lo vide: era un gigante alto più di trenta metri, con una testa, due braccia, due gambe e quattro tentacoli che gli fuoriuscivano dall’addome; avanzava sferragliando, bruciando molti alberi con un lanciafiamme collocato nelle mani e sradicandone altri con i tentacoli. Nell’anima della fatina risuonarono le ultime parole di Glitter: “Proteggi il Popolo delle Fate! Proteggi la foresta!” E partì all’attacco.

Sferrò un colpo al torace del mostro meccanico con tutta la forza che aveva, aprendo un buco largo tre metri da cui presero a uscire litri di olio lubrificante. Una fiamma saettò verso di lei, ma la respinse senza fatica; poi strappò uno a uno tutti i tentacoli e li usò come clave infliggendogli altri danni; infine lo afferrò, lo sollevò fino a un migliaio di metri d’altezza (mentre le sue sorelle guardavano ammirate) e lo scaraventò giù, facendolo schiantare al suolo fra le grida di giubilo di tutto il Popolo delle Fate.

Fata delle Querce si asciugò il sudore dalla fronte e riprese fiato per un momento, poi si precipitò in picchiata con la velocità di un missile: non aveva ancora finito. Sfondò il vetro di protezione e fissò uno sguardo glaciale sul pilota ancora legato al sedile e pieno di lividi: «Preparati a morire» intimò. Lui estrasse una pistola e le sparò sei volte gridando: «Proklyatyy! Proklyatyy!» ma lei fermò i proiettili a mezz’aria, e con un cenno della mano creò una bolla senza ossigeno intorno all’umano, facendolo boccheggiare per qualche secondo e lasciandolo privo di forze.

«Tenente Ilyushin, rispondi! Tenente Ilyushin, rispondi!» gracidò in russo l’apparato di comunicazione. La fatina concentrò su di sé l’attenzione della telecamera di bordo. «Humoidi». Pronunciò quella parola per la prima volta, con disgusto. «Come diceva il vostro maestro Mao Tse-tung? “Colpirne uno per educarne cento”? Ebbene, adesso guardate… e imparate la lezione!»

Spostò la telecamera sul pilota, e con un piccolissimo atomo dei suoi poteri cominciò a fargli esplodere i vasi sanguigni, prima nei piedi e nelle mani, poi in braccia e gambe. L’umano emetteva urla atroci per il dolore, mentre dalla radio pervenivano grida, preghiere e imprecazioni di quanti stavano assistendo a quella carneficina. Oaky si sentì rivoltare dentro, ma andò avanti con studiata lentezza: due secoli prima aveva compreso che l’Uomo era la bestia più feroce mai apparsa sulla Terra, una bestia che si ammansiva solo quando era colpita da una ferocia ancora più grande. Lei doveva proteggere le sue sorelle, doveva difendere la sua foresta… e lo avrebbe fatto, a qualunque costo. «Forse hai ragione» mormorò rivolta verso il pilota, «forse sono davvero dannata, e questo è il mio Inferno».

Continuò a fare a pezzi il corpo dell’umano metodicamente, evitando di danneggiare gli organi vitali al fine di prolungarne il più possibile l’agonia; infine, dopo otto lunghissimi minuti, ridusse la sua testa in poltiglia. «L’ha ucciso! L’ha ucciso!» sentì gridare nell’interfono; spostò nuovamente su di sé la telecamera e guardò nel monitor: un uomo dal cranio rasato, di cui riusciva a indovinare la muscolatura possente sotto la divisa da maggiore, la fissava con odio. «Chi sei?» le gridò.

«State lontani da questa foresta» rispose placidamente, «o farete tutti la stessa fine» e con un cenno della mano tolse l’energia ai pochi sistemi ancora intatti di quella macchina di morte.

Quando uscì dalla cabina, portando con sé quel che rimaneva del corpo del pilota, tutte le sue sorelle la fissarono inorridite. «Guardate!» gridò sollevando il macabro trofeo. «Questa è la fine dei nostri nemici! Guardate!»

Di colpo l’orrore lasciò il posto a un entusiasmo adorante. «Sì!» esclamò una fata. «Oaky ha sconfitto i nostri nemici!»

«Oaky ha ucciso i nostri nemici!» gridò ancora più forte la sua vicina.

«Sì, Oaky ha ucciso i nostri nemici!» ripeté una terza creatura, e dopo pochi secondi tutto il Popolo delle Fate batteva le mani e ripeteva senza posa: «Oaky! Oaky! Oaky! Oaky!» Solo Fata dei Pini e Fata degli Ontani, in disparte, non partecipavano al coro, piangendo sommessamente.

«Sapete come ci sono riuscita?» domandò loro Oaky. «Sapete perché ho fatto quel che ho fatto?»

«Perché sei la fata più forte dell’Universo!» gridò una fatina. «Sì, sì, sei la più forte di tutte!» ripeté un’altra.

«No!» esclamò Fata delle Querce lasciandole ammutolite. «Ho fatto quel che ho fatto perché sono una fata!

Perché ogni fata, ogni fata, è più forte da sola di tutti gli sporchi Humoidi messi assieme. Anche tu» disse puntando il dito verso una di esse, «anche tu puoi fare quel che ho fatto io; e anche tu, e tu, e tu, e tu» incalzò indicandole una a una. «Ognuna di voi ha in sé il potere di dominare gli elementi naturali; dovete solo credere in voi stesse, e tirarlo fuori». Con un balzo atterrò vicino al gruppo e pose le mani sulle spalle di una fata di mezza età. «Tu puoi far piovere fulmini su quel relitto, lo sai? Devi solo fare un bel respiro, chiudere gli occhi, concentrarti e dire: “Lo voglio”. Provaci! Dai, provaci!»

La fata restò dapprima incerta sul da farsi; poi fece un profondo respiro, strinse gli occhi per qualche secondo e gridò istericamente: «Lo voglio! Lo voglio, lo voglio, lo voglioooo!» In quell’istante le nubi brontolarono, e una saetta si abbatté sul mostro ormai inerte tranciando di netto un alettone. «Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta! Grazie, Oaky!» urlò la piccola creatura stringendola in un abbraccio gioioso.

«Posso provare anch’io, mia Regina?» domandò titubante un’altra fatina. «Anch’io voglio provare! Anch’io!» trillarono altre due.

«Ma certo» disse radiosa Fata delle Querce. «Potete provare tutte, potete fargli quello che volete. Esercitatevi con i fulmini, il fuoco, il vento… siete voi le più forti! Siete delle fate!»

«Sììììì!» gridarono felici, dalle più giovani alle adulte. Per mezz’ora fecero piovere fulmini su quell’ammasso di lamiere contorte, fecero sgorgare il fuoco dalla terra fondendolo, suscitarono turbini e trombe d’aria rivoltandolo come un fuscello, finché, stanche e affannate, esclamarono: «Possiamo farlo… possiamo farlo davvero! Siamo più forti degli Humoidi! Siamo noi le più forti!»

«Sì» proclamò Oaky allargando le braccia in un amplesso universale. «Voi siete più forti degli Humoidi. Voi imparerete a usare i vostri poteri al massimo livello, e difenderete la nostra foresta dai nostri nemici. E quando nasceranno nuove fate, insegnerete loro a usare questi poteri, come io l’ho insegnato e lo insegnerò a voi, perché anch’esse sappiano difendere la nostra casa dai nostri nemici, di generazione in generazione, per sempre!»

«Lunga vita a Oaky!» gridò una fatina.

«Oaky è un nome humoide» la fermò lei, «e io non lo userò più. Io sono una fata; sono Fata delle Querce, la vostra Regina!»

«Lunga vita alla Regina! Lunga vita alla Regina!» ripeté in coro tutto il Popolo delle Fate.

«Ditemi dunque: chi siete voi?» domandò loro Fata delle Querce.

«Siamo fate!» risposero orgogliosamente. «Siamo fate! Fate! Fate! Fate!»

«E chi sono i vostri nemici? Chi sono i nemici delle fate?» le incalzò.

«Sono gli Humoidi! Gli Humoidi sono i nemici delle fate!» ulularono in coro.

«Ma chi è più forte tra una fata e un Humoide? Chi è il più forte? Avanti, ditemelo!»

«Siamo noi! Siamo noi le più forti! Noi! Noi! Noi! Noi!»

Fata delle Querce le ascoltò raggiante ripetere a squarciagola quel “Noi! Noi!” Aveva spezzato le catene della paura che per migliaia di anni avevano avvinto le menti e i cuori delle sue sorelle, facendole sobbalzare e inducendole a nascondersi all’avvicinarsi di un umano. Da quel giorno, nessuna fata avrebbe più dovuto provare terrore degli Humoidi. Sarebbero stati loro, da allora in poi, a tremare.

 

 

Capitolo III: Timore e tremore

Anno 2265 d.C., 12 aprile, Foresta di Dean

Fata delle Rose continuava a rimuginare tra sé le dure parole della Regina: «La figlia di Glitter è una vigliacca!» le aveva gridato in faccia con ira e dolore. Come posso convincerti?, sospirò. Solo io, solo io so che la Madre delle Fate esiste davvero, perché l’ho vista.

Era nel buio, in un’oscurità assoluta. Non vedeva, non sentiva nulla; a malapena percepiva di essere rannicchiata su se stessa, le piccolissime mani a cingere le ginocchia; non poteva parlare, non riusciva a pensare, non sapeva neppure chi fosse. Poi, all’improvviso, una voce che la chiamava da una distanza incommensurabile: «Altea, Altea, svegliati!». Immediatamente sentì sciogliersi la lingua e domandò: «Chi è Altea?»

«Sei tu Altea, figlia mia» aveva risposto la voce, mentre una creatura splendente compariva davanti a lei. «Altea è il nome umano di Fata delle Rose»

«Io sono… Fata delle Rose?» aveva replicato lei, meravigliata. «Cos’è una fata? Cos’è una rosa? E cosa vuol dire “umano”?»

«Conoscerai tutte queste cose e altre ancora a suo tempo, dopo che avrai aperto gli occhi» aveva ripreso la misteriosa creatura, «ma tu astieniti dall’odio e dal sangue degli umani, o non sarai degna di accedere al mio cospetto»

«Aspetta!» le aveva gridato Fata delle Rose mentre ella spariva dalla sua vista. «Dimmi il tuo nome!»

«Io sono la Madre delle Fate» aveva risposto. Un istante dopo, lei aveva aperto gli occhi e percepito dapprima luce, poi colori e cose colorate, infine tante piccole creature alate che la guardavano con curiosità. Una di esse, con le ali marroni, i corti capelli verdi e gli occhi neri, si era fatta avanti e le aveva sorriso: «Benvenuta nel mondo, nuova Fata delle Rose. Io sono Fata delle Querce, la tua regina, e queste sono le tue sorelle» aveva detto. Così era nata, nella corolla di un fiore dai grandi petali rossi…

«Guarda, guarda chi c’è qui! La piccola ribelle!» Fata delle Rose si riscosse dai suoi ricordi: davanti a lei, una delle sue coetanee la fissava con le mani incrociate dietro la schiena e un sorriso beffardo. «Che fai, corri ancora dietro alle tue fantasie?»

«Non sono fantasie» tagliò corto lei, «ma tu sei libera di non crederci»

Fece per allontanarsi, ma la fatina la fermò premendole una mano sul seno. «Dove credi di andare?» ringhiò. Altre due fate sbucarono da dietro le sue spalle e le afferrarono le braccia, una alla sua destra e l’altra a sinistra. «Lasciatemi in pace!» gridò impaurita.

«La Regina è fin troppo buona con te» disse la prima fata lisciandosi i pugni. «Meriti una bella lezione»

«No! No! Aiutatemi! Qualcuno mi aiuti!»

«Lasciatela andare» intimò una voce a lei familiare.

«È la Cacciatrice!» mormorarono le due fate che la tenevano stretta. La terza si voltò con sguardo truce: «È una faccenda che non ti riguarda. Va’ per la tua strada»

«Mi riguarda eccome» ribatté Fata dei Larici detta la Cacciatrice facendosi avanti, «e tu sai che posso sconfiggervi tutte e tre in un sol colpo, e senza alcuna fatica. Perciò andate via subito, prima che mi arrabbi sul serio». Le piccole creature si allontanarono in silenzio.

«Grazie, Fata dei Larici!» esclamò Fata delle Rose gettandosi fra le sue braccia. «Mi hai salvata ancora una volta»

«Sta divenendo un’abitudine, per te, farti salvare dalla sottoscritta… una brutta, bruttissima abitudine» rispose l’altra con aria dolce e severa insieme. «Se imparassi a usare i tuoi poteri elementali potresti difenderti da sola da quelle streghe»

«Tu sai perché non voglio usare quei poteri… non vorrei neppure averli!» sospirò la fatina dagli occhi verdi e dai capelli d’oro. «Quei poteri non servono a lottare fata contro fata… servono per terrorizzare e uccidere gli umani, e io non voglio, non voglio far loro del male!»

«Mia cara sorella e amica» fece l’altra, scura in volto. «Tu sai che gli Humoidi sono nostri nemici… per questo a ogni nuova nata vengono insegnati i loro punti deboli, e tutto ciò che serve per infliggere loro il massimo dolore possibile; e per questo, quando compiono cinquant’anni, esse vengono divise in bande e inviate a compiere la loro Grande Prova, come farai tu fra quattro giorni nel villaggio posto a nord-ovest della Foresta». Si mise sull’attenti e prese a recitare con voce stentorea: «Scagliare fuoco e fulmini sulle loro case finché non si sveglino ed escano fuori in preda al panico! Distruggere le loro scorte di viveri, prendere i loro capi e anziani, e torturarli lentamente fino alla morte! Colpirne uno per educarne cento! E alla fine, prima di andarsene, ammonirli severamente di star lontani dalla nostra foresta, se non vogliono fare tutti la stessa fine!»

«Smettila, ti prego!» la implorò Fata delle Rose con le lacrime agli occhi. «Mi fai paura quando parli così! Sembri… sembri un mostro…»

«Non aver paura» cercò di tranquillizzarla Fata dei Larici. «Anche per me è stata dura, all’inizio, ma poi mi sono abituata… Anche tu ti abituerai pian pianino… e chissà, forse un giorno diventerai una grande cacciatrice di Humoidi come me, e potrai indossare con orgoglio una collana di teschi come questa» concluse mostrando fieramente il suo collare adorno di piccolissime teste scarnificate.

Fata delle Rose si stava domandando proprio allora come mai alla sua amica fosse consentito violare l’interdetto che colpiva, da sempre, abiti e ornamenti. «Quelli… quelli sono teschi? Teschi umani?» gemette portandosi una mano alla bocca: sebbene le fate non mangiassero, sentiva un impellente bisogno di vomitare. «Scusami…» mormorò allontanandosi tra i fili d’erba.

Che strana fata, pensò la Cacciatrice, poi scrollò le spalle e si allontanò: il sole stava tramontando, era quasi ora di andare a dormire.

***

 

«È permesso? Possiamo entrare?» domandarono insieme Fata dei Pini e Fata degli Ontani. «Ci sei, Regina?»

«Certo che ci sono» rispose Fata delle Querce accogliendole nella sua dimora, «e per voi la porta è sempre aperta, Alna, Pina, amiche mie…»

«Non avevi proibito a tutte le fate di usare nomi umani?» rispose amara Pina. «E per inciso, anche il nome di Glitter, di cui ti riempi la bocca mattina e sera, è stato coniato da un umano…»

«Siete venute per parlare di questo? Scusate, ma non sono dell’umore adatto» riprese la Regina bruscamente.

«Veramente, Regina, siamo venute per parlarti delle giovani che si preparano ad affrontare la Grande Prova» intervenne Alna. Si portò istintivamente la mano al fianco, ma afferrò solo il vuoto e sospirò: da quando aveva dovuto rinunciare ai suoi amati occhiali si sentiva nuda come un verme e terribilmente insicura, ma doveva farsi coraggio. «La notte della Luna Nera si avvicina, e noi volevamo chiederti… sì, insomma, volevamo chiederti di soprassedere… almeno per una volta…»

«Alna» sospirò Fata delle Querce, «ne parliamo ogni anno, ormai da mezzo secolo… Non è più il tempo dei giochi e delle spensieratezze giovanili… Tu adesso hai trecento anni, Pina trecentoventicinque, e io…»

«Trecentocinquanta, lo sappiamo» sbuffò Fata dei Pini. «Ma almeno noi due siamo divenute soltanto delle vecchie fate brontolone, mentre tu sei diventata…» e si morse la lingua.

«Cosa? Cosa sono diventata? Un mostro? Un demonio? La Dea della Distruzione? Avanti, sputa il rospo!» la aggredì Oaky con veemenza.

«Sì! Sì, sei diventata un mostro!» esclamò Pina addolorata. «Quando gli umani hanno tentato di ucciderti e tu li hai ammazzati senza pietà, io e Alna ti abbiamo giustificato, perché eri in pericolo di vita… Poi hai sconfitto quel gigante di ferro e squartato il pilota, e anche allora abbiamo creduto che fosse un modo disperato per difendere il nostro popolo, la nostra foresta… Ma poi» riprese fiato e continuò, «poi hai trasformato il Popolo delle Fate in un esercito di assassine a sangue freddo, hai insegnato loro come terrorizzare, torturare e uccidere gli umani a ogni primo novilunio di primavera, generazione dopo generazione! Quando ti fermerai, Oaky? Vuoi sterminare solo gli abitanti dei villaggi intorno alla foresta? Oppure tutti gli inglesi sopravvissuti alla Guerra Totale? O forse, quando avrai finito con loro, manderai eserciti di fate oltre la Manica, a ripulire la Francia, la Germania, la…»

«Quel che Pina cerca di farti capire» chiosò Alna pacatamente, ponendo una mano sul braccio della sorella, «è che in tutte le cose deve esserci un limite, anche nel desiderio di vendetta. Puoi rompere occhio per occhio e dente per dente, puoi anche replicare alle offese sette volte tanto; ma non settanta, o settantamila volte! Noi tutte ricordiamo quanto ti fosse caro il giovane Danny» insistette guardandola dolcemente, «ma continuare in eterno a immolare vittime alla sua memoria non lo riporterà in vita…»

«Lui non c’entra niente in tutto questo!» gridò Fata delle Querce voltandosi, mentre un tremito incontrollabile iniziava a scuoterla. «Gli umani sono le bestie più feroci… sono i nemici naturali di noi fate; e io, come vostra Regina, farò tutto quel che è necessario per assicurarmi che non possano più nuocerci, a qualunque costo! E ora andate via, lasciatemi sola!»

«Vieni, Pina» sospirò Fata degli Ontani spingendo via la sua amica.

Quando la porta si fu richiusa alle loro spalle, Oaky si guardò le palme delle mani: erano solcate da mille piccole fessure, come bocche oscene che rigurgitavano sangue, sangue umano! Chiuse gli occhi e li riaprì, scrollò il capo più volte, ma la visione non cessava. «Acqua… ho bisogno di acqua…» mormorò. Uno fiotto puro e cristallino sgorgò dal pavimento della galleria; la Regina si lavò le mani furiosamente, se le sfregò ancora e ancora, poi le guardò e gemette disperata: «Non viene via! Tutto questo sangue non viene via! Non viene via!» Cadde in ginocchio e proseguì per ore a innalzare urla e pianti che nessuno udì; poi la stanchezza fu più forte del rimorso, e si addormentò sulla nuda terra in posizione fetale.

 

 

Capitolo IV: Bandita!

Anno 2265 d.C., 13 aprile, Foresta di Dean

«Caiii! Caiii!» Fata delle Rose si avvicinò e vide la volpe rossa con la zampa sinistra stretta in una tagliola. «Aspetta un momento, piccola» le disse nel suo linguaggio, «ti libererò subito». Afferrò i due lati della trappola e la aprì senza sforzo; l’animale tirò fuori l’arto e corse via senza voltarsi indietro.

La fatina avvertì nel suo cuore una punta di delusione. Speravo forse che mi ringraziasse? pensò subito dopo. Sono così meschina da compiere una buona azione solo per averne un contraccambio? «Fa’ il bene e dimenticalo» ripeté a se stessa citando uno dei proverbi contenuti in un libro dalle pagine ingiallite che aveva trovato in una grotta dieci anni prima, e che teneva nascosto accuratamente sotto il proprio giaciglio per timore che le sue sorelle lo scoprissero.

Da tempo aveva iniziato a recarsi di tanto in tanto al limitare della foresta, e a volte si spingeva addirittura oltre l’ultimo albero, con temerarietà. Cercava gli umani, ma non ne trovava mai; eppure conosceva bene la loro forma, e i suoi occhi potevano individuare ogni dettaglio a chilometri di distanza. Che andassero in giro soltanto di notte, come i gufi e i pipistrelli?

Poi ne vide da lungi due: uno era grande ma smilzo, aveva i capelli ingrigiti precocemente da una quotidiana fatica, ma gli occhi azzurri splendevano vivissimi; l’altro era piccolo, così piccolo che arrivava appena alla coscia del primo. Portavano entrambi sulle spalle una cesta di vimini piena di ciocchi di legno; il più piccolo dei due, si vedeva chiaramente, arrancava sotto il peso, benché il suo carico fosse molto più leggero dell’altro. Fata delle Rose li osservò con curiosità mentre si avvicinavano a lei; all’improvviso l’umano più grande la vide e il suo volto si riempì di terrore. «È una fata! Scappa, scappa!» esclamò rivolto al suo compagno più giovane.

«No! Vi prego, non fuggite!» mormorò la fatina tendendo una mano verso di loro, ma l’effetto che ottenne fu opposto al voluto; l’adulto afferrò un braccio del più piccolo e si mise a correre trascinandolo con sé. Fata delle Rose li seguì volando, ma più si avvicinava a essi, più correvano impauriti.

Ad un tratto l’umano più piccolo incespicò e cadde: «Aaahh! Mi fa male! Papà, mi fa male!» gridò, mentre dal ginocchio nudo fuoriusciva un liquido rosso scuro.

«Papà?» mormorò sorpresa Fata delle Rose fermandosi a mezz’aria. L’umano più grande, che nel frattempo si era fermato ed era tornato indietro angosciato, si frappose tra i due. Aveva una spada a doppio taglio legata al fianco sinistro, ma non tentò neppure di afferrarla; invece allargò le braccia e le disse con voce ferma: «Ti scongiuro, uccidi me, ma lascia vivere mio figlio!»

«Io non voglio farvi del male» disse la piccola creatura confusa e rattristata. «Lasciami vedere la ferita di tuo figlio… io posso guarirla. Ti prego!»

Il genitore, sorpreso, restò immobile per un momento, poi si rannicchiò accanto al figlio ancora singhiozzante, cingendogli le spalle in un estremo gesto di protezione. Fata delle Rose si avvicinò al bambino, pose le piccole mani sulla ferita, fece un profondo respiro e si concentrò: dopo una trentina di secondi la piaga smise di sanguinare, i muscoli lacerati iniziarono a rigenerarsi, la pelle si riformò su di essi, e nel giro di tre minuti non v’era più traccia della ferita. «Come ti senti, piccolo?» domandò lei.

«Sto bene… papà, sto bene!» gridò il bambino gettandosi al collo del padre che non riusciva a credere ai propri occhi. Il piccolo si alzò in piedi e si mise a saltare e ballare: «Non sanguina più! Non mi fa più male! La la la… la la la…» continuava a ripetere felice mentre saltava come un grillo; e la fatina, dal canto suo, non smetteva di guardarlo sorridendo, come in estasi. Poi l’adulto si inginocchiò davanti a lei, estrasse il suo spadone – per un istante Fata delle Rose temette volesse aggredirla – e se lo puntò al cuore. «La mia vita ti appartiene» disse con tono solenne.

«La tua vita appartiene solo a te» disse la piccola creatura. «Va’ in pace con tuo figlio»

L’uomo rinfoderò l’arma. «Allora… possiamo andar via tutti e due, sani e salvi?» domandò ancor più sorpreso.

«Ma certo… andate dove volete» rispose Fata delle Rose, la voce serena e il cuore afflitto. Era davvero sicuro che li avrei uccisi, pensò. È questo dunque essere una fata?

L’uomo prese per mano suo figlio e insieme si allontanarono, lasciando a terra le ceste e la legna. «Ciao ciao, fatina!» esclamò il bimbo volgendosi indietro e salutandola con la mano libera. «Per favore, Tim! Abbi rispetto…» lo sgridò il padre, ancora preoccupato e diffidente. Né gli uni, né l’altra si accorsero della Sentinella che li scrutava, gli occhi come ruote di fuoco.

 

***

 

Quando tornò indietro, trovò ad attenderla tutto il Popolo delle Fate con alla testa la sua sovrana. «È lei, Sentinella?» domandò Fata delle Querce.

«È lei, Regina» confermò la fata guardiana. «L’ho vista incontrare ben due Humoidi, l’ho osservata curare la gamba ferita di uno di essi, l’ho sentita conversare amabilmente con loro, e alla fine li ha lasciati andare incolumi, senza dargli neppure una staffilata» concluse sdegnosamente.

«E io ho ispezionato il suo giaciglio» aggiunse un’altra fatina mostrando il libro, «e ho trovato questo: è una cosa degli Humoidi, senza alcun dubbio»

«Cosa rispondi dunque, Fata delle Rose? Non senti quel che dicono contro di te?» la incalzò la Regina.

La fatina rimase sconvolta per un istante, poi si riscosse: «Sì!» proclamò decisa. «Sì, ho trovato quel libro degli umani, l’ho tenuto con me e l’ho letto! E sì, ho incontrato due umani: erano un padre e suo figlio che raccoglievano legna. Sì, ho curato la ferita del bambino, e sì, li ho lasciati andare senza far loro alcun male, perché loro non ne avevano fatto a me. Perché gli umani non sono tutti cattivi come dici tu, Fata Regina!»

«Taci!» urlò Oaky dandole uno schiaffo così forte da farla cadere a terra. «Le tue stesse parole ti condannano! Sei un aborto di fata, non sei degna di far parte del nostro popolo! Io ti bandisco per sempre da questa foresta, e se tenterai di tornarvi, qualunque membro del Popolo delle Fate potrà ucciderti. E ora vattene; vattene dove vuoi, ma vattene!»

«Via! Via! Via!» urlarono tutte le sue sorelle; una di esse raccolse un sasso e la colpì in fronte, poi le altre la imitarono scagliandole addosso pietre, rami e zolle di terra che graffiarono il suo incarnato perlaceo e lacerarono le sue ali.

«No! No, vi prego, non scacciatemi! Fata dei Larici!» invocò gettandosi ai suoi piedi. «Fata dei Larici, salvami!» Il volto di Fata dei Larici era una maschera di dolore e ira. «Vattene» sibilò dandole uno spintone e un calcio nella pancia.

Fu allora che Fata delle Querce si ricordò delle ultime parole di Glitter: “Promettimi che la proteggerai… anche da te stessa”. «Fermatevi! Fermatevi!» gridò mettendosi in mezzo e bloccando i colpi con un campo di forza. «Vattene!» le disse poi. «Vattene, se ti è cara la vita!»

Rialzandosi a fatica, con la morte nel cuore, Fata delle Rose si incamminò verso il limitare della Foresta di Dean accompagnata da grida furiose. Camminò per un giorno e una notte, senza sapere dove andasse, finché all’alba cadde stremata in un prato e si addormentò.

E quella stessa notte, nella sua sotterranea dimora, Fata delle Querce pianse amaramente.

 

***

 

14 aprile, contea del Gloucestershire

«Papà, guarda! È la fatina di ieri!» esclamò sorpreso il piccolo Tim. Udendo quella voce, Fata delle Rose aprì gli occhi e si sollevò a sedere; era piena di lividi che ancora le facevano male, e le sue ali blu, un tempo magnifiche, erano ridotte a moncherini. Mark Fischer si avvicinò col cuore in gola seguito dalla moglie; quando la vide raccolse una grossa pietra tondeggiante e la sollevò con entrambe le mani.

«Nooo, papà! Non farlo!» gemette il bambino, mentre la donna si copriva la bocca con una mano, impietrita.

La fatina chiuse gli occhi rassegnata, ma non accadde nulla; li riaprì, e vide l’uomo gettar via il sasso e nascondere il volto fra le mani: «No, non posso» esclamò. «Che Dio mi punisca, non posso ucciderti»

«Papà!» singhiozzò il piccolo avvicinandosi al genitore. «Tranquillo, figliolo» disse questi abbracciandolo teneramente, «non le faremo del male». Poi si rivolse alla piccola creatura: «Hai risparmiato la vita di mio figlio e la mia… perciò sono in debito con te. Va’ pure, torna dal tuo popolo»

«Ti ringrazio… ma io non posso andare da nessuna parte» mormorò Fata delle Rose con gli occhi gonfi e arrossati. «Non ho più la forza di camminare… e non posso neppure volare, perché le mie ali sono a pezzi… e poi… e poi… io sono stata scacciata, scacciata per sempre! La mia regina, il mio popolo non mi vogliono più con loro! Non sono più una fata… non sono più niente…» e iniziò a versare un fiume di lacrime.

Magda Fischer sussurrò qualcosa all’orecchio del marito, che la ascoltò a occhi sbarrati. «Diglielo, Mark. Avanti, diglielo!» lo esortò poi dandogli uno scappellotto sulla nuca. Mark piegò il ginocchio e si curvò verso la fatina, cercando le parole giuste.

«Ascolta…» esordì titubante, «noi siamo umani, e siamo poveri, ma tu non occupi molto spazio… perciò, se vuoi, puoi venire a casa nostra… Io cercherò di curare le tue ali, per quel che posso… insomma, puoi restare da noi finché vorrai» concluse raccogliendola nelle proprie mani riunite a coppa.

«Grazie… grazie» ricambiò Fata delle Rose asciugandosi gli occhi.

 

 

Capitolo V: Umani e no

Anno 2265 d.C., 15 aprile

Inghilterra, villaggio di Lydbrook nel Gloucestershire, confine nord-ovest della Foresta di Dean

Al mattino presto il piccolo Tim saltò giù dal letto e corse nella stanza dei genitori, guardando dentro una scatola di latta. «Papà, papà!» gridò poi angosciato. «La fatina non c’è più!»

«Dove sarà andata?» domandò la madre al marito. «Ieri era ridotta a uno straccio, poverina!»

«Non lo so» allargò le braccia quest’ultimo.

«Sono qui!» esclamò gioconda Fata delle Rose. «Vi ho portato la colazione» e porse agli umani un canestro pieno di pesche selvatiche mature. «Noi fate non mangiamo, ma voi sì… perciò mi sono permessa di raccoglierle per voi. Ho sbagliato?» chiese dubbiosa.

«Ma… le tue ali…» mormorò Magda prendendo la cesta.

«Sono belle ora, vero?» fece lei compiendo una giravolta. «Anche le ferite si sono rimarginate… sapete, noi fate possiamo rigenerare il nostro corpo a velocità straordinaria!»

Mark aveva l’aria corrucciata. «Ti ha visto qualcuno?» la interrogò. La fatina ci pensò un po’ su, poi: «Ah, sì: mentre raccoglievo i frutti sui rami più alti ho sentito dei passi, e quando sono tornata giù ho trovato impronte di piedi umani… Io non ho visto chi fosse, ma credo che lui, o lei, mi abbia…»

«Mark! Mark Fischer! Vieni fuori!» ruggirono alcune voci fuori della casa. L’uomo disse a moglie e figlio: «Restate qui, e non uscite per nessun motivo» poi si rivolse a Fata delle Rose, «lo stesso vale per te» e uscì fuori.

Una ventina di uomini armati di spade e bastoni aveva circondato l’abitazione. «C’è una fata in casa tua?» domandò uno di essi, con i capelli e la barba bianchi. «Se è così, consegnacela!»

«La fata ha guarito la ferita di mio figlio» rispose Mark cercando di nascondere il proprio timore. «Ora è mia ospite, perciò non vi permetterò di toccarla»

«Mark, sei un ingenuo» replicò l’altro facendosi avanti. «Non capisci che è un trucco per spiarci da vicino, così da prenderci e ucciderci tutti? Le fate sono più astute del diavolo: dai retta a me che l’ho scampata bella, vent’anni fa… e come è vero che mi chiamo John Huysmans, se non ti levi subito di mezzo, io…»

«John, John!» urlò un’anziana donna giungendo trafelata. «Che c’è, moglie?» borbottò lui. «Sara… Sara sta male!» rispose lei senza fiato.

John lasciò cadere il bastone e corse verso la propria abitazione. «Vieni, Dottore» disse un altro umano facendo un cenno a Mark. Fata delle Rose, che aveva visto e sentito tutto da dietro la porta, disse a Magda e Tim: «Scusatemi, ma devo andare»

La piccola Sara giaceva nel suo lettino priva di conoscenza e con la bava alla bocca. «Stamane si è svegliata con la nausea» mormorò il padre disperato, «poi all’improvviso ha preso a dire che le scoppiava la testa e le è venuto un febbrone da cavallo; l’abbiamo messa a letto subito, poi ha cominciato ad avere le convulsioni, e adesso…»

«È meningite» sentenziò Mark sconsolato dopo averle toccato la fronte bollente e tastato il polso. «Prima della Guerra, per questa malattia si usavano gli antibiotici… ma adesso non c’è nessuno che li produca…» concluse scuotendo il capo.

«Nooo!» gemette la madre accasciandosi sul pavimento.

Fata delle Rose, volando alta senza esser vista – “Gli umani non guardano mai al di sopra del proprio naso”, ripeteva sempre Fata dei Pini – si avvicinò alla fanciulla e pose la sua piccola mano sulla fronte di lei. «È la fata!» gridò un uomo in preda al panico. «Che ci fai qui?» la sgridò Mark.

«Li ho sentiti… ho sentito i microrganismi che stanno aggredendo il suo cervello» tentò di spiegare la fatina. «Noi fate possiamo secernere sostanze di vario tipo… io posso somministrarle molecole che uccideranno i batteri, e fattori di crescita neuronale per riparare i danni…»

«Molecole? Batteri? Fattori di crescita? Ma chi credi di essere, un laureato in medicina?» sbottò il dottore. «Se non possiamo far niente noi, cosa puoi fare tu?»

«Io posso far cose che voi umani non potete neppure immaginare» replicò Fata delle Rose; poi si rivolse al padre e al nonno di Sara: «Lasciatemi provare, vi prego! Se voi non potete fare più nulla, cosa vi costa lasciarmi tentare?»

«Fai come vuoi» risposero disperati il vecchio John e suo figlio. La piccola creatura toccò la fronte della ragazza, si concentrò, e il respiro di lei tornò a farsi regolare. Mezz’ora dopo riaprì gli occhi, si sollevò e chiamò i genitori: «Papà! Mamma!»

«Sara! Piccola mia, come ti senti?» gridarono all’unisono.

«Sto bene… ho fatto uno strano sogno: ho sognato che un angelo mi toccava la fronte e mi guariva… ma era solo un sogno, vero?» domandò lei, alzandosi in piedi.

«Non era un sogno» disse John Huysmans con gli occhi lucidi, e indicò alla nipote la fatina: «Ecco l’angelo che ti ha salvato, ringrazialo»

«Tu non sei un laureato in medicina» esclamò riconoscente Mark. «Tu sei il premio Nobel per la medicina, oggi e per tutti i secoli a venire!»

«Non dovete ringraziarmi» sospirò la fatina senza fiato: il processo di guarigione era stato più complicato e faticoso di quanto avesse previsto. «Come dice il vostro proverbio, fa’ il bene e…»

Un rumore di spari la interruppe. «I briganti! Arrivano i briganti!» gridarono alcuni. «Chi sono i briganti?» domandò la fatina.

«Umani cattivi» rispose cupo John mentre tutti uscivano fuori.

«State buoni o vi apro il cranio a fucilate!» esordì il grassoccio capo di una cinquantina di uomini a cavallo armati fino ai denti. «Adesso ci prenderemo il vostro cibo, poi, quando saremo sazi, le vostre donne… e infine tutto il resto!» sghignazzò smontando di sella.

«Andate via» fece Mark sferrandogli un pugno che l’altro parò agevolmente, per poi colpirlo al volto e allo stomaco lasciandolo a terra boccheggiante. «Te la sei cercata» disse estraendo una pistola. «No!» gridò Fata delle Rose. «Non ucciderlo!»

«Che cosa sei?» esclamò il bandito sorpreso. «Adesso ti schiaccio, moscerino…» Allungò una mano per afferrarla, ma la piccola creatura lo sollevò per il braccio lanciandolo addosso a uno dei suoi scagnozzi; entrambi rotolarono a terra.  «Perdonatemi!» mormorò la fatina.

Il brigante si rialzò paonazzo. «Carajo! Uccideteli! Uccideteli tutti!» berciò ai suoi uomini; quelli spararono tutti insieme, ma i proiettili si disintegrarono contro lo scudo creato da Fata delle Rose.

«Perdonatemi!» gridò lei allargando le braccia e suscitando una tempesta sempre più forte. «Perdonatemi! Perdonatemi! Vi chiedo perdonooo!» La tromba d’aria si abbatté sui malviventi, rovesciandoli a terra e accecandoli con nubi di polvere, finché questi non rimontarono a fatica sulle loro cavalcature fuggendo a gambe levate.

«Andate via, maledetti, e non tornate più!» esclamò il vecchio John agitando il pugno.

«Sta bene?» chiese la fatina a Mark. «Mi dispiace…»

«Ho preso botte ben peggiori» la rassicurò lui. «Ma tu, invece, come stai? Sei tutta sudata…»

«Non si preoccupi» mormorò Fata delle Rose, «sono solo un po’ stan…» e scivolò a terra priva di sensi.

 

 

Capitolo VI: Radici

Anno 2265 d.C., 16 aprile

Inghilterra, villaggio di Lydbrook nel Gloucestershire, confine nord-ovest della Foresta di Dean

«Altea, Altea, figlia mia!» chiamò la splendida creatura seduta su un alto trono.

«Sei tu, Madre delle Fate!» rispose sorpresa Fata delle Rose. «Allora il mio non è stato un sogno… tu esisti davvero!»

«Io esisto da più di ottomila anni» rispose serena la Madre delle Fate. «Sei stata brava sinora» le disse poi teneramente: «Ti sei astenuta dall’odio e dal sangue degli umani, per quanto ciò ti sia costato sofferenze e umiliazioni. Continua così, perché grandi cose ti aspettano nel futuro»

«Madre delle Fate» singhiozzò lei, «cosa mai posso aspettarmi di bello per il futuro? Il Popolo delle Fate mi ha scacciato perché ho fatto del bene agli umani, e gli umani hanno paura di me perché sono una fata… Non appartengo a nessuno… domani è il mio cinquantesimo compleanno, e nessuno farà festa per me… La mia vita non ha alcun senso…»

«La vita ha senso solo se donata» la consolò la Madre chinandosi su di lei e asciugando le sue lacrime. «Tu sei destinata a riportare la pace nel cuore della tua regina, la pace tra le fate e gli umani, e fra umani e umani… ma devi conservarti pura dall’odio e dal sangue, o non sarai degna di comparire al mio cospetto»

«Non lasciarmi ancora, Madre delle Fate!» esclamò la fatina vedendola scomparire lentamente. «Come farò a trovarti, se non so dove sei?»

«Nel grande paese al di là del vasto mare, là ove il sole dorme» rispose la Madre delle Fate, «nella grande foresta, sotto le radici del grande albero: là mi troverai»

Fata delle Rose aprì gli occhi e si ritrovò sopra un morbido cuscino di piume, enorme per il suo piccolo corpo. «Ben svegliata, dormigliona! Ci hai fatto stare in pensiero, sai?» esclamò Magda Fischer con un largo sorriso, mentre Tim e Sara le porgevano una torta adorna di profumatissime rose rosse che disegnavano un grande “50” e tutti gli umani intorno al letto cantavano: “Tanti auguri a teee, tanti auguri a teee, tanti auguri, Fata delle Rose, tanti auguri a teee!”

«Buon compleanno, fatina, e cento… anzi, mille di questi giorni» gridò il piccolo Tim intingendo un dito nella panna e succhiandolo. «Buona!» disse poi.

«Tim, screanzato, non si fa!» lo rimproverò la madre. «Ma è troppo buona…» tentò di giustificarsi lui.

Fata delle Rose non riusciva ancora a riprendersi dalla sorpresa. «Come fate a sapere che oggi è il mio compleanno?» domandò loro.

«Ce lo hai detto tu» le spiegò Mark. «Hai parlato nel sonno, così abbiamo scoperto il giorno del tuo compleanno e la tua età… e tutto quel che ti è accaduto per causa nostra»

«E così sei stata bandita dalle tue sorelle, eh? È proprio vero: Anche l’amico in cui confidavo, alza contro di me il suo calcagno» sospirò il vecchio John accendendosi la pipa – riempita con una presa di tabacco antico più di mezzo secolo – e soffiando due boccate di fumo. «Ti dà fastidio?» chiese poi alla fatina.

«No, non mi infastidisce… anzi, ha un buon odore. E sì, sono stata bandita dalla mia foresta… non ho più un posto dove andare» mormorò lei, nascondendo il viso fra le ginocchia.

«Te l’ho detto» replicò Mark, «puoi restare qui per tutto il tempo che vorrai»

«Giusto» aggiunse la moglie. «Anche io e il piccolo Tim, e Sara, e i suoi genitori, e anche John, tutti vogliamo che resti con noi. Non è vero, vecchio brontolone?» domandò retoricamente dandogli di gomito.

«Per me va bene» confermò John Huysmans, «anzi, benissimo: se le fate cominciano a lottare l’una contro l’altra, significa che il loro regno di terrore sta per finire»

«Purtroppo tra fate e umani c’è una inimicizia eterna» sospirò Fata delle Rose. «Fata delle Querce, la nostra regina, dice che è sempre stato così, e sarà sempre così…»

«La vostra regina mente» esclamò un uomo calvo e con un paio di baffoni spioventi drizzandosi in piedi con l’aiuto di un bastone.

Mark fece le presentazioni: «Fata delle Rose, questi è Alois Nathanson, l’uomo più anziano della nostra comunità, nonché capovillaggio»

La fatina si sollevò a mezz’aria inchinandosi profondamente: «Il Capovillaggio? Anche noi fate rispettiamo gli anziani, e come nostra regina scegliamo sempre il membro del Popolo più longevo»

John Huysmans cercò di riprendere il filo del discorso. «Cosa stavi dicendo, Nathanson?»

«Tra fate e umani non c’è sempre stato odio» rispose lui. «Anzi, ci fu un tempo una fata bella e coraggiosa che salvò la vita di molti umani durante la guerra»

«Quale guerra? La Guerra Totale?» domandò Mark incuriosito.

«Ma no, sciocco ragazzo!» replicò il vecchio Nathanson battendo un colpo sul pavimento. «Parlo della guerra che ci fu prima di quest’ultima, la guerra del 1939-1945»

«1939-1945… più di trecentoventi anni fa… Ma tu che ne sai?» chiese John.

«Lo so perché possiedo un libro che racconta queste cose, e molte altre» spiegò l’anziano. «Volete vederlo? Allora venite con me!»

«Tu sei in grado di muoverti, Fata delle Rose?» fece Mark preoccupato.

«Sì, adesso mi sento bene» rispose lei.

 

***

Nathanson tirò fuori da un armadio un vecchissimo libro rilegato in folio e lo porse alla piccola creatura. «Questo è l’unico esemplare esistente… Sai leggere, fata?»

«Certo» rispose lei fieramente. «Noi fate sappiamo leggere, scrivere e far di conto in tutte le vostre lingue»

«Beata te» sospirò uno degli umani presenti. «Io non ho mai imparato a leggere e scrivere, e so contare solo fino a venti»

«Allora leggi» la invitò l’anziano. Fata delle Rose prese il libro e lesse il titolo sulla copertina: «Le avventure della fatina Glitter, vera storia a edificazione degli smarriti di cuore… Glitter?!?» ripeté sbalordita.

«Quello era il suo nome» confermò il vecchio, «anzi, quello era il suo nome umano... Fu un bambino di nome Charles Dickens a chiamarla così, il giorno in cui si incontrarono per la prima volta»

«Charles Dickens? L’autore del Canto di Natale? Uao! La mamma me lo legge sempre, la sera…» esclamò il piccolo Tim.

«Proprio lui» riprese Nathanson. «I due si incontrarono nel 1808, quando la fata, stanca di vivere nella Foresta di Dean, decise di esplorare il mondo e conoscere gli umani… ma perché piangi?»

Il volto di Fata delle Rose era rigato di lacrime. «Glitter era mia madre… il nostro popolo venera con devozione la sua memoria, perché lei riuscì a salvare la nostra foresta dal disboscamento e dall’inquinamento… In questo libro sono narrate queste sue imprese?»

«No». Il vecchio si strinse nelle spalle. «Questo libro narra la vita di tua madre solo fino al 1944, quando l’autore, un sacerdote austriaco, la incontrò per la prima e unica volta; poi fu ritenuto pazzo, e rinchiuso in un monastero per il resto dei suoi giorni»

«Poverino… Ma cos’è un sacerdote?» domandò la fatina a Mark.

«Un uomo di Dio» rispose lui. «Non ce ne sono più molti… l’ultimo del nostro villaggio morì quindici anni fa…»

«E chi è Dio?» chiese ancora lei.

«Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore del cielo, della terra e di tutti gli esseri viventi» spiegò con solennità Nathanson.

«Tutti? Anche le fate?» insistette la piccola creatura.

«Tu non credi in Dio?» saltò su il piccolo Tim. «Io non credo neppure in me stessa» replicò lei con voce incolore.

«Anche Glitter deve essersi posta simili domande» continuò il vecchio. «Nel libro è scritto che Charlie… Charles Dickens la educò nella religione cristiana, dopo averle già insegnato a leggere, scrivere, contare, e averle impartito nozioni di astronomia, storia, medicina e altre discipline…»

«Una fata che prende lezioni da un essere umano? Incredibile! Io… noi tutte abbiamo sempre pensato che le fate fossero migliori di voi…» esclamò la fatina imbarazzata. «E poi che accadde a questo Dickens?»

«Morì a sessantotto anni, nel 1870» chiosò Nathanson, «e Glitter, che era innamorata di lui, giurò sulla sua tomba che non avrebbe mai più versato lacrime per un essere umano… dopodiché vagò in solitudine per anni finché gli inglesi non entrarono in guerra con i tedeschi, dal 1914 al 1918…»

«Un’altra guerra? Ma quante ce ne sono state?» esclamò il bambino.

«Migliaia» sbuffò Fata delle Rose. «La Fata Maestra ci ha spiegato che voi umani combattete l’uno contro l’altro fin dall’alba dei tempi. È per questo che siete così pericolosi… almeno così diceva»

«A ogni modo» proseguì l’anziano, «Glitter decise di partecipare a questo conflitto – che fu il primo davvero mondiale – schierandosi dalla parte dell’Inghilterra. Del resto Charlie era inglese, l’aveva educata secondo i valori del suo popolo, e quindi lei trovò la scelta così naturale che non ci pensò su neppure un istante. Fu solo dopo aver ucciso molti nemici che aprì gli occhi sulla follia della guerra…»

«Scusatemi, ma io non ci credo» affermò la fatina recisamente. «Una fata che si innamora di un essere umano, che prende parte a un conflitto mortale fra umani e altri umani di cui non dovrebbe importarle un bel nulla… questo libro mente, ne sono sicura!»

 «Questo libro è stato scritto molto tempo prima che tu nascessi, perciò non è stato confezionato per ingannarti» rispose, asciutto, il capovillaggio. «Puoi tenerlo ed esaminarlo, finché non ti sarai fatta un giudizio… io ormai lo conosco a memoria»

 

***

 

Per tutto il resto del giorno Fata delle Rose lesse e rilesse il librone, passando gradualmente da uno scetticismo radicale al beneficio del dubbio. L’umano che lo aveva scritto sembrava sincero… e poi, ragionò, Glitter aveva salvato la foresta poco prima di divenire lei la Regina, quando aveva già compiuto trecento anni (Ah, quanto sono utili ora le lezioni di storia di Fata Maestra!, sospirò); prima d’allora poteva esserle successo di tutto… perfino che si coinvolgesse così profondamente nelle vicende umane, e che credesse così fermamente nel loro Dio da farsi, come era scritto? ah, sì, “battezzare”. Lei stessa non stava vivendo nelle loro case, dormendo nei loro letti? E non aveva anche lei preso parte a uno scontro tra umani, schierandosi con una fazione contro l’altra? «Dev’esserci qualcosa di vero in questo Dio, se una fata saggia come mia madre ci credeva» mormorò fra sé chiudendo il tomo. «Forse anch’io dovrei…?»

«Scusa il disturbo» sussurrò Mark entrando in punta di piedi.

«Non deve scusarsi. Questa è la sua casa» rispose lei educatamente.

«Devo prepararmi per andare a cercare erbe medicinali» riprese l’uomo frugando in un baule ed estraendone un lumino ad alcool. «Sai, stanotte ci sarà il novilunio, e senza una luce… ma che cos’hai?» domandò vedendola balzare in piedi inorridita.

«La Luna Nera… la Luna Nera!» esclamò la fatina afferrandolo per la manica. «Stanotte le fate verranno qui per completare il loro apprendistato… vi uccideranno! Dovete fuggire!» lo supplicò.

«No» replicò lui risoluto. «Questo villaggio, queste case sono tutto ciò che abbiamo. Se dobbiamo combattere per difenderle, combatteremo come possiamo… e moriremo»

«Allora io sarò al vostro fianco… Io conosco il loro unico punto debole» riprese lei con aria ancor più decisa. «Avete archi e frecce, e gente capace di usarli?» domandò.

«In abbondanza, ma cosa…»

«Preparatevi» annunciò Fata delle Rose. «Sarà una lunga notte»

 

 

Capitolo VII: La Grande Prova

Anno 2265 d.C., notte del 16 aprile, presso il villaggio di Lydbrook

«Sei sicura che verranno proprio qui?» domandò, scettico, Mark.

«Sicurissima» confermò Fata delle Rose mentre i suoi occhi supersensibili scrutavano l’oscurità nelle bande dell’infrarosso e dell’ultravioletto. Dietro di loro, una trentina d’uomini armati di arco e frecce si chiedevano nei loro cuori se avrebbero visto sorgere nuovamente il sole.

«Stanno arrivando» sussurrò lei dopo qualche minuto. «Al mio segnale, prendete bene la mira… e tirate, tiratene più che potete» e si alzò in volo andando incontro allo squadrone fatesco.

«Siamo vicine, sorelle mie» annunciò la Cacciatrice inebriandosi di sé stessa. «Ricordate le parole d’ordine: saccheggio, incendio, terrore e mort… Ah!» La voce le si spense in gola quando vide Fata delle Rose ferma a mezz’aria davanti a loro, gli occhi brillanti come smeraldi.

«Così sei ancora viva, piccola traditrice… adesso ti sistemo io!» gridò. Un fulmine cadde dal cielo verso la piccola creatura dai capelli biondi, ma questa afferrò la folgore con una mano e la scagliò contro le sue ex-compagne di giochi; Fata dei Larici fu lesta a scansarsi, ma molte caddero al suolo mugolando di dolore e con le ali bruciacchiate.

Perdonatemi, sorelle mie, ma devo farlo, pregò silenziosamente la fatina. Dentro il suo corpo avvertiva una forza nuova, e la sua mente era riempita da un solo pensiero, chiaro e distinto: ADESSO BASTA. Alzò le braccia, strinse i denti, e due grossi larici presero ad alzarsi verso il cielo. «No!» mormorò la Cacciatrice vedendo le sue piante simbionti così maltrattate. «Sta sradicando gli alberi… Orrore!» gridarono atterrite le altre guerriere in erba.

«Ya-aaah!» urlò Fata delle Rose con quanto fiato aveva, scagliando gli alberi come proiettili contro di loro e abbattendone alcune. «Tirate!» disse poi, e un nugolo di frecce solcò il cielo trafiggendo altre fatine. «Cosa facciamo, Cacciatrice?» invocò una di esse mentre cercava a fatica di estrarre un dardo dalla spalla.

«Cosa possiamo fare, secondo te?» le urlò in faccia questa, prendendola per il collo. «Raccogliete i feriti e ritiratevi. Ritirata!» gridò poi rivolta alle altre. «Ritirataa!» Così, per la prima volta in cinquant’anni, una Grande Prova finì con la disfatta completa del Popolo delle Fate.

«Se ne vanno! Abbiamo vinto!» gridarono gli umani.

«Lei ha vinto» li corresse Mark, indicando loro Fata delle Rose. «Sei stanca?» le domandò. «Devi aver compiuto uno sforzo immane…»

«È tutto merito della Madre delle Fate» lo rassicurò la fatina. «È stata lei a darmi forza e coraggio, ne sono sicura»

«La Madre delle Fate? E chi è?» fece lui sbalordito.

«Te lo spiegherò domani» rispose lei quietamente. «Adesso dobbiamo tornare…  a casa»

Al villaggio, i vincitori furono accolti come eroi. Si fece festa all’aperto sino all’alba, e poi per tutto il giorno seguente; alla sera, Mark Fischer bisbigliò qualcosa all’orecchio della giovane Sara. «Stia tranquillo, dottore» rispose lei. «Tim può dormire con noi, stanotte»

«Vieni con me, tesoro» sussurrò dolcemente Mark a sua moglie. «I-in che senso?» domandò lei arrossendo.

«In tutti i sensi» rispose lui, e la baciò; poi i due si avviarono abbracciati verso la loro casa.

«Sai una cosa, Tim?» disse Fata delle Rose sorridendo al piccolo. «Presto avrai un fratellino, o una sorellina. Lo sento»

«Davvero? Evviva! Yuppi! Grazie, fatina!» esultò lui facendo le capriole. Poi si grattò la fronte pensieroso: «Ma i bambini non li porta la cicogna?»

 

***

 

Alba del 17 aprile, Foresta di Dean

Fata delle Querce non riusciva a placare la propria ira. «Vergognatevi! Farvi sconfiggere da un branco di Humoidi! A cosa son serviti dunque anni di addestramento? Siete delle incapaci!» urlò in faccia alle assassine mancate.

«Non sono stati gli Humoidi da soli a batterci» mormorò Fata dei Larici ancora attonita. «È stata tutta colpa di Fata delle Rose…»

È viva!, ringraziò Oaky nel suo cuore per un istante, poi riprese il suo abituale contegno. «Che c’entra Fata delle Rose? Avanti, parla!» esclamò scrollandola vigorosamente.

«Era lei alla guida degli Humoidi che ci hanno assalito… Ha usato contro di noi poteri terribili… non avevo mai visto una fata così potente…» mormorò la Cacciatrice, affrettandosi ad aggiungere rispettosamente, «eccetto te, mia Regina»

La Regina non era dell’umore giusto per ricevere adulazioni. «Non dire sciocchezze! “Poteri terribili”? Ma se non si è mai esercitata, neppure una volta! Donde le verrebbe una tale potenza? La Cacciatrice non si starà rammollendo?» le chiese sarcastica.

«È tutto vero, mia Regina» confermò una delle fate ferite, e con lei tutte le altre. «Era una furia…»

«Cosa facciamo?» domandò una piccola creatura. «Non possiamo lasciarla impunita… non dopo quel che ha fatto stanotte!»

«Non resterà impunita» promise Fata delle Querce. «Le allieve devono completare il passaggio all’età adulta. Perciò aspetteremo che siano guarite, dopodiché io stessa vi guiderò al villaggio… e prenderò la vita di Fata delle Rose, io e nessun’altra!» Così la maledizione di Glitter ricadrà su me sola, sospirò.

 

 

Capitolo VIII: In viaggio!

Anno 2265 d.C., 18 aprile, villaggio di Lydbrook

«Altea! Altea!» chiamò la voce ormai ben nota.

«Sono qui, Madre delle Fate» rispose pronta Fata delle Rose, «e ti ringrazio di avermi dato la forza necessaria per difendere gli umani»

«Io ho potuto darti i miei poteri perché tu eri pronta ad accoglierli» riprese la Madre dal suo alto trono, «perché ti sei astenuta dall’odio e dal sangue, come ti avevo prescritto. Conservati sempre così, figlia mia, e potrai far cose ancor più grandi di quante tu ne abbia compiute sinora»

Adesso la fatina riusciva a vederla meglio: indossava una splendida tunica viola, e portava sul capo una corona d’oro; impugnava con la destra uno scettro, formato da una lunga asta di bronzo avvolta in spire d’edera, che culminava in un globo azzurro e alato. «Hai detto di avere più di ottomila anni» le domandò. «Come è possibile, se una fata non può vivere oltre i cinquecento?»

«Io mi abbevero ogni giorno alla Fonte della Rigenerazione, che mantiene il mio corpo giovane e i miei poteri attivi» rispose la Madre delle Fate; poi proseguì: «Ti aspetta una grande missione, Altea: tu risanerai il cuore ferito della tua regina, e porterai la pace fra il Popolo delle Fate e quello degli Umani… ma per farlo dovrai prima raggiungermi nel grande paese oltre il vasto mare, là ove il sole dorme, nella grande foresta, sotto il grande albero. Vieni presto, figlia mia, perché io ti aspetto, e il tempo si fa breve». E sparì di nuovo.

Fata delle Rose si svegliò con un sonoro sbadiglio e si stropicciò gli occhi. «Buongiorno fatina!» la salutò il piccolo Tim. «La colazione è quasi pronta, aspettiamo solo te»

«Buongiorno a tutti voi: signor Mark, signora Magda, Tim… buongiorno a lei, signor Huysmans, e a te, Sara, e anche a lei, signor Nathanson» disse la fatina vedendoli riuniti nel piccolo soggiorno.

«Questo è il tuo posto, Fata delle Rose» rispose la signora Fischer indicandole una sedia con una pila di cuscini a capotavola e ponendole davanti un piccolo bicchiere. «So che non mangi e non bevi, ma qualora avessi sete…» aggiunse cortese.

«Un po’ d’acqua la accetto volentieri» ringraziò la piccola creatura prima di bere un minuscolo sorso. «Dopo quanto è accaduto, non voglio più esser chiamata Fata delle Rose» annunciò sicura. «Da ora in poi il mio nome sarà Altea»

«Per noi va bene, ma… che vuol dire?» chiese Mark.

«Viene dalla lingua greca» spiegò il vecchio Alois Nathanson con un sorriso, «e vuol dire “colei che risana”… un nome quanto mai appropriato per la nostra piccola medichessa»

«Allora un brindisi per Altea la Guaritrice, e anche per Altea la Guerriera!» esclamò John Huysmans estraendo dalla tasca una fiaschetta di whiskey; ne bevve un lungo sorso e la porse a Magda, che rifiutò infastidita dall’odore e domandò sorpresa: «Ma tu bevi di primo mattino?!?»

«Non siete fuori pericolo» li ammonì Altea. «Se conosco la mia regina e le mie sorelle, non si daranno pace finché non mi avranno trovata e punita… perciò, per stornarle da questo villaggio, devo andar via prima possibile»

Quelle parole lasciarono costernati tutti gli umani. «Andare via? Ma dove?» la interrogò dispiaciuto il piccolo Tim. La fatina rimase pensierosa per qualche istante, poi decise: «Andrò a cercare la Madre delle Fate, e chiederò il suo aiuto»

«È la seconda volta che ne parli» rimuginò Mark Fischer. «Chi è questa Madre delle Fate?»

Allora Fata delle Rose raccontò loro per filo e per segno il contenuto delle tre visioni avute sino a quel giorno. «La Madre delle Fate esiste davvero, non è una mia illusione… e grazie alla Fonte della Rigenerazione deve essere la fata più potente di tutte, più potente persino di Fata delle Querce, la nostra regina! Sono sicura che, se mi prostrassi ai suoi piedi e la implorassi con tutto il cuore, lei ridurrebbe le mie sorelle a più miti consigli, e le costringerebbe a non farvi più del male!» concluse risoluta.

«A me sembra una storia senza capo né coda» mormorò Mark grattandosi il mento. «E dove si troverebbe questa Madre?»

«Sotto un grande albero, nella grande foresta» rispose pronta Altea, «nel grande paese oltre il vasto mare, là ove il sole dorme… Però non so dove sia» rifletté poi.

«Un grande paese oltre il vasto mare? Vediamo un po’…» replicò l’uomo alzandosi e tirando fuori da un cassetto un vecchio atlante. «Noi siamo qui, in Inghilterra, più a ovest c’è l’Irlanda, ma non mi sembra un paese così grande… e qui, al di là dell’Oceano Atlantico» concluse facendo scorrere il dito, «c’è l’America»

«È quello il grande paese! Ne sono arcisicura! E lì, nella grande foresta, troverò la Madre!» esclamò Fata delle Rose con piglio risoluto. «Sarà dura attraversare in volo quel vasto mare… ma se la Madre delle Fate vuole che venga a lei, mi darà anche la forza per compiere il viaggio!»

«Forse non sarà necessario andarci in volo» intervenne il vecchio John. «La mia famiglia possedeva un tabacchificio… e una volta mio padre mi spiegò che molti carichi venivano trasportati via terra fino a Liverpool, e da lì, in nave, a Belfast» spiegò tracciando una linea spezzata sulla carta.

«Sì, ma… è importante?» domandò la piccola creatura.

«Belfast è sempre stata famosa per i suoi cantieri navali» fece sornione Huysmans. «Da lì sono uscite le imbarcazioni più grandi e robuste… se siamo fortunati, potremmo trovarne qualcuna ancora in buono stato»

«Potremmo?» trasecolò la fatina.

«Non posso certo lasciarti andare da sola dopo che ci hai aiutato così tante volte; io ti farò da guida» rispose John accendendosi la pipa.

«E io non posso permettere che un vecchio amico e una creatura così piccola si mettano nei guai» aggiunse Mark Fischer, «perciò saremo in tre»

 

***

 

«Allora, avete capito bene?» chiese Mark al vecchio Nathanson.

«Porremo delle sentinelle al limitare della Foresta» annuì il capovillaggio. «Se vedranno arrivare le fate daranno l’allarme, e ci nasconderemo nelle caverne qui intorno»

«Abbi cura di te, caro» mormorò Magda abbracciando il marito. «Aspetteremo il tuo ritorno… tutti e tre» aggiunse ponendo la mano di lui sul suo grembo.

L’uomo restò sorpreso per un istante, poi la baciò con passione. «Tornerò, stanne certa» le disse prima di incamminarsi.

«Prima tappa, Liverpool: dista circa centoventiquattro miglia in direzione nord» annunciò John guardando la mappa.

«Molto bene! In marcia!» esclamò Fata delle Rose partendo a razzo.

«Ehi, aspetta!» gridò Mark. «Noi non siamo veloci quanto te!»

«Avete ragione, scusatemi» sussurrò Altea tornando indietro con la linguetta di fuori e mettendosi al passo con gli umani.

«Ci vorranno solo quattro o cinque giorni» la rassicurò il vecchio. «Nel frattempo, se vuoi, posso raccontarti qualche storia edificante» e tirò fuori dallo zaino una Bibbia.

«Sì, sì, mi racconti qualcosa, la ascolterò molto volentieri» replicò la fatina. John prese fiato e cominciò: «Dunque, in principio Dio creò il cielo e la terra…»; al tramonto, quando si fermarono in una radura, erano già arrivati a Mosè. «Che storie affascinanti… magari fossero vere!» esclamò Altea.

«Ma sono vere» rispose il vecchio Huysmans con fervore.

«Io sono un uomo di scienza, e non posso credere che il mondo sia stato fatto in sei giorni o che l’Altissimo abbia plasmato l’uomo come un vasaio l’argilla» sorrise Mark mentre accendeva il fuoco, «ma ciò che conta è il senso di quelle storie: non siamo soli e sperduti, Qualcuno veglia su di noi e ci protegge»

«Anche Glitter, mia madre, ne era convinta» disse tra sé Fata delle Rose. «Come vorrei crederci anch’io…» In quel momento un orso, attirato dall’odore della carne secca riscaldata, si avvicinò minaccioso al terzetto. I due umani balzarono in piedi cercando le spade, ma la piccola creatura si interpose esclamando: «Lasciate fare a me!»; si avvicinò all’animale, lo toccò ordinandogli di andarsene, e il plantigrado obbedì grugnendo.

Due giorni dopo, gli umani si accorsero di aver finito le provviste. «Ci penso io» disse Altea. Chiuse gli occhi e invocò: «Daini, nobili abitanti del bosco, venite a me, per favore!» Dopo pochi minuti, una decina di esemplari uscì dalla boscaglia e le venne incontro; la fatina li esaminò, ne scelse uno giovane e tenero, e lo addormentò con il tocco della mano, poi disse agli altri: «Andate». Gli animali si allontanarono nella foresta, e Fata delle Rose disse ai due umani: «Uccidetelo e mangiatelo… e quando avrete di nuovo fame, vi procurerò altro cibo»

«Non avrei mai creduto che una fata potesse sacrificare un animale per nutrire un essere umano» esclamò Mark mentre affondava il pugnale nel cuore della bestiola.

«Voi mi avete accolto quando ero sola e sconfortata; mi avete dato tanto amore, e io con amore vi ricambio… Per me, voi valete più di tutti i daini del mondo!» proclamò Altea abbracciandoli.

Al tramonto, il vecchio John lesse alla fatina la parabola del Buon Samaritano. «Ti è piaciuta?» le chiese poi.

«Molto» rispose lei sbadigliando. «Anch’io voglio essere una buona samaritana…»; due secondi dopo ronfava sonoramente sul petto dell’uomo.

«Lo sei già, piccola mia» sussurrò lui, carezzandole la testolina.

 

***

 

22 aprile, Liverpool

Verso le undici del quinto giorno raggiunsero finalmente quel che restava di Liverpool. «Così è questo il mare? Che bello! Quanta acqua… e questa terra così fine… è magnifica!» esclamò Altea mettendosi a scalciare le onde, inseguire i gabbiani e costruire mucchi di sabbia come una bambina. «Il meno è fatto» la ammonì Mark. «Adesso dobbiamo trovare una barca»

«Fermi dove siete!» intimarono due uomini armati di fucili. «Siete briganti?» domandò loro John.

«Briganti noi? No… ma non amiamo i forestieri» rispose uno dei due puntandogli contro l’arma.

«Ehi, Al, guarda!» fece l’altro indicando la piccola creatura con un tremito nella voce. «Non sarà mica…» «Non dire stronzate… non può essere…» lo zittì il primo.

A Fata delle Rose non era sfuggito l’odore della loro paura; si levò a mezz’aria, fece risplendere le sue ali e disse con voce minacciosa: «Abbassate le vostre armi e arrendetevi: io sono una fata, non vi conviene suscitare la mia ira!» All’udir ciò, i due lasciarono cadere i fucili e si prostrarono a terra implorando: «Ti prego, risparmiaci, o potente signora!»

«Questi due uomini sono con me. Trattateli con rispetto, e obbedite loro come se fossi io a comandarvi» fece magnanima Altea.

«Abbiamo bisogno di un’imbarcazione per andare sino a Belfast: sapete dirci dove possiamo procurarcela?» domandò Mark.

«Una barca? Io ne possiedo una!» esclamò l’umano chiamato Al. «Sarà un onore per me condurvi via da qui… cioè, dovunque vogliate andare»

Era già notte quando l’imbarcazione da trenta piedi doppiò l’Isola di Man. «Saremo a Belfast domani a mezzogiorno» annunciò Al ai passeggeri, poi bisbigliò al suo giovane amico: «Prima ce li leviamo di torno, meglio è…»

«Peccato che sia così piccola» gli rispose questi. «Ha un così bel seno… e anche il sedere non è male…»

«Sta’ zitto, maiale!» lo apostrofò il vecchio John afferrandolo per il bavero della camicia e alzando il pugno. «No!» lo fermò Fata delle Rose. «È colpa mia… solo colpa mia…» mormorò rimettendosi a sedere sul fondo della barca.

«Non ho pensato che le mie forme potessero turbarvi… nel Popolo delle Fate non ci sono maschi…» spiegò imbarazzata a Mark.

«Aspetta un momento» fece lui armeggiando con un coltello; ritagliò un pezzo di stoffa da una vela in disuso e lo drappeggiò intorno al corpo della fatina. «Ecco, ora hai un vestito» le disse.

***

 

23 aprile, Belfast

«Vi ringraziamo per la vostra gentilezza» disse solennemente Altea inchinandosi davanti ai due marinai.

«Andate con Dio… o con il diavolo» bofonchiarono quelli prima di rimettere la barca in acqua.

Un ragazzo dai capelli fulvi e il viso lentigginoso si fece loro incontro sul molo togliendosi il berretto e facendo un profondo inchino: «Benvenuti a Belfast, capitale della Libera Repubblica d’Irlanda!» li salutò allegramente in perfetto inglese. «Venite dal Galles o dalla Scozia? Siete mercanti o pellegrini?»

«Una domanda alla volta, ragazzo!» esclamò divertito il vecchio Huysmans.

Il giovane si schermì: «Scusate… è che per noi ricevere visite è una festa…» poi vide la fatina e strabuzzò gli occhi per la sorpresa.

«Il mio nome è Altea» si presentò lei.

«Molto piacere, Altea… ma cosa sei, un folletto?» domandò il ragazzo.

«Puoi portarci dal capo di questa comunità?» fece Mark.

«Ma certo! È mio padre, il Comandante Richard Paul… e a proposito, il mio nome è Ron. Seguitemi!» ripose lui avviandosi per una lunga strada asfaltata ove incontrarono dapprima alcuni marinai, poi donne con figli in braccio o tenuti per mano, e uomini che trasportavano sacchi di farina e altri carichi servendosi di carretti; molti li salutarono con cordialità e un po’ di sorpresa, a causa della piccola creatura che uno degli “stranieri” portava su una spalla.

La comitiva passò davanti a un maestoso edificio: l’imponente facciata dallo stile neogotico era affiancata da due snelli campanili che stavano battendo le ore proprio in quel momento, mentre una cupola di forma ovoidale svettava a più di cinquanta metri di altezza. «Com’è bello! A cosa serve?» domandò incuriosita Fata delle Rose al giovane Ron.

«È la nostra chiesa principale: la cattedrale di Nostra Signora del Mare Oceano» spiegò lui. «Sapete, noi viviamo di commerci... e Lei è la nostra patrona» aggiunse facendosi il segno della croce.

Dopo pochi minuti giunsero davanti a una palazzina a due piani. Un uomo stava spegnendo con un piede un mozzicone di sigaretta; «Dannazione!» imprecò. «Salve, Nostromo Smith», lo salutò Ron. «Questi signori, e questa… creatura vogliono parlare con mio padre. È in casa?»

«Non è il momento adatto per disturbare il Comandante» disse l’uomo cupamente. «Tua madre è in travaglio da più di un’ora, e le cose non stanno andando bene»

«Mamma! Mamma!» gridò il ragazzo precipitandosi nell’abitazione. «Cos’è un “travaglio”?» domandò Altea ansiosamente.

«Significa che sta per avere un bambino» rispose Mark; poi, rivolto a Smith: «Mio padre era un medico, e mi ha insegnato qualcosa… portateci da lei, presto!»

La donna gridava senza sosta; la pancia enorme la faceva sembrare ancor più minuta di quanto già non fosse. Ai piedi del letto, Ron sembrava sul punto di scoppiare a piangere. Mark le tastò il ventre e disse al marito: «Credo che sia girato per i piedi»

«Mio Dio… Mary!» esclamò il Comandante passandosi una mano sulla fronte imperlata di sudore. «Cosa potete fare?»

«Non lo so» sospirò l’altro disperato. «Dovremmo praticare un cesareo… ma io non ne ho mai fatti in vita mia! Posso tentare, ma…»

«Per favore, spiegatemi: forse posso aiutarvi» implorò Fata delle Rose. «Se ho capito bene, il bambino deve uscire prima con la testa e poi con i piedi, giusto?»

«Giusto» rispose Mark, «ma cosa puoi fare tu?»

«Lasciatemi provare, vi prego!» supplicò la piccola creatura rivolta al Comandante. «Non so chi o cosa sei, né se vieni dal Cielo o dall’Inferno» fece quest’ultimo dopo un lunghissimo istante, «ma se salverai mia moglie, ti darò tutto ciò che vuoi, anche la mia anima!»

«Spostatevi» disse Altea agli umani che si affollavano intorno al talamo, «lasciatela respirare». Pose le mani sull’addome, chiuse gli occhi e mormorò: «Lo sento… sento il bambino. Ora inizierò a girarlo» disse rivolta alla madre. «All’inizio sentirai molto dolore, ma io ti somministrerò delle sostanze anestetizzanti, perciò dopo qualche minuto la sofferenza si attenuerà. Hai capito?» La donna, stremata, annuì.

La fatina fece un lungo respiro e rimase immobile, come pietrificata; Mary gemette e il marito dovette trattenersi per non intervenire, ma dopo qualche minuto lei si rilassò. Altea continuò a usare i suoi poteri telecinetici per un’ora e mezza, girando lentamente il bambino all’interno del sacco amniotico, molto lentamente, affinché la placenta non si distaccasse, mentre gli umani intorno a lei osservavano in un silenzio carico d’angoscia; a un certo punto, si rivolse alla donna: «Quando te lo dico spingi, spingi più forte che puoi!»

«S-sì» confermò lei.

«Mark, stai pronto a prenderlo!» ordinò la piccola ostetrica. «Pronto» fece l’uomo.

«Ora!» gridò Fata delle Rose. «Spingi!»

La donna si sollevò sui gomiti, spinse con tutte le proprie forze, e il suo urlo finale si mescolò col primo vagito del neonato. Altea toccò il collo e le guance della donna accasciata sul letto, iniettandole per via dermica vitamine ed elettroliti per risollevarne il tono muscolare, poi le disse: «Sei stata bravissima, tuo figlio è vivo e sta bene; adesso riposati» e le asciugò la fronte con un lembo del lenzuolo.

«Sei stata grande, Altea!» esclamò Mark porgendo il bambino a suo padre, che aveva gli occhi fuori dalle orbite per la felicità. «Ma come hai fatto?»

«È tutto merito di mia madre, la Grande Glitter» proclamò con orgoglio la fatina. «La Fata Maestra ci ha spiegato come una volta abbia fatto partorire una gattina che aveva lo stesso problema… io l’ho solo imitata» concluse arrossendo.

«Una gattina?» Mark non poteva credere alle proprie orecchie. Il Comandante porse suo figlio a una balia e si prostrò ai piedi della fata: «Sono doppiamente in debito con te» le disse riconoscente. «Chiedimi ciò che vuoi»

«Io non voglio niente» rispose Altea imbarazzata. «Sì, invece» intervenne Mark. «Abbiamo bisogno di una nave per andare in America, grande e veloce»

«L’avrete» giurò l’uomo.

«Io verrò con voi» disse il ragazzo dal volto lentigginoso. «Ron!» esclamò il Comandante. «Non puoi, sei troppo giovane…»

«Tuo padre ha ragione» borbottò John preparandosi a una bella pipata. «Non è una gita per marmocchi, la nostra»

«Non sono più un bambino!» esclamò Ron con le guance imporporate. «Avete bisogno di qualcuno che governi le vele e il timone… e io so farlo! Inoltre anch’io sono in debito con voi… Ti prego, padre, acconsenti!»

«Va bene» sospirò l’uomo, abbracciandolo forte. «Sono fiero di te, figlio mio»

 

 

Capitolo IX: Inseguimenti

Anno 2265 d.C., notte del 26 aprile

Inghilterra, Foresta di Dean

«No, no e poi no! Non uccideremo la nostra sorella e amica Oaky!» esclamò Fata dei Pini.

«Ssssh, non farti sentire» le sussurrò Alna. «Ormai Fata delle Querce ha perso il senno… è divenuta un tiranno assetato di sangue! È l’unica soluzione, ti dico: basterà schiacciarla nel sonno con una grossa pietra, così non soffrirà; poi tu, che sei la più anziana della comunità, prenderai il suo posto, e…»

«Fata dei Pini! Fata degli Ontani! Venite, la nostra Regina ci chiama a raccolta!» le invitò perentoriamente un’altra piccola creatura.

Erano stati necessari ben dieci giorni affinché le fate ferite durante la Grande Prova riacquistassero la piena integrità corporea, dieci lunghi giorni durante i quali Fata delle Querce aveva morso il freno come un puledro selvaggio; ma finalmente, pensò, era giunto il tempo della rivincita. «Popolo delle Fate, sorelle mie!» invocò nella grande assemblea. «Voi tutte sapete quanto è avvenuto dieci giorni or sono: come cioè Fata delle Rose, la piccola ribelle che avevamo bandito dalla foresta, abbia aggredito a tradimento le nostre apprendiste, usando i suoi poteri contro di esse come fossero degli Humoidi…»

«Le “apprendiste” si stavano recando a far strage di umani innocenti, questa è la verità» borbottò Pina nell’indifferenza generale.

«… per tutti questi motivi, dunque, ho deciso di guidare io stessa un drappello di fate alla ricerca della traditrice, per impartirle la punizione che merita: morte!»

«A morte! A morte! A morte! A morte!» ululò compatto il Popolo delle Fate.

«Mia Regina» la supplicò Fata dei Larici, «concedimi di venire con te, per assestarle il colpo finale»

«No, Cacciatrice» replicò la regina. «Se appena conosco la furbetta, non sarà rimasta a lungo in quel villaggio; perciò la nostra ricerca potrebbe richiedere molto tempo… Tu» continuò ponendo la destra sulla sua spalla, «tu ti occuperai di difendere la nostra casa qualora gli Humoidi, montati in superbia, decidessero di attaccarci». Poi si rivolse alle altre: «Andrò io con dodici sorelle: chi si offre volontaria?»

«N-noi, noi due ci offriamo volontarie, Regina!» gridò Alna alzando una mano e contemporaneamente tirando su il braccio di Fata dei Pini.

«Bene» concluse Oaky con un sorriso sinistro. «Domani all’alba si parte»

 

***

 

27 aprile, villaggio di Lydbrook

«Stanno arrivando! Suona l’allarme!» urlò uno dei guardiani in preda al panico al suo compagno, il quale si affrettò a portare le labbra al corno ed emettere un lungo, lugubre suono. I due uomini si apprestavano a fuggire, quando tre fatine piombarono su di loro imprigionandoli in un campo di forza.

«Dov’è Fata delle Rose? Parlate, o vi uccidiamo!» domandò una di esse stringendo loro il collo con le sue piccole mani.

«Se ne è andata… ma non sappiamo verso dove… Il capovillaggio lo sa…» gorgogliarono i due ormai quasi senza respiro.

«Se ci avete mentito, vi imprigioneremo in una bolla di vuoto fino a soffocarvi, vi avverto!» replicò la piccola creatura sollevandoli come fuscelli.

Si diressero in volo verso la casa di Alois Nathanson, come le due sentinelle avevano loro indicato; e quando lo videro, ritto davanti alla porta della sua abitazione, li gettarono ai suoi piedi mezzi morti. «Cercate in tutte le case» ordinò la fata alle altre. «Radunateli tutti, e fateli parlare!»

«Non c’è più nessuno, Fata dei Mirti» riferirono le sue sorelle dopo una vana ispezione. Fata dei Mirti proruppe in una risata di scherno. «Così ti hanno lasciato solo, eh, vecchio? Vorrà dire che ci sfogheremo con te…»

«Io sono pronto a morire» rispose serafico l’uomo, «ma voi fate non portate rispetto agli anziani?»

«Noi rispettiamo i nostri anziani, non i vostri…» riprese la piccola creatura con la faccia feroce, preparandosi a colpire.

«Ferme!» ordinò Fata delle Querce. «Non uccidetelo»

Tutte le fatine si voltarono a guardarla scandalizzate. «M-ma Regina» mormorò una di esse, «ce lo hai insegnato tu… “Colpirne uno per educarne cento”… Vuoi forse rinnegare la tua parola, la tua legge?»

Pensa, Oaky, pensa! Fatti venire in mente qualcosa! La Fata Regina restò in silenzio per lunghi minuti, le braccia incrociate, in mezzo al tumulto delle sue suddite; poi disse: «La mia parola è una: gli Humoidi sono nostri nemici, e meritano di morire… Ma prima di uccidere un Humoide, una fata deve dimostrare di essere migliore degli Humoidi. Deve essersi astenuta per tutta la vita da ogni forma di odio, gelosia, invidia, maldicenza, risentimento o anche insofferenza verso una qualsiasi delle sue sorelle; deve aver sempre obbedito alla sua regina, e deve aver dedicato tutta la vita al bene del Popolo delle Fate, anziché ai propri comodi… Io» proseguì, «io stessa non ho tenuto fede a questi nobili princìpi: poiché, come ben sapete tutte, ho disobbedito al comando di Fata dei Gigli, quando ella era la mia regina, e ho seguito la Grande Glitter nel mondo degli Humoidi; per più d’un anno, poi, ho trascurato il mio popolo pensando solo a divertirmi… Se qualcuna di voi ritiene di essere migliore di me, alzi pure la mano su quest’uomo» e rimase in attesa.

All’udire quelle parole, le altre fate tacquero sorprese e imbarazzate guardandosi le punte dei piedi, le braccia pendenti lungo i fianchi. «Andate avanti» disse loro Fata delle Querce. «Io vi raggiungerò fra poco»

«Sei stata molto brava, mia piccola signora… e grazie per avermi risparmiato la vita» le disse il vecchio Nathanson quando si furono allontanate.

«Lo so» rispose Oaky ridacchiando. «Me la sono sempre cavata meglio con le prediche che con le pratiche; me lo ripeteva spesso anche un amico, un caro amico…»

Di nuovo la ferita si riaprì nel suo cuore, di nuovo il tremito prese a scuotere il suo corpo. Non poteva, non doveva mostrarsi debole ora! «Ti saluto, vecchio» disse all’uomo inchinandosi con deferenza, «lascia che io baci la tua mano veneranda…»

L’anziano gli porse la destra, lei la sfiorò con le labbra e il volto dell’umano impallidì. «Ora mi dirai tutto ciò che voglio sapere su Fata delle Rose» ordinò Oaky con un sorriso satanico. «Voglio la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità»

Mezz’ora dopo, Nathanson si destò dal torpore e vide Fata delle Querce ferma a mezz’aria: «Grazie mille, vecchio: è stato un piacere ascoltare le tue confidenze! Ah ah ah ah!» rise beffarda affrettandosi a raggiungere le sue compagne.

«Mio Dio… cos’ho fatto?» esclamò l’uomo piegandosi a terra affranto, il capo fra le mani.

Fata dei Pini aveva visto e udito tutto da lontano. «Adesso la penso come te» disse inorridita e sdegnata ad Alna. «Per il bene di tutti, Fata delle Querce deve morire»

 

***

 

30 aprile, Belfast

«Cos’è quello?» domandò incuriosita una fatina, indicando la Cattedrale del Mare. Il drappello di piccole creature era ormai a poche decine di metri dalla costa irlandese.

«Credo sia un edificio importante degli Humoidi» rispose Fata delle Querce con noncuranza. «Non appena saremo giunti a riva, cercheremo qualcuno di loro e lo interrogheremo»

Quando si posarono sul molo trovarono un comitato di accoglienza al gran completo, poiché le sentinelle le avevano avvistate con i loro binocoli e si erano premurate di dare l’allarme con largo anticipo. «Siate le benvenute, signore fatine» disse Richard Paul.

«Ehi, Alna, non avevi detto che qui in Irlanda non ci conoscono?» sussurrò Pina dando di gomito all’amica.

Oaky decise di usare la diplomazia. «Stiamo cercando una nostra sorella: ha gli occhi verdi, i capelli biondi, e due grandi ali blu iridescenti. L’avete vista?» chiese con voce suadente, mentre le sue suddite si domandavano perché mai la loro Regina si abbassasse a chiedere gentilmente informazioni a un Humoide, invece di scorticarlo con una frusta di vento.

«Altroché» rispose l’umano giovialmente. «Era insieme a due uomini: ho dato loro la nostra nave migliore, con mio figlio come timoniere, e sono partiti verso l’America una settimana fa»

«Cooosa?» gridò una fata inviperita. «E perché lo hai fatto?»

«Perché ho uno… anzi, due grossi debiti con lei» fece il Comandante, improvvisamente rabbuiatosi.

«Cos’è l’America, Regina?» domandò incuriosita una seconda creatura.

«È il grande paese situato oltre il vasto mare, là ove il sole dorme» spiegò lei. Come ha detto Fata delle Rose, rifletté. Chi glielo ha insegnato? «Io ci sono andata molto, molto tempo fa, prima dell’ultima guerra fra gli Humoid… fra gli umani»

«E ora come faremo, Regina?» chiese un’altra fatina. «Se è stato tanto faticoso volare fin qui, non riusciremo mai ad attraversare un mare sì vasto: cadremmo sfinite fra le onde!»

Potrei teletrasportarmi con tutte le mie sorelle¸ rifletté Fata delle Querce grattandosi il mento, ma le città saranno state distrutte e contaminate dalle radiazioni; e il resto del Paese, chi lo conosce? Meglio non correre rischi inutili. «Chi ha detto che dovremo andare in volo?» esclamò poi. «Se loro hanno preso una nave, ne prenderemo una anche noi!»

«Vi accontenterei volentieri» fece sornione l’umano, «ma quel vascello era l’unico abbastanza grande e robusto da attraversare l’Atlantico indenne. Però, se volete…»

«Continua» lo incalzò la Regina.

«Se volete, possiamo costruirne un altro… con il vostro aiuto, s’intende. Abbiamo tutto il materiale che ci serve: legno, chiodi, catrame… verrà benissimo, ve lo garantisco»

«Aiutare voi Humoidi?» esclamò sprezzante una fata, sputando in terra. «Mai!»

«Prendere o lasciare» concluse il Comandante.

«Prendo» annunciò Oaky.

«M-ma Regina, la no-nostra legge… la tua legge…» mormorò l’altra con un fil di voce.

«La necessità è la legge suprema!» proclamò Fata delle Querce. «Se per scovare e punire quella piccola traditrice è necessario collaborare con gli umani, allora collaboreremo con gli umani. Sono stata chiara?»

«S-sì, Regina» mormorò lei. «Sì, Regina» ripeterono in coro le sue nove sorelle.

«D’accordo, allora. Si comincia, ragazzi!» gridò l’uomo battendo due volte le mani e rivolgendosi ai suoi. Poi chiese a Oaky: «Cosa c’è fra te e Altea? Vuoi farle del male?»

«Non so quale debito di gratitudine tu abbia contratto nei suoi confronti» ribatté Fata delle Querce, «ma ti chiedo di non intrometterti. È una disputa tra noi fate, solo nostra e basta»

«Come vuoi» replicò lui, stringendosi nelle spalle.

 

***

 

Per le prime sei ore, le fatine si limitarono a guardare con curiosità gli umani armeggiare con legno, chiodi e corde; a un tratto, il Comandante si rivolse a Fata dei Gigli: «Per favore, signorina, prendi quelle assi e portale dall’altra parte»

«Io sono la figlia di una grande regina» ghignò la piccola creatura dal basso dei suoi duecentocinquanta anni, «e non obbedisco agli ordini di un Humoide»

«Fata dei Gigli!» la sgridò Fata delle Querce. «Lui sa costruire un’imbarcazione, noi no. Inoltre, se lavoriamo insieme, impiegheremo la metà del tempo o anche meno. Perciò, finché l’opera non sarà conclusa, tutte noi, me compresa, lavoreremo fianco a fianco con gli umani, e obbediremo ai loro ordini come se fossi io a chiedervelo. Hai capito?»

Fata dei Gigli lottò con il proprio orgoglio per lunghi istanti, poi chinò il capo: «Obbedisco, mia Regina»

«È la prima volta da cinquant’anni che una fata riconosce la superiorità degli umani in qualche ambito» fece notare Fata dei Pini a Fata degli Ontani. «Forse sta cambiando qualcosa»

«Forse» ribatté l’altra, scettica.

Al tramonto, un uomo tentava di persuadere la sua piccola collaboratrice: «Abbiamo lavorato sotto il sole tutto il giorno, senza mai fermarci… abbiamo bisogno di mangiare, bere e dormire, poi all’alba riprenderemo il lavoro»

«Voi Humoidi siete degli inetti!» bofonchiò Fata dei Girasoli. «Noi fate non abbiamo bisogno di mangiare né di bere, e possiamo lavorare benissimo anche al buio!»

Oaky intervenne nuovamente. «Se gli umani si indeboliscono, i lavori procederanno a rilento. Che mangino, bevano e si riposino, dunque, se ciò è necessario per completare la nave!»

«Sì, Regina» annuì Fata dei Girasoli insieme alle sue compagne.

Durante la cena, una fatina si avvicinò timidamente a Oaky: «Regina, l’Humoide che chiamano “cuoco” mi ha chiesto di aiutarlo a distribuire il cibo agli altri… posso?»

«Certo che puoi» rispose la regina con un sorriso.

«Regina, Regina!» si avvicinò un’altra. «Un umano mi ha chiesto di aiutarlo a tirar fuori l’acqua da un pozzo. Io vorrei, ma… ho il tuo permesso?»

«Hai il mio permesso» rispose serena Oaky.

In un angolo, Fata dei Rododendri armeggiava con una bussola. «Perché quest’ago punta sempre verso il nord?» chiese al nostromo. «Lo giro, lo rigiro, e punta sempre verso il nord… è forse un ago magico?»

«Ma no» esclamò ridendo l’uomo. «È una questione di magnetismo… vuoi che te la spieghi?»

«Sì, sì! Per favore, me la spieghi!» invocò la fatina.

Poco più in là, un’altra fata mostrò a un umano un grande foglio di carta spiegazzato: «Cos’è questo?» chiese.

«È una carta geografica» chiosò l’uomo. «Un disegno di tutte le terre emerse e di tutti i mari del pianeta»

«Davvero?» La piccola creatura non stava più nella pelle. «E c’è anche l’Inghilterra… e la Foresta di Dean? È la nostra casa…»

«Sì che c’è» replicò l’umano indicando col grosso dito. «Ecco, vedi, l’Inghilterra è qui, accanto alla verde Irlanda, che è il luogo in cui ci troviamo adesso… e qui, invece, leggi: cosa c’è scritto?»

«Fo… re… sta di De… an…» sillabò la fatina, poi più speditamente: «Foresta di Dean! Foresta di Dean! Uao! Grazie, grazie!» e gli stampò un doppio bacio sulle guance ispide.

«Sì, forse hai ragione» sussurrò Alna a Pina. «Forse le cose stanno iniziando a cambiare»

 

***

 

7 maggio, Belfast

«È stato un duro lavoro, ma ce l’abbiamo fatta. Grazie a tutti, e a tutte» disse il Comandante porgendo a Fata delle Querce una bottiglia di “single malt”.

«Scusi, ma noi non beviamo» si schermì lei ricusando l’offerta.

«Non devi berlo» spiegò lui. «Devi lanciare la bottiglia contro la fiancata della nave, in modo che s’infranga… è il nostro modo di inaugurarla. Ah, e quando la tiri devi scegliere il suo nome»

«Le navi hanno un nome?» domandò la fatina toccandosi la guancia destra con l’indice. «Ebbene, sorelle mie» esclamò scagliando la bottiglia «la nave che ci porterà in America si chiamerà “Glitter”!»

«Evviva! Viva Glitter!» gridarono le fate.

«Non so proprio come ringraziarla, Comandante» disse Oaky sorprendendosi delle sue stesse parole.

«Avevo un doppio debito con voi fate, e adesso l’ho saldato» rispose lui. «Quando volete partire?»

«Prima partiremo, meglio sarà» tagliò corto Fata delle Querce.

«Sentito, voi? Preparatevi!» fece il Comandante rivolto a due marinai. «Sissignore!» risposero quelli all’unisono, scattando sull’attenti. Il loro capo li presentò alla fatina: «Loro sono Thomas e Frank. Vi aiuteranno a pilotare la nave»

«Pi-pilotare la nave? Ah, già!» esclamò lei dandosi una gran manata sul volto. Che stupida era stata! Costruire un’imbarcazione era il meno, bisognava anche farla funzionare… e quando mai una fata aveva navigato per mare? «Qu-quindi loro verranno con noi? E dopo?» balbettò sospettosa.

«Dopo, passeranno il tempo cacciando animali da pelliccia – la stiva è grande abbastanza – e aspetteranno il vostro ritorno, per riportarvi qui… altrimenti staccherò la testa a tutti e due, siamo intesi?» grugnì severamente ai suoi uomini, che si affrettarono a replicare: «Signorsì, signore!»

«Cacciare animali?» domandò una fatina incredula. «Noi fate proteggiamo gli animali e le piante…»

«Qui gli inverni sono rigidi» replicò il Comandante. «I miei uomini hanno bisogno di vestiti caldi, e le donne e i bambini ancor di più… Allora, mia bella signora, se per lei è un buono scambio, diamoci la mano»

Oaky ci pensò un secondo, poi posò la sua piccola mano su quella enorme dell’uomo. «Sì, è un buono scambio»

«Viva Fata delle Querce!» esclamò una fatina.

«Viva le fate e gli umani!» azzardò un’altra. Si fece silenzio per un momento, poi tutte ripeterono: «Sì, viva le fate e gli umani! Viva le fate e gli umani! Viva le fate e gli umani!» In disparte, Fata dei Pini e Fata degli Ontani piangevano insieme, ma stavolta piangevano di gioia.

 

***

 

2 maggio, Astana, capitale dell’Impero di Eurasia

Il Tupolev aveva appena terminato il rullaggio quando Vassili Voronin scese impaziente dalla scaletta; l’ufficiale che lo attendeva scattò sull’attenti facendo il saluto militare. «Niente convenevoli» lo apostrofò lui. I due salirono su una Lada nera blindata, che si allontanò rapidamente dall’aeroporto scortata da quattro camionette armate di mitragliatrici pesanti.

Il convoglio percorse i larghi viali di Astana passando accanto all’imponente monumento – centomila metri cubi di candido marmo di Carrara – che celebrava il trionfo della Russia nella Guerra Totale. Nell’osservarlo, Voronin non poté fare a meno di ammirare l’abilità strategica con cui la dirigenza moscovita aveva condotto il mortale conflitto: prima aveva persuaso i suoi sottopancia – Cina, Nordcorea e Neo-Persia – a sferrare il first strike contro l’Occidente e li aveva abbandonati all’inevitabile quanto inutile rappresaglia; poi le forze armate russe, dopo essersi rintanate nel “cuore della terra” centroasiatico fuori dal tiro dei missili americani, erano dilagate dal Portogallo al Giappone, dall’Egitto all’Indonesia.

Allora egli era soltanto un maggiore di venticinque anni; poi, grazie a una cieca obbedienza e alla sua innata capacità di tessere intrighi, era riuscito a salire la scala del potere, e dopo aver ucciso di propria mano il suo predecessore, da sette anni era l’incontrastato Autocrate del Paese più esteso del mondo… ma non era ancora soddisfatto. Un’angoscia ben dissimulata, ma tenace, gli pervadeva l’anima: la paura di dover morire, prima o poi. Per questo seguiva una ferrea dieta vegetariana e si era sottoposto a ogni genere di terapia anti-invecchiamento, compreso il trapianto di cellule staminali estratte da embrioni coltivati in vitro.

Non che tali cure non avessero avuto il loro effetto: a settantacinque anni aveva ancora la vigoria fisica, mentale e sessuale di un cinquantenne; ma non gli bastava invecchiare bene, lui voleva vivere per sempre! Era stata questa ossessione a spingerlo a partire all’improvviso dalla Cina, lasciando ai suoi generali l’incarico di sedare le rivolte esplose da più d’un mese, e a recarsi in quella steppa desolata.

«I miei omaggi, Altezza» lo accolse il generale Maxim Ruzkhov quando arrivò nell’imponente base militare a venti chilometri dalla città.

«Puoi chiamarmi Vassili, lo sai» replicò lui con un sorriso al suo commilitone. «A che punto è la preparazione del Gigadroide?» domandò ansiosamente.

«È quasi ultimata» lo rassicurò Ruzkhov. «Fra due mesi sarà operativo»

«Due mesi?» ruggì Voronin. «È troppo, troppo! Deve essere pronto fra una settimana… dieci giorni al massimo! Metti alla frusta tecnici e operai, dimezza le ore di riposo, ma sbrigati!»

«Calmati, per favore… lasciami controllare il progetto» tentò di rabbonirlo l’amico. Consultò alcuni grafici su un monitor, poi alzò la cornetta e diede una serie di ordini. «Tre settimane… fra tre settimane sarà pronto. Mi dispiace, non posso fare meglio di così» mormorò asciugandosi il sudore dalla fronte.

Nel frattempo l’Autocrate aveva recuperato la calma. «Va bene, ma non un giorno di più» disse.

«Vuoi vedere la registrazione dei test di combattimento?» propose l’anziano ufficiale. Premette un pulsante sulla tastiera e lo schermo a tutta parete si illuminò: un gigante di acciaio e plastica rinforzata alto cento metri, con otto tentacoli che gli fuoriuscivano dall’addome, affrontò e sconfisse senza alcuna difficoltà tre mostri molto più piccoli; poi fu colpito da un missile armato di una BDA (Bomba a Decadimento Accelerato), ma la tremenda esplosione non gli arrecò neppure una scalfittura.

«Eccellente, eccellente!» si congratulò Voronin. «Per quanto tempo può mantenere attivo un campo di forza così intenso, tovarich

«Per dieci ore di seguito, Altezza» rispose orgoglioso il generale. «Abbiamo incrementato la resa del reattore a fusione del centotrenta per cento, e lo abbiamo dotato anche di un generatore di scariche elettriche da duecentomila volt, proprio come ci aveva ordinato… Però…» sussurrò preoccupato, «Vassili, perché spendere tempo e denaro su un solo esemplare così potente, quando una flotta di trenta Megadroidi sarebbe stata più che sufficiente a soffocare la ribellione delle province orientali, e a un costo molto inferiore?»

«Non mi importa nulla delle province orientali» replicò l’Autocrate. «Io devo affrontare un nemico molto, molto più forte» disse tra sé.

«Non starai ancora inseguendo quella fantasia?» gli chiese sconfortato Ruzkhov. «Ne abbiamo parlato tante volte… una fata-Superman non può esistere…»

«Esiste, invece!» gridò Voronin col volto paonazzo. «Io l’ho vista per pochi minuti in un monitor, ma ti dico che esiste… Ha fatto a pezzi il nostro Megadroide come fosse un pupazzo, e poi ha smembrato il pilota… Un’esibizione di potenza incredibile, come mai avevo sperimentato prima! E poi, dieci anni fa, abbiamo ritrovato quei documenti…»

«Già… gli schedari classificati “F” 1, 2, 3 e 4» assentì l’ufficiale elevando un silenzioso ringraziamento all’inventore del Decadimento Accelerato (la tecnica che aveva permesso di conseguire il duplice effetto di moltiplicare di mille volte, a parità di peso, la potenza degli ordigni, e di consentire l’accesso alle zone colpite nel giro di pochi decenni anziché di secoli o millenni).

Si riferiva al materiale contenuto in quattro armadi blindati, rinvenuti in un archivio sotterraneo subito dopo che il livello delle radiazioni nella zona di Londra era sceso sotto il limite di guardia: resoconti scientifici di un istituto del Terzo Reich specializzato in biologia, l’arto di una piccola creatura conservato in un barattolo di formalina, nastri registrati con suoni psicodistruttori – decodificati e trascritti alfine da una IA appositamente programmata – e rapporti dettagliati su quattro “fate” di nome Glitter, Oaky, Pina e Alna. «Per me era solo una manovra di disinformazione occidentale… ma anche se esistessero veramente, cosa…»

«Ma non capisci?» reagì Voronin prendendolo per il bavero. «Quelle creature sono in grado di rigenerare i propri corpi, di guarire da ogni ferita, e hanno poteri spaventosi… Se solo riuscissi a mettere le mani su una di esse, potrei strapparle il segreto della vita eterna e della loro forza… e divenire un dio!»

 

 

Capitolo X: La meta è vicina

Anno 2265 d.C., 17 maggio

Unione Panamericana, Tennessee

Danny… il suo Danny, bello come il sole, forte, intelligente e con un gran senso dell’umorismo… eccolo ora tra le sue piccole braccia, trafitto a morte… e lei, Fata delle Querce, non poteva far niente per salvarlo… poteva solo piangere e gridare il suo infinito strazio… Poi all’improvviso, dall’oscurità emerse una piccola creatura: aveva le labbra increspate in un sorriso satanico, e le sue mani grondavano sangue, sangue umano! «Chi sei?» le domandò.

«Dimenticalo» sibilò l’altra. «Non vedi quanto ti fa soffrire? Ecco…» fece un gesto e il corpo di Danny Josephson si dissolse. «Io ti aiuterò a dimenticarlo, ma tu dovrai obbedirmi… Ucciderai Fata delle Rose, e poi cancellerai gli umani dalla faccia della terra…» le disse prendendole il viso fra le mani.

«Ma tu… tu chi sei?» mormorò Oaky tremante.

«Non lo hai ancora capito? Io sono te!» rispose la perfida creatura soffiando nella sua bocca, mentre la sua anima… urlava…

«No!» Fata delle Rose si svegliò ansimante e madida di sudore. «Che hai? Un brutto sogno?» si informò Mark Fischer.

«Fata delle Querce… Fata delle Querce ha una ferita nel cuore che la sta facendo impazzire…» tentò di spiegare Altea. «Sta venendo qui… sta venendo qui per me!» mormorò in preda al panico.

«Allora sarà meglio che ci muoviamo» chiosò il vecchio John rivolto a Ron Paul.

«Peccato» fece lui stiracchiandosi, «stavo dormendo così bene… Ma dove andremo, di preciso? Sono dieci giorni che ci addentriamo nell’entroterra, cercando un grande albero in una grande foresta… ma le foreste e gli alberi non sono mai abbastanza grandi per la nostra giovane esploratrice» sospirò.

«Non è colpa sua» intervenne Mark. «Se non lo abbiamo ancora trovato, vuol dire che dobbiamo spingerci ancora più a ovest: “là ove il sole dorme”, come ha detto la Madre delle Fate»

«D’accordo, allora mettiamoci in cammino!» concluse pragmatico Huysmans.

 

***

 

17 maggio, Unione Panamericana, Carolina del Nord

«Regina! Regina, svegliati!»

Fata delle Querce si alzò a fatica: aveva fatto uno strano sogno... «Che succede? C’è una tempesta?» chiese alla sorella che l’aveva scossa.

«No, Regina: siamo arrivate!» rispose quella.

Oaky si drizzò in piedi e uscì in fretta dalla stiva: la “Glitter” era ancorata a una decina di metri dalla riva, e tutte le fate stavano osservando con curiosità la spiaggia e la vegetazione retrostante. «Dove sono Frank e Thomas?» domandò.

«Non lo sappiamo… hanno lasciato questi» disse una fatina porgendole una carta geografica e un biglietto scritto a penna.

«“La vostra compagna Altea ci aveva messo in guardia su di voi… Il Comandante non vuole che le facciate del male”» lesse Fata delle Querce in preda a un’ira crescente. «“Per questo vi ha convinte a costruire una nave da zero, invece di affidarvene una già pronta… e per questo ci ha ordinato di far perdere le nostre tracce non appena raggiunta la Carolina del Nord, e di non offrirvi alcuna collaborazione… Vi lasciamo una mappa affinché possiate orizzontarvi nel continente americano… Buona fortuna”… Maledetti!» gridò facendo a pezzi il foglio. «Sapevo che non potevamo fidarci degli Humoidi… dovremo sterminarli tutti, uno a uno… Ma prima» esclamò rivolta alle sue accolite, «troveremo Fata delle Rose, la traditrice, e la uccideremo!»

«Ma Regina…» mormorò una piccola creatura, «noi abbiamo lavorato insieme agli umani… loro non sono cattivi come credevamo… forse Fata delle Rose aveva ragione a…»

«Silenzio!» la tacitò la Regina con un’occhiataccia. «Gli Humoidi sono i nostri nemici… è sempre stato così, e sarà sempre così! Del resto» continuò indicando i frammenti del biglietto sparsi sulla rena, «se non fossero nostri avversari, non ci avrebbero abbandonato in questo luogo sconosciuto! Noi abbiamo dato loro fiducia, ed ecco come siamo state ripagate! Ma questo non accadrà più, avete capito?»

«Sì, Regina! A morte Fata delle Rose! A morte gli Humoidi!» gridarono in coro tutte le fatine… tutte tranne Pina e Alna. «E come pensi di trovare Fata delle Rose, Maestà?» domandò ironica quest’ultima. «Non c’è nessuno a cui chiedere informazioni, qui intorno…»

«Adesso lo vedremo» rispose Oaky chiudendo gli occhi e concentrandosi. Duecentocinquanta anni prima aveva imparato a entrare di soppiatto nei computers degli umani; forse, se quel territorio era attraversato da una rete satellitare, avrebbe potuto… Trovata!, esultò silenziosamente; superò, uno dopo l’altro, i sistemi di sicurezza posti a difesa del server e lanciò una query avente per oggetti “grande foresta”, “grande albero” e “ovest”. In due microsecondi le pervenne la risposta: «In California… dobbiamo andare in California» esclamò indicando loro un punto preciso sulla mappa. «È lì la grande foresta, è lì il grande albero… lì troveremo Fata delle Rose. Volando a piena velocità, impiegheremo solo cinque o sei giorni per arrivarci… Andiamo, dunque: siete con me?»

«Sììììì! Sì, Regina! Siamo tutte con te!» risposero all’unisono dieci fatine. Alna si rivolse a Pina sussurrandole all’orecchio: «Stanotte, o mai più»

«Va bene» confermò Fata dei Pini.

 

***

17 maggio, Buenos Aires, capitale dell’Unione Panamericana

Il Presidente Andrew Jefferson III rilesse per l’ennesima volta il cablo. «Siete sicuri?» chiese al suo vice.

«Sicurissimi» replicò il Vicepresidente Steve Banner. «Venti minuti fa Globalnet ha subìto un attacco hacker che i nostri software non sono riusciti a parare… credi siano stati i russi?» domandò preoccupato.

«Non hanno la tecnologia necessaria» riprese il Commander in Chief dell’Unione Panamericana. «Almeno conosciamo il punto d’ingresso?»

«Sulla costa della Carolina del Nord» fece l’altro porgendogli le coordinate.

«Avvertite quelli di Dallas» ordinò il Presidente. «Che mandino pattuglie in avanscoperta»

 

***

 

Notte del 17 maggio, Tennessee

Fata degli Ontani e Fata dei Pini si avvicinarono silenziosamente al luogo ove la loro regina dormiva, in disparte, come sua abitudine. Perdonami, sorella mia, pregò Alna nel suo cuore; poi sollevò una grossa pietra con i suoi poteri telecinetici e la fece ricadere sul corpicino inerme, mentre Pina creava una barriera fonica per impedire alle altre fate di accorgersi di quanto stava accadendo. «È… morta?» singhiozzò poi.

«Lo vedremo subito» replicò la sua amica. Sollevò il sasso, guardò… e si accorse di non aver schiacciato Fata delle Querce, ma un pupazzo con le sue sembianze!

«Così vi siete scoperte, traditrici» esclamò la Regina alle loro spalle, e prima che le due potessero reagire si trovarono avvinte da robuste corde fatte di rampicanti.

«Avete tentato di uccidere la vostra regina… e per questo morirete» sentenziò spietata Oaky. «Ma prima… prima toccherà a Fata delle Rose!»

 

***

 

19 maggio, Arkansas

«Fermi dove siete!» gridò il marine puntando il fucile laser contro i tre uomini. «Tu, perquisiscili!» ordinò a una recluta, la quale rimase di stucco vedendo che la “bambolina” sulla spalla di uno degli aliens era viva. «Niente armi da fuoco, niente apparecchiature elettroniche, signore» enunciò il giovane soldato dopo un’accurata ispezione «e nulla di sospetto, a parte… questa creatura…»

«Portiamoli alla base… e voi non tentate sciocchezze!» intimò il comandante.

«Ehi, Mark, non vorrai mica che ci mettano in gabbia?» sussurrò John Huysmans al suo amico. «Altea potrebbe sconfiggerli in un sol colpo…»

«Noi non conosciamo questo Paese» replicò Mark Fischer. «Più informazioni riusciremo a ottenere, meglio sarà»

 

***

 

20 maggio, base militare di Dallas

La sala comando era affollata di tecnici informatici e inservienti. Su una parete campeggiava lo stendardo dell’Unione: una carta del continente americano dall’Artico alla Patagonia, con al centro un grande triangolo sormontato da un occhio e il motto “Annuit Coeptis – Novus Ordo Seclorum”. «Così, il Nordamerica è praticamente deserto» commentò Mark.

«Precisamente» rispose il generale Foster Grooves, comandante della base. «Dopo che la Guerra Totale ha sterminato duecento milioni di americani abbiamo concentrato la popolazione superstite nell’emisfero meridionale, al di fuori della portata dei missili eurasiatici; abbiamo disboscato l’Amazzonia, creando al suo posto una catena di megalopoli, e grazie alle risorse naturali e alla tecnologia riusciamo ad assicurare una vita dignitosa ai nostri concittadini» concluse orgoglioso.

«Però continuate a esercitarvi nell’arte della guerra» osservò Altea. «Le nostre maestre ci hanno insegnato a riconoscere le vostre armi, e voi ne avete molte qui, e potenti… non siete ancora stanchi di combattere?»

«Le nostre armi sono la garanzia della nostra libertà» replicò l’ufficiale. «Dio ha creato gli uomini liberi, ma una libertà disarmata è una libertà che qualunque prepotente può calpestare»

«È vero» mormorò tristemente la piccola creatura, ricordando l’assalto dei briganti al villaggio che lei stessa aveva respinto grazie ai suoi poteri.

«Generale, siamo collegati con la Nuova Casa Bianca» annunciò l’addetto alle comunicazioni mentre sul maxischermo compariva l’immagine di Andrew Jefferson.

«Signor Presidente, questi sono gli stranieri trovati ieri mattina in una foresta dell’Arkansas» spiegò il generale presentandoli. «Hanno detto di essere, rispettivamente, due inglesi di Lydbrook e un irlandese di Belfast… e poi c’è lei…» fece indicando la fatina.

Sul volto del Presidente si disegnò una maschera di assoluta sorpresa. «Avvicinati, e togliti quello straccio» disse a Fata delle Rose con un cenno. «Non voglio farti nulla di male… solo vederti meglio». Altea si avvicinò allo schermò e si tolse il mantello.

«Tu… tu sei Glitter! Sei tale e quale ti descrivono i rapporti della vecchia CIA…» esclamò l’uomo.

«Glitter è morta cinquant’anni fa» spiegò la piccola creatura. «Io sono sua figlia»

«Mi dispiace…» farfugliò il Presidente imbarazzato. «Perché siete venuti nel nostro Paese?» domandò poi ai tre uomini.

«Signor Presidente» spiegò Mark, «stiamo accompagnando questa fatina in una missione della massima importanza, per la sopravvivenza del genere umano in Inghilterra e, a lungo termine, in tutto il mondo»; e raccontò in maniera succinta tutti gli avvenimenti accaduti nelle ultime quattro settimane. «Dobbiamo trovare il grande albero nella grande foresta, là ove il sole dorme… potreste aiutarci?» concluse.

Il Presidente scambiò un’occhiata con il generale. «Così sostenete che una squadriglia di fate assassine vi sta inseguendo… dico bene, signor Fischer?»

«Proprio così, signore» confermò lui. «Per questo dobbiamo andar via di qui al più presto… anche per non mettere in pericolo i vostri uomini»

«I miei uomini non hanno paura di niente» ridacchiò Grooves.

«uattroQuattroTre TreTreTre giorni fa il nostro sistema informatico è stato violato» li informò Jefferson. «L’hacking è partito dalla costa della Carolina del Nord. Le nostre pattuglie hanno trovato una nave alla fonda, vuota, e due marinai che hanno dichiarato sotto giuramento di aver condotto fin lì un gruppo di piccole fate arroganti dai grandi poteri… Credo possa esservi utile sapere quali informazioni hanno carpito dai nostri database»

Prese un foglio di carta e lo lesse: «L’albero più grande del mondo è una sequoia chiamata “Generale Sherman”, dal nome dell’eroe della Guerra di Secessione… è alta 84 metri, pesa 5.445 tonnellate, ha una circonferenza alla base di ben 31 metri, e un’età di circa tremila anni…»

«È il grande albero! È lui, ne sono sicura!» esclamò Altea piena di entusiasmo. «Dov’è? Dov’è? La prego, ce lo dica!» supplicò.

«In California, nel Sequoia National Park» rispose asciutto il Presidente.

«La California… là ove il sole dorme! È lì che dobbiamo andare!» confermò il giovane Ron. «Ci lasci proseguire il nostro viaggio» chiese Mark.

«Farò di meglio… Generale, prepari un convoglio veloce e una scorta» ordinò Jefferson.

«Sissignore» esclamò il generale mettendosi sull’attenti; poi si rivolse a Mark: «Partiremo domani»

«La ringrazio» fece lui stringendo la mano del militare.

 

***

 

21 maggio, base militare di Astana

«Il Gigadroide è operativo al cento per cento» annunciò il generale Ruzkhov al suo Autocrate.

«Bene» rispose Vassili Voronin avviandosi all’hangar. «Partirò subito»

«Ehi, aspetta! Non t’importa di quello che sta succedendo?» lo apostrofò l’altro. «La Cina è ormai fuori dal nostro controllo, e la rivolta si è estesa a macchia d’olio verso ovest; se te ne vai ora, i soldati perderanno fiducia e…»

«Ho cose ben più importanti di cui occuparmi» replicò il despota di Eurasia.

«Allora portami con te!» lo supplicò Ruzkhov afferrandolo per un braccio. «Se crolla tutto, non voglio rimanere sotto le mac…» ma sulla sua uniforme si allargò una macchia rossa; un istante dopo si accasciò, morto.

«Mi dispiace, amico» mormorò Voronin rinfoderando il pugnale, «ma questo mondo può avere una sola divinità»

 

 

Capitolo XI: Rendez-vous

Anno 2265 d.C., 21 maggio, ore 20.23 locali

Base militare di Dallas

«Signore, abbiamo dieci… no, tredici piccoli oggetti in avvicinamento da est!» annunciò concitato l’addetto al radar.

Saranno droni esplosivi?, si domandò il generale Grooves. «Contatto visivo!» ordinò. Sul maxischermo comparvero le sembianze di tredici piccole fate; due di esse erano legate come salami con fili d’edera, e venivano trasportate inerti dalle altre. «Per la barba di mia nonna!» imprecò l’alto ufficiale. «Suonate l’allarme» abbaiò, «e preparate i missili al lancio»

Fata delle Querce pregustava già la vendetta; all’inizio quelle due cospiratrici avevano rallentato notevolmente il loro volo, ma adesso che le aveva messe a nanna… Si ridestò dai suoi sogni a occhi aperti udendo la sirena d’allarme: dalla base che stavano sorvolando, quattro missili anti-aereo si innalzarono verso di loro.

«Scansatevi!» avvertì le sue sorelle, mentre Pina e Alna venivano sballottate da una parte all’altra; i missili passarono oltre, poi Oaky fece un gesto e gli ordigni invertirono la rotta. «Adesso vi faccio vedere io!» gridò rivolta agli umani là sotto. I missili caddero sugli edifici e sulle infrastrutture del complesso militare, provocando alcuni morti e molti feriti. «Cessate il fuoco» ordinò Grooves trasecolato, «e avvertite il convoglio»

«Passo e chiudo» mormorò l’addetto alla radio, poi si rivolse al suo capitano: «Una squadriglia di fate ha attaccato la nostra base, signore… sì, hanno detto proprio fate… ci sono stati molti danni, trenta feriti e… due vittime…»

«È Fata delle Querce! Ci sta inseguendo!» esclamò Altea.

«Non preoccuparti, non le permetteremo di farti del male» tentò di tranquillizzarla Mark. «Puoi starne certa, ti difenderemo a costo della vita!» confermarono insieme John e Ron.

«Vi ringrazio, amici miei» mormorò la fatina risolutamente, «ma spetta a me affrontarla»

 

***

 

22 maggio, ore 19.17 locali

Inghilterra, Foresta di Dean

«Che noia» sospirò la Cacciatrice. Era trascorso quasi un mese dalla Grande Prova fallita, e gli Humoidi non avevano fatto il benché minimo tentativo di attaccare il Popolo delle Fate… All’improvviso si udì un rombo, come di mille tuoni; alzò gli occhi e vide un gigante di ferro, enorme, che scese in verticale e si posò nel mezzo della foresta. «Ora mi prenderò la mia vendetta» ringhiò una voce dalla cabina di pilotaggio, mentre centinaia di piccole creature fuggivano terrorizzate.

«Non scappate, sorelle! Ricordate quel che ci ha insegnato la nostra Regina!» le incoraggiò Fata dei Larici. «Noi siamo più forti degli Humoidi! Se lei ha sconfitto un mostro simile, possiamo farlo anche noi!» esclamò partendo all’attacco. Tentò di afferrare un braccio del mostro per metterlo al tappeto, ma nel toccarlo fu colpita da una potente scarica elettrica e cadde al suolo stremata.

Voronin catturò una fatina e prese a tirarla da capo a piedi. «Aaaahhhh! Fata dei Larici, aiutami!» gridò la piccola creatura sottoposta a quella dolorosa sollecitazione. «Rispondi alle mie domande, o la spezzo in due!» minacciò l’umano rivolto alla Cacciatrice.

La fata batté i pugni in terra per la rabbia e l’umiliazione. «Va bene, parlerò, ma lasciala stare!» esclamò poi. «Cosa vuoi sapere?»

Voronin allentò la presa solo di poco. «Dov’è colei che chiamate Oaky, o Fata delle Querce? Dimmelo!» ruggì.

«È andata all’inseguimento di una traditrice, in un villaggio a nord-ovest da qui» mormorò Fata dei Larici dopo una breve esitazione, «ma è partita da quasi un mese… non so dove sia ora…»

«Mille grazie» rise beffardo l’Autocrate, gettando via la fatina come una scarpa vecchia e incamminandosi a passi veloci verso Lydbrook.

«Un mostro! Un mostro!» gridarono gli umani quando lo videro. Magda e Tim presero a correre con gli altri, ma la donna dovette fermarsi con il fiato corto. «Mamma!» gridò il bambino tornando indietro, ma due dita del Gigadroide lo afferrarono per la collottola. «Lasciami andare, brutto cattivo!» strillò lui con tutte le sue forze.

«Dimmi dov’è Fata delle Querce, o lo uccido!» latrò Voronin alla madre. «Non lo so, non lo so!» gemette lei.

«Io lo so» intervenne Alois Nathanson. «Lascialo andare e ti dirò tutto»

«D’accordo» fece compiaciuto il tiranno. «Comincia»

L’anziano raccontò tutto: dall’arrivo di Fata delle Rose alla vittoria contro le assalitrici, fino alla Madre delle Fate e alla Fonte della Rigenerazione. Quando ebbe finito, Voronin posò a terra il piccolo Tim, che si rifugiò subito tra le braccia della mamma. «Un grande albero, in una grande foresta, negli Stati Uniti occidentali… Sì, ora so dov’è!» esclamò il despota di Eurasia dopo aver consultato il proprio database. «Ancora dodici ore di viaggio, e sarò immortale… mentre la tua vita finisce qui, vecchio!» esclamò afferrandolo con una mano gigantesca.

«No!» gridò Magda. Il Gigadroide strinse il pugno, e il corpo di Alois Nathanson cadde al suolo tranciato in due.

«Tortura, terrore e morte: questa è la legge di Vassili il Supremo!» sghignazzò l’Autocrate riprendendo il volo.

In quel momento giunse uno sciame di piccole creature guidato da Fata dei Larici. «Cosa facciamo, Cacciatrice?» domandò angosciata una fata davanti a quella carneficina.

Fata dei Larici stava appena iniziando a riprendersi dallo shock subìto. «Curate i feriti, umani e fate…» mormorò.

«A-anche gli Humoidi?» la interrogò l’altra, incerta sul da farsi.

«Sei forse sorda?» gridò la Cacciatrice. «Curate tutti i feriti, senza guardare se siano fate o umani! Muovetevi!»

A notte fonda Magda Fischer, esausta, la ringraziò a nome di tutti: «Abbiamo avuto molti morti…» riconobbe con le lacrime agli occhi, «ma se non fosse stato per il vostro aiuto, le vittime sarebbero state ben più numerose… Grazie» e tese la mano alla piccola creatura.

«I nemici dei nostri nemici sono nostri amici» si schermì Fata dei Larici sorridendo.

 

***

 

23 maggio, ore 16.42 locali

Confine New Mexico-Arizona

«Quella creatura non fa che dormire… cos’è, la sua specialità?» ridacchiò il sergente.

«Non prendetela in giro! Lei ha salvato la vita a mia madre e al mio fratellino!» replicò irato Ron.

«La specialità di Altea è soccorrere gli umani» aggiunse Mark Fischer. «Chi tocca lei, tocca tutti noi, capito?»

«Ben detto!» esclamò il vecchio John Huysmans; poi aggiunse intenerito: «Altea è dolce, gentile e si fa in quattro per aiutare chi è nel bisogno… sì, è davvero una Buona Samaritana» concluse.

«Come volete». Il sergente si accoccolò sul sedile calandosi la visiera sugli occhi. «Arrivo previsto fra sette ore»

 

***

 

23 maggio, ore 22.30 locali

Base militare di Dallas

Il generale Grooves stava ancora compiendo il censimento dei danni subìti due giorni prima quando ricevette un’allerta dal PANAD, il Comando di Difesa Aerospaziale Panamericano: un droide da combattimento di dimensioni straordinarie era penetrato nello spazio aereo continentale. «Con la base ridotta in questo stato non possiamo far niente» sbuffò. «Segnalate velocità e direzione alla Nuova Casa Bianca… e che il Cielo ci aiuti!»

«Ho due notizie, signor Presidente: una buona e l’altra pessima» annunciò il Vicepresidente Banner entrando trafelato nello Studio Ovale.

«Prima la buona» lo invitò il Presidente.

«Secondo i nostri “osservatori”, rivolte sanguinose sono in corso in tutta l’Eurasia: Cina, India, Medio Oriente, Europa… ovunque la popolazione si solleva contro il regime; l’esercito si è unito ai rivoltosi, e i lacchè dell’ormai ex-Autocrate Vassili Voronin vengono uccisi sommariamente! Le notizie che ricevevamo da anni sul malcontento causato dalla carestia e dalle vessazioni subìte si sono rivelate esatte, finalmente!» esultò il primo.

«Dovremo intervenire rapidamente, per evitare che il loro arsenale nucleare cada nelle mani di qualche fanatico» osservò Jefferson. «Disponi l’invio immediato delle squadre speciali»

«Già fatto» lo rassicurò serafico il Vicepresidente. «Non mi hai scelto solo perché sono bravo a firmare scartoffie»

«Bene… molto bene». Il Presidente si rilassò sulla poltrona e tirò un lungo sospiro di sollievo; poi domandò: «E la notizia pessima?»

«Voronin ha lasciato l’Eurasia a bordo di un Megadroide grande il triplo dei modelli sinora conosciuti» rispose sconfortato Banner. «Quelli di Dallas ci hanno segnalato il suo passaggio mezz’ora fa… sembra sia diretto verso la California»

«Cooosa? E me lo dici adesso?» urlò Jefferson scattando in piedi. «Fa’ alzare in volo i bombardieri strategici… e passa a Defcon 1!»

 

***

23 maggio, ore 23.15 locali

California, Sequoia National Park

«Siamo arrivati» annunciò il sergente fermando il veicolo. «Ecco il vostro grande albero»

«Uao! È davvero grande!» esclamò Altea.

«Hai detto che la Madre delle Fate si trova qui sotto» le ricordò Mark Fischer, «perciò adesso dovremmo trovare un passaggio sotterraneo… ma io non ne vedo»

«Proverò ad “ascoltare” il sottosuolo» replicò la fatina; chiuse gli occhi, mosse le braccia a destra e a sinistra come due antenne, poi annunciò: «C’è una grande caverna sotto le radici… adesso aprirò un’entrata». Si concentrò, e una grande zolla di terra si ridusse in polvere, rivelando un abisso che neppure le torce dei soldati riuscivano a illuminare. «È profondo circa duecento piedi» li informò Fata delle Rose.

«Duecento piedi? Allora forse ce la facciamo a calarvi giù» disse speranzoso il capitano. «Preparate il verricello!» ordinò.

Dopo pochi minuti Mark, John e il giovane Ron discesero nella caverna assicurati con delle imbragature a un lungo cavo d’acciaio, mentre Altea li precedeva fendendo l’oscurità con il brillìo delle sue ali. Quando i tre umani furono giunti sul fondo, si liberarono e si guardarono intorno.

«Adesso farò un po’ di luce» disse la piccola creatura, e subito le pareti della caverna iniziarono a risplendere.

«Dove sarà la Madre delle Fate?» si domandò John Huysmans grattandosi il cranio.

«Un problema alla volta» rispose Altea. «Adesso devo occuparmi di Fata delle Querce… stanno arrivando, nascondetevi»

 

***

 

Proprio in quel momento la squadriglia delle fate giunse al di sopra del grande albero. «Ci sono gli Humoidi!» avvertì una di esse.

«Ignorateli» replicò Oaky. «Entriamo qui dentro!» e tutte dietro lei scesero nella caverna. Le accolse una voce familiare: «Ti aspettavo, Regina… e anche voi, sorelle mie»

«Fata delle Rose, sei viva!» strillarono in coro Fata dei Pini e Fata degli Ontani.

«Così finalmente hai smesso di nasconderti, piccola ribelle» la apostrofò Oaky. «Il mio nome è Altea» la corresse la fatina.

«Muori!» gridò l’altra scagliandole contro un fulmine, ma Altea deviò la saetta senza sforzo. «Non puoi sconfiggermi» disse. «La Madre delle Fate mi darà forza sufficiente per resisterti»

«Non esiste una Madre delle Fate!» urlò Fata delle Querce lanciandole contro una fiamma che si spense a contatto con la pelle candida dell’avversaria. «È assurdo… io dovrei essere la fata più potente dell’Universo…» mormorò incredula scuotendo il capo.

«Io conosco la tua pena segreta, Oaky» insistette Altea, «e sono qui per guarirti»

«Non chiamarmi con quel nome!» strillò furibonda la Regina, poi si rivolse al suo seguito: «Colpiamola, colpiamola tutte insieme!». Un oceano di fuoco, acqua e fulmini si abbatté su Fata delle Rose, ma fu respinto al mittente da un immane campo di forza.

Quando le assalitrici giacquero al suolo tramortite, Altea si avvicinò lentamente a Oaky. «Adesso ti aiuterò a veder chiaro dentro di te» le disse con voce dolce e ferma allo stesso tempo.

«No! No, ti prego, sta’ lontana!» urlò Fata delle Querce indietreggiando. «Sta’ lontana da me!»

«Guarda in faccia la verità» le ordinò la fatina prendendole entrambe le mani con le proprie: l’energia vitale della Fata Regina passò attraverso il corpo di Altea, ritornò su se stessa, e Oaky vide… rivide, come in uno specchio, i momenti felici che aveva trascorso in compagnia dell’agente dell’MI6 Danny Josephson; avvertì nuovamente la fitta di gelosia che aveva provato quando lo aveva scoperto a letto con una donna umana; rivisse ancora una volta lo strazio per la sua morte, il senso di colpa che da allora l’aveva divorata… e per la prima volta dopo duecentocinquanta anni pianse davanti alle sue sorelle, versando tutte le lacrime che aveva nascosto fino a quel momento.

«Così è questa la ferita che infettava la tua anima» le disse Fata delle Rose con tristezza. «Hai accusato te stessa per la morte dell’uomo che amavi, e per tacitare la tua coscienza hai gettato la colpa su tutto il genere umano»

«Sì» mormorò inconsolabile Fata delle Querce. «Dopo la morte di Glitter, ho creduto che il suo lascito mi autorizzasse a scatenarmi senza freni… Perseguitare gli umani era l’unico modo per non soffrire; ma il rimorso mi assaliva in ogni momento di solitudine, e per non sentirlo sono divenuta sempre più crudele, sempre più spietata… Ma più di tutto mi faceva impazzire la certezza che mai, mai avrei potuto rivedere il mio Danny, neppure in un’altra vita… perché io sono immortale, sono condannata a vivere per sempre rendendo male per male…»

«Niente a questo mondo è per sempre, Fata delle Querce» proclamò una voce potente, che ciascuno udì nella propria lingua nativa.

Tutti si voltarono a guardarla: una fata di nobile aspetto, vestita di una splendida tunica viola, sedeva su un alto trono; sul capo portava una corona d’oro, e nella mano destra reggeva uno scettro, formato da una lunga asta di bronzo avvolta in spire d’edera, che culminava in un globo azzurro e alato. «Madre delle Fate, sei proprio tu!» esclamò Altea piena di gioia, mentre fate e umani assistevano stralunati.

«Il mio peccato è inescusabile, o Madre» implorò Oaky. «Se puoi, ti prego, fammi morire, e liberami dalle mie sofferenze!»

«Le fate muoiono quando sono pronte a generare nuova vita» rispose la Madre delle Fate. «Bagna il tuo corpo nella Fonte della Rigenerazione, e ritrova la fecondità perduta!»

Così dicendo alzò lo scettro, e un angolo della caverna rimasto fino ad allora oscuro si illuminò a giorno: una fonte di acqua limpida e purissima sgorgava dalla roccia, precipitando in una cascata alta dieci metri e formando un piccolo lago profondo una cinquantina. «Le acque di questa sorgente possono sanare qualsiasi ferita una fata abbia sofferto, sia nel corpo che nell’anima» soggiunse la Madre. «Immergiti, dunque: hai il mio permesso!»

«Posso… posso davvero?» chiese titubante Fata delle Querce.

«Sì» rispose la matriarca. «Sì» confermarono Fata delle Rose e le altre piccole creature.

Oaky si avviò a passi lenti verso la Fonte, esitante. Quando giunse sulla riva del laghetto, si fermò per un momento; poi avanzò nell’acqua, si immerse per un lunghissimo minuto… e quando riemerse, sentì immediatamente che dentro di lei nuove spore avevano preso a germinare. «Sono guarita… sono guarita» mormorò versando, questa volta, lacrime di felicità.

«Sì, sei guarita» confermò la Madre delle Fate. «Le spore ora contenute nel tuo corpo matureranno molto lentamente, com’è legge per noi fate, e quando chiuderai gli occhi per sempre, da una di esse nascerà una nuova Fata delle Querce. Ti restano circa centocinquanta anni da vivere… godili pienamente» concluse con dolcezza.

«Avrò una discendenza! Non sarò l’ultima della mia specie! Grazie, o Madre, per avermi guarita… e grazie a te, Altea, per avermi aperto gli occhi!» esclamò Fata delle Querce abbracciandola.

«Non sei più in collera con me?» le domandò questa.

«In collera? Certo che no! E non sono in collera neppure con voi, Alna, Pina… anzi, sono io a chiedervi perdono» rispose Oaky mentre le piccole creature liberavano Fata dei Pini e Fata degli Ontani.

«È finito… finalmente l’incubo è finito!» esultarono tutte le fatine. «Non dovremo più addestrarci per far guerra agli umani…»

«Mi dispiace per voi, ma non è ancora finita» le ammonì la Madre delle Fate. «C’è ancora un ultimo nemico da sconfiggere»

 

***

 

Mentre le fatine si chiedevano cosa volesse dire la Madre con quelle parole, un enorme robot da combattimento atterrò davanti al grande albero e lo sradicò, gettandolo via come uno stuzzicadenti; poi colpì il suolo con un pugno colossale facendo crollare il soffitto della caverna, mentre Oaky, Altea e le altre fate creavano uno scudo energetico per proteggere se stesse e gli umani dalle macerie. Il Gigadroide balzò sul fondo della grotta e Oaky si lanciò all’attacco, ma solo per essere respinta da un campo di forza. «È troppo potente anche per me» ansimò.

«Il suo punto debole sono i piedi» intuì Fata delle Rose. «Lì il campo di forza non arriva… Ci penso io!» Protese le braccia, e radici spuntarono dal pavimento della caverna avviluppando le gambe del mostro meccanico, che oscillò per alcuni secondi e infine crollò al suolo con fragore, nel tripudio di tutti i presenti.

Vassili Voronin scese dal Gigadroide brandendo un fucile laser. «Sei tu la Madre delle Fate?» chiese iroso in russo, puntando l’arma prima contro le fatine, poi contro gli umani. «Dimmi dov’è la sorgente della vita eterna, o uccido tutti!»

«La Fonte è là, davanti a te» rispose la Madre delle Fate indicandola col dito. «Puoi immergerti in essa, se vuoi… ma sappi che il dono della rigenerazione non è stato riservato agli esseri umani»

«Questo lo dici tu» replicò il malvagio gettando il fucile e dirigendosi a grandi passi verso la sorgente; Mark fece per fermarlo, ma la Madre delle Fate lo prevenne con un cenno.

Mentre avanzava, Voronin si tolse la giubba e la camicia, si sfilò stivali e calzoni e perfino le mutande. «Voglio bagnare ogni centimetro quadrato del mio corpo in quest’acqua benedetta» grugnì; poi si tuffò con stile perfetto, rimase sotto il pelo dell’acqua per una decina di secondi, e ne riemerse con un grido inumano. «Aaaahhhh! Brucia! Bruciaaa!»

«Dobbiamo aiutarlo!» esclamò sconvolta Fata delle Querce levandosi in volo, seguita da Altea e da tutte le altre. Si avvicinò all’uomo che ancora urlava e tentò di afferrarlo per un braccio, ma questi le allungò un manrovescio che la fece caracollare.

«Usiamo la telecinesi! Presto!» incitò le compagne; ma mentre lo tiravano fuori, una fiamma verdastra lo avvolse completamente, consumando prima la sua carne, poi le ossa, finché l’Autocrate di Eurasia non fu che polvere.

«Mio Dio» gemette Oaky, «mio Dio, perché gli è accaduto questo? Io mi sono immersa e sono stata sanata, lui invece…»

«Quest’acqua contiene quantità tali di zolfo, cloro, potassio e metalli pesanti, da essere benefica e salutare per una fata, ma corrosiva e letale per un essere umano» spiegò la Madre delle Fate. «Io l’ho ammonito che il dono dell’immortalità non era stato riservato alla vostra stirpe» aggiunse rivolta agli umani anch’essi attoniti, «ma egli ha preferito ascoltare la voce della sua ambizione, e la sua ambizione lo ha perduto. Pregate per la sua anima, è tutto ciò che potete fare per lui». E così fecero, insieme, uomini e fate.

 

 

Capitolo XII: Aurora

Anno 2265 d.C., 24 maggio, poco prima dell’alba

California, Sequoia National Park

«Ti ringrazio di tutto quel che hai fatto per noi, Madre delle Fate» mormorò commossa Fata delle Querce. «Non solo mi hai ridonato la fecondità, ma hai guarito il mio cuore dall’odio… Non ci sarà più guerra tra le fate e gli umani, lo giuro sulla mia vita!» esclamò.

«Non ci sarà più guerra neppure tra noi umani» promise Mark con la destra sul petto. «Abbiamo compreso la lezione: non ci saranno più gruppi contro gruppi, nazioni contro nazioni. Diventeremo un solo popolo; ricostruiremo città, strade, acquedotti, ospedali, e tutto ciò che serve per una vita decente… e stavolta non ci saranno più Stati ricchi e Stati poveri, Stati dominanti e Stati vassalli. Ci saranno pane, libertà e giustizia per tutti!»

«E noi vi aiuteremo» assicurò Oaky. «E quando torneremo nella nostra foresta, non sarà per chiudercisi dentro come in una fortezza, ma per…»

«Gli umani torneranno alle loro case» la interruppe la Madre, «e voi fate tornerete nella vostra foresta, ma non tutte farete ritorno»

«Cooosa?» gridarono in coro Fata delle Querce e le altre… tutte tranne Altea.

«Io non sono la prima Madre delle Fate ad aver vissuto su questo pianeta» spiegò la matriarca. «Da quando la Terra era informe e deserta, e le prime specie vegetali nuotavano nelle profondità dei mari, da allora innumerevoli prima di me hanno mantenuto integri Equilibrio e Ordine affinché la vita potesse prosperare ed evolversi… e quando eventi catastrofici come l’eruzione di un megavulcano, la frattura dei continenti o l’impatto di un asteroide hanno seminato morte e distruzione, ciascuna di esse ha fatto ciò che sto per fare io ora: liberare in un sol colpo l’energia accumulata nel proprio corpo in una vita plurimillenaria, per ridare forma al mondo a prezzo della propria morte»

All’udir ciò, tutti rimasero raggelati. «Vuoi dire che ti sacrificherai… per risanare la Terra?» domandò Mark.

«Per questo sono stata chiamata da chi ha occupato questo trono prima di me» proclamò solennemente la Madre delle Fate. «Ma il trono non potrà rimanere vuoto… Per questo ti ho convocata, Altea, figlia mia»

«Altea?» gemette Fata delle Querce con un nodo alla gola. «Che c’entra lei?»

«Io ti ho scelto prima che tu nascessi» proseguì la Madre rivolta alla fatina dai capelli d’oro, «e ti ho prescritto di conservarti pura dall’odio e dal sangue, e di crescere forte e buona, affinché potessi giungere fino a questo momento, e prendere il mio posto, se lo vorrai, diventando la nuova Madre delle Fate per i millenni a venire»

«No!» gridò Oaky con tutto il fiato che aveva in corpo. «Non è giusto! Lei deve tornare con noi, nella sua foresta! Abbiamo tante colpe per cui chiederle perdono, tanti fiori da raccogliere nei prati, tanti anni da trascorrere in giochi e feste fra noi e con gli umani… Non può restare chiusa per tutta la vita in questa prigione… non è giusto…» singhiozzò.

«Madre delle Fate» implorò Mark facendo un passo avanti, «io sono solo un umano, ma ti prego di ascoltarmi! Altea è stata buona con noi: ha curato le nostre malattie, ci ha difeso dai briganti, ha favorito la riconciliazione tra umani e fate… non puoi lasciare che resti fra noi? In fondo, bene o male, questo mondo è sopravvissuto anche alla Guerra Totale; ci sono regioni ridotte a deserti inabitabili, certo, ma ci sono anche luoghi dove la vita scorre tranquillamente… Tu hai conservato l’equilibrio di questo pianeta per cinquanta anni, non puoi continuare a farlo ancora?»

«Dopo la Guerra Totale l’Equilibrio di questo mondo è divenuto instabile» sentenziò la Madre delle Fate: «terremoti, eruzioni e cambiamenti climatici si susseguono senza sosta. Perfino adesso, mentre parlo con voi, le mie forze sono impegnate a far sì che la Morte non stenda il suo sudario su questo pianeta… e anche così non posso impedire che esso scivoli lentamente, come su un piano inclinato, verso il Nulla. L’alternativa è: rimettere tutto a posto adesso, oppure lasciare che tutto crolli fra cento o mille anni. Ma la scelta spetta ad Altea, e a lei sola» concluse.

Tutti si volsero verso di lei. Fata delle Rose rimase in piedi, a occhi chiusi e con le mani congiunte, per un tempo che parve loro interminabile. Infine aprì i suoi splendidi occhi verdi e disse con voce decisa: «Accetto la chiamata, Madre»

«Altea!» gridò Oaky abbracciandola e scoppiando in un pianto dirotto; anche gli altri piangevano come bambini. «Perdonami… perdonami…» la implorò.

Lei terse le lacrime della sua regina con un dito e le sorrise: «Io ti ho già perdonato, Oaky… ti ho perdonato tutto il male che mi hai fatto, fin da subito, perché sapevo che mentre mi infliggevi dolori e umiliazioni, tu soffrivi più di me… E anche a voi, sorelle mie, ho perdonato tutto» disse rivolta alle altre fatine affrante, «perché credevate di agire bene, per obbedire alla nostra Regina, per difendere il nostro popolo e la nostra casa… Da molto tempo avevo intuito che questo era il mio destino…»

«Ma…» tentò ancora di dissuaderla Fata delle Querce.

«Alna, tu hai detto una volta che la vita di una fata non ha senso, se non per dare origine a un’altra fata» continuò Altea rivolgendosi a Fata degli Ontani. «Ebbene, ora ho compreso ciò che volevi dire: la vita ha senso solo se donata... Non siate tristi per me, perché io userò la mia vita e la mia morte, quando sarà il momento, per dare vita non solo alle fate, ma anche agli umani, alle piante, agli animali, al mondo intero! La mia vita avrà un senso, perché io la trasformerò in un dono per tutti… Addio, Oaky, mia sorella, regina e amica» concluse con gli occhi gonfi di pianto.

«Se questo è il tuo destino» mormorò Fata delle Querce, «pregherò affinché tu abbia la forza di compierlo sino in fondo» e la abbracciò un’ultima volta prima di separarsi da lei. Allo stesso modo la salutarono tutte le sue sorelle: «Ricorderemo sempre il tuo coraggio» promisero, «e parleremo di te alle nuove nate, di generazione in generazione, per sempre»

«Grazie di tutto, amici cari» disse commossa agli umani la bionda fatina. «Mark, saluta per me tua moglie, e il piccolo Tim, e il bambino che nascerà… Mio caro John, porterò sempre con me il ricordo del tuo buon cuore, e del tuo tabacco da pipa… Addio anche a te, Ron, addio a tutti» e salì gli scalini fino a porsi davanti al trono.

«Altea, Fata delle Rose» domandò la Madre, «prometti tu di assumere il titolo di nuova Madre delle Fate, quando la mia vita sarà conclusa?»

«Lo prometto» rispose lei.

«Prometti tu di restare in questo luogo, abbeverandoti alla Fonte della Rigenerazione e usando tutte le tue forze per conservare l’equilibrio di questo mondo, fin quando ti sarà concesso di vivere?»

«Lo prometto» rispose ancora.

«E prometti tu anche», e qui la voce della Madre si incrinò, «prometti anche, qualora una nuova catastrofe colpisse questo mondo, di dare la tua vita per risanarlo, dopo aver scelto chi dovrà prendere il tuo posto?»

«Lo prometto» rispose Altea.

«Ora ti trasmetterò le memorie di tutte le Madri che mi hanno preceduta» disse la Madre delle Fate ponendole sul capo la sua corona e consegnandole lo scettro. «Ciò che ho ricevuto in dono, ora è tuo; conservalo e accrescilo per affidarlo a chi verrà dopo di te»

«Lo farò, Madre» promise la fatina, e subito il suo corpo fu rivestito di una splendida tunica rossa.

«E ora» disse la Madre avviandosi a passi lenti verso la sorgente, «che tutto abbia di nuovo inizio!» Si gettò nell’abisso e un’aurora risanante riempì tutta la caverna, uscì all’esterno e avvolse l’intero globo terracqueo. E insieme con essa, migliaia di impalpabili spore si diffusero ai quattro venti, pronte a dar vita a nuove piccole creature.

 

***

 

«Domani giungeremo in vista dell’Irlanda» annunciò Thomas scrutando l’orizzonte, poi agitò il braccio per salutare Ron Paul al timone dell’altra imbarcazione.

«Bene» disse Oaky guardando le onde oltre la murata della “Glitter”. Poi si rivolse a Mark: «Ci attende un duro lavoro: dovremo chiedere perdono agli abitanti di tutti i villaggi intorno alla foresta, e annunciare loro che non li molesteremo più, anzi faremo quanto è in nostro potere per aiutarli. Sarà difficile vincere la loro diffidenza, ne hanno tutte le ragioni… ma se siamo riuscite a persuadere voi, ci riusciremo anche con gli altri, ne sono sicura!»

«Anche noi dovremo impegnarci molto per costruire una convivenza pacifica a livello planetario» replicò l’uomo. «Dovremo convincere villaggi che finora si sono guardati in cagnesco ad andare d’accordo; e poi ci sono europei, russi, cinesi, africani, indiani… sarà un percorso lungo, ma l’assenso ricevuto dall’Unione Panamericana mi fa ben sperare. E poi non saremo soli nei nostri sforzi: c’è sempre qualcuno che veglierà su di noi, e ci proteggerà» sorrise indicando l’occidente.

«Già». Anche Fata delle Querce sorrise e si volse a guardare il sole addormentarsi: là, in un grande paese, nel profondo di una grande foresta, sotto le radici di un grande albero, Altea-Fata delle Rose spendeva la propria vita per conservare l’equilibrio e l’ordine del mondo. «È davvero la tua degna figlia» disse guardando il cielo. «Puoi esserne fiera, Glitter»

 

FINE
 

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