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Stefano Carloni

GLITTER, AVVENTURE DI UNA FATINA

 La Trilogia delle Fate – Volume I

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è puramente casuale

 

I.     UNA FATINA GIRAMONDO

 

Capitolo I: Charlie

«Sveglia, dormigliona! È l’ora della lezione di astronomia!».

«Mmmmmmh, aspetta ancora un po’, Charlie» mormorò Glitter «si sta così bene, sdraiati al sole…».

«No-no-no-no-no» cantilenò lui scuotendo la testa e agitando un bastoncino. «I bambini apprendono meglio se studiano a orari regolari».

«E va bene» sbuffò aprendo gli occhi e drizzandosi in tutti i suoi tre pollici di altezza. Spiegò le ali blu, si sollevò in aria e guardò il giovane. «Sono pronta, signor maestro».

«Prima domanda: forma e diametro della Terra».

Tsk, pensò Glitter, questa è facile. «La Terra è una sfera schiacciata ai poli. La lunghezza del diametro, misurata sul meridiano di Parigi, è di quaranta milioni di metri francesi».

«Questa era facile» ribatté Charlie, «ma a quante miglia equivalgono?».

«Ventiquattromilaottocentoquaranta!» scandì lei.

«Bene» disse lui carezzandole la testolina. «Impari rapidamente e ricordi tutto, Glitter».

 

***

 

«Chi sei tu?». Il suono della sua voce l’aveva sorpresa mentre odorava un bellissimo fiore. Si era voltata di scatto e l’aveva visto: era chinato su di lei, grande, grandissimo – in seguito avrebbe appreso che allora era solo un bambino. L’aveva guardata con occhi curiosi e aveva ripetuto: «Chi sei tu?».

Come mai lo capisco? «I-io sono la Fata delle Rose» aveva mormorato.

«Come sei bella, Fata delle Rose!» aveva esclamato. E lui come fa a capire me? Poi si era presentato: «Il mio nome è Charles… Charles John Huffam Dickens. Ma tu puoi chiamarmi Charlie, se vuoi».

«Lo voglio… Charlie». Da quel giorno erano divenuti amici.

Quando era andato a lavorare in “fabbrica”, lui l’aveva portata con sé, chiusa in una scatola, e così pure quando era tornato a “scuola”. Charlie le aveva insegnato a leggere, scrivere e contare, le aveva impartito lezioni di storia, geografia, astronomia e matematica. Era stato lui a chiamarla Glitter, perché, diceva, «le tue ali risplendono di tutti i colori dell’arcobaleno».

Il giorno in cui aveva riscosso il suo primo stipendio, erano andati a festeggiare a Portsmouth. «Guarda, Glitter! Quello è il mare!».

Lei non aveva mai visto tanta acqua tutta insieme, distesa fin dove poteva allungare lo sguardo. «Com’è bello! E adesso cosa fai?».

«Mi faccio un bagno» aveva risposto lui levandosi giacca e camicia. Un istante dopo era a mollo. «Se vuoi lavarti per bene devi toglierti anche i calzoni» gli aveva detto, «su, ti aiuto io…».

«No, lascia stare!» aveva esclamato Charlie tentando di fermarla; lei non lo aveva ascoltato, glieli aveva tirati giù e… aveva visto quel coso. L’aveva toccato, e si era irrigidito…

«Non guardare! Voltati!» aveva gridato lui rosso in volto, coprendoselo con le mani.

«Perché mi tratti così? Non ho fatto nulla di male».

«P-perché io sono un uomo, e tu sei una donna! E adesso voltati!».

Non le aveva rivolto la parola per due giorni, poi le aveva chiesto: «Vuoi vedere cosa fanno insieme uomini e donne?». Lei aveva annuito entusiasta; le era sempre piaciuto vedere gli animali della foresta accoppiarsi e dare alla luce i piccoli.

La Casa delle Orchidee era uno dei tanti bordelli di Londra, e neppure dei più malfamati. «Salve, ragazzo» lo aveva accolto una donna che dimostrava ben più dei suoi anni «sei venuto a divertirti?».

«Sì» aveva risposto lui un po’ incerto «mi hanno parlato bene di una certa Janine…».

«Ah, mi dispiace» fece lei accompagnandolo nel corridoio «Janine non è disponibile stasera, ha i suoi giorni… e io non voglio certo che tu me la metta incinta, capisci? Ecco» e aveva indicato una fanciulla dai capelli corvini, «lei è Claire, per te andrà benissimo… Una sterlina e sei pence per mezz’ora, pagamento anticipato».

Claire lo aveva preso per mano e condotto in una stanza illuminata fiocamente da una candela. «Cosa tieni in quella scatola? Il tuo animaletto portafortuna?».

«Qualcosa del genere» aveva risposto Charlie collocandola su un piccolo ripiano. «Ti dà fastidio?».

«No… purché non ti venga voglia di fare giochini strani» aveva risposto lei con un sorriso, iniziando a spogliarsi.

 

***

 

In principio, luce. Una luce accecante. Poi la luce era diventata colore, tanti colori. Infine i colori erano divenuti cose, cose colorate. Così era nata, dentro un fiore dai grandi petali rossi. Si era guardata intorno, e aveva visto tanti esseri alati che la osservavano. Uno di essi si era fatto avanti e le aveva parlato.

«Benvenuta nel mondo, nuova Fata delle Rose. Io sono la Fata Regina, la più anziana della comunità, e queste sono le tue sorelle». Poi aveva fatto un cenno a una creatura dalle grandi ali bianche: «Fata dei Gigli, la affido a te».

«Non ti deluderò, Fata Regina» aveva risposto la Fata dei Gigli.

Non sapeva quanto tempo avesse passato in quella foresta: allora non conosceva i numeri. All’inizio era stato tutto bello e interessante. Fata dei Gigli le aveva mostrato ogni prato, fonte e anfratto nascosto; le aveva fatto scoprire di saper parlare le lingue di tutti gli animali, e di poter ammansirli quando la minacciavano. Poi le giornate erano divenute noiose, una uguale all’altra… Un giorno aveva detto in mezzo all’assemblea: «Voglio vedere cosa c’è al di fuori di qui».

«Fuori di qui ci sono gli umani» aveva risposto la Fata Regina.

«Cosa sono gli umani?» aveva chiesto lei.

«Sono la cosa più affascinante e terribile che esista».

«Voglio conoscerli» aveva insistito.

«Se li conoscerai, non tornerai più tra noi».

«Perché?» l’aveva sfidata. Lei aveva sorriso mestamente.

«Perché loro ti prenderanno il cuore».

 

***

 

Il 2 aprile 1836 Charlie tornò a casa con una donna. Già questo era una assoluta novità; di solito era lui ad andare da loro. Ancora più sorprendente fu la sua decisione di lasciarla fuori, nel giardino.

«Perché non posso guardare?» chiese Glitter.

«Perché Catherine è mia moglie» rispose lui chiudendo la finestra e tirando le tende. Quella sera lei si addormentò piangendo.

Il giorno dopo lui venne a cercarla, come faceva sempre. «Adesso che hai una moglie, mi scaccerai?» gli domandò.

«Non dire sciocchezze» replicò. «Sai cosa diceva il grande Demostene? Le mogli ci servono per avere dei figli, le prostitute per i piaceri del corpo, e le etere per quelli dello spirito».

«E io sono la tua… etera?».

Le porse le mani a coppa e lei vi si posò dolcemente. «Noi continueremo le nostre amabili conversazioni» promise. «Coniunctio animi maxima cognatio: l’unione delle anime è superiore a quella dei corpi, è la migliore. Sei d’accordo?».

«Sì» mormorò lei posando il capo sul suo palmo. Era bello sentire i battiti del suo cuore, il suo calore. Ora ne era certa. Le altre non importavano. Lui sarebbe sempre stato il “suo” Charlie.

 

***

 

Il 1836 fu un anno molto intenso. Oltre a prendere moglie, Charlie redasse un dramma e il libretto di un’opera. Era sempre intento a scrivere, e spesso le faceva leggere le bozze o ne declamava ad alta voce ampi brani chiedendo il suo parere («Mi fido del tuo gusto», soleva ripetere). In quel periodo Glitter imparò due parole nuove: “Dio” ed “ebreo”.

Avvenne durante la stesura di Oliver Twist. «Cos’è un ebreo?» aveva chiesto.

«Gli ebrei sono persone cattive» aveva risposto Charlie incupendosi. «Sono avidi e crudeli, perché hanno rifiutato il Cristo, il Figlio di Dio». Un lungo silenzio, poi: «Tu credi in Dio, Glitter?».

«E chi è, Charlie, perché io debba credere in lui?».

Da quel giorno alle lezioni abituali si aggiunse un nuovo capitolo: Teologia e Catechismo. Charlie la portava con sé alla messa domenicale – di nascosto, come al solito – e al ritorno le spiegava i sermoni e rispondeva alle sue domande. Volle che fosse presente anche al battesimo di suo figlio, Charles Culliford Boz, e al funerale della sua giovane cognata Mary. A Glitter non piacevano molto i discorsi che ascoltava in chiesa; le facevano paura i continui riferimenti al “fuoco eterno” che attendeva i peccatori dopo la morte. «Anch’io sono una peccatrice, perché ti distolgo dai tuoi cari», si lamentò una volta.

«Tu non sei una peccatrice» le aveva risposto lui. «Sei il mio caro, piccolo angelo», e lei non aveva più avuto il coraggio di riparlarne.

 

***

 

«Ti prego, non abbandonarci» la supplicò Fata dei Gigli. «Se ti mescoli con gli umani diventerai come loro, e ci dimenticherai».

«Io non vi dimenticherò mai» disse Fata delle Rose allargando le braccia, «e niente potrà cambiare ciò che sono. Ma il mondo è più grande di questa foresta, e io voglio conoscere tutto quel che contiene».

«Sei ostinata… ostinata e cattiva». La tristezza della Fata dei Gigli si era mutata in rabbia cieca. «Ho sbagliato a divenire tua amica» disse allontanandosi.

Cercò di trattenerla per un braccio, ma si divincolò. «Non voglio vederti mai più» sibilò volgendole le spalle, e spiccò il volo.

Glitter si svegliò con un sussulto, poi il suo respiro tornò regolare. Era solo un sogno, il ricordo di un passato lontano.

Erano trascorsi ventisei… no, ventisette anni da quando aveva conosciuto il suo Charlie. Da un po’ di tempo era diventato famoso, e aveva iniziato a compiere viaggi sempre più lunghi: Boston, New York, Philadelphia, Washington, Richmond… e poi Genova, e adesso Roma… «Domani andremo a Santa Maria del Popolo» le disse «ti mostrerò un capolavoro del Caravaggio».

Questa volta il contenitore era decisamente più stretto del solito. «Halt!» intimò una guardia. «Cosa tiene in quella skatola?».

«Il mio tabacco da fiuto preferito» si schermì Charles Dickens. «Non me ne separo mai, sa, è così difficile trovarne… Posso entrare?».

«Bitte, mein Herr!» esclamò il gendarme. Charlie entrò nella vasta penombra rischiarata da pochi candelabri, fece qualche decina di passi, si fermò e sollevò la scatolina. «Ecco, Glitter» sussurrò «il capolavoro di cui ti ho parlato: la Crocifissione di san Pietro».

La prima cosa che la colpì furono le dimensioni del dipinto: non ne aveva mai visto di così grandi! La seconda fu il soggetto: al centro della scena un vecchio, praticamente nudo, giaceva inchiodato mani e piedi su due assi di legno incrociati, mentre tre uomini lo sollevavano per piantarlo in terra a testa in giù. D’un colpo percepì la sofferenza di quell’umano come fosse la propria; cominciò a respirare affannosamente, e mormorò: «Portami via, Charlie!».

«Come?» chiese lui. «Cos’hai detto?».

«Portami via!» ripeté. «Portami fuori, all’aria, al sole…».

Uscì di corsa sull’ampia piazza, aprì la scatolina e la sollevò in alto. Glitter provò la carezza del vento sulle ali, il calore dorato del sole, e si sentì rasserenata. La sorte di quell’uomo, morto ormai da chissà quanto tempo, non la riguardava. Lei era viva. Era libera di fare quel che le piaceva, era insieme al suo “fidanzato”. Era felice.

 

***

 

«Stai ancora pensando a quel brutto incidente?» chiese vedendolo meditabondo. «Non devi pensarci; è accaduto tanto tempo fa, e comunque tu non ne hai colpa. Dimentica». Stavano tornando a casa dalla Francia, dove lui si era recato a far visita a una certa Ellen, quando sei carrozze del treno su cui viaggiavano erano cadute giù da un ponte.

«Non ci riesco» mormorò Charlie, «li ho sempre davanti agli occhi… tutto quel sangue… tutti quei morti…».

«Calmati, ti prego» gli disse, «non ti fa bene agitarti… Ecco, siediti su quella panchina, ti farò un massaggio…».

Da quando lui aveva avuto un attacco di paralisi, Glitter aveva scoperto di poter lenire le sue sofferenze con il tocco delle proprie mani. Charlie fece ancora qualche passo, poi lasciò cadere il bastone e si accasciò al suolo. «Charlie!» gridò lei. «Charlieee!!!».

Charles Dickens morì alle 18.10 del 9 giugno 1870. Cinque giorni dopo fu sepolto con grandi onori nell’abbazia di Westminster. Quando il luogo sacro fu deserto, Glitter, con il cuore spezzato, si posò sulla tomba nuova e con tutta la voce che aveva in corpo gridò al cielo e alla terra: «Io, Glitter del Popolo delle Fate, giuro che non verserò più lacrime per nessun altro essere umano! Giuro per la mia vita che nessun altro umano mi farà piangere!»; poi mormorò: «Da ora in poi tutte le mie lacrime sono e saranno solo per te, mio amato Charlie» e finalmente poté dar sfogo al proprio dolore.


 

Capitolo II: L’angelo delle battaglie

«Angelo Consolatore? Dovrebbero chiamarlo Angelo della Morte, piuttosto!» bofonchiò l’omaccione. «Chiunque lo vede, è spacciato».

«Ai francesi la strega di Orléans, a noi i cherubini» sentenziò con filosofia il colonnello McKenzie guardando al di là della finestra. «In guerra, mio caro sergente, ognuno ha le visioni che preferisce. Se questo non diminuisce l’ardore della truppa, chi siamo noi per criticare?». Aspirò una boccata dalla pipa, esalò un lungo soffio e sospirò: «Il tabacco non ha più il gusto di una volta, ne conviene?».

 

***

 

Per quarantaquattro lunghi anni Glitter aveva percorso Londra in lungo e in largo. Conosceva ogni piazza, ogni vicolo; dalle taverne di periferia fino alla Borsa, da Buckingham Palace fino al British Museum (che orrore, le farfalle inchiodate ai muri!). Entrava in case e chiese senza farsi notare, assisteva ad amplessi, nascite, matrimoni e funerali; sopra ogni altra cosa le piaceva farsi vedere dagli infanti, scendere nelle loro culle, sentire i loro gridolini di meraviglia e lasciarsi accarezzare dalle loro piccole mani. Ogni anno, il 9 di giugno, tornava a Westminster portando un fiore fresco sulla tomba di Charles Dickens, e ogni volta la ferita si riapriva facendole versare fiumi di lacrime.

Ogni tanto entrava in una biblioteca e sfogliava a caso un libro dimenticato su un tavolo, oppure raccoglieva un giornale da un bidone della spazzatura per divorarlo con avidità; in questo modo si era tenuta al corrente dello straordinario progresso scientifico, tecnologico e sociale di quell’epoca. Ma quando l’Impero di Sua Maestà entrò in guerra con le “Potenze Centrali” non ci fu bisogno di leggere alcun giornale: le bastò ascoltare le grida della folla.

«I tedeschi sono davvero cattivi» aveva riflettuto per giorni «bruciano le biblioteche, uccidono i bambini, e come se non bastasse discriminano gli ebrei» (sugli ebrei aveva cambiato opinione dopo aver letto Il Mercante di Venezia: il monologo di Shylock l’aveva davvero commossa). «Se fosse vivo, il mio Charlie attraverserebbe il mare per fermarli!». Poi un pensiero l’aveva invasa: Andrò io per lui. Così aveva volato fino a raggiungere un porto, ed era salita su una delle navi in partenza per Dunkerque.

La traversata non era stata piacevole: il continuo saliscendi dell’imbarcazione le dava la nausea, e non la consolava nemmeno vedere che gli umani condividevano il suo disagio. Quando aveva rimesso piede a terra si era sentita molto meglio; e quando le truppe inglesi avevano sfilato per gli Champs Elysées fra due ali di folla plaudente, si era sentita davvero in Paradiso. Quella sera aveva persino danzato in una grande sala tappezzata di specchi che riflettevano all’infinito la sua immagine, aveva danzato fino allo sfinimento…

Il 26 agosto 1914, presso la città belga di Mons, le divisioni del Corpo di Spedizione Britannico furono soverchiate. I tedeschi avevano sfondato le linee e stavano aggirando gli inglesi con la cavalleria, quando Glitter decise di intervenire: raccolse una torcia, si alzò in aria e la scagliò contro il nemico, a significare la sua personale apertura d’ostilità; poi scese verso di loro e, parlando la lingua dei cavalli, li riempì di paura facendoli imbizzarrire e seminando il caos nelle file avversarie. Gli inglesi riuscirono così a sfuggire all’accerchiamento, a riunirsi alle forze francesi e a bloccare l’avanzata tedesca sul fiume Marna. Molti fra i testimoni di quei giorni affermarono di aver assistito all’intervento prodigioso di uno squadrone di angeli; altri invece attribuirono la miracolosa ritirata ai fantasmi degli arcieri rimasti insepolti nella grande battaglia di Azincourt.

 

***

 

Le trincee erano l’Inferno sulla terra. Pidocchi, sangue, sudore, tanfo d’orina e di feci, bestemmie, preghiere, e gli assalti… Gli inutili assalti, in cui a centinaia venivano falciati dalle mitragliatrici, le riportavano alla mente l’invettiva di un predicatore ignorante ascoltato in Hyde Park il 31 dicembre 1899: «Ecco, il Signore viene! Sulle sue spalle è il mantello del comando, la sua lingua è una spada a doppio taglio; comanderà ai suoi angeli di impugnare la falce, e tutta la terra sarà mietuta!». Ecco dunque la mietitura, pensò, e io cosa posso fare per aiutarli?

Una notte vide due ufficiali chini su un soldato ferito. «Gli dia della morfina» esclamò il capitano «non vede quanto soffre?».

«Non ho più morfina» replicò il dottore gelido e rassegnato. «Oggi abbiamo avuto troppi feriti, e troppi ancora dovrò assisterne».

«Aspetti!...» insistette l’altro, e i due si allontanarono lasciandolo completamente solo. Lei si avvicinò cautamente; le sue ferite erano così gravi da non lasciare dubbi sulla sorte che lo attendeva. «Calmati», sussurrò toccandogli le piaghe «adesso placherò il tuo dolore». Dopo qualche istante lui smise di gemere, aprì gli occhi e la guardò con immenso stupore.

«Sssssh» fece Glitter sollevandosi e salutandolo con un cenno della destra. Il capitano tornò in quel momento, si chinò sul giovane e gli prese la mano: «Coraggio, ragazzo».

«Ho visto un angelo» mormorò il soldato, «era bellissimo…»; reclinò la testa e chiuse gli occhi per sempre.

Da quel giorno Glitter diede conforto a molti soldati morenti, sia inglesi che francesi. Sceglieva quelli più isolati, senza occhi indiscreti intorno; si posava su di essi e usava il suo potere per calmare le loro sofferenze, poi fuggiva lesta quando si avvicinava qualcuno. Li pregava di non parlare di lei a nessuno; ma più ella li pregava, più loro usavano l’ultimo fiato per confidarsi con i commilitoni, e ben presto su tutto il fronte si diffuse la credenza in un Angelo Consolatore, biondo e alato, che raccoglieva le anime dei caduti per portarle in cielo.

 

***

 

Col passare degli anni il campo di battaglia si popolò di nuovi protagonisti: camionette, autoblindo, carri armati, e l’arma più temuta dai soldati, gli aeroplani… Un mattino il reparto in cui si trovava fu investito da una pioggia di proiettili. Glitter uscì dal suo nascondiglio sentendo le urla atroci dei feriti, e lo vide: aveva sei ali istoriate da croci nere, una grossa mitragliatrice montata sulla carlinga, e stava preparandosi a un secondo passaggio. Fece appena in tempo a rifugiarsi dietro un sasso, mentre le pallottole cadevano tutto intorno e i lamenti si univano alle imprecazioni. Dentro di lei sentì montare l’ira.

«Maledetto!» gridò lanciandosi a tutta velocità verso quell’uccellaccio di legno e tela cerata. Lo raggiunse alle spalle e strappò via il casco e gli occhiali dalla faccia del pilota. «Al diavolo!» esclamò lui in tedesco dandole un manrovescio. Glitter rotolò indietro fino alla coda, ma riuscì ad afferrarsi al timone; attaccò di nuovo, gli cinse la fronte con le mani e gridò: «Dormi! Dormi!».

Il pilota rovesciò le pupille e si accasciò; il velivolo, ormai privo di controllo, salì in verticale, poi il motore cominciò a sputacchiare fumo, si bloccò, e l’aereo cadde a piombo schiantandosi in mille pezzi, sotto lo sguardo sbalordito di centinaia di soldati. A un tratto uno di loro iniziò a gridare «Hip, hip, hurrah!», e dopo di lui tutto il reggimento fu un solo «Hurrah, hurrah, hurrah!».

Glitter, ansante, sperduta nell’azzurro, accolse quelle grida di giubilo come un tributo in suo onore. Era stremata, sudata, ammaccata e sporca di fuliggine, ma era soddisfatta di sé. Aveva combattuto in difesa del “suo” popolo. E aveva vinto.

Quel giorno nacque una nuova leggenda, e l’Angelo Consolatore lasciò il posto all’invisibile, micidiale Angelo della Vendetta.

 

***

«In quella fattoria ci sono dei crucchi nascosti» sussurrò il tenente ai suoi uomini «e tocca a noi snidarli».

Negli ultimi mesi Glitter si era divertita molto. Quando dal fronte anglofrancese si preparava un assalto lei raggiungeva le linee nemiche, individuava i mitraglieri e li faceva scivolare in un sonno che di lì a poco sarebbe divenuto eterno. Addormentava chiunque la vedesse, senza andare per il sottile. A volte spiava i tedeschi, e quando si rendeva conto che erano loro a preparare una sortita, tornava in fretta dai suoi e faceva un gran baccano per avvertirli (all’inizio aveva imitato l’ululare dei lupi, poi aveva ascoltato una sirena e concluso che quel suono fosse molto più efficace). Questa attività la faceva sentire più allegra del confortare i moribondi. Era una vera patriota.

Quella notte la luna era nera, e i quattro soldati strisciarono verso la casa colonica abbandonata nell’oscurità più completa… ma non per gli occhi di Glitter che li precedeva. Si avvicinò furtiva al tedesco che montava la guardia, usò la tecnica ormai consolidata per adagiarlo al suolo, ed entrò. D’improvviso una luce si accese e qualcuno gridò: «Gli inglesi! Ci attaccano!». Cominciò una furiosa sparatoria: due degli assalitori morirono quasi subito insieme al germanico che la fatina aveva steso. Ne restavano solo altri due.

Glitter piombò dall’alto sul primo, lo toccò sulla fronte, e le palpebre dell’umano si fecero pesanti; non si accorse neppure dei proiettili che lo trafissero. Nel frattempo l’ultimo cecchino aveva ucciso il terzo inglese e si era rifugiato all’interno. Lei decise di affrontarlo a viso aperto. Entrò nella stanza, fece brillare le sue ali e disse con voce glaciale: «Ora tocca a te».

«Tu sei l’Angelo della Vendetta!» gridò il tedesco in preda a un terrore assoluto. Sparò qualche colpo talmente a casaccio che Glitter non ebbe necessità di scansarli, poi rimase a secco. «Perché ci perseguiti?».

«Perché siete cattivi» sentenziò lei incalzandolo da presso «perché stuprate donne innocenti, sgozzate bambini, trattate male gli ebrei…».

«Tu sei pazza!» esclamò lui picchiandosi la tempia con l’indice. «Trattare male gli ebrei?!? Io sono ebreo! È dal 1869 che abbiamo uguali diritti e… Attenta!» gridò dandole uno schiaffone che la mandò a ricadere a quattro metri di distanza, mentre l’ultimo incursore inglese piombava su di lui con la baionetta innestata.

Glitter si rialzò dolorante e si guardò intorno. I due giacevano sul pavimento. Si erano trafitti mortalmente a vicenda.

Pur di scamparla, ha tentato di farsi passare per ebreo, considerò sdegnata. Bugiardo fino all’ultimo. Iniziò a frugargli nelle tasche: forse aveva indosso qualche piano di battaglia che avrebbe potuto sventare… Lo sanno tutti che gli ebrei di Germania non possono neppure arruolarsi nell’esercito: non sono reputati abbastanza leali… Trovò un documento d’identità piegato in due, lo aprì e lesse: Cognome: Levi – Levi? –; Nome: Ernst Joachim; Nato a: Colonia; il: 24/11/1898; Religione: Jude…

Jude? Jude??? Allora aveva detto il vero… ma come era possibile? Era scritto chiaramente in quel libro, che… Un momento! I libri, lei lo aveva imparato presto, avevano scritta sulla copertina la data di pubblicazione; quello da cui aveva conosciuto lo stato di discriminazione della minoranza ebraica nei territori tedeschi era datato… 1868!

Glitter cadde in ginocchio, si prese la testa fra le mani, e mormorò con voce rotta: «M-ma allora… ho combattuto, ho odiato, ho ucciso… per cosa?».

Quella notte l’oscurità risuonò di urla strazianti. Chi le udì, su entrambi i fronti, credette fossero anime di dannati.


 

Capitolo III: Buone intenzioni

 Disgustoso. Semplicemente disgustoso. Non trovava altre parole per descrivere l’impressione suscitata in lei dal discorso che quell’umano stava pronunciando.

«Ci siamo arresi perché eravamo stati sconfitti? No!» gridava agitando spasmodicamente le braccia e stringendo i pugni. «Il nostro esercito occupava ancora una notevole porzione del territorio francese; eravamo superiori al nemico per innovazione nell'armamento, nella tattica e nella strategia. Allora, perché ci siamo arresi? Lo sapete tutti: per colpa dei giudei!». Le parole gli uscivano dalla bocca come proiettili: «Sono stati i giudei ad attizzare i rivoluzionari, i bolscevichi che hanno minato dall’interno la resistenza dei soldati al fronte, e hanno indotto i nostri politicanti, i criminali di novembre, a sottoscrivere l’umiliante trattato di Versailles!».

Molti tra i presenti gridarono «È vero, io c’ero quel giorno!» e «Anch’io! Non appena il Kaiser abdicò, quei bastardi si scatenarono!». Adolf Hitler proseguì con tono solenne, socchiudendo gli occhi: «Quando mi trovai costretto a giacere a letto, nell'immobilità, stringendo dalla rabbia il cuscino, alla notizia dell'armistizio, mi colpì la certezza che avrei liberato la Germania e l'avrei resa nuovamente grande. Seppi immediatamente che ciò si sarebbe immancabilmente realizzato. Già da tempo, del resto, avevo raggiunto la certezza di essere stato scelto dal Cielo a tale scopo».

Che impudente!, pensò Glitter. La verità è che sono stata io a salvarlo.

Era avvenuto qualche mese dopo la ritirata di Mons. Si era spinta fino alle linee tedesche e aveva visto un numeroso gruppo di fanti intenti a consumare una misera cena. Sapeva che gli inglesi avrebbero effettuato un lancio di granate di lì a poco, e aveva tentato di indurli a spostarsi avvicinandosi di soppiatto e mormorando loro «Alzati! Alzati e allontanati di qui!». Solo uno di essi aveva reagito prontamente camminando lungo il bordo della trincea per una ventina di metri, portando con sé la sua gavetta; si era appena rimesso a sedere, quando un’esplosione aveva dilaniato tutti i suoi compagni d’armi. E adesso eccolo lì, in quella birreria di Monaco, a pronunciare parole arroganti – “riarmo”, “onore”, “purezza del sangue”, “spazio vitale” – che alle orecchie della fatina significavano una sola cosa: questo umano vuole un’altra guerra.

 

***

 

Glitter non riusciva a perdonarsi di aver basato il proprio giudizio su informazioni scadute. Più di tutto non sopportava di essersi lasciata coinvolgere così profondamente nelle faccende degli umani, di essere stata a tal punto contagiata dalle loro passioni negative e devastanti. Al tempo stesso non poteva cancellare il male fatto. Ormai era sporca, sporca del sangue di quanti aveva contribuito a far morire; non poteva tornare in Inghilterra come se niente fosse. Doveva restare in Germania, dove era entrata al seguito dei vincitori. Doveva espiare.

Trascorsero anni di errabondaggio inquieto: Sassonia, Renania, Baden, Baviera… Attraversava campagne e boschi, ma non trovò mai segni dell’esistenza di altre fate; la evitavano, oppure era lei a fuggirle inconsciamente? Si intratteneva con gli animali, ma se ne stancava presto: avevano una mente semplice, dominata da bisogni primari, mangiare-bere-difendersi-procreare. Lei non aveva mai fame né sete, non aveva alcuna idea di come potesse avere una discendenza, e nonostante tutto cercava ancora gli umani. Era ammirata dalle fontane di acciaio fuso viste nella Ruhr, da quei Flegetonti che mani callose lavoravano con perizia; e amava la musica, che sembrava avesse il potere di placare il suo animo (una sera, ascoltando un coro cantare l’Inno alla Gioia, si era lasciata trascinare dall’entusiasmo, e per poco non era stata scoperta). Davvero gli umani erano le creature più affascinanti al mondo.

Ogni mattina si svegliava prima dell’alba – le sue notti erano brevi, popolate da incubi – e si lavava compulsivamente in una fontana; poi girava per le città in cui si trovava a passare, ascoltava le chiacchiere della gente, ma solitamente si asteneva dall’interferire nelle loro azioni. Solo quando s’imbatteva in rapine in vicoli bui, o in risse fra ubriachi, usava il suo potere per calmare i litiganti, oppure pizzicava sulla nuca o sul didietro gli assalitori per indurli a fuggire; ma solo quando le tenebre la proteggevano, poiché aveva timore di essere scoperta.

Di nascosto leggeva giornali e libri, molti libri (solo quelli più recenti): fisiologia umana e animale, medicina, botanica, veterinaria, e poi storia antica e moderna, filosofia, economia… Trovava particolarmente interessanti le trattazioni sulla “questione ebraica”, un tema che non le era nuovo, e che sembrava agitare molto le menti e infuocare i dialoghi; fu per questo motivo che nel 1923 decise di ascoltare il discorso di quell’Hitler, il capo di una piccolissima associazione di operai nazionalisti e antisemiti. Molti lo ammiravano, altri lo chiamavano “diavolo”. Il diavolo?, si chiese sarcastica, quel ridicolo personaggio da operetta che vuole sempre il male e produce sempre il bene? Gli umani sono molto più pericolosi. Io ancora di più. Ad ogni modo, non appena lo vide riconobbe il soldato di quella notte in trincea.

Dopo mezz’ora si era stancata: ripeteva ossessivamente sempre gli stessi concetti, imputando la rovina del suo paese a «socialisti, liberali, capitalisti, comunisti» e soprattutto agli ebrei, che vedeva all’opera nascostamente dietro tutti gli altri, dalle banche alle case editrici, dalle scuole agli ospedali. Indubbiamente sa come convincere i suoi simili, rifletté. Ma le sue idee sono tutte sbagliate.

Erano stati gli americani a decidere le sorti del conflitto, ne era certa. Lei aveva visto di persona gli Stati Uniti d’America, li aveva percorsi in lungo e in largo con il suo Charlie, aveva disceso con lui il loro grande fiume. Erano trenta volte più estesi della Germania, più vasti di tutti gli stati europei messi assieme. Avevano più cittadini, più soldati, più cavalli e più armi. Quanto agli ebrei, non poteva rimproverarli per l’impegno profuso in favore di chi prometteva loro una vita migliore; e comunque avevano combattuto come gli altri tedeschi, fino all’ultimo (la voce del soldato Levi la perseguitava ancora). La “pugnalata alla schiena” era solo una favola consolatoria.

Al termine del suo monologo Hitler guidò una grande folla fuori dal locale al grido «Stanotte la Baviera, domani la Germania!», ma l’esercito riuscì facilmente a fermarli; fu arrestato, processato e condannato, il suo gruppo messo al bando. Problema risolto, pensò Glitter.

 

***

 

Lo ritrovò a Berlino sei anni dopo: indossava vestiti migliori, aveva abbandonato il pesante accento bavarese e il suo seguito era di gran lunga più numeroso. Mentre la gente diventava sempre più povera e usava carriole di banconote per comprare le cose più insignificanti, la sua ascesa sembrava inarrestabile. Glitter non capiva molto di politica, ma in quel periodo le sembrò che tutto il mondo intorno a lei fosse impazzito. Nell’arco di dodici mesi i tedeschi si riunirono nelle “urne” per quattro volte, e alla fine Hitler era stato nominato cancelliere del Reich. Quel giorno, nascosta in un angolo buio, lo udì promettere che non avrebbe avuto pietà per alcuno dei suoi avversari. Poi fu l’Apocalisse.

Dalla sommità di un larice frondoso la fatina poteva udire i passi cadenzati delle SS. Altro che “giudeomassoni” et chanteurs! La guardia personale del Führer si era infiltrata dappertutto: controllava l’esercito, la polizia, ogni aspetto della vita, e chiunque non andasse loro a genio veniva picchiato in strada e arrestato senza che nessuno muovesse un dito. Non poteva più restare neutrale, doveva fare qualcosa. Sì, ma cosa?

Tentò di analizzare lucidamente la situazione. I comunisti erano il gruppo più potente dopo i nazisti, ed erano stati molto numerosi nella capitale, ma una serie di arresti ne aveva ridotto drasticamente le fila. Doveva combattere il fuoco con il fuoco.

Nel settembre del 1934, in una notte senza luna, mise fuori combattimento le due sentinelle del penitenziario di Spandau e penetrò da una finestra nell’ala riservata ai detenuti politici. Furba come una volpe, silenziosa come una faina. Raggiunse il posto di guardia e si presentò: «Salute a voi, soldatini. Sono la Fatina della Buonanotte».

«La vedi?» esclamò uno dei militari balzando in piedi. «Sì, e non ci credo» fece un altro che portava il berretto a rovescio e puzzava d’alcol, mentre il terzo impugnò il fucile mitragliatore e gridò con voce stridula: «Ferma! Chi sei?».

«Sono la Fatina della Buonanotte» ripeté Glitter emanando un tepore umido dalle mani alzate. «È notte, non vedete? È ora di dormire e fare dei bei sogni. Dormite, soldatini, dormite…».

In pochi secondi i tre russavano sonoramente sul pavimento. Prese il mazzo delle chiavi, aprì la prima cella e vi trovò un uomo di circa trent’anni giacente bocconi, con la schiena e le spalle coperte di lividi; sentendo aprire la porta si sollevò con una smorfia di sofferenza e imprecò: «Dannazione! Ho le allucinazioni…».

«Fai silenzio» lo apostrofò sfiorandogli le guance ispide. «Io esisto. Sono reale. E sono qui per aiutarti».

«Perché?» domandò lui.

«Perché voi siete i buoni, e loro i cattivi. Non ti basta?». Tocco le sue ferite e il dolore lo abbandonò; gli porse le chiavi e sussurrò con un dito sulla bocca: «Libera i tuoi compagni e scappa. Niente rumori. Buona fortuna».

«Grazie». L’umano afferrò il mazzo e cominciò ad aprire le celle. Ne uscirono all’incirca venti prigionieri che si diressero verso il posto di guardia, ove nel frattempo lei aveva spento la luce. Tra poco saranno in salvo, pensò Glitter soddisfatta. Che bella sensazione dà, compiere una buona azione. Un istante dopo l’aria fu lacerata da tre raffiche in rapida successione; volò col cuore in gola, e vide i soldati che aveva addormentato morti, crivellati di proiettili. «No!» gridò sconvolta. «Non erano questi i patti!».

L’umano che aveva liberato si voltò di scatto sparando; la fatina si mosse troppo lentamente, e un colpo le lacerò parzialmente un’ala facendola cadere a terra con un gemito. «Quali patti? Io non ti ho promesso nulla» fu la sua risposta.

«Cos’è?» gridarono gli altri. «Nessuno. Andiamo!» rispose lui. Uscirono nel cortile, ma il rumore degli spari aveva messo in allerta tutto il carcere, e la scena fu presto illuminata a giorno dai riflettori; nel breve conflitto a fuoco che ne seguì gli evasi furono uccisi uno dopo l’altro.

Altro che buona azione, rifletté Glitter strisciando fuori, in diciassette anni non ho imparato nulla! Ora ne era sicura: c’era qualcosa di sbagliato in lei, qualcosa di marcio e corrotto che trasformava le migliori intenzioni in sciagure per quanti le stavano intorno. Doveva andar via, lontano da quella città sanguinaria, lontano dagli umani che non sapeva aiutare…

Provò a volare e si accorse di riuscirci ancora, rollando e beccheggiando, ma volava. Si diresse a Est e continuò a volare per giorni e notti, anche dopo aver perduto l’orientamento e la cognizione del tempo, finché restò senza forze; allora scese in una radura innevata, entrò nel cavo di un albero, e lì scivolò in un sonno inquieto.


 

Capitolo IV: Discesa agli Inferi

Fu svegliata da un suono lontano. Un fischio, realizzò. Il fischio di un treno.

Uscì dal suo riparo; per quanto tempo era stata in letargo? Settimane, mesi? Si guardò l’ala: era perfettamente guarita, come se non fosse mai stata offesa. Si sollevò e il suo sguardo spaziò sulla vasta pianura. Il sole rosseggiava sull’orizzonte occidentale. A giudicare dallo stato della vegetazione, doveva essere autunno inoltrato.

Era un treno lunghissimo; nemmeno durante la guerra aveva visto un convoglio simile. Contò i vagoni: venti, trenta, trentacinque… quarantanove, cinquanta. Cinquanta vagoni! Dove vanno tante persone tutte insieme? Ancora una volta la curiosità ebbe il sopravvento sugli scrupoli. Raggiunse in fretta l’ultima carrozza e si posò sul tetto; si sentiva ancora molto stanca, e al calar delle tenebre si riaddormentò.

Erano circa le undici del mattino quando il treno iniziò a rallentare e attraversò un cancello. Un reticolato di fil di ferro irto di punte si stendeva a perdita d’occhio, recintando un terreno quasi spoglio su cui sorgevano centinaia di baracche in legno; in lontananza umani con indosso uniformi a strisce bianche e blu lavoravano in piccoli gruppi portando assi, badili e picconi. C’era nell’aria un odore indefinibile.

Il treno si fermò in mezzo a due lunghe recinzioni in rete metallica sostenute da pilastri di cemento; in cima a una serie di torrette vide soldati, e mitragliatrici puntate in basso. La zona si riempì di SS con i cani, le porte dei vagoni furono aperte e i militi iniziarono a gridare: «Tutti a terra! Portate il bagaglio a mano! Lasciate sui vagoni i bagagli pesanti!». Scesero degli uomini, poi aiutati da essi donne, bambini e anziani con borse e piccole valigie. Li osservò e ne ebbe pena: erano tutti sporchi e impolverati, e sembravano a digiuno da molti giorni; molti si accasciarono al suolo. Quelli in grado di camminare furono divisi a forza in due file, maschi da una parte, femmine e fanciulli dall’altra. Dovette tapparsi le orecchie con le mani per non udire quella sequela di «Hannah!», «Jacques… no, no, Jacques!». Una bambina di tre anni sollevò lo sguardo, la vide e sillabò «Far-fa-la»; Glitter ebbe paura e si allontanò in fretta.

Seguì un sentiero lungo qualche centinaio di metri, attraversò un cortile, proseguì lungo un altro sentiero e si fermò davanti a una scalinata di cemento che portava nel sottosuolo. Si volse indietro: gli umani erano diretti proprio lì. Scese giù e si ritrovò in una sala immensa e ben illuminata, con panche e appendiabiti numerati. Un cartello scritto in molte lingue spiegava che quello era un locale per il bagno e la disinfestazione. Meno male, sospirò, allora non sono del tutto cattivi. Dopo qualche minuto udì gli umani scendere le scale; cercò un posto per nascondersi, poi vide una grande porta aperta che conduceva in un secondo locale altrettanto vasto ma senza arredi, contornato da grandi colonne che avevano alla base una griglia metallica. Glitter dedusse di trovarsi in una specie di sauna.

Dall’altro salone giunsero acri grida di soldati: «Spogliatevi tutti! Avete dieci minuti! Avanti, spogliatevi!». Volò verso il soffitto e si nascose fra le travi. Entrarono in più di mille; erano in maggioranza donne e bambini, poi uomini magrissimi e alcuni anziani. La porta fu chiusa e cominciarono a lavarsi, mentre nuvole di vapore riempivano la sala.

Dopo qualche minuto la fatina avvertì un forte odore di mandorle e un gusto metallico sulla lingua; poi iniziò a provare un forte senso di angoscia e a respirare affannosamente. Ebbe un capogiro e cadde volteggiando, mentre gli umani intorno a lei emettevano alti lamenti. «Aiutatemi… aiuta…» mormorò contorcendosi sul pavimento, poi fu il buio e non sentì più nulla.

 

***

 

«L’ha trovata un membro del Sonderkommando mentre ripuliva le docce, Herr Kommandant» disse un tenente indicando la piccola creatura deposta sulla scrivania di quercia, «naturalmente mi sono assicurato che non rivelassero nulla. Non so cosa sia, ma credo che sia viva, che respiri…».

«La esaminerò io» disse accigliato Rudolf Höss. «Voi tornate al vostro lavoro». Rispose al saluto col braccio teso, poi, quando fu solo, tirò fuori da un cassetto una grossa lente da ingrandimento e si accinse a osservarla. «Curioso, davvero curioso» bisbigliò tra sé, «ha ali di farfalla, ma anche braccia e gambe come un uomo». D’improvviso trasalì: si stava svegliando! Doveva impedire che volasse via; frugò nel cassetto, estraendone due matite nuove e un lungo spago; ne strappò un pezzo coi denti e lo usò per legare le matite a X. Glitter aprì gli occhi, batté due volte le palpebre e si levò a sedere. «Mmmh… dove sono?» mugolò, poi una mano enorme la strinse con violenza.

Il suo più grande terrore era divenuto realtà. «Lasciatemi, mi fate male! Vi prego, lasciatemi!» gridò con quanto fiato aveva in gola, mentre l’umano la adagiava sopra quel patibolo improvvisato assicurandovela con il resto della corda. In quel momento la porta si aprì ed entrò un anziano prigioniero scortato da un soldato. «Herr Kommandant, c’è qui il vecchio Nathan per le pulizie…» disse prima di restare di sasso.

Quell’umano ha una stella d’oro sul petto… «Sceriffo, mi aiuti! La prego, sceriffo, mi liberi!» invocò la fatina.

Anche Nathan era meravigliato: «Sta… sta parlando in jiddish…» mormorò rivolgendosi all’SS. «Che dici, idiota? Non senti che è tedesco?» berciò lui.

Höss aveva finito il lavoro; estrasse una pistola e sparò. L’ebreo cadde colpito in fronte, e Glitter ammutolì.

«Fa’ preparare il mio bagaglio» ordinò alla guardia rimettendo l’arma nella fondina. «E se racconti a qualcuno ciò che hai visto, ti spedisco al fronte».

 

***

 

«Dunque è questa la Farfalla delle Meraviglie?», domandò Hitler. Alle sue spalle, una decina di altissimi gerarchi del Partito Nazista assistevano alla scena.

«Per quanto ne so, mio Führer, potrebbe venire dagli Iperborei, oppure essere Verdandi o un’altra delle Norne» borbottò Rudolf Höss grattandosi il cranio. «Guardatela: capelli biondi, occhi verdi, incarnato perlaceo; e le ali, di un colore blu intenso, iridescenti… È una divina creatura, ariana senza alcun dubbio».

«Lo accerteremo subito». Si schiarì la voce, si sporse in avanti e chiese con sussiego: «Tu non mi conosci, vero?».

Tyrannum licet adulari: è lecito adulare il tiranno”, decise Glitter. Addolcì il suo sguardo, tirò fuori la voce più melodiosa e suadente che aveva, e disse: «Oh, io vi conosco bene; siete il Cancelliere Adolf Hitler, il Führer di tutti i tedeschi, l’uomo scelto dal Cielo! Ho seguito la vostra carriera fin dagli esordi: vi ho ascoltato in quella birreria di Monaco, vent’anni fa, e quando avete parlato davanti al Reichstag, anche allora io ero lì…».

«Q-questa voce…» mormorò il Führer coprendosi la bocca. Mi ha riconosciuta! Ora mi libererà! L’umano riprese contegno, si lisciò i baffetti e proseguì: «Ciò dimostra solo… che mi stai spiando da vent’anni!», urlò battendo un pugno sul tavolo. «Per chi lavori? Per Stalin? Per Churchill? O forse per quello schifoso, menomato di Roosevelt?».

«Non li conosco… e non sono una spia». Non più, almeno, pensò virtuosamente.

«E allora che ci facevi ad Auschwitz? Nessuno arriva per caso ad Auschwitz!».

I suoi occhi sembravano neri abissi senza fondo pronti a inghiottirla. «H-ho seguito un tre-treno…» mormorò con voce tremula «sono entrata nella d-doccia con quelle persone, e…».

«Nein, nein, nein!!!» gridò lui stringendo i pugni. «I giudei non sono persone! Sono esseri inferiori, sono parassiti che corrompono il nostro popolo e infettano il nostro sangue! Loro sono fatti in un altro modo!».

«Ma la smetta, una buona volta!» sbottò Glitter. «Sono vent’anni che dice un mucchio di sciocchezze. “Fatti in un altro modo”? Io vi osservo da molto tempo, e posso giurare su tutti i libri sacri di questo mondo che voi umani siete fatti tutti allo stesso modo. Nascete, crescete, vi accoppiate e partorite allo stesso modo; se vi ubriacate, whisky, vino o birra che sia, sragionate allo stesso modo; se vi picchiano o vi feriscono, sanguinate e vi lamentate allo stesso modo; ridete, piangete, gioite, soffrite, invecchiate e morite tutti allo stesso modo! Che avrebbero dovuto fare i poveri ebrei, morire di fame pur di non svolgere i lavori che voi avete sempre disprezzato? Non sono tutti cattivi come Fagin…».

«Taci, serpe velenosa! Finalmente ti sei svelata!». Era paonazzo, e fuori di sé al punto di tornare al dialetto. «Puoi parlare tedesco in modo forbito e conoscere a memoria tutti i miei discorsi, ma non sei ariana!» gracchiò colpendola all’addome con l’indice e facendola sobbalzare più volte. «Tu pensi da giudea, tu parli da giudea, perciò tu sei una giudea!».

Un umano alto e magro fece due passi avanti, incespicando, ed esclamò: «Mio Führer, concedetemi il privilegio di stritolarla con le mie mani!»; un altro, grande e grosso, intervenne mettendo mano alla fondina: «No, mio Führer, lasciate che ci pensi io; basterà un sol colpo, e…».

«No! No, fermi, Joseph, Hermann». Adolf Hitler agitò un braccio: «Tu devi occuparti della propaganda, e tu della Luftwaffe». Lentamente il suo respiro tornò regolare. «Gli insetti vanno lasciati agli specialisti d’insetti. Vollander» disse rivolto a un uomo sulla cinquantina dai capelli grigio ferro. «Oggi è il vostro genetliaco; ve la regalo. Fatene quel che volete».

«Aspettate!» urlò Glitter vedendolo uscire dalla stanza. «Voi non potete farmi questo! Io… io sono…»; ma il ricordo di Levi, dei carcerieri, di tutte le persone nella doccia, la paralizzò. Li aveva uccisi. Non era riuscita a salvarli. Quale diritto aveva di implorare clemenza? Riuscì solo a mormorare con un filo di voce «Io… sono… colpevole».

 

***

 

Paul Vollander, il direttore dell’Istituto per la Ricerca in Biologia cellulare, organizzò le attività dei suoi sottoposti con rigore teutonico. Helga Müller, l’unica donna del gruppo, fu incaricata di effettuare una “accurata visita ginecologico-rettale” che la lasciò alquanto interdetta; il placido e obeso Otto Lange le infilò ferri acuminati in bocca, naso e orecchie, la disturbò con forti luci e rumori, e la tenne per un giorno e una notte sotto una campana di vetro.

Un mattino Helmut Marr saltò su come un grillo urlando «Si è rigenerata! Si è rigenerata!». Non riusciva a smettere; gridava e saltava da un capo all’altro della stanza, incalzando i colleghi che lo fissavano stralunati. «Cosa si è rigenerata? La tua verruca?» ridacchiò il direttore.

«Calmati, Helmut» disse Nicolai Hartmann, il coordinatore del progetto, afferrandolo per le braccia «sei stressato, lo siamo tutti…».

«Non sono impazzito! Guardate voi stessi!». Marr si divincolò nervosamente e indicò lo strumento sotto cui aveva collocato la fatina. «Ho prelevato un campione di tessuto da un’ala per esaminarlo al microscopio, poi ho osservato la raschiatura, ed era scomparsa, come se non l’avessi mai toccata! Il tessuto si è rigenerato, e in meno di due minuti! Guardate voi stessi, se non mi credete! Provate!».

«Questo cambia tutto» chiosò Vollander con un ghigno spaventoso.

 

***

 

 

Nelle trincee credeva di aver appreso tutto sul dolore. Per due giorni l’avevano toccata su tutto il corpo con ferri roventi, le avevano scavato un braccio, tagliato un dito, e lei aveva resistito; aveva stretto i denti, si era morsa le labbra, aveva fatto di tutto per non dar loro soddisfazione. Ma quando il bisturi le troncò di netto la gamba sinistra, d’un tratto Glitter capì l’essenza del dolore: il dolore concreto, intollerabile, umiliante. D’un tratto le sue difese crollarono. E gridò.

Hartmann frugò in un armadietto, ne estrasse una piccola fiala, la aprì e aspirò il contenuto con una siringa. «Che fate?» domandò Helga.

«Cerco di alleviare le sue sofferenze» rispose lui. «Non potete» tentò di dissuaderlo la donna, «non è previsto dal protocollo…».

«Me ne sbatto del protocollo» ringhiò infilando l’ago nel braccio. La fatina sentì un’ondata di calore pervaderla, mentre il dolore si attenuava lentamente e il respiro si faceva meno affannoso. Aprì gli occhi e lo vide chino su di lei con aria afflitta, lo sentì domandare «Va meglio ora?». «Grazie» sussurrò prima di addormentarsi.

 

***

 

Era buio. Dove si trovava? Si accorse di essere legata mani e piedi. Una figura apparve davanti a lei. «Fata dei Gigli, sei tu!» esclamò con gioia. «Liberami, ti prego!».

«Chi sei tu?» domandò la Fata dei Gigli.

«Come, non mi riconosci?» chiese lei a sua volta. «Io sono Glitt… cioè, sono Fata delle Rose, la tua amica…».

«Tu non sei una fata!» la apostrofò puntandole contro l’indice. «Tu hai un nome umano, ti immischi nelle faccende umane, perciò tu sei umana!».

La scena si popolò di fate; tutte reggevano fiaccole ardenti, e gridavano «A morte! A morte!». Si guardò intorno: era sulla sommità di una immensa catasta di tronchi, rami e paglia. «N-no, voi non potete» mormorò angosciata. «Io… io sono…».

«Brucia!» gridò Fata dei Gigli scagliando la sua torcia, subito imitata dalle altre. «Brucia! Brucia! Brucia! Brucia!».

«Aiuto! Qualcuno mi aiuti!» urlò Glitter cercando un’anima buona tra la folla che la circondava. Possibile che nessuno avesse pietà? «Fata Regina!» invocò. Fata Regina la guardò mestamente e voltò le spalle.

«No! No! Aaaaahhhh!» gridò mentre le fiamme la avvolgevano.

Si ritrovò sveglia, madida di sudore e ansimante. Di fronte a lei Helga impugnava un grosso microfono, mentre Marr estraeva con cura il rullino da una piccola cinepresa; non stava più nella pelle. «Abbiamo fatto bene a tenere le apparecchiature pronte! Quando il Grande Reich dominerà il mondo, faremo incetta di Nobel per almeno un decennio».

«Sto già pensando alla tua classificazione tassonomica, piccola» disse Helga fissandola come un falco la preda. «Che ne dici di Fata rosaurea?».

 

***

 

La mattina del 18 novembre 1943 si riunirono attorno a un lungo tavolo rettangolare. Glitter, appoggiata su un leggio, era il convitato di pietra. «Allora, cominciamo» esordì il direttore con fare cerimonioso. «Prima le signore».

«Il primo esame è stato completamente negativo». Helga compulsò una serie di appunti. «Non ha organi genitali… né un apparato digerente. Come se non bastasse, i seni sono poco pronunciati e privi di capezzoli. In pratica non mangia, non beve, non si accoppia e non allatta i piccoli».

«Non si nutre? E allora come fa a sopravvivere?». Vollander era meravigliato.

«Per questo aspetto, signore, lascio la parola al collega Lange».

«È autotrofa, Herr Direktor». Lange mostrò uno spettrogramma: «Di giorno assorbe anidride carbonica dall’atmosfera ed emette ossigeno puro come le piante, mentre al buio consuma ossigeno, e dorme».

«Un vegetale senziente? Impossibile!» sbottò il direttore.

«Impossibile, ma reale» replicò il ricercatore, «e spiega come sia sopravvissuta allo Ziklon B: il suo componente principale, l’acido cianidrico, agisce impedendo alle cellule di utilizzare l’ossigeno; ma poiché lei respira principalmente anidride carbonica, l’unico effetto che ha subìto è stata una momentanea perdita di sensi».

«E gli esami istologici? Quelli sono la vostra specialità, Marr».

«Dite bene, signore». Marr si scostò dagli occhi la folta capigliatura e mostrò al suo superiore una serie di negativi fotografici. «Grazie ai prelievi effettuati abbiamo ottenuto una ricostruzione tridimensionale completa del suo corpo. La pelle è ricoperta da una sostanza cerosa con proprietà antisettiche, battericide e antiparassitarie; al di sotto di essa ci sono quattro tipi di cellule diversificate sotto il profilo anatomico e funzionale, disposte in strati concentrici all’interno di una matrice cellulosica. Il primo attiva la fotosintesi, riducendo il vapore acqueo a idrogeno e ossigeno con produzione di ATP che viene poi trasportato in tutto l’organismo, sostenendo in tal modo l’attività metabolica; nel secondo, invece, l’anidride carbonica è trasformata in carbonio organico e utilizzata, in caso di necessità, per la rigenerazione cellulare».

«Per questo non bastano carbonio, idrogeno e ossigeno» rifletté Vollander. «Da dove prende l’azoto, se non mangia e non beve?».

«Sempre dall’aria che respira, Herr Direktor». Marr appariva particolarmente orgoglioso. «Il terzo strato di cellule presenta molte analogie strutturali con i batteri azotofissatori delle leguminose. Presumo che la rigenerazione tissutale consumi molta energia a scapito delle funzioni sensitivo-intellettive… se posso usare un termine così impegnativo, signore. È per questo che, dopo un trauma o una amputazione, la frequenza respiratoria e il consumo di ossigeno subiscono un drastico incremento, e il soggetto cade in letargo. E sempre dall’aria, precisamente dal più fine pulviscolo atmosferico, assorbe anche gli altri microelementi».

«Avete misurato quanto tempo richiede il processo rigenerativo?». Il direttore era sempre più interessato.

«Certamente» intervenne Lange tirando fuori grafici e tabelle da lui redatti. «Abbiamo riscontrato una relazione di proporzionalità diretta fra la massa cellulare coinvolta dalla lesione/asportazione e l’intervallo di tempo intercorso prima del completo recupero dell’integrità fisica. Sulla base di questo modello, abbiamo previsto che il ripristino dell’arto inferiore avrebbe richiesto circa 22 minuti… e così è stato» concluse trionfante.

«Magnifico!» esclamò Vollander. «Ma vi rendete conto? Il Santo Graal che generazioni di alchimisti hanno cercato invano ora è qui, a un passo da noi!».

«E non è tutto» proseguì l’altro. «Percepisce gli ultrasuoni come i cani, e ha un udito finissimo. I suoi occhi hanno una struttura simile a quelli umani, ma sono sensibili a lunghezze d’onda a noi precluse, come l’infrarosso termico, e gli ultravioletti…».

«Suda oppiacei» aggiunse Helga. «In condizioni di stress il suo corpo secerne molecole simili a quelle contenute nel lattice di Papaverum somniferum, ma mille volte più potenti. Somministrate per aspersione a cavie animali di varie specie e peso hanno determinato rilassamento della muscolatura riflessa, depressione respiratoria, brachicardia, insensibilità al dolore, euforia, ottundimento delle facoltà sensoriali e narcolessia». La guardò con un brivido: «È una fortuna per noi che sia legata e sotto shock».

Puoi dirlo forte, strega, pensò acida Glitter.

Il direttore dell’Istituto si stava riprendendo dall’entusiasmo. «Forse non si accoppia perché è immortale, e non ha bisogno di riprodursi» ipotizzò.

«Non è immortale, signore» sbuffò la donna «e comunque si riproduce, anche se per sporulazione… L’ultimo strato, il più interno, è costituito da pochissime cellule totipotenti immature. È probabile che il termine del processo di maturazione coincida temporalmente con il decesso dell’organismo, o addirittura ne sia la causa… dopodiché questi “embrioni” vengono liberati nell’ambiente naturale e fungono da semi per la nascita della progenie».

E così, considerò amaramente la fatina, in una settimana hanno scoperto più cose su di me di quante io ne avessi immaginate in una vita. Era proprio vero: non c’era al mondo prodigio più inquietante e terribile degli umani.

«Quanti anni ha? Hartmann, dico a voi!».

Da quando le aveva praticato quell’iniezione Hartmann sembrava un cane bastonato. «Impossibile stabilirlo, Herr Direktor: le cellule germinali sono in uno stadio assolutamente primitivo, quindi sembrerebbe ancora giovane… ma il suo metabolismo, in condizioni normali, è mille volte più lento di una tartaruga delle Galapagos. Potrebbe avere cento anni, o forse anche di più, e vivere ancora per altrettanti… se glielo consentiremo».

Molto più di quanto immaginiate, brutti cattivi, pensò Glitter con soddisfazione. Anche se dovessi restare legata qui per l’eternità, vi vedrò invecchiare giorno dopo giorno, anno dopo anno, e infine divenire polvere. Poi ripensò a come si era spento il suo Charlie e provò un nodo alla gola; voltò la testa e si accorse che Helga, quella donna malvagia dai capelli di rame, la scrutava con aria interrogativa. Subito ricacciò indietro le lacrime: non doveva vederla piangere.

Vollander aveva ancora una curiosità: «Da dove viene? Qual è il suo habitat?».

«Non lo sappiamo, signore» rispose asciutta la donna. «Come Fata delle Rose, il suo areale d’origine coincide potenzialmente con quello della specie simbionte, e lo stesso discorso vale per Fata liliata o Fata dei Gigli che dir si voglia. L’unico modo per scoprirlo sarebbe chiederglielo… ma da quando l’abbiamo presa in consegna, a parte il soliloquio che abbiamo raccolto col magnetofono, non ha detto una parola. Vero, Hartmann?». «S-sì, è vero» assentì l’umano, lo sguardo assente.

«C’è un solo modo per convincerla a parlare» concluse glaciale il direttore. «L’elettroshock».

Hartmann balzò in piedi sconvolto. «Non possiamo! Provocherebbe sicuramente episodi convulsivi… forse la morte per elettrocuzione!».

«Sconsiglio fortemente questa metodica, Herr Direktor» disse Helga trattenendo per un braccio il coordinatore. «Non possiamo rischiare di perdere l’unico esemplare a nostra disposizione di una nuova specie… anzi, di un intero nuovo ordine filogenetico».

«Sono io il vostro Führer» disse Vollander alzandosi con calma «e non tollererò ulteriori insubordinazioni. Aspetteremo fino all’alba di domani; poi inizieremo da un millivolt, e aumenteremo la tensione fin quando non aprirà bocca… o non finirà incenerita».

 

***

 

Quella sera nessuno aveva voglia di tornare a casa. «Irrazionale. Assolutamente irrazionale». Helga scosse la testa. «Questa non è più una ricerca scientifica, è uno scontro fra arieti».

«Mi dispiacerebbe perderla adesso» commentò Lange asciutto. «Ci sono ancora tante cose da scoprire, tante domande cui dare risposta…».

«È una stupida, testarda e stupida come tutte le donne». Marr si alzò di scatto e scagliò il bicchiere a infrangersi sul pavimento. «Lo sai che morirai, vero?» gridò rivolta a Glitter. «Ti si legge in faccia che lo sai… e allora parla! Dì qualcosa, Cristo di Dio!».

Lei non lo degnò di uno sguardo: la sua mente era totalmente assorbita da ben altre preoccupazioni. Per quanto aveva potuto appurare, non c’era altro luogo abitato dal Popolo delle Fate all’infuori della Foresta di Dean, il luogo in cui era nata. Se i tedeschi avessero scoperto da dove veniva, si sarebbero lanciati sull’Inghilterra come lupi famelici, alla ricerca del segreto dell’eterna giovinezza… o di chissà cos’altro. Non poteva permetterlo; non doveva dire nulla, nulla!

Anche se dovessi bruciare come carta, non tradirò le mie sorelle.

Gli umani le avevano preso tutto: il cuore, la libertà, la dignità. Potevano prendersi anche la sua vita.

«Componetevi, Marr!» gridò l’umana indignata. «Non siate blasfemo!».

«Blasfemo è trattare un essere intelligente come fosse un oggetto». Hartmann ingoiò l’ultimo sorso di liquore con una smorfia e si pulì le labbra con una manica del camice.

«La prego, Hartmann, almeno lei la smetta di bere» lo supplicò Helga assumendo un contegno afflitto che Glitter non le aveva mai visto. «Non c’è bisogno di ubriacarsi… è sufficiente provare commiserazione per se stessi…».

«Io provo odio, Helga!» ruggì lui alzandosi. «Vorrei staccargli la testa dal collo, vorrei…».

«No! Ti prego, sta’ zitto, Nichi, non farti sentire» sussurrò lei prendendogli il viso tra le mani e chiudendogli la bocca con un bacio. Hartmann si piegò sulle ginocchia nascondendole la testa in grembo, e cominciò a singhiozzare come un bambino. Si comporta come una cagna in calore, giudicò la fatina. Forse lo amava?

«Quel bastardo… ha minacciato di farle deportare…». La voce di Hartmann era appena udibile: «Sophie ed Heléne… ha minacciato di farle deportare, se non avessi continuato a collaborare a questo ributtante progetto… Mia moglie e mia figlia sono l’unica cosa che conta per me! La mia Heléne… non ha ancora otto anni…» gemette, mentre Helga gli accarezzava i capelli e tentava di consolarlo.

Così dunque stanno le cose, pensò Glitter. Adesso capisco perché è divenuto triste. La disperazione di quell’umano la pervase fin nel profondo dell’anima. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lenire la sua sofferenza… qualsiasi cosa… No! Non questo! Scosse la testa vigorosamente. La vita del suo popolo dipendeva dal suo silenzio. Come poteva scambiare centinaia, migliaia di fate con due umani?

“Gli umani ti prenderanno il cuore” aveva detto Fata Regina.

Era proprio così. Ora sapeva cosa fare.

Perdonatemi, sorelle mie, implorò. Aprì gli occhi, fece un lungo respiro e disse: «Il mio nome è…».

Nessuno la udì. In quel momento – erano le 20.11 – il suono di mille sirene riempì l’aria. Tutti si alzarono in piedi, le facce stravolte. Vollander si affacciò nell’ampio salone: «Che diavolo succede?».

«L’allarme aereo! Stanno per bombardarci!» gridò Helga. Hartmann si rialzò in fretta, afferrò un taglierino e con pochi, precisi colpi tagliò i suoi legami. La prese fra le mani, la sollevò e le disse: «Sei libera. Fuggi! Salvati!».

Glitter non se lo fece ripetere due volte: spiegò le ali, si slanciò in avanti, e un attimo dopo era di nuovo nel suo elemento. Tutte le sofferenze, tutte le sevizie che aveva subìto in quei giorni si erano liquefatte come neve al sole. Era piena di gioia.

Quell’umano, Hartmann, l’aveva liberata! Aveva avuto compassione di lei, di una piccola creatura di un’altra specie! Allora gli umani non erano tutti cattivi! Devo ringraziarlo adeguatamente, prima di andarmene, decise, sì, devo ringraziarlo…

Si fermò a mezz’aria, si voltò… e in quell’istante il soffitto esplose in un frastuono assordante. La testa di Hartmann rotolò via, e il suo corpo dilaniato precipitò in una grande buca apertasi nel pavimento insieme a Helga, Lange e Marr, mentre quintali di cemento e acciaio schiacciavano tutto e tutti. Glitter chiuse gli occhi inorridita; quando li riaprì scorse Paul Vollander che si teneva a stento a un mozzicone di trave, sospeso nel vuoto.

Se non lo aiuto morirà, pensò Glitter. Lascia che muoia, suggerì una voce melliflua nella sua testa, lascia che muo…

«Vade retro, Satana!» gridò la fatina. «Io non renderò più male per male! Mai più!».

Scrutò in mezzo al fumo e alle fiamme, individuò la teca in cui era custodita la manichetta antincendio, e si gettò in picchiata; afferrò un rottame usandolo per sfondare il vetro, poi srotolò il tubo e lo porse all’umano: «Prendila» lo scongiurò «e ti salverai».

«No!» gridò Vollander mentre le forze lo abbandonavano. «Perché? Perché?» urlò lei.

«Perché non voglio… essere in debito… con… te» disse lasciando la presa. Glitter tentò di trattenerlo, ma era troppo pesante. Un istante dopo era morto.

Non sono riuscita a salvare nessuno di loro, si disse sconsolata. Udì nel suo cuore la voce di Hartmann che la incitava: «Salvati!». Sì, doveva almeno salvare sé stessa. Era questo l’unico modo adeguato di ringraziarlo.

Uscì dall’edificio semidistrutto e guardò in alto: più di quattrocento aerei con le insegne della Royal Air Force stavano scaricando su Berlino tonnellate di bombe. Effettuavano tre passaggi: dapprima alcuni apparecchi lanciavano potenti candele che illuminavano a giorno l’obiettivo, poi venivano sganciati ordigni dirompenti che distruggevano tetti, porte e finestre, e l’attacco finale consisteva in una pioggia di bombe incendiarie che provocavano vasti incendi. Vide anche alcuni aerei con la svastica che tentavano di colpire con le loro mitragliatrici i bombardieri inglesi, ma questi erano seguiti come ombre da altri velivoli che a loro volta abbattevano i difensori. In basso, migliaia di edifici venivano sventrati e distrutti; la gente fuggiva in preda al panico, molti morivano schiacciati dalle macerie o bruciati.

Di fronte a quell’atroce spettacolo Glitter comprese che l’esito del conflitto era ormai segnato. Le armate tedesche potevano devastare la terra, ma gli inglesi erano i dominatori del cielo, e contro la morte che scendeva dal cielo non c’era scampo. La Germania sarebbe stata nuovamente sconfitta, e questa volta tutto il popolo avrebbe pagato per l’ambizione dei suoi capi.

Provò pietà per quanti erano in pericolo là sotto; ma cosa poteva fare, lei così piccola? Gli attaccanti erano troppi… Ma mentre si arrovellava in questi pensieri, sentì di possedere una forza che mai aveva sperimentato. Congiunse le mani, ascoltò il suono che le cresceva dentro, e capì. Non era più una fatina ingenua e fragile. Poteva fare qualcosa. Lì, in quel momento, poteva fare la differenza.

Aprì le braccia e guardò il cielo offuscato da rade nubi. Doveva procedere un passo alla volta. Fece un profondo respiro, tracciò un arco e proclamò:

«Io, Glitter del Popolo delle Fate, comando a voi, venti: soffiate! E a voi, nuvole: radunatevi! Riempite il cielo, coprite la luna! Io ve lo comando; obbedite!».

Il vento prese a soffiare, dapprima debolmente, poi con raffiche sempre più gagliarde; le nuvole iniziarono ad addensarsi, e nel giro di un’ora avevano coperto la città con un pesante manto grigio. I bombardieri inglesi abbandonarono l’operazione e presero la via del ritorno insieme ai caccia di scorta.

Glitter abbassò le braccia, sfinita, e silenziosamente ringraziò la Potenza che le aveva consentito di mondarsi dalle proprie colpe. Sapeva che ci sarebbero stati altri bombardamenti, e che non avrebbe potuto impedire altre morti. Non poteva salvare tutti. Ma poteva salvare qualcuno.


 

Capitolo V: Redenzione

 

 

La piccola Sarah fu la prima a vederla; era in piedi su un filo d’erba. «Guarda, mamma! Un folletto!».

«Mio Dio, Heinrich, cos’è?» Esther Maimann strinse a sé i figli. «Non lo so» mormorò il marito.

«Le SS sanno che siete qui» annunciò la piccola creatura. «Seguitemi, vi porterò in un posto sicuro».

«Come possiamo crederti?» chiese l’umano. «Non conosciamo neppure il tuo nome».

«Io sono Glitter, la Fata delle Rose» rispose lei. Stese la mano e una polla d’acqua zampillò dal terreno; la ritrasse e il prodigio finì. «Ora sbrighiamoci, non abbiamo più molto tempo».

Si trovavano nella regione del Voralberg, là ove quella che un tempo era l’Austria si congiungeva a Liechtenstein e Svizzera. Li condusse per un sentiero lungo un paio di chilometri fino a Feldkirch, che la fatina aveva appena attraversato prima di volgersi a oriente. Attraversarono le strade ormai deserte – erano circa le otto di sera – e si fermarono davanti alla chiesa parrocchiale. «Lì non possiamo entrare» sussultò Heinrich «noi siamo ebrei…».

«Non temete». Aprì la porta della canonica ed entrarono. Trovarono il prevosto intento a leggere; quando li vide fu incerto se indignarsi per l’impudenza dei quattro, o meravigliarsi di quella piccola creatura alata. «Chi siete? Che volete?» mormorò.

«Loro hanno bisogno di nascondersi» disse Glitter.

Il sacerdote aveva compreso subito chi fossero quegli individui dai vestiti logori. «Non potete stare qui» balbettò, «per chi vi aiuta… c’è la deportazione…».

«Questa mattina avete comandato a cento persone di amare il loro prossimo come se stessi» replicò lei «e avete raccontato la storia di un uomo ferito dai briganti che fu soccorso da uno straniero, da uno che non apparteneva al suo popolo. Ecco: loro non fanno parte del vostro popolo, e sono in pericolo di morte; sono loro il vostro prossimo, qui, adesso! Come potete chiedere ad altri di fare ciò per cui voi non trovate il coraggio?».

Fu come se l’umano fosse stato percorso da una scossa elettrica; si alzò in fretta, lasciando cadere a terra il breviario, e disse loro: «Venite con me».

Attraversarono un corridoio che conduceva a due stanze spoglie e disadorne. «La mia perpetua è sfollata» spiegò «e non ho più seminaristi… Ecco, qui potrete stare voi due» disse indicando all’uomo e a sua moglie il proprio giaciglio, «mentre in questa camera dormiranno i bambini: ci sono due letti…».

In quel momento udirono battere alla porta. Il sangue si gelò nelle vene degli israeliti; il prete fece segno di tacere e si avviò ad aprire, Glitter lo seguì e si nascose dietro il battente, pronta a usare i suoi poteri fino all’ultimo respiro.

Un ufficiale in divisa nera guidava un drappello di trenta miliziani con i mitra pronti a far fuoco; sulle loro uniformi spiccava la scritta Gott mit uns. «Cerchiamo degli ebrei» esordì senza complimenti.

«Non sono qui» rispose asciutto il parroco.

«Non ci stai mentendo?» insistette tentando di entrare. Il sacerdote lo bloccò: «Vi ho detto che non sono qui… Come potete mettere in dubbio la mia parola? I giudei hanno crocifisso nostro Signore; come potrei accoglierli nella sua casa? Andate via, razza di senza Dio» proruppe irato.

Il capitano sbuffò; quegli ebrei potevano essere ormai ben lontani… «Va bene, prete, ce ne andiamo» disse, e gli sferrò un pugno nello stomaco. Glitter trasalì; l’umano si piegò stringendo i denti, ma non arretrò. «Un piccolo ammonimento per il futuro» concluse il nazista allontanandosi con il suo seguito. Il parroco richiuse la porta.

«Come state?» chiese addolorata la fatina. «Non volevo…».

«Sto bene» sorrise il prete raddrizzandosi. «Da giovane ho fatto il pugile a livello amatoriale… e sono ancora un buon incassatore».

 

***

 

«Hai detto di chiamarti Glitter… sei forse inglese?» domandò Heinrich Maimann. Nella stanza attigua la moglie stava mettendo a letto i figlioletti.

«Non sono inglese, né tedesca, né ebrea» sospirò la fatina. «Non sono un essere umano… anche se da voi ho ricevuto il nome, e tutto ciò che sono ora. Ditemi voi, piuttosto: da dove venite? Qual è la vostra storia?».

«Siamo di Innsbruck». L’umano chiuse gli occhi: «Durante la Grande Guerra ho combattuto volontario in Slovenia e sul Carso, poi ho aperto un piccolo negozio; costruivo orologi e lunari meccanici. Ci siamo sposati, poi sono arrivati Jakov e Sarah; eravamo stimati dai nostri concittadini, vivevamo felici, io mi consideravo un buon patriota, un austriaco punto e basta… Poi sono iniziate le minacce, le vetrine sfondate, e poi i rastrellamenti, le deportazioni… Ci siamo nascosti per un po’, poi abbiamo deciso di raggiungere a piedi la Svizzera, ma adesso…» terminò nascondendo il viso tra le mani.

«Adesso avete trovato me» disse solennemente Glitter, «e anche se sono piccola e debole, sarò la vostra ombra e il vostro scudo sino al confine».

«Perché lo fai?» chiese lui.

«Uno di voi mi ha salvato la vita a prezzo della propria» rispose pensando al giovane soldato ebreo incontrato ventisette anni prima. «Ancora adesso il rimorso mi perseguita… Non lascerò più che sia versato sangue innocente».

L’uomo prese le piccole mani nelle sue. «Io credo che tu sia più umana di tutti quelli che ci hanno sbattuto la porta in faccia».

 

***

 

«Il varco di confine dista una decina di chilometri» disse il prete seguendo col dito una linea ondulata. «Dovrete seguire l’Ill, poi risalire il corso del Reno… Dovreste farcela in un’ora o due».

«Il Liechtenstein non è più vicino?» azzardò Glitter.

«Il principe collabora coi nazisti» spiegò Maimann. «Gli elvetici hanno una lunga tradizione di accoglienza». Ripiegò la cartina e se la mise in tasca. «Partiremo prima dell’alba».

«Glitter, Glitter, raccontaci una favola!» esclamò Jakov irrompendo nella stanza con la sorellina. «Sì, sì, ce l’hai promesso» confermò lei.

«Mi dispiace» si schermì Esther. «Ho tentato di convincerli ad addormentarsi, ma non c’è verso…».

«Non preoccupatevi» disse la fatina. Poi si rivolse ai piccoli: «D’accordo, bambini, vi racconterò una fiaba piena di avventure… però poi subito a nanna, va bene?».

«Sìììì! Evviva!» strillarono in coro i fanciulli correndo a infilarsi sotto le coltri. «Dunque» iniziò Glitter «c’era una volta un bambino che si chiamava David, David Copperfield…».

La pendola sul camino suonò le nove quando il prevosto la vide entrare. «Vorrei chiedervi un favore, padre».

«Di che si tratta, Glitter?». Lei congiunse le mani: «Vorrei che esaminaste la mia anima, affinché giudichiate se sono idonea».

«Idonea? Per cosa?» domandò il sacerdote.

«Per ricevere il battesimo».

Il parroco restò a bocca aperta. «Ma tu… tu non sei…».

«Nel vostro libro è scritto che Dio non fa differenza tra ebrei e greci, tra maschi e femmine o tra schiavi e liberi» continuò Glitter con dolce risolutezza, «dunque potrebbe accogliere anche me, se ne avessi i requisiti… Sono undici mesi che ci penso, e sono sempre più convinta… Mettetemi alla prova; risponderò a qualunque domanda» lo implorò.

Lui rimase in silenzio per un istante che le sembrò infinito. «Va bene» disse poi «ma non ti farò sconti».

Per tutta la notte la fatina espose nei minimi dettagli ogni episodio della sua vita, manifestò il pentimento per i peccati commessi e rispose a domande di teologia e catechismo. Il pastore era ammirato: non soltanto conosceva a memoria tutte le Scritture, le opere dei Padri della Chiesa e svariati libri di teologia e di morale, ma sapeva citare ogni passo in modo appropriato e trarne insegnamenti di vita. «Ho avuto un buon maestro» spiegò con le lacrime agli occhi.

Fu così che alfine la immerse nel fonte pronunciando la formula: «Glitter, ego te baptizo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti». Erano circa le quattro del mattino.

***

 

«Dio vi protegga» disse il sacerdote stringendo la mano a Heinrich Maimann. Mentre la famiglia si avviava Glitter lo salutò a sua volta: «Vi ringrazio per tutto ciò che avete fatto per loro… e per me».

«Io ringrazio te» ricambiò l’uomo. «Mi hai ridato il coraggio di essere fedele alla mia vocazione». Lei sorrise e raggiunse gli altri.

Camminarono lungo i due corsi d’acqua per un’ora e mezzo, poi videro in lontananza il varco. «Vado avanti io» sussurrò la fatina facendo segno ai quattro di restare nascosti. Quando fu a una decina di metri dalla sbarra i nazisti uscirono dai cespugli coi fucili spianati. «Fermi dove siete!» latrò il capitano. Glitter allargò le braccia e chiuse gli occhi.

«Voi non avete visto né me, né queste persone» comandò, mentre una nebbiolina simile a rugiada impregnava i loro corpi. «Dormite, e dimenticateci».

La terra di nessuno si stendeva davanti a loro per meno di cento metri. «Addio, Glitter, e grazie per tutto ciò che hai fatto per noi» disse Heinrich Maimann.

«Signor Maimann, io devo dirvi qualcosa» replicò Glitter intimidita, «ora io sono…».

«Lo so» la tranquillizzò l’umano. Pose la destra sulla sua fronte e pronunciò la benedizione di Aronne: «Il Signore faccia splendere il suo volto su di te e ti dia pace».

«Addio, Glitter, e grazie di tutto» le disse la signora Esther. «Addio, Glitter, e grazie per le belle favole!» la salutarono i bambini con gli occhi lucidi. Si avviarono verso il posto di confine elvetico; la fatina si nascose fra l’erba aspettando il segnale convenuto. I soldati controllarono i documenti, parlarono fittamente tra loro, poi la sbarra fu alzata. Il signor Maimann si voltò e fece un cenno.

Quella notte Glitter sognò Ernst Joachim Levi: le sorrise e si avviò per una strada di luce. Da allora gli incubi smisero di tormentarla.


 

Capitolo VI: Grand Tour

«Non agire impulsivamente, figliola» raccomandò il parroco dopo averle impartito l’assoluzione. «Confida le tue pene al Signore, ed Egli non ti farà mancare il suo aiuto».

«Vi ringrazio, padre… ma io credo che il Signore aiuti chi si aiuta da sé» disse Anna Bettini prima di raggiungere la madre che l’attendeva sulla porta. Non appena fu uscita dalla chiesa si scoprì la nera chioma ribelle: «Nevica ancora forte» sospirò tentando di celare la sua preoccupazione. Il sole stava tramontando.

«Che hai, bambina mia?» chiese la donna anziana toccandole la fronte. «Hai freddo? È da un po’ che sei sciupata, cocca di madre…».

«Sto bene, mamma» si schermì la giovane «ormai sono grande, ho diciassette an…».

«Perdonate, buone donne» la interruppe una vocina inconfondibilmente femminile, «sapreste dirmi che posto è questo? Mi sono smarrita…».

«Gesù Giuseppe e Maria! Un’anima che vaga senza pace!» esclamò la signora Marta col cuore in gola. «Qu-questo è il paese di Sant’Antonio al Monte, in Valmalenco» balbettò Anna pronunciando mentalmente una giaculatoria e facendosi avanti. «Chi sei? Mostrati!».

«Mi promettete… che non mi farete del male?» implorò la voce.

«Lo promettiamo entrambe» assicurò la ragazza segnandosi sul petto. «E ora fatti vedere!».

Glitter uscì da dietro un masso e si incamminò a piccoli passi verso le due umane; si stringeva nelle spalle ed era visibilmente intirizzita. «È… una fata!» mormorò Marta. «Oh, com’è graziosa!» esclamò da parte sua la figlia. Si inginocchiò e la raccolse: «Hai freddo, piccolina?».

 

***

 

«La minestra è pronta» annunciò la Marta. «Immagino tu sia affamata, Glitter… è così che ti chiami, vero?».

«Ha un profumo buonissimo» rispose la fatina annusando il pentolone «ma io non ho bisogno né di mangiare né di bere. Trascorrere la notte in questo posto caldo è più che sufficiente per me».

«Ora ne sono sicura» sentenziò lei, «sei davvero una fata».

«Che dici, mamma? Le fate non esistono…» disse Vincenzo Bettini guardando incredulo la piccola creatura.

«Stai zitto, testardo d’un mulo!» fece la donna allungandogli uno scappellotto. «Tua madre è vecchia, ma la testa le funziona ancora. Ricordo bene quello che mi insegnò la nonna tua buonanima, che glielo insegnò sua nonna, e a lei la nonna di sua nonna…». Riprese fiato e proseguì: «Le fate sono esseri soprannaturali, dai grandi poteri, che vivono nelle selve e nelle grotte di montagna… Quando cala la notte esse si mostrano agli uomini per metterli alla prova; chi si mostra benevolo verso di loro è ricompensato con grandi benefici, mentre i malvagi sono puniti con sciagure e malanni…».

«Io non voglio fare del male a nessuno» li rassicurò Glitter cercando di cambiare argomento. «Come vanno le cose qui? Chi comanda? E i tedeschi, ci sono?».

«Comandiamo noi paesani, da quando abbiamo cacciato il podestà e tutti i suoi lacchè» rispose Vincenzo. «I tedeschi sono calati giù dal Tirolo, ma qui non si sono visti… e spero che non ci diano problemi nemmeno quando se ne andranno».

«Dunque la guerra sta per finire?» chiese lei.

«Fra tre o quattro mesi sarà tutto finito» affermò l’uomo, che lavorava come cronista per il giornale del paese e possedeva informazioni di prima mano. «Così i nostri giovani che sono andati partigia potranno tornare… e anche Lorenzo, il moroso dell’Annuccia» concluse ridacchiando, rivolto alla sorella.

«Moroso? Che vuol dire?» domandò la fatina incuriosita.

«Vuol dire fidanzato» spiegò la madre. «Lorenzo Moroni è un ufficiale del Regio Esercito; dopo l’armistizio l’abbiamo nascosto in casa perché non voleva mettersi coi fascisti, poi tre mesi fa è andato al Sud…».

«Scusate, ma sono stanca». Anna si alzò con un moto d’insofferenza, poi si rivolse a Glitter: «Noi siamo gente povera… ma tu sei piccola, perciò puoi dormire sul mio cuscino».

Poco prima dell’alba la fatina si svegliò trovando il giaciglio vuoto e percepì dei rumori soffocati venire dal piano inferiore. Anna Bettini stava aggirandosi furtivamente nella grande stanza che fungeva da cucina e sala da pranzo; prese una bisaccia, vi infilò una cartina geografica, un filone di pane e un coltello a serramanico; poi indossò il pastrano, aprì con cautela la pesante porta di legno e si allontanò. Aveva percorso poco più di trecento metri quando sentì la sua voce: «Dove vai, Anna?».

«Glitter!» esclamò sorpresa la giovane. «Come hai fatto a uscire?».

«Ultimamente sto diventando più forte» confessò lei. «Ma tu dove vuoi andare a quest’ora, con questa neve?».

«Non sono affari tuoi» ribatté continuando a camminare. Glitter la seguì volandole accanto. «Mi avete accolto nella vostra casa» disse «perciò adesso le vostre preoccupazioni sono anche le mie».

«Vado a Brindisi» rispose Anna continuando ad affondare i passi nella neve alta. «Vado dal mio Renzo, vado a stare con lui».

«A Brindisi? Ma… sono più di mille chilometri! E tu vuoi andarci a piedi? E poi c’è la guerra… bisogna attraversare il fronte, è troppo pericoloso…».

«Io lo amo, e voglio stare con lui» proclamò risoluta.

«Ma fra tre o quattro mesi la guerra sarà finita» cercò di dissuaderla Glitter. «Non puoi aspettare fino ad allora?».

«No che non posso!» sbottò la fanciulla. «Non posso, perché le nausee finora sono riuscita a nasconderle… ma tra un po’ mi crescerà la pancia, e allora…».

«Ferma, ferma, ferma!». La fatina agitò le braccia tentando di arginare quel fiume in piena. «Nausee, pancia… Tu… tu sei incinta!» esclamò facendosi rossa come un peperone. «Ma tu non sei sposata!».

«Si può fare all’amore anche senza essersi ancora sposati!» strillò Anna con le guance imporporate di vergogna. Poi si accasciò coprendosi il volto: «Io voglio stare con Renzo… con Renzo mio…» singhiozzò.

«Buona, Annuccia, stai buona, non piangere» sussurrò Glitter confusa. Terse le lacrime e le infuse calma e coraggio. «Non posso approvare quello che hai fatto… ma se desideri tanto raggiungere il tuo fidanzato, io verrò con te».

 

***

 

«Milano è piena di fascisti e di tedeschi» le aveva spiegato indicando la cartina. «Noi passeremo per boschi e campagne, raggiungeremo il Po e lo attraverseremo su una barca che si muove a forza di braccia, tramite un sistema di carrucole… qui. Poi taglieremo la Linea Gotica a Bagno di Romagna: lì ci sono solo i fascisti. Se avremo fortuna ci lasceranno passare, altrimenti venderò cara la pelle» aveva concluso accarezzando il coltello.

Erano in viaggio già da quattro giorni. «Ho freddo» mormorò Anna tentando per l’ennesima volta di accendere un fuoco sfregando due rametti, «avrei dovuto portare con me degli zolfanelli…».

Da quando aveva salvato la famiglia Maimann, Glitter si era esercitata molto. «Ci penso io. Tu sta’ indietro, per favore». Stese la mano, si concentrò, e una fiamma altissima eruppe dal suolo. Anna cadde all’indietro stupefatta. La fatina mosse le dita e il fuoco si abbassò fino a un metro d’altezza. «Ora puoi riscaldarti» le disse.

Due giorni dopo Anna aveva lo stomaco che brontolava. «Ho fame» gemette «ho finito le provviste…».

«Aspettami qui» disse Glitter. Tornò dopo mezz’ora trascinando una grossa quaglia addormentata. «Uccidila e mangiala».

«Ucciderla? Ma… gli animali della foresta sono tuoi amici…».

«Tu e il tuo bambino valete molto di più» concluse la fatina.

Un mattino, mentre tentava di guadare un fiumiciattolo, la fanciulla scivolò e fu ghermita dalla corrente. «Aiuto! Aiutami, Glitter!» invocò mentre veniva trascinata via. Glitter volò verso di lei piena d’angoscia: finora non aveva mai sollevato un umano, però… Ora o mai più! La afferrò per un braccio, la sollevò in aria e la depositò sulla sponda meridionale; aveva i vestiti fradici e batteva i denti.

Devo asciugarla, e in fretta, pensò. «Sorgi, calore della terra, e voi, umido e freddo, sparite!». La ragazza fu investita da un fortissimo vento caldo che le scompigliò i vestiti; per un istante si sentì soffocare, poi la corrente si spense e si ritrovò asciutta come un deserto.

La sera fu colta dalla febbre. Glitter le toccò la fronte: ansimava, sudava copiosamente, e la pelle color del latte era fredda come il ghiaccio. Se posso regolare il fuoco della terra, rifletté, posso fare lo stesso con quello dei corpi. Doveva solo usare la tecnica giusta… Per due ore la massaggiò da capo a piedi, poi si addormentò sfinita. All’alba Anna si svegliò sfebbrata; vide la piccola creatura ronfare beatamente sul suo petto e decise di lasciarla riposare ancora un po’.

 

***

«Fammi compagnia, verginella» disse il fascista premendole il seno e sollevandole la gonna, «è da tanto tempo che non vedo una donna…».

«Ehi, Tibia, non la sfrucugliare tutta» sghignazzò il suo compagno, «lasciane un po’ anche per me».

La piccola lama tracciò un arco vermiglio sul dorso della mano; il repubblichino ululò di dolore, poi si leccò la ferita. «Brutta puttana!» urlò afferrandola per i capelli.

«Lasciatela!» Glitter uscì dalla bisaccia e diede uno spintone all’umano facendolo rotolare per qualche metro.

«È una Turana!» gridò spaventato il secondo: «La mamma me ne parlava sempre…».

«Non dire stronzate» borbottò il Tibia rialzandosi, quando i due si ritrovarono circondati da un muro di fuoco. «Aaaahhh! Aaaahhh!» strillarono in preda al terrore; il Tibia era quello che strillava più forte. «Pietà, Turana, risparmiaci» implorarono con la faccia a terra: «Turana, Turana – Rispondi a chi ti chiama – Di beltà sei regina…».

D’un colpo il fuoco si spense e lei li fulminò con un’occhiataccia. «Andate via» disse severa. Un minuto dopo erano già lontani.

«Non ho mai mangiato tanta carne come in questi giorni» proclamò soddisfatta Anna prima di recitare il Defende nos. «È la mia preferita… è una preghiera potente» le disse riconoscente. «Infatti quando l’ho pronunciata, quella sera, tu sei apparso in mio aiuto».

«Io non sono l’arcangelo Michele» precisò dolcemente la piccola creatura. «Sono solo Glitter, la Fata delle Rose».

«Gli angeli si celano sempre sotto mentite spoglie, perché non cercano la loro gloria» insistette l’umana. «Ma se vuoi essere chiamato Glitter, ti chiamerò così».

Dopo qualche minuto la fatina le si avvicinò. «Posso… posso sentire il bambino?» domandò esitante.

«Il bambino? Ma certo!» annuì scoprendo l’addome. «Davvero riesci a sentirlo?».

«Oh, sì… lo sento. Lo sento!» esclamò Glitter piena di gioia. «Lo sento crescere dentro di te! Riesco a percepire il sesso: è…».

«Non dirmelo, ti prego» fece lei quietamente, «lasciami il piacere della sorpresa… Dimmi solo se sta bene».

«Sta bene, Anna… è sano e forte. Avrà i tuoi occhi, avrà la forza di suo padre, e il tuo coraggio… Sarete felici».

«Lo spero» sospirò la giovane improvvisamente afflitta. «Forse mi ha dimenticata… O non vorrà tenerlo…».

«Non sarebbe il tuo Renzo» la consolò. «Abbi fiducia».

Il giorno dopo Glitter scorse di lontano una pattuglia tedesca. «Nasconditi» sussurrò alla ragazza. Ascoltò i loro discorsi: «Sono in tre. Uno di loro vuole andare a fare un bisogno in un cespuglio più avanti. Non muoverti di qui» le raccomandò. In quel momento uno dei soldati si allontanò; la fatina attese un minuto, poi raccolse un sasso e lo gettò in direzione opposta. «Chi è là?» gridò il secondo milite andando a controllare.

Il soldato accovacciato cadde con i calzoni ancora abbassati; un istante dopo l’altro lo raggiunse tra le braccia di Morfeo. Il terzo ritornò sui suoi passi, lo vide a terra e sollevò l’arma; Glitter lo accarezzò cantando «Dormi, bimbetto dormi…» e l’umano si accasciò.

Adesso era la fatina a guidare il cammino. «Tu sai il tedesco?» domandò meravigliata Anna.

«Io conosco tutte le lingue del mondo» rispose Glitter serafica. «Non sono una pianticella ignorante».

«No di certo» sorrise lei. «Sei il mio angelo custode».

 

***

 

Una volta superato il fronte, il viaggio divenne molto più agevole: Anna riuscì a salire su una corriera che la portò a Firenze, con Glitter nascosta nella sporta; da lì raggiunse Roma, dove trovò posto su un treno diretto a Brindisi.

Il 10 marzo 1945 la giovane si appoggiò al muro di cinta della caserma; l’ingresso era appena dietro l’angolo. «Se ci accoglierà… se ci prenderà con sé, promettimi che tornerai dalla mamma e da Vincenzo, per dire loro che sto bene, e che saremo felici insieme. Promettilo» sussurrò.

«Te lo prometto» assicurò lei prima di volar via.

Il soldato americano restituì i documenti e disse al telefono: «C’è una visita per il caporale Moroni». Quando la vide le corse incontro e la abbracciò. «Aspetto un figlio» gli disse lei. Lui restò a bocca aperta per un istante, poi le sorrise. «Aspettiamo un figlio» la corresse, e i due si baciarono.

Glitter li guardò un’ultima volta e si rimise subito in viaggio. Non doveva solo mantenere una promessa. Per la prima volta, dopo tanto tempo, aveva un posto in cui tornare.

 

 

Capitolo VII: Casa

«Lavorate, cani! Scavate!» gridò un soldato colpendo con una frusta l’anziano. Vincenzo Bettini lo aiutò a rialzarsi: «Perché ci trattate così? Perché dobbiamo scavare queste buche?».

«Questa notte faremo un bel falò» sghignazzarono le guardie, «e ora lavorate!».

«Questi ci vogliono far fuori tutti» mormorò un compaesano. «Dobbiamo scappare, Vincenzo…».

«Io non lascio mia madre nelle loro mani» troncò lui.

«E allora che aspettiamo? Un miracolo?» fece un altro.

In lontananza, il colonnello della Wehrmacht Lothar von Treitschke parlottò col suo aiutante di campo aggiustandosi il monocolo. «Gli ordini da Berlino sono chiari: faremo terra bruciata prima di ritirarci, non lasceremo vivo nessuno!». Non sapevano che una piccola creatura li ascoltava nascosta fra l’erba.

 

***

 

«Non possiamo lasciarli fare, Pericle! Dobbiamo calare giù e ammazzarli tutti, quei maledetti!» dissero alcuni partigiani. Erano una ventina, e si erano riuniti nella caverna che fungeva da armeria per decidere il da farsi.

Il comandante Giuseppe Smeriglio, nome di battaglia Pericle, era divenuto presto una leggenda per come sapeva infiammare i loro cuori. «Loro sono venti volte più di noi» ricordò levandosi in piedi, «ma se è scritto che i nostri cari debbano morire, noi moriremo con loro».

Poi la videro: era ferma a mezz’aria, e sebbene la grotta fosse in penombra le sue ali brillavano di tutti i colori dell’arcobaleno. «Chi sei?» domandò il Pericle.

«Il mio nome è Glitter» proclamò la fatina «e sono stanca di morte. Io vi aiuterò a salvare il vostro paese, ma alle mie condizioni».

«Aiutarci? Un soldino di cacio come te? Non farci ridere!» mormorarono gli umani. «Come possiamo fidarci della tua parola? Dacci un segno!» la sfidò Smeriglio.

«Volete un segno? Eccolo!». Sollevò le braccia e una lingua di fuoco sgorgò da sotto i loro piedi facendoli sobbalzare; mosse le mani come un direttore d’orchestra, e un forte vento riempì la caverna. Dalle pareti cominciarono a zampillare fiumi d’acqua: «Le cartucce! Salvate le cartucce!» gridò il comandante, ma era tutto inutile. D’un tratto un vortice risucchiò l’acqua nelle profondità della terra; i partigiani toccarono le munizioni: erano asciutte. «Quali sono le tue condizioni?» le chiese Smeriglio fuori di sé per lo stupore.

«Non ucciderete nessuno a sangue freddo; a chi si arrende sarà dato quartiere, e la possibilità di rimpatriare. Giuratelo!». Si consultarono brevemente, poi la risposta fu unanime: «Lo giuriamo!».

«Preparatevi» disse Glitter. «Al tramonto si comincia».

 

***

 

«Ferme! Chi siete?» berciò il tedesco puntando il mitragliatore contro le figure abbigliate con lunghi manti neri, discese dalle montagne in una lunga fila.

«Non vedi che sono delle prefiche?» gli disse il commilitone. «Siete venute per il funerale, eh? Venite con noi, avanti!» e poi sussurrò all’altro: «Queste le uccideremo per ultime».

Tutti gli abitanti di Sant’Antonio, vecchi, donne e bambini, erano davanti alle fosse aperte con le mani legate dietro la schiena; le misteriose forestiere si mescolarono ad essi. Il colonnello guardò l’ora: «Procediamo» ordinò.

D’improvviso i soldati furono accecati da un bagliore. Glitter si sollevò alta sopra di loro e disse a ciascuno nella propria lingua nativa: «Io, Glitter, comando all’acqua, al fuoco, all’elettrico e al vento: scatenatevi, ora!».

Il cielo si oscurò, si scatenò una pioggia fittissima, e fulmini colpirono le camionette tedesche, i carri armati e le autoblindo, facendoli esplodere; vampe di fuoco sorsero dalla terra e inseguirono i militari, mentre una forza magnetica strappò le armi dalle loro mani e le radunò ai piedi della fatina. In quel momento i partigiani si tolsero i loro travestimenti, liberarono i paesani e gridarono: «All’attacco!». I tedeschi terrorizzati, bagnati fradici, scottati e disarmati, furono assaliti da una folla inferocita che li prese a pugni, calci e morsi.

Il colonnello von Treitschke non riusciva a credere ai propri occhi: quel piccolo demonio aveva messo fuori combattimento 550 uomini, la migliore unità della grande armata germanica, e lo stava ricoprendo di disonore! Sguainò la sciabola e si avventò su di lei; Glitter afferrò la lama di piatto con entrambe le mani, i due si fronteggiarono per un istante, poi la spada s’infranse in mille pezzi. Il colonnello cadde in ginocchio, chinò il capo e mormorò: «Ci arrendiamo».

Fu così che a Sant’Antonio al Monte, all’alba del 23 aprile 1945, la seconda guerra mondiale ebbe termine.

 

***

 

«Siamo venuti a liberarvi» annunciò l’ufficiale americano appena sceso dalla jeep. «Grazie, ma ci siamo già liberati da soli» replicò il comandante Pericle.

La festa durò una settimana. Glitter, che si era affrettata a comunicare il lieto messaggio alla madre di Anna, partecipò gioiosamente ai canti e alle danze; per la prima volta non aveva paura di mostrarsi agli umani. Una sera tutti gli abitanti si riunirono, e Giuseppe Smeriglio parlò a loro nome: «Glitter, abbiamo discusso a lungo e siamo tutti d’accordo. Noi non sappiamo da dove vieni, né se hai un posto in cui andare… ma se volessi restare a vivere qui, ne saremmo molto felici. Non riveleremo la tua esistenza a nessuno fuori di questo paese, e non permetteremo a nessuno di farti del male. Allora, che farai?».

La fatina restò in silenzio per lunghi minuti, meditando fra sé, mentre i paesani stavano col fiato sospeso. Poi disse loro: «Ho girato il mondo in lungo e in largo, ho conosciuto tutto il male e il bene che può albergare in un cuore grande o piccolo; ma solo in questo luogo, dopo tanto tempo, mi sono sentita a casa… Sì, resterò qui con voi».

 

 

II.    UNA FATINA IN CITTÀ

 

Capitolo I: Straniero

Andrea Moroni sfogliò un’altra volta la guida del Touring Club: Sant’Antonio al Monte, ridente centro abitato della Valtellina, situato fra Chiesa in Valmalenco e Chiareggio. Il toponimo ha origine da una leggenda, secondo la quale il santo patavino avrebbe affrontato e sconfitto in quei luoghi un drago sputafuoco, rinchiudendolo poi nelle viscere della terra… L’imponente ghiacciaio, dominato dal Pizzo Bernina (m. 4.050) alimenta un grande impianto idroelettrico realizzato nel dopoguerra…

«Prossima fermata Sant’Antonio al Monte!» annunciò il conducente.

…l’abbondanza di energia a basso costo ha permesso il sorgere di svariate industrie meccaniche… Il giovane raccolse le sue cose e si preparò a scendere.

Aveva sempre studiato con profitto, un po’ per piacere e un po’ per non arrecare preoccupazioni a sua madre; ma dopo aver conseguito il diploma aveva dovuto constatare che a Brindisi avrebbe avuto maggiori prospettive di trovare lavoro come operaio analfabeta. «Figlio mio» gli aveva detto abbracciandolo, «io soffro ogni giorno a vederti mordere il freno… Ho scritto a tuo zio Vincenzo: è disposto ad andare in pensione anticipatamente per lasciarti il posto di redattore nel giornale del paese. Non preoccuparti per me, io me la caverò con la pensione lasciataci da tuo padre… che san Michele ti assista, e ti aiuti a realizzare i tuoi sogni migliori». Così era partito, con il vestito buono nella valigia e mille domande sul futuro che lo attendeva.

La redazione della “Gazzetta del Santo” distava circa mezzo chilometro dalla stazione delle corriere. Stava percorrendo una stradicciola, quando udì una serie di colpi d’arma da fuoco venire dalla piazza antistante. Lasciò cadere il bagaglio e corse in quella direzione, ma un proiettile lo sfiorò e dovette rifugiarsi dietro un’automobile in sosta. «Che succede?» chiese a un uomo che stringeva a sé la figlia.

«È il Toni, poveretto» rispose lui dopo averlo squadrato da capo a piedi. «Da quando gli è morta la moglie non ci stava più con la testa, e adesso…». Un’altra serie di colpi lo costrinse a tacere, mentre dal primo piano di una palazzina una voce roca gridò: «Adesso vi ammazzo tutti, tutti!».

«Dove sono i carabinieri? Perché non intervengono?» chiese Andrea nervosamente.

«Non aver paura» gli disse la bambina, che in quel trambusto sembrava assolutamente serena. «Glitter ci salverà».

«Zitta, Mariuccia» fece il padre dandole un’occhiataccia «lui viene da fuori, non deve sapere…».

«Chi è Glitter?» domandò incuriosito, quando all’improvviso la folla esplose in grida di giubilo: «Eccola, è lei!», «Glitter, aiutaci tu!» «Glitter, Glitter!».

Il giovane si sporse, e vide una farfalla dalle grandi ali iridescenti, ma con braccia e gambe come un uomo, volare a tutta velocità verso il cecchino. Il Toni prese la mira e sparò tre volte verso la piccola creatura, ma questa deviò i proiettili con un gesto della mano; poi toccò le guance ispide dell’uomo sussurrandogli «Buono, Toni, stai buono… Pensa alla tua Adele, pensa a lei e dormi…».  Lui abbandonò il fucile, inebetito, e si accasciò.

In quel momento giunsero i carabinieri, entrarono nell’edificio, e dopo qualche minuto trascinarono via il pover’uomo sostenendolo per le braccia, mentre la piazza esplodeva in un corale «Per Glitter, hip, hip, hurrah!» e tutti battevano le mani. Glitter si fermò a mezz’aria per qualche istante, inebriandosi di quelle acclamazioni; lo guardò con curiosità, poi spiccò il volo e in un lampo sparì alla vista.

 

***

 

«Così tu sei il nipote di Vincenzo?» esordì il Ghilardi stringendogli la mano. «Benvenuto a Sant’Antonio! Io sono Massimo Ghilardi, e lui è Paolo Balatti. Ti sei già sistemato da tuo zio?».

«Veramente no» rispose Andrea ancora scosso. «Sono stato preso in mezzo alla sparatoria di poco fa… Non crederete mai a quel che ho visto…».

«Dimenticalo» disse con voce ferma un uomo sulla cinquantina dagli occhiali neri. «Sono Giuseppe Smeriglio, il caporedattore» si presentò.

«Che facciamo con lui, Bepi?» chiese il Ghilardi a disagio. «Lui viene da fuori, non sa niente…».

«Ascoltami bene, ragazzo». Il Bepi gli strinse una spalla; aveva la mano come una morsa di ferro. «Quello che hai visto oggi non lo racconterai a nessuno fuori di questo paese, hai capito? Anzi, per essere chiari: non ci scriverai neppure mezza riga sull’edizione di domani. Se farai la spia, noi negheremo tutto; uomini, donne, bambini, diremo tutti che te lo sei inventato. Perderai il lavoro ancora prima di cominciare, e dovrai tornartene al Sud con le pive nel sacco. Intesi?».

«I-intesi» assentì lui.

***

 

I primi mesi furono durissimi. Come neoassunto, Andrea doveva svolgere mansioni da tuttofare: raccoglieva i messaggi delle telescriventi smistandoli per argomento ai colleghi più anziani, passava carte, rivedeva le bozze prima di mandarle in stampa, e qualche volta preparava il caffè per tutti. Nella redazione, per le strade, al bar, dovunque la gente lo fissava con diffidenza e lo teneva a distanza: era per tutti “il forestiero”.

Aveva provato a chiedere informazioni su quella stupefacente creatura alata, ma l’unico risultato ottenuto era stato l’approfondirsi del suo isolamento. «Dammi retta, ragazzo» lo aveva ammonito lo zio, «meno domande fai, meglio è…»; ma tutte quelle reticenze, per contrasto, non facevano che accrescere il suo desiderio di saperne di più. Un giorno, più per disperazione che per altro, si risolse a rivolgersi al parroco.

«Quali peccati hai commesso, figliolo?» chiese don Lazzaro mettendosi la stola.

«Uno solo, padre: sono curioso di sapere chi è Glitter».

Lui sbiancò. «La curiosità è figlia del demonio» lo ammonì.

«Non rivelerò a nessuno quanto mi dirà» promise il giovane alzando la mano destra.

Il sacerdote lo guardò negli occhi, poi sospirò: «Glitter è la mia parrocchiana più buona, la più longeva… ed è una fata».

 

 

Capitolo II: Ricerca

Per un momento pensò che si prendesse gioco di lui. «Cos’è, una burla da prete?» domandò irato.

«Non ti biasimo se non mi credi» replicò il parroco. «Neppure io ci credetti, quando giunsi in questo paese… eppure il mio predecessore, prima di ritirarsi per un’infermità, mi aveva avvertito: “Avrai una pecorella speciale nel tuo gregge”, mi disse, “abbine cura”».

Chiuse gli occhi appoggiandosi a una colonna del tempio, come se lo sforzo di ricordare lo indebolisse, poi seguitò a raccontare. «Cinque anni fa, nelle campagne qui intorno ci fu una serie di roghi: era un giovane scapestrato, ricco di famiglia, che lo faceva per ingannare la noia… All’inizio bruciava i pagliai, poi un giorno diede fuoco al bosco… uno dei volontari accorsi fu colpito da un ramo e morì poco dopo…» e qui tacque.

«E poi cosa successe?» Vada avanti» lo incalzò Andrea.

«Io fui chiamato per dargli l’estrema unzione… e allora la vidi: volava alta sopra le fiamme, con le ali che risplendevano al sole. Sollevò le braccia e d’improvviso il cielo, da sereno che era, si riempì di nuvole, e cominciò a piovere così fittamente, che in pochi minuti l’incendio era spento. Poi si posò sulla salma, lo guardò con infinita pietà, disse: “Lui pagherà per questo”, e volò via».

«Non mi dica che trovò il piromane!» esclamò il giovane.

«Proprio così» confermò il sacerdote. «Tre giorni dopo lui si consegnò ai carabinieri in preda al terrore: al processo raccontò che Glitter lo aveva scovato in una capanna, e per due giorni e due notti gli aveva rinfacciato il suo crimine, spaventandolo con vari prodigi ed esortandolo a costituirsi… Naturalmente i giudici non credettero a una sola parola, e lo condannarono a una dura pena».

«Di quali prodigi parlò?» Andrea era sempre più meravigliato.

«Acqua, fuoco, fulmini… Lei controlla gli elementi naturali». La voce del sant’uomo tremava per l’emozione. «Quella sera la trovai seduta sull’altare. “Non gli ho torto un capello, padre” disse “mi sono limitata a spaventarlo”. Ero incuriosito, perciò le feci molte domande… così scoprii che era stata battezzata da un sacerdote austriaco nel 1944».

Il giovane restò a bocca aperta, ma il prete continuò: «Anch’io ero scettico, perciò la interrogai in materia di religione. È un pozzo di sapienza, conosce a memoria tutte le Scritture, e non come un pappagallo, ma come una persona assennata…».

 

***

 

Tutto il paese si preparava a festeggiare il ventennale della Liberazione. «Perché con due giorni di anticipo?» chiese al Bepi.

«Perché la nostra liberazione è avvenuta il 23» spiegò lui offrendogli un bicchiere di quello buono. Erano soli nella redazione della “Gazzetta”, e da un po’ di tempo Giuseppe Smeriglio aveva preso a trattarlo con minore freddezza. «In quei giorni io ero sulle montagne con un gruppo di partigiani…».

«Lo so» disse il giovane. «Lei era il loro comandante, nome di battaglia Pericle… È una leggenda vivente, e a ragione: ha salvato il paese da una strage nazista».

«Quella è la versione ufficiale». Il Bepi si versò un altro sorso. «Eravamo riuniti in una caverna per decidere il da farsi, con poche speranze di uscirne vivi… quando apparve lei. “Sono stanca di morte”, ci disse, “vi aiuterò se accetterete le mie condizioni”».

«Quali condizioni pose?» chiese lui.

«Avremmo dovuto risparmiare la vita ai tedeschi che si fossero arresi, e consentir loro di tornare in patria». Il caporedattore si appoggiò allo schienale rivivendo gli eventi nella memoria. «All’inizio non la prendemmo sul serio: piccola com’era voleva affrontare un reggimento armato fino ai denti, e darci pure delle lezioni di galateo? Ma lei ribatté: “Volete un segno dei miei poteri? Eccolo!”, e suscitò vento, fuoco, acqua… Eravamo fuori di noi per lo stupore, e accettammo senz’altri indugi di fare come voleva. Quella notte ci travestimmo con abiti femminili, entrammo in paese e ci mescolammo ai nostri cari che stavano per essere fatti fuori, quando Glitter entrò in scena e scatenò il finimondo; noi intervenimmo solo alla fine, per pura formalità, e il giorno dopo scortammo i crucchi fino al confine e li lasciammo andare in pace».

«Da dove veniva?» domandò Andrea. «E come mai poi è rimasta qui?».

«Non so di dove venga… Dopo che ci aveva salvati, le chiedemmo di rimanere con noi, se non avesse avuto un altro posto in cui andare. Lei disse che da noi si era trovata a casa, e decise di restare qui. Allora ci accordammo per mantenere il segreto sulla sua esistenza, e proteggerla dalla curiosità del mondo; era il minimo che potevamo fare».

 

***

 

Una sera Ghilardi e Balatti lo invitarono a prendere un aperitivo al bar. Mentre attraversavano il corso s’imbatterono in una ragazza dai riccioli color carota che stava litigando con un coetaneo: «Scordatelo!» esclamò. «Io non ci vengo al cinema con te; sei uno scimmione rozzo e maschilista, non mi interessi!».

«Se continui così resterai zitella a vita» ridacchiò lui. «Quando te lo metterai in testa? Una fanciulla bella come te deve trovare marito, stare a casa e fare tanti figli, come tutte le donne da Eva in poi».

«Ah sì?» fece lei con un sorriso canzonatorio. «Così io sarei una debole donnetta in attesa del prode cavaliere? Scommettiamo invece che ce l’ho più lungo del tuo?».

«Ma… ma che cavolo dici?» borbottò lo spasimante imbarazzatissimo. «Sei sempre la solita!» e si allontanò.

«Cavernicolo!». La ragazza gli fece una linguaccia e si incamminò verso di loro. «E tu che hai da guardare?» gridò ad Andrea, che era rimasto a fissarla imbambolato. «N-niente» mormorò lui, mentre lei si allontanava bofonchiando «Che pesce lesso».

«Non farci caso» gli disse il Ghilardi «è il solito Saro… cioè, lei si chiama Sara, ma tutti la chiaman Saro per via dei suoi modi mascolini… Chissà se qualcuno riuscirà mai a domarla!».

Il giovane passò tutta la serata pensando a lei, e poi anche il giorno dopo, e quello dopo ancora…

 

***

 

«Signore, signore!». La bambina gli tirò la giacca. «Tu sei il forestiero che fa tante domande su Glitter, vero?».

Andrea si voltò; aveva due lunghe trecce bionde, e teneva in braccio un gatto bianco e nero. «Sì, sono io» ammise.

«Il mio papà dice che non devo parlare con te, perché potresti fare del male a Glitter… ma Sara, la figlia del signor Giuseppe, pensa che tu sia una brava persona, e Sara non sbaglia mai» affermò convinta la piccola.

«Io non voglio fare del male alla vostra fatina» le giurò lui segnandosi sul petto. «Cosa vuoi dirmi?».

«L’anno sorso la mia Pallina aspettava i cuccioli» proseguì lei «ma al momento del parto si sentì male… si rotolava sul pavimento e piangeva… Ma poi è arrivata Glitter e le ha detto: “Buona, micina, buona, adesso ti aiuterò a dare alla luce i tuoi piccoli”».

«E Pallina, che ha detto?» domandò Andrea.

«Boh! Faceva “miao, miao”… Glitter l’ha accarezzata e lei ha smesso di lamentarsi; poi le ha infilato le mani dentro, e li ha tirati fuori tutti e quattro, sani e salvi!» concluse gioiosa. «Ecco, ora sai chi è Glitter. Ciao ciao!».

«Aspetta!» esclamò lui. «Chi è il padre di Sara?».

La bambina si fermò con un’espressione stupita. «È il signor Giuseppe… Giuseppe Smeriglio» rispose allontanandosi.


 

Capitolo III: Esami

Si svegliò ansimando. Nel sogno sua madre era scivolata su una pietra mentre guadava un fiume ed era stata trascinata via dalla corrente; lui aveva cercato di afferrarla, ma non ci era riuscito… Era l’alba; mentre si vestiva ripensò a quanto lei gli ripeteva spesso da bambino, prima che un tumore si portasse via suo padre: «Io e il tuo papà non avremmo mai potuto sposarci, se non mi avesse aiutato un angelo custode. È stato grazie a lui che ho potuto attraversare l’Italia sana e salva». Perché gli era tornato in mente proprio adesso?

Andrea Moroni stava percorrendo un sentiero nel bosco in sella alla bicicletta di suo zio, quando un grosso cinghiale gli si parò innanzi. D’improvviso una piccola creatura dalle ali blu si interpose fra loro e ordinò all’animale: «Fermo, non fargli del male!»; poi lo accarezzò più volte sul muso, e quello si allontanò grufolando.

«Stai bene?» chiese al giovane. «Bè, ci vediamo».

«Aspetta! Aspetta, Glitter!» gridò Andrea inseguendola. «Voglio solo parlarti…».

«Non ti conosco» fece lei continuando a volare tra le frasche.

«Ti prego, aspetta! Io… io sono un tuo compaesano!» urlò lui, poi dovette fermarsi per riprendere fiato.

La fatina si fermò, tornò sui suoi passi. «Dici la verità? Non mi stai mentendo?».

«Croce sul cuore» proclamò Andrea.

«Mmmmh» mugolò lei dubbiosa. Poi: «Quinto».

«C-cosa?» esclamò lui; poi ripensò a quanto gli aveva raccontato il parroco e disse sicuro: «Quinto, non uccidere».

«Il sesto e il settimo…» lo interrogò la fatina agitando un ditino.

«…conducono all’inferno!» scandì lui trionfante. Questa era facile, pensò, ho passato l’adolescenza in oratorio. «Allora, reverenda madre, ho superato l’esame?».

«Non so se posso fidarmi di te» mormorò Glitter, «in fondo anche i nazisti credevano di avere Dio dalla loro parte». Rimase in silenzio per qualche minuto, poi domandò: «Chi è il tuo prossimo?».

Andrea ci pensò un po’ su. «Un anno fa, quando mi diplomai a pieni voti, mia madre mi donò mille lire affinché mi comprassi quel che più mi piaceva. Ero così felice… Lungo la strada incontrai un vecchio che chiedeva l’elemosina; non mangiava da tre giorni, e nessuno voleva dargli del cibo, perché non aveva un soldo… Tirai fuori la banconota e gliela diedi. Ecco, in quel momento era lui il mio prossimo».

«Adesso hai superato l’esame» disse lei avvicinandosi.

Da allora Andrea usò ogni momento libero per andare da Glitter. La raggiungeva in bicicletta nella foresta, poi si stendevamo all’ombra di un albero e parlavano per ore. La prima volta lui le offrì un pezzo di pane, ma lei declinò cortesemente: «Sei gentile, ma io non mangio e non bevo».

«Da dove vieni?» le chiese un giorno.

«Dall’Inghilterra» rispose. «Sono nata nel cuore di una grande foresta… voi la chiamate Foresta di Dean. È un bel posto, ma un giorno mi stancai di stare lì: volevo conoscere il mondo, volevo conoscere voi umani… allora non sapevo che non vi avrei più fatto ritorno». Si coprì il volto e lui pensò che stesse per piangere, ma poi si scosse: «Vieni, voglio mostrarti una cosa».

Lo guidò per un sentiero mai sospettato prima, e si ritrovarono in un grande prato pieno di bellissimi fiori. «Questo è il mio posto segreto» disse. «Tu sei la seconda persona alla quale lo rivelo».

 

***

 

«Ahia! Guarda dove metti i piedi, idiot…» strillò la ragazza infuriata; poi lo riconobbe e arrossì: «Ah… tu sei Andrea, quello nuovo del giornale».

Si erano scontrati all’angolo della strada. «Scusami» le disse il giovane «ti sei fatta male?».

«Figurati!» sbuffò lei, «ci vuol ben altro per mettermi al tappeto…».

«Lo so» sorrise Andrea, «sei la degna figlia del Pericle».

Il volto di Sara si rabbuiò. «Già… il grande comandante partigiano, l’eroe del paese».

«Che hai?» chiese lui, «dovresti essere orgogliosa di tuo padre».

«Oh, sono ben più che orgogliosa» replicò lei mentre percorrevano il viale. «Io vorrei essere come lui, forte e sprezzante dei pericoli; vorrei fare anch’io qualcosa di utile… così sarebbe fiero di avermi come figlia…» e si mise a singhiozzare.

Andrea le offrì il suo fazzoletto. «Grazie» mormorò la ragazza; si asciugò le lacrime, poi si soffiò il naso e sospirò: «Scusami… non avevo mai raccontato a nessuno queste cose…». Lui le sorrise. «Io credo che tu sia una bella persona, Sara».

 

***

 

«Esci anche stasera? E con chi?» domandò il Bepi squadrando la figlia con indosso un abito a fiori smanicato che non le era affatto usuale.

«Non sono affari tuoi, papà» sorrise lei baciandolo sulla guancia e correndo fuori con le ali ai piedi.

«Che ne dici, Andrea? Non ti sembra troppo… audace?» domandò arrossendo.

«Sei bellissima» rispose lui.

La primavera riempiva l’aria, mentre i due giovani si affacciavano sul belvedere leccando ciascuno il proprio cono gelato. «Attenta!» le disse Andrea allungando una mano. «Hai della panna sul naso, adesso te la tolgo io…». Si avvicinarono, si guardarono negli occhi, dimenticarono i gelati e tutto il resto del mondo… D’un tratto si udì un grido di donna: «Mario, Mario… Oddio, aiutatelo! Sta male!».

Il signor Mario, il più anziano del paese, giaceva al suolo col volto cianotico, mentre la moglie si teneva la testa fra le mani. Corsero entrambi, ma Sara fu più lesta a chinarsi su di lui; la riconobbe e mormorò con voce soffocata: «Sara, ti prego… chiama il prete… e… Glitter…».

«Vado a chiamarla» promise il giovane facendo per allontanarsi. Sara lo fermò risoluta: «Ci vado io; tu non la conosci come me…».

«Dividiamoci» propose Andrea, «in due la troveremo prima».

Raggiunse la casa dello zio, inforcò la bicicletta e corse a perdifiato lungo il sentiero che conduceva al “posto segreto”; quando vi giunse trovò la ragazza che aveva appena informato la fatina.

«Che ci fai qui? Mi hai seguito?» domandò sospettosa.

«È stata Glitter a farmi scoprire questo prato» precisò Andrea lasciandola a bocca aperta. «Avanti, sali con me!».

Il parroco aveva appena terminato il suo ufficio, quando Mario aprì gli occhi e la vide: «Glitter… allora sei venuta…» disse con un filo di voce.

«Sapevi che ti avrei accompagnato» lo rassicurò la fatina.

Il sacerdote fece segno di uscire: al capezzale restarono solo la moglie, i figli e Glitter, tutti gli altri attesero in un’altra stanza per una ventina di minuti. Poi la porta si spalancò, e la piccola creatura annunciò col volto triste e gli occhi asciutti: «È morto».

«Era un uomo molto buono» disse Sara in lacrime mentre Andrea la consolava. «Spero che sia andato in un luogo migliore».

Il giorno dopo si ritrovarono tutti e tre sul prato segreto. «Tu non piangi mai?» le chiese il giovane.

«Ho giurato di dedicare tutte le mie lacrime ad un solo umano, e manterrò la promessa» replicò Glitter decisa; poi, cogliendo lo sguardo interrogativo di lui, proseguì: «Si chiamava Charles… Charles Dickens, ma per me era solo Charlie… È stato il mio primo amico umano, il mio maestro, e il mio unico vero amore».

«Tu… hai conosciuto Charles Dickens?» Andrea non riusciva a credere alle proprie orecchie. «Ma… scusami se te lo chiedo, ma… quanti anni hai?».

«Più di quanti riesca a contarne» rispose. «Per un tempo interminabile ho vissuto con le mie sorelle fate e con gli animali della foresta, poi ho deciso di esplorare il mondo… Ero ingenua e debole, e le passioni di voi umani mi coinvolsero trascinandomi fino all’abisso».

«Glitter fu catturata dai nazisti» spiegò Sara ponendole una mano sulle piccole spalle. «Non puoi immaginare cosa le hanno fatto… è un miracolo che ne sia uscita viva, povera cara».

«Qualcuno ebbe pietà di me», Glitter ricacciò in gola un singulto, «e da allora ho deciso di dedicare la mia vita a ripagare questo debito. Non sono riuscita a salvare tutti… ma qualcuno sì» esclamò rivolgendosi al vento e al tramonto. «Oh sì, tanti ne ho strappati alle fauci di quell’infame mostro, la guerra! Una famiglia di ebrei austriaci che ho accompagnato e difeso fino alla Svizzera, per esempio… e poi quella vostra compaesana, che voleva raggiungere Brindisi…».

«Cosa?» Andrea si alzò di scatto. «Quale compaesana?».

«Non lo so» disse la ragazza meravigliata. «Non me ne aveva mai parlato».

«Si chiamava Anna… Anna Bettini» continuò Glitter. «Scappò di casa per raggiungere il suo fidanzato, che era un soldato e si trovava al Sud con gli americani… Era coraggiosa e testarda, e io le feci da scorta per tutto il viaggio. Alla fine si ritrovarono… chissà che è stato di loro».

«Anna Bettini è mia madre» disse il giovane dando in un pianto dirotto. «Lei aspettava già me, quando partì… Da bambino mi raccontava spesso dell’angelo che la salvò più volte e l’aiutò a ricongiungersi al suo Renzo… a mio padre. Ora quell’angelo è davanti a me. Io ti devo la vita, Glitter».


 

Capitolo IV: Nemesi

«Così ti sei fatto la ragazza, eh?» chiese il Ghilardi dandogli di gomito, quando lui gli chiese dove si potesse fare un’escursione romantica. «Portala a fare un giro in barca sul lago, vedrai che le piacerà… oppure a fare una passeggiata nel bosco. Ma mi raccomando, evita la zona del Fumone» lo ammonì: «è un posto maledetto, quello, dove la terra scotta sotto i piedi, l’acqua sa di uova marce e c’è fumo dappertutto».

Oltre ad alimentare un fiorente impianto di piscicoltura, il bacino artificiale a monte del paese offriva le sue verdi sponde a centinaia di persone in cerca di sole e di aria buona. Andrea stava remando vigorosamente, quando un bambino si sporse troppo da un ponticello che tagliava lo specchio d’acqua e cadde tra i flutti. «Aiutatelo, non sa nuotare! Aiutatelo!» gridò la madre atterrita.

«Che fai?» chiese Sara in preda al panico.

«Vado a salvarlo» rispose lui gettandosi con tutti i vestiti addosso. Nuotò per un centinaio di metri, poi lo vide annaspare e andare a fondo; s’immerse, lo raggiunse e lo riportò a galla. Era bagnato fradicio, spaventato e piangente, ma stava bene.

«Grazie, grazie» esclamò la donna baciandogli le mani. Un cronista del giornale colse l’occasione per scattare una bella foto e imbastire un articolo che fu apprezzato da tutti. Da tutti, meno che dal Bepi.

 

***

 

«Sara, io devo dirti una cosa» le sussurrò sfiorandole il collo con un bacio.

«Anch’io» rispose lei col cuore in gola.

«Io ti amo, Sara». Le accarezzò i capelli e lei gli offrì le labbra. In lontananza passò un’automobile; il Balatti li vide fra l’erba e decise che qualcuno doveva essere avvertito.

Andrea le sfilò la camicetta e la gonna, poi lei gli tolse la camicia carezzandogli il petto; ansimavano entrambi ed erano sudati. Lui la baciò sul seno, dietro le orecchie, poi le catturò la bocca…

«Ehi, ehi, eehii!». Le piccole mani gli tirarono l’orecchio così forte da strappargli un grido. «Lasciala stare, brutto porco!».

Il giovane si alzò di scatto: «G-Glitter! Ma che diavolo…?», ma la fatina non lo degnò di uno sguardo. Si rivolse alla ragazza chiedendo ansiosamente: «Sara, piccola mia, stai bene?».

«Stavo meglio un secondo fa, di sicuro…» sospirò lei rivestendosi alla meglio.

«Ascoltami bene, Don Giovanni» fece Glitter tambureggiando nervosamente col piedino. «La madre di Sara è morta nel darla alla luce. Io sono stata la sua prima amica, la sua compagna di giochi, la sua madrina! Le ho dato l’affetto che quell’orso di suo padre non ha mai saputo offrirle, le ho insegnato a difendersi dai mosconi che le giravano attorno… perciò se pensi di poterti divertire con lei, sappi che io…».

«Basta, Glitter!» intervenne la ragazza. «Andrea non si stava approfittando di me! Io… io lo amo, e anche lui mi ama, ora ne sono certa».

«Sara, piccola mia, dammi retta» la implorò lei sfiorandole le guance, «lui cerca solo il tuo corpo… L’unione delle anime è la migliore; credi a me, che ci sono passata…».

«Ma io la amo tutta! La amo corpo e anima» esclamò Andrea infilandosi la camicia, «e voglio stare con lei per tutto il resto della mia vita». Le prese la mano e lei confermò: «Anch’io lo voglio».

«E va bene» sospirò Glitter ponendo la sua piccola mano sulle loro, «però, dovrete fare le cose ammodo. Perciò tu, mio caro Andrea, ti laverai da capo a piedi, indosserai il tuo vestito migliore, ti recherai a casa di Saretta con un bel mazzo di fiori e chiederai la sua mano. Poi la porterai all’altare, le infilerai l’anello al dito… e dopo potrete fare quel che volete».

 

***

 

Erano appena tornati in paese, quando Giuseppe Smeriglio si fece loro incontro. «Bastardo!» gridò, sferrando un pugno sul viso del giovane.

«Fermati, papà!» esclamò la figlia, ma Andrea la scansò dicendole: «Per favore, Sara, non metterti in mezzo».

Erano in una piazzetta improvvisamente colma di gente. Il Bepi colpì il ragazzo all’addome e di nuovo in faccia, poi gli sferrò un calcio nello stomaco. Il Balatti esclamò: «Però, il ragazzo sa prenderle bene…». «Non è leale» borbottò il Ghilardi, «non si difende per nulla».

«Il signorino viene in casa d’altri» imprecò l’uomo, «e pensa di poter fare i propri comodi…». Continuò a colpire finché il giovane non cadde a terra pieno di lividi e con il volto coperto di sangue, e mentre colpiva urlava: «Non hai neppure un lavoro sicuro… come pensi di prenderti cura della mia bambina, eh?».

«La tua bambina?» urlò Sara afferrandolo per un braccio. «Adesso sono diventata la tua bambina? Ma se hai sempre rimpianto di non aver avuto un figlio maschio!».

«Vieni a casa, svergognata!» ordinò il padre. «No, lasciami!» gridò lei.

«Vieni a casa, altrimenti…» minacciò calando una mano enorme sul volto della giovane, ma Andrea, rialzatosi di scatto, lo bloccò: «Non toccarla nemmeno con un dito» disse abbassandogli il braccio a forza.

«Tu non lavori più per la “Gazzetta del Santo”» gli intimò il Bepi rosso d’ira. «Sei licenziato. Vattene! Vattene da questo paese!».

«Ti odio, padre!» singhiozzò Sara correndo via.

 

***

 

«La situazione è molto grave» ripeté il maresciallo dei carabinieri. Si trovava in casa del Bepi insieme a Ghilardi e Balatti, ed erano tutti tremendamente preoccupati.

«Siamo sicuri che non stia bleffando?» domandò il signor Smeriglio.

«Assolutamente sicuri». L’ufficiale inforcò gli occhiali e lesse di nuovo il messaggio scritto in un italiano incerto: “Abbiamo preso in ostaggio gli operai dell’impianto idroelettrico. Dite alla vostra fatina di venire entro la mezzanotte, altrimenti faremo saltare la diga con 300 kili di tritolo”. «È stato uno dei lavoratori dell’impianto a portarcelo, gli altri sono tutti chiusi all’interno… sono almeno in due, e ben armati: abbiamo tentato di avvicinarci, ma sparano dannatamente bene».

«Il bacino è colmo fin quasi all’orlo» disse il Bepi, «se la diga crolla il paese sarà inondato, e non c’è tempo per sfollare tutti. Che intendete fare?».

«Lei conosce Glitter meglio di chiunque altro» sospirò il maresciallo. «La trovi in fretta, per il bene di tutti».

 

***

 

Sara aveva ascoltato non vista, aveva annodato fra loro le lenzuola del letto e si era calata giù dalla finestra. «Sara Smeriglio, la figlia del comandante Pericle, salva il paese da un’altra strage» mormorò fra sé inerpicandosi lungo uno stretto sentiero che portava alla diga. Così finalmente non si sarebbe più vergognato di lei…

Entrò nell’impianto cercando di non fare rumore, si addentrò nei corridoi bui, girò un angolo, poi avvertì il freddo del metallo sulla tempia: «Non muoverti» fece un gigante barbuto.

«Oooh, svengo» mormorò lei scivolando a terra, poi si appoggiò sulle braccia e gli sferrò un calcio facendogli perdere il fucile; afferrò l’arma e la usò come una clava, colpendolo due volte alla testa. L’uomo cadde privo di sensi.

Sara non fece in tempo a voltarsi: un’ombra la afferrò alle spalle e le premette un fazzoletto sulla bocca; lei inalò il cloroformio e si accasciò.

 

***

 

«Allora hai deciso di partire?» chiese Glitter tristissima. «E Sara?».

«Io non rinuncio a lei» rispose Andrea. «A Brindisi troverò un lavoro qualsiasi, in fabbrica, o in fonderia… e se non troverò lavoro lì, andrò in un’altra città; poi, quando mi sarò sistemato, tornerò e la porterò via con me, se vorrà ancora seguirmi… che suo padre lo voglia o no».

Il sole era tramontato già da un pezzo. «Bè, io vado. Domani presto devo prendere la corriera. Addio, Glitter».

Stava ancora parlando, quando Giuseppe Smeriglio giunse trafelato e si inginocchiò davanti a loro. «Hanno preso Sara» implorò, «la tengono prigioniera alla diga… faranno saltare tutto, se Glitter non andrà da loro… Vi prego, salvatela!».

«Devo andare» esclamò la fatina, «so come sistemare quei cattivoni».

«Io verrò con te» proclamò risoluto il giovane. «Non tentare di dissuadermi, o di mandarmi a nanna, perché non ci riuscirai».

Lei scrutò i suoi occhi e disse: «Hai davvero il coraggio di tua madre».

Andrea scivolò cautamente nell’ampio salone che ospitava le turbine. Accanto a lui, la fatina penetrava l’oscurità con il suo sguardo sensibile agli infrarossi e lo guidava. All’improvviso le luci furono accese, e videro un uomo sui trentacinque anni puntare un fucile contro di loro. «Non muoverti, fatina» disse con voce glaciale «o uccido il tuo amico».

«Lui non c’entra niente» esclamò Glitter, «e nemmeno Sara e gli altri. Se hai qualcosa contro di me, lasciali andare e combattiamo!».

«Conosco i tuoi poteri» ribatté lui avvicinandosi. «Forse non posso uccidere te, ma ucciderò tutti coloro che ami».

«Perché la odi tanto?» domandò Andrea. «Cosa ti ha fatto di male? Chi sei?».

«Il mio nome è Fritz Vollander» rispose.

La fatina impallidì: «Ho conosciuto un uomo, più di vent’anni fa… si chiamava Paul Vollander» mormorò.

«Era mio padre». Tirò fuori dal taschino un foglio di carta piegato e lo gettò al ragazzo. «Leggilo» ordinò.

“Berlino, 18 novembre 1943

Fritz, mio amato figlio,

è con immensa gioia che ti annuncio una grande scoperta: il Führer mi ha fatto dono di una piccola creatura alata, e tuo padre, insieme ai suoi collaboratori nell’Istituto di Ricerca in Biologia cellulare, l’ha esaminata a fondo per molti giorni, scoprendo ch’essa ha il potere di rigenerare il proprio corpo dalle più profonde ferite. Molto presto, me lo sento, riusciremo a impadronirci della fonte dell’immortalità, e allora il popolo tedesco primeggerà definitivamente su tutte le altre stirpi. Spero che tu sia fiero di me. Ti auguro una vita lunga e felice.

Sieg Heil!”

«Firmato: Paul Vollander» terminò il giovane.

«Quella stessa notte mio padre morì» continuò Fritz. «Mi dissero che era stato ucciso da un bombardamento… ma io so che sei stata tu!» ruggì verso Glitter. «Sono cresciuto covando odio verso quella misteriosa “creatura”… finché nell’ospedale in cui prestavo servizio come internista non fu ricoverato un anziano ex-colonnello della Wehrmacht…».

«Von Treitschke» confermò la fatina. «Voleva sterminare tutti gli abitanti di questo paese».

«Mi raccontò che il suo reggimento era stato sconfitto da una piccola farfalla dotata di poteri spaventosi» proseguì l’uomo, «così seppi finalmente dove ti eri nascosta… e ora avrò la mia vendetta!».

«Se cerchi vendetta, non ti fermerò» sospirò Glitter, «ma lascia andare gli ostaggi».

«Prima raccontami come è morto!» fece lui puntando l’arma contro la testa di Andrea. «Tu eri lì, hai udito le sue ultime parole; dimmelo!».

«La prima bomba devastò l’edificio, scavando un cratere nel pavimento» cominciò a raccontare la fatina chiudendo gli occhi. «Tuo padre stava per cadere nel vuoto… Io, che ero stata liberata poco prima da uno dei suoi collaboratori, gli porsi il tubo dell’impianto antincendio affinché si tirasse su, ma lui disse che non voleva essere in debito con me, e si lasciò andare».

«Non… non è vero… Tu stai mentendo!» gridò Fritz Vollander. Glitter si avvicinò a pochi millimetri dalla canna del fucile: «Se non mi credi, allora spara».

L’uomo esitò, le sue mani tremarono; poi lasciò cadere il fucile, si prese la testa fra le mani mormorando: «Mein Gott… ho sbagliato tutto…». D’un tratto gridò con voce inumana: «Gott! La bomba! Ho attivato il timer non appena vi ho udito entrare… esploderà a mezzanotte in punto!». Guardò l’ora: mancavano sei minuti.

«Presto, mostraci dov’è!» esclamò la fatina.

Li condusse in una stanza che confinava con la parete della diga: c’erano Sara e gli operai, e c’era anche il complice di Vollander, quello che la ragazza aveva messo al tappeto, ancora incosciente; erano tutti legati e imbavagliati. La bomba era accanto a loro, un cumulo d’involucri di esplosivo tenuti insieme con nastro adesivo e collegati a un detonatore a orologeria.

«Io porto via la bomba» disse Glitter ad Andrea «tu liberali».

«Non ce la farai mai» esclamò il giovane. «È troppo pesante per te…», ma la fatina sollevò il mortale carico come un fuscello e partì a razzo. La vide sparire nel corridoio e si accinse a slegare la ragazza.

«Andrea!» gridò lei togliendosi il bavaglio. «Aiutami a sciogliere gli altri» la esortò.

Glitter uscì a tutta velocità dall’impianto idroelettrico salendo in alto, sempre più in alto… Quando mancava un secondo all’esplosione scagliò la bomba lontano da sé, ma la deflagrazione la investì ugualmente, avvolgendola in un turbine di fiamme.


 

Capitolo V: Il soffio del drago

La trovarono sul greto del fiume. Al suo capezzale, nella casa del Bepi, si riunì una gran folla; c’era anche il parroco. Il medico condotto scosse la testa: «Non supererà la notte» disse ai due ragazzi.

«Ma lei è in grado di rigenerarsi» mormorò affranto Andrea «non può guarire anche questa volta?».

«Le ustioni sono troppo estese e profonde» sentenziò l’altro. «Solo un miracolo potrebbe salvarla».

All’improvviso da quel piccolo corpo piagato salì flebile una richiesta: «Ho sete» disse.

Tutti si guardarono fra loro sconvolti: sapevano bene che Glitter non aveva mai mangiato né bevuto in vita sua. «Qualcuno ha dell’acqua?» chiese il dottore.

«Io ho una bottiglia» mormorò il Ghilardi titubante «però…».

«Dia qua» insistette il medico. Aprì la fiasca, aspirò una stilla di liquido con un contagocce e la versò nella bocca della fatina. Glitter bevve, il suo corpo ebbe un sussulto, poi giacque inerte.

«È morta!» scoppiò a piangere un bambino. «Glitter è morta!».

Andrea e Sara si strinsero l’uno all’altra disperati; tutti, fanciulli, donne, anche gli uomini induriti dagli anni avevano gli occhi lucidi. Un minuto dopo Glitter riaprì gli occhi, batté le palpebre, guardò a destra e a sinistra, e si mise a sedere.

«Glitter!» esclamò Andrea porgendole la mano. «Stai bene?».

«S-sì, sto bene… cioè, mi sento bene» mormorò la fatina alzandosi. Stese le sue magnifiche ali blu, si sollevò in aria, e la stanza si riempì di tutti i colori dell’arcobaleno. «Sono viva!» gridò piena di gioia. «Sono viva! Viva!».

I presenti esplosero in grida di gioia; la notizia si sparse in un baleno per tutto il paese; nelle strade e nelle piazze tutti cantavano e ballavano per la felicità. L’appuntato Gargiulo da Pozzuoli irruppe nella caserma urlando: «San Gennaro ci ha fatto la grazia! La guaglioncella è viva!».

«Mein Gott!» esclamò Fritz Vollander dalla sua cella. «È viva! Freude, o Freude! Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium…».

«Fermo, Gargiulo, fermo!» gridò il maresciallo. «Perché vuoi picchiarlo?».

«Come, perché?» bofonchiò l’appuntato in preda all’ira. «Io mi scapicollo per dirgli che Glitter è sana e salva, e lui si mette a cantare “è una frode, è una frode”… Mo’ te la do io la frode, fetuso schiattammuorto che non sei altro!».

Il dottore aveva recuperato in fretta il suo spirito cartesiano. «Quest’acqua sa di zolfo» disse annusandola. «Dove l’hai presa?».

«Alla sorgente del Fumone» fece il Ghilardi imbarazzatissimo. «Noi si voleva fare uno scherzo al don qua, mettergli quest’acquaccia puzzolente nel vino della messa… solo per vedere che faccia faceva…» si giustificò mentre il parroco lo fulminava con lo sguardo.

«Eh sì, ci avete fatto proprio un bello scherzetto» lo ammonì il medico con aria severa, poi lo abbracciò lasciandolo di stucco. «È lo scherzo del Santo».

 

***

 

Il Bepi strinse con calore le mani del ragazzo: «Mi sono comportato da infame» disse «ma spero tu possa perdonarmi».

«Già fatto» lo rassicurò Andrea.

«Sono stata avventata, papà» mormorò Sara contrita «ma volevo tanto che tu fossi orgoglioso di me…».

«Lo sono sempre stato, figlia mia». Giuseppe Smeriglio strinse forte a sé la ragazza, poi le prese la mano e la congiunse a quella del giovane. «Siate felici».

Al processo Fritz Vollander tacque sul ruolo svolto da Glitter nel salvare il paese, attribuendone il merito ai due giovani; poiché aveva reso una piena confessione ricevette una condanna mite. Dopo la scarcerazione si specializzò in biologia, e diede un notevole contributo all’uso delle cellule staminali per la riparazione di organi e tessuti malati.

Il medico del paese raccolse molti campioni dalla zona del Fumone, li fece analizzare, e la sua intuizione trovò conferma: Sant’Antonio sorgeva alle pendici di un antichissimo vulcano spento, il cui cuore ancora ardente riscaldava la falda freatica facendo sì che l’acqua risalisse in superficie arricchita dei composti sulfurei depositati milioni di anni prima dalle eruzioni. Provò a somministrarla con cautela a pazienti affetti da varie patologie, e constatò che ne traevano grande giovamento. Alla fine parlò col sindaco, e fu così persuasivo, che in quella zona fu costruito uno stabilimento termale all’avanguardia, il quale attirò visitatori da tutto il Norditalia e dall’estero.

Quanto ad Andrea e Sara, si sposarono – alla cerimonia venne anche la signora Anna –, ebbero figli e nipoti, e trascorsero una vita lunga e, tutto sommato, felice, sempre sotto lo sguardo protettivo della loro amica Glitter. Perché, come solevano ripetere alla loro numerosa famiglia, «le grandi querce nascono dalle ghiande piccole».


 

III.        RITORNO ALLA FORESTA DI DEAN

 

Capitolo I: Commiato

«Ora tocca a me!» esclamò Paolo impugnando il controller. Sullo schermo televisivo, il suo avatar in Super Baseball 2015 lanciò una palla curva.

Lei non aveva bisogno di tenere in mano quell’aggeggio: era più facile manovrare le cariche elettriche al suo interno… «Op!» gridò mimando un colpo di mazza. «Strike! Fuoricampo!» annunciò la voce sintetica.

«Brava, Glitter! Sei sempre la migliore!» esultarono in coro Saretta e Annuccia, quando si udì una voce dalla cucina: «A tavola, bambini! È ora di cena!».

Le gemelline corsero in fretta e si chiusero in bagno. «Fatemi entrare!» chiese il cuginetto. «Prima le signore» risposero loro. Sara Smeriglio e i suoi figli portarono in tavola una teglia colma di lasagne; quando tutti e nove furono seduti il capofamiglia recitò la preghiera: «Signore, benedici questo cibo, e dona a ogni uomo il pane quotidiano».

«E accogli in Cielo nonna Anna, o Signore, insieme a nonno Renzo, anche se non lo abbiamo mai conosciuto. Amen» aggiunse Paolino.

Erano circa le ventidue e trenta quando Glitter spense l’ultima luce nella camera dei bambini e s’involò verso il salotto dell’appartamento di Andrea e Sara. Prima di addormentarsi la fatina ripensò ancora una volta agli avvenimenti degli ultimi quarant’anni: l’arrivo in paese di Andrea Moroni, il figlio di Lorenzo e Anna Bettini, il rapporto di amicizia che aveva instaurato con lei, l’amore per Sara, la figlia del comandante partigiano con cui aveva salvato Sant’Antonio al Monte da una strage nazista; e Fritz Vollander che voleva far saltare la diga, l’esplosione, le gravissime ferite da cui era miracolosamente guarita… Poi Andrea e Sara si erano sposati, avevano avuto due figli, e questi a loro volta avevano trovato moglie e messo al mondo tre bellissimi e scatenati angioletti… Davvero non ci si annoiava mai, in quella grande casa in cui abitavano tutti insieme!

Quegli anni erano stati i più felici della sua lunghissima vita: non solo i Moroni, ma anche i loro compaesani le avevano creato attorno un guscio protettivo di silenzio, facendo sì che la sua esistenza non fosse rivelata al resto del mondo. Non aveva più dovuto temere di essere catturata, seviziata come le era accaduto durante la guerra – un brivido le corse lungo la schiena –; per la prima volta, dopo la morte di Charlie, si era sentita a casa… si era sentita amata.

Per tutto il tempo che mi rimarrà da vivere, pensò accoccolandosi sul suo cuscino, non vi abbandonerò mai.

 

***

«Aiutaci, Fata delle Rose! Solo tu puoi salvarci!» gridarono le piccole creature mentre gli alberi venivano sradicati da gigantesche macchine. Glitter si guardò intorno atterrita: la bella foresta in cui era nata non esisteva più, ridotta a una landa desolata; i prati fioriti erano stati distrutti, le sue sorelle giacevano a terra prive di vita. Stava per scoppiare in pianto, ma la visione cambiò: in un edificio dalle mura merlate i capi degli umani discutevano fra loro, quando all’improvviso un veleno invisibile li abbatté uno ad uno; scoppiarono guerre di popoli contro popoli, e tutta la terra fu devastata, anche il suo piccolo paese…

Si svegliò coperta di sudore e col respiro affannato. Cercò di calmarsi, di sedare l’angoscia che si era impadronita della sua anima. Cosa mi succede?, si chiese.

Le era già accaduto di avere degli incubi, tanto tempo prima, ma allora sognava fatti del passato: i soldati tedeschi che aveva ucciso durante la Grande Guerra, gli ebrei gasati in quel campo di sterminio… Questo sogno era diverso: parlava di eventi futuri, di cose che dovevano accadere. O non accadere, comprese a un tratto. Dipendeva da lei.

Alle tre di notte Andrea Moroni si alzò per andare in bagno e la vide consultare febbrilmente il notebook. «Che succede, piccola?» le chiese.

Glitter alzò lo sguardo e non riuscì a mentire: «Io devo andare» disse.

«Andare? Ma dove? Perché?» chiese l’uomo. «Per favore, spiegami».

La fatina gli raccontò tutto quel che aveva visto nel sonno. «Nella vostra grande enciclopedia, Internet, ho scoperto cose che neppure sospettavo» concluse. «Il Popolo delle Fate e quello degli Umani sono entrambi in pericolo… questo è il significato del mio sogno! E ciò significa che solo io posso impedire alla visione di realizzarsi».

L’anziano restò in silenzio per lunghi minuti, poi le accarezzò la testolina. «Settant’anni fa salvasti me e mia madre, poi hai salvato questo paese per ben due volte… evidentemente è scritto nel tuo destino che tu ora debba salvare il mondo intero» sospirò. «Quando partirai?».

«Prima dell’alba» rispose. «Se vedessi un’altra volta tua moglie, i tuoi figli, e i bambini, non ce la farei più a staccarmi da voi. Mi dispiace» mormorò carezzandogli la mano, «avrei tanto voluto festeggiare il tuo settantesimo compleanno, le vostre nozze d’oro…».

«Qualunque cosa succeda» le chiese Andrea, «promettimi che sopravvivrai».

«Ci proverò» promise Glitter. Ma nel suo cuore non sapeva se sarebbe stata capace di tener fede a quell’impegno.


 

Capitolo II: Il pastore e il canarino

Erano le dodici e quarantacinque, e l’abbazia di Westminster era deserta. «Non potevo mancare a questo appuntamento, mio caro Charlie» sussurrò Glitter deponendo una rosa rossa sulla tomba di Charles Dickens. Chiuse gli occhi e lasciò che i ricordi rifluissero nel suo cuore.

Era un bambino di sei anni quando lo aveva conosciuto. Era stato il suo primo amico umano, il suo maestro; lui l’aveva eletta a sua confidente, e lei lo aveva amato, di un amore platonico ma non meno tenero e appassionato. Certo aveva i suoi difetti: si era sempre accompagnato con molte donne, sia prima di sposarsi, sia dopo… ma le aveva insegnato le vie misteriose della scrittura e dei numeri, era stato la sua guida nel grande mondo degli umani, e le aveva fatto conoscere Dio. «Non eri perfetto, ma sei stato buono con me. Non ti dimenticherò mai» singhiozzò la fatina nascondendo il volto tra le mani.

«Mamma, mamma! Guarda, una fata!» gridò un bambino in francese; si volse indietro, e Glitter fu lesta a rifugiarsi dietro un pilastrino di marmo.

«Jean François La Roque! Quante volte ti ho ripetuto che non si dicono le bugie?» lo rimproverò una donna altera e occhialuta. «Hai otto anni e mezzo, è ora che tu la smetta di inventare storie…».

«Ma ho detto la verità, mamma!» protestò il fanciullo. «Ha lasciato un fiore su questa tomba, e si è messa a piangere…».

«Un omaggio di qualche ammiratrice del grande scrittore» chiosò la sorella maggiore, «gli inglesi sono così romantici…».

«Se non la smetti, monellaccio, quando torniamo in albergo le buschi forte, da me e da tuo padre!» troncò il discorso la signora; poi si volse alla ragazza e la prese sottobraccio: «Vieni, Stéphanie, approfittiamo di quest’ora di tranquillità…» disse incamminandosi con lei verso una antica pala d’altare.

«Io non dico le bugie» mormorò Jean tirando su col naso.

Glitter uscì dal suo nascondiglio; lui si stropicciò gli occhi e guardò verso i suoi cari in lontananza. «Per favore» lo supplicò la fatina, «promettimi che non parlerai di me a nessuno. Sarà il nostro segreto, tuo e mio soltanto».

Lui la guardò, guardò di nuovo verso la madre e la sorella, poi assunse un cipiglio deciso: «Lo prometto» disse infine.

«Sei un ometto coraggioso, Jean. Mantieni il tuo cuore aperto e limpido, e forse un giorno ci rivedremo». Gli stampò un bacio sulla guancia che lo fece arrossire tutto, poi si alzò in volo e riempì il luogo sacro di riflessi iridescenti. «Oh, très jolie!» esclamò Stéphanie.

 

***

 

L’umano indossava una lunga giacca, nera come il suo cappello a larghe tese; una folta barba gli incorniciava il volto, e lunghi riccioli pendevano dalle sue tempie. Camminava rasente al muro, guardandosi continuamente attorno. D’un tratto una mano gli serrò la bocca, mentre altre mani lo afferrarono trascinandolo in un vicolo buio. Quattro uomini lo colpirono con calci e pugni lasciandolo senza fiato sull’asfalto, poi il capo del branco lo afferrò per i capelli: «Sporco maiale ebreo, come ti senti adesso che non c’è il tuo esercito a proteggerti? Potrei sgozzarti subito… ma voglio essere buono con te: dì che non c’è altro dio all’infuori di Allah e che Mohamed è il suo profeta, e ti lasceremo andare!».

«Elohim è il mio pastore» mormorò l’uomo.

«Peggio per te» ghignò il musulmano estraendo un lungo coltello e avvicinandoglielo alla gola. All’improvviso la lama fu colpita da una scarica elettrica e andò in frantumi; il vicolo s’illuminò di tutti i colori dell’arcobaleno, e una piccola creatura dalle grandi ali blu intimò loro: «Lasciatelo andare! Non avete udito la parola del Clemente: “Non ci sia costrizione in materia di fede”?».

«È un jinn femmina!» esclamò uno di essi. Il capobanda lasciò andare l’ebreo e si rivolse a Glitter: «Il nostro grande Profeta ci ha insegnato come trattarli: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati”, e ci ha dato l’esempio sconfiggendoli e mettendoli a morte».

«Quando il vostro profeta fu scacciato dalla città santa il suo cuore si pervertì al male, ed egli cambiò parole di pace con parole di guerra» proclamò la fatina, «ma in principio fu detto: “Misericordia io voglio, e non spargimento di sangue”».

«Taci, blasfema!» urlò un altro sparandole, ma Glitter evitò agevolmente i colpi: «Poiché i vostri cuori sono corrotti e le vostre menti cieche» disse, «l’Altissimo vi ha posto nelle mie mani, affinché riceviate la giusta punizione per i vostri peccati». Disegnò un ampio cerchio con le braccia, e lingue di fuoco sgorgarono dal suolo colpendo gli islamici sul fondoschiena. «Scotta! Scotta!» gridarono, mentre le armi volavano via dalle loro mani.

«Sparite dalla mia vista, generazione perversa e adultera!» gridò la fatina. «Sparite prima che la collera del Signore vi distrugga!». Non se lo fecero ripetere una seconda volta.

«Sta bene?» chiese Glitter all’umano toccandogli i lividi.

«S-sì, sto bene» mormorò lui ancora meravigliato, «mentre mi tocchi il dolore sta svanendo… come posso ringraziarti?».

«Acqua in bocca» sussurrò lei prima di spiccare il volo.

 

***

 

«Signore e signori, ancora un applauso per il re delle illusioni… il grande Salamander!» invocò l’annunciatore ottenendo la pronta risposta del pubblico. Il prestigiatore si tolse il cappello a cilindro, fece un profondo inchino, poi gettò sul palcoscenico un pizzico di polvere di magnesio che esplose in una grande fiammata, e scomparve. Adoro l’East End, pensò soddisfatto.

Due minuti dopo entrò nel suo camerino e si irrigidì; si chiuse la porta alle spalle e disse: «Esci fuori!». Poi accese la luce, si guardò intorno e la vide seduta davanti allo specchio: era alta tre pollici, aveva i capelli biondi, la pelle candida, due grandi ali di farfalla, e lo scrutava con occhi verdi enigmatici. «Non voglio farle del male, signor Salamander» disse piano, «o forse devo chiamarla capitano Will Sheperd, Sezione Antiterrorismo dell’MI6?».

Sheperd aprì la giacca ed estrasse una pistola dalla fondina ascellare, ma una forza misteriosa gli sottrasse l’arma facendola galleggiare a mezz’aria. La piccola creatura mosse graziosamente le dita, il caricatore uscì fuori e i proiettili caddero uno dopo l’altro sul pavimento; poi mani invisibili smontarono la pistola deponendo i pezzi ordinatamente a terra.

Il capitano era sbalordito, poi si ricompose. «Ok, se avessi voluto uccidermi l’avresti già fatto… dunque cosa vuoi da me?» chiese.

«Il suo mondo è in pericolo» disse la misteriosa figura.

«Il mio mondo è sempre in pericolo» sbuffò l’umano. «Russi, cinesi, coreani, Isis… per questo c’è bisogno di gente come me. Tutto qui quello che hai da dirmi, sorella?».

«La minaccia contro cui voglio metterla in guardia è molto più concreta» insistette lei. «La morte invisibile colpirà tutti i vostri grandi riuniti, nel giorno di mezza estate…».

«Il summit del G-20 in programma nel castello di Clearwell il 24 giugno!» esclamò Sheperd. «Come fai a saperlo? La notizia non è ancora di dominio pubblico!».

«Io vi aiuterò, ma voglio qualcosa in cambio» proseguì. «Il luogo in cui si trova quell’edificio, la Foresta di Dean, è minacciato dal disboscamento… lei deve promettermi che lo proteggerà».

L’umano tacque per lunghi minuti, gli occhi socchiusi e le braccia incrociate sul petto. «Tre giorni fa un ḥaredi è sopravvissuto a un linciaggio grazie a una specie di folletto dotato di grandi poteri. Perché lo hai fatto?» domandò.

«Non posso permettere che si versi sangue innocente», rispose la piccola creatura, «e poi loro sono come i canarini…».

«Che vuoi dire?».

«Qualcuno un giorno mi spiegò che i minatori portano dei canarini in gabbia dentro le miniere di carbone» ricordò lei. «Se i canarini muoiono, vuol dire che la galleria è satura di gas velenoso… Ecco, io credo che gli ebrei stiano in mezzo ai popoli come sentinelle: quando la vita si fa dura per loro, presto o tardi tutti sono in pericolo».

«Farò del mio meglio per accontentarti» promise il capitano Sheperd tendendole la mano. «Ma io non stringo patti se prima non so chi è il mio alleato».

«Il mio nome è Glitter» disse la fatina.


 

Capitolo III: Nuove amiche

Sayed Quraish guardò dall’alto in basso il visitatore. «È proibito introdurre animali» gli ricordò indicando la piccola scatola che teneva sotto il braccio.

«Qui dentro non c’è un animale» affermò sicuro Sheperd.

Il giovane archivista lo fissò dubbioso, guardò ancora una volta il distintivo, e si aggiustò il camice su cui spiccavano alcune macchie di ketchup. «Mi segua» disse.

Camminarono per un centinaio di metri in mezzo a lunghe file di classificatori, poi si fermarono davanti a un grande armadio blindato che recava la scritta “F”. «Sta per Fairy?» domandò il capitano.

«Ovviamente» ribatté sarcastico Quraish. «Gli inquilini di Downing Street hanno sempre rifiutato di accettare il significato di questi reperti, ma non potendo negare l’evidenza li hanno seppelliti qui sotto fingendo che non esistessero».

Estrasse un mazzo di chiavi e aprì: l’armadio conteneva, riposti ordinatamente, numerosi campioni biologici di varia natura e dimensione, oltre a pile di dattiloscritti con il sigillo del Terzo Reich. «Ho passato notti intere a studiarli» disse orgogliosamente. «Posso citarglieli a memoria».

«Di che si tratta?» chiese Sheperd.

«Fata rosaurea, nome volgare Fata delle Rose: così si autodefinì parlando nel sonno» sciorinò l’altro. «Trovata priva di sensi nella camera a gas di Auschwitz, fu portata a Berlino e affidata all’Istituto per la Ricerca in Biologia cellulare; quelli sono i rapporti trovati dalle nostre truppe nei sotterranei dell’edificio. I ricercatori scoprirono che aveva il potere di rigenerarsi, il che li indusse a sottoporla a diversi esperimenti piuttosto… invasivi» finì con voce incrinata.

«Esperimenti? Di che tipo?» lo incalzò Sheperd.

«Vuol proprio saperlo? Guardi!». Estrasse un barattolo di vetro e lo mostrò al visitatore: immersa in una soluzione di formalina c’era una piccola gamba sinistra. «In base ai loro modelli matematici previdero che la ricrescita completa dell’arto avrebbe richiesto 22 minuti, e poi misero alla prova le loro teorie. A volte vorrei illudermi che si sia trattato della classica barbarie nazista… ma quanti bambini strappano le ali alle farfalle per il gusto di vederle dibattersi e morire? E quanti studenti a scuola sezionano rane vive sotto un microscopio?». Le sue mani tremavano visibilmente mentre riponeva il contenitore. «L’Istituto fu raso al suolo dal bombardamento del 18 novembre 1943… forse morì sotto le macerie…».

«Io sono viva» disse Glitter uscendo dalla scatola. Sayed Quraish restò paralizzato dallo stupore, la sua carnagione naturalmente olivastra divenne pallida come un cadavere; cadde in ginocchio e cominciò a piangere come un bambino: «Perdonaci» ripeté più volte, «perdonaci…».

«Vi ho già perdonati tanto tempo fa» lo consolò la fatina asciugando le sue lacrime. «Da quando il dottor Hartmann mi liberò, quella notte, non sono più stata capace di odiarvi… smettila di farlo anche tu».

«Tutto quello che ha visto e udito è top secret» gli raccomandò il capitano prima di congedarsi.

«Non ne parlerò con nessuno. Non ne ho bisogno» promise lui rimettendosi gli occhiali. «Oggi ho ricevuto più di quanto avessi mai osato sperare».

 

***

 

L’auto si fermò al limitare della foresta. «Da qui in poi dovremo proseguire a piedi» annunciò il capitano Will Sheperd.

«Andrò da sola» fece Glitter. «Lei aspetti qui».

Si addentrò nel fitto della boscaglia, là ove persino la luce del sole filtra a fatica; poi si fermò a mezz’aria, fece brillare le sue ali e disse con voce forte: «Sono la Fata delle Rose; non mi riconoscete? Mostratevi, sorelle mie!».

Mezzo minuto dopo alcune piccole creature sbucarono da dietro gli alberi e i cespugli. «Sei davvero Fata delle Rose?» chiese una di loro. «Le antiche leggende parlano di te… tu sei colei che ha deciso di vivere con gli umani…».

«Sono proprio io» assicurò la fatina. «Voglio parlare con la Fata Regina».

Gli occhi delle sue compagne si velarono di lacrime. «La Fata Regina che conoscevi è morta tanto tempo fa» risposero, «ha sempre sperato nel tuo ritorno, fino all’ultimo giorno… Ora è Fata dei Gigli che ci governa, e lei ti detesta ancora».

«Portatemi da lei» chiese risoluta.

«Guarda, guarda chi si vede» sogghignò Fata dei Gigli assisa su un fiore con le gambe accavallate, circondata dai suoi fedeli sudditi. «Non so neppure come chiamarti, dal momento che hai rinnegato la tua natura di fata…».

«Chiamami Glitter, o come preferisci» tagliò corto lei. «Sono qui per chiedere il tuo aiuto, Fata Regina. Gli umani stanno divorando questa foresta giorno dopo giorno, ma io ho fatto un patto con essi: se li aiuteremo a sventare i piani malvagi dei loro simili, smetteranno di abbattere gli alberi, e di inquinare i fiumi…».

«Quanta fantasia!» esclamò sarcastica Fata dei Gigli carezzandosi il mento. «Io credo invece che tu sia stanca di vivere con gli umani, e ti sia inventata un cumulo di frottole pensando che ti avremmo accolto a braccia aperte… ma io non ci casco! Sei solo un’opportunista, una rinnegata; non c’è più posto per te qui, e se qualcuna di voi le darà ascolto» disse rivolgendosi alle altre fate, «sarà bandita come lei!».

«Non ti sto mentendo! Credimi, ti prego!» la scongiurò la fatina. «Non t’importa della sorte del tuo popolo?».

«Gli umani non sono onnipotenti come pensi tu» sentenziò la Regina. «Presto o tardi si fermeranno davanti al cuore inaccessibile della grande foresta… e lì noi potremo continuare a vivere indisturbate. E ora vattene!».

Glitter le volse le spalle sconsolata. Aveva fallito su tutta la linea… «Aspetta!» disse una vocina: era una giovane fata dalla pelle ambrata e dai corti capelli verdi. «Io sono Fata delle Querce» disse, «e credo alle tue parole. Voglio venire con te e offrirti il mio aiuto».

«Anch’io verrò con te» promise un’altra facendosi avanti. «Io sono Fata dei Pini».

«E io sono Fata degli Ontani» si presentò una terza creatura. «La Fata Regina… la precedente… diceva sempre che avevi dimostrato grande coraggio nel lasciare la tranquilla vita in questa foresta per mescolarti agli umani… Anche noi vogliamo vedere cosa c’è oltre l’ultimo albero».

«Se verrete con me, non potrete più tornare sui vostri passi. Ne siete consapevoli?» domandò Glitter.

«Lo sappiamo… ma non ci importa» proclamò sicura Fata delle Querce battendole una mano sulla spalla. «Se tu sei riuscita a sopravvivere in mezzo agli umani per tutto questo tempo, ce la faremo anche noi!».

«Grazie, amiche mie» esclamò la fatina commossa. «Ci aspetta un lungo viaggio, durante il quale dovrò spiegarvi molte cose…».


 

Capitolo IV: Azione!

Gli agenti Danny Josephson, Seira Knightley e Andrew Carter non riuscivano a credere ai loro occhi: «Co-cosa sono, capo?» domandarono all’unisono.

«Risorse aggiuntive» disse asciutto Sheperd. «Ora sedetevi e fate conoscenza».

«Dì un po’, sei un robot di ultima generazione?» fece Carter sistemandosi sulla seggiola.

«Sono l’ultima nata, sì» rispose Fata degli Ontani, «ma non so cosa significhi la parola ro… bot. Glitter non mi ha ancora insegnato tutto».

«Salve» si presentò la donna. «Il mio nome è Seira, ho ventotto anni, sono felicemente lesbica e single per scelta».

«Tanto piacere» ricambiò Fata dei Pini. «Il mio nome è Pina, ho più di settantacinque anni, sono felicemente fata e agamica per natura».

«Il mio nome è Danny» esordì l’agente Josephson «e queste sono le mie armi preferite: Beretta semiautomatica calibro 9 millimetri Parabellum e coltello con manico in ebano e lama in ceramica, invisibile ai metal detector e affilatissima» concluse con aria molto soddisfatta.

«Oooh, immagino ti senta invincibile quando impugni i tuoi giocattoli, vero?» osservò maliziosa Fata delle Querce. «Diamogli un’occhiata…». Stese le braccia, e pistola e coltello schizzarono verso di lei, fermandosi a mezz’aria e prendendo a girare in cerchio come le palle di un giocoliere.

«Ehi, ridammeli!» esclamò l’umano tentando invano di riafferrarli.

«Sniff, sniff… allora non è il tuo corpo a puzzare tanto, è questa strana polvere» mormorò lei guardando dentro la canna. «E questa piccola leva qui sotto, a che serve?» chiese allungando una manina verso il grilletto.

«Sta’ attenta!» urlò Danny strappandole l’arma. «Hai deciso di suicidarti?».

«Un attimo di attenzione, per favore». Sheperd batté le mani, premette alcuni pulsanti e il tavolo si illuminò. «Il nostro bersaglio è una cellula terroristica che sta pianificando una strage al G-20 di Clearwell fra due giorni, molto probabilmente con una bomba sporca» informò i suoi uomini. «Dobbiamo battere tutti i villaggi nei pressi della Foresta di Dean: locande, bed & breakfast, casali abbandonati, ogni buco in cui possano nascondere un veicolo abbastanza capiente. Preparatevi, si parte tra mezz’ora!».

 

***

 

«Senti, Oaky, forse non è il momento giusto per domandartelo, ma… perché voi fate non indossate vestiti?» chiese Danny Josephson.

«E voi umani, perché li indossate?» ribatté Fata delle Querce.

«Bè, per pudore», si giustificò il giovane confuso, «perché se andassimo in giro nudi ci sentiremmo come vermi…».

«Noi ci sentiamo esattamente come siamo» dichiarò la fatina.

Si trovavano sulla sommità di una collinetta, al riparo di un dosso. Il capitano Sheperd guardò l’ora: «Sei sicuro che passeranno di qui?» domandò all’agente Carter.

«Sicurissimo, capo» fece lui scrutando la strada sottostante con un binocolo. «Tre maschi mediorientali con un furgone nero non passano inosservati nel Gloucestershire… Eccoli!» esclamò trionfante indicando il veicolo che procedeva a velocità sostenuta.

«Dobbiamo fermarlo a tutti i costi» ordinò Sheperd.

«Ci penso io!» gridò Fata degli Ontani balzando fuori dal nascondiglio.

«Ehi, cosa pensi di fare da sola?» esclamò Andrew Carter. La fatina lo fulminò con lo sguardo: «Chiamami Alna, non “ehi”», sibilò prima di lanciarsi all’attacco.

Sul lato destro della carreggiata giaceva un grosso masso; la piccola creatura chiuse gli occhi, fece un profondo respiro – prima lezione: un passo alla volta, rammentò –, stese le braccia, e il macigno iniziò a rotolare verso il furgone che sopraggiungeva, sempre più velocemente, finché lo scontro fu inevitabile.

«Andiamo a prenderli!» ordinò Glitter scendendo in picchiata alla testa delle sue compagne. I tre umani scesero dal veicolo; uno di essi fu colpito da uno spruzzo d’acqua e lasciò cadere la pistola. Fata dei Pini afferrò la gamba del secondo facendolo rotolare al suolo. «Avevi ragione, Glitter» esclamò gioiosa, «più sono grossi e più facilmente si buttano giù».

«Muori, spudorata infedele!» gridò il terzo terrorista brandendo un pugnale. «Spudorata a chi?» strillò inviperita Fata delle Querce. Lo sollevò di peso, lo fece roteare due volte e lo lanciò a terra, poi bofonchiò ansimando: «Ma siete tutti fissati, voi umani?».

Il primo di essi si rialzò, corse verso il furgone e aprì il vano posteriore, che conteneva un grosso bidone cilindrico collegato a un dispositivo elettronico. «Fermo!» urlò Glitter scagliandogli contro una folgore che lo fece crollare al suolo tramortito. Quel colpo segnò la fine dello scontro.

«Se fosse esploso nella vostra foresta, l’avrebbe trasformata in un deserto» esclamò soddisfatto Sheperd dopo aver esaminato l’ordigno. «Davvero un bel lavoro, ragazze!». Mentre le quattro fate esultavano, da un cespuglio poco distante altre due piccole creature mandate in avanscoperta spiccavano il volo per riferire quanto avevano appena visto, udito e inteso con terrore.

 

***

 

«Ma come ti sei conciata?» chiese Danny.

«Non mi piace quando mi guardi in… in quel modo» mormorò Oaky imbarazzatissima, una lunga striscia di carta igienica drappeggiata intorno alle membra. «Mi fai sentire sporca. Nessun animale della foresta mi aveva mai guardato così…».

«Scusami» mormorò lui arrossendo. «Il fatto è che… anche se sei piccola… sei una gran bella donna».

La fatina restò a bocca aperta, poi si riprese. «Anche tu non sei male… per essere un umano» sorrise.

«È tutto inutile» sbuffò il capitano uscendo dalla sala degli interrogatori. «Quello è un duro».

«Lasci fare a me». L’agente Josephson estrasse il coltello. «No!» lo fermò Fata delle Querce. «Chi fa cose brutte diventa brutto a sua volta».

«Dobbiamo farlo parlare a tutti i costi, altrimenti il serpente tornerà a mordere» la ammonì Sheperd.

«Io posso lenire il dolore e cancellare i ricordi» mormorò Glitter guardandosi le palme delle mani, «ma in questo momento ci vuol ben altro…».

«Fate provare me» decise Oaky, e prima che qualcuno potesse fermarla era già davanti al prigioniero. «Non ti temo, serva di Satana» la apostrofò lui sputandole addosso.

La fatina si pulì il corpo dalla saliva, imperturbabile; toccò il petto dell’umano e ordinò con voce calma: «Adesso risponderai a tutte le nostre domande, dirai tutta la verità, e non ometterai alcun dettaglio… Per cominciare: chi è il tuo capo?».

«Il mio capo è lo Sceicco Guercio» iniziò il terrorista, lo sguardo perso nel vuoto. «È stato lui ad arruolarci, a curare il nostro addestramento, a insegnarci come assemblare la bomba…».

«Che mi venga un colpo!» esclamò l’ufficiale medico; prese una siringa, infilò l’ago nel braccio del detenuto (che non fece una piega), prelevò un campione di sangue e lo passò al suo assistente ordinandogli: «Voglio uno spettrogramma completo, più veloce della luce. Identifica quella sostanza! Corri!».

Per tre ore e mezzo Sheperd riempì il suo taccuino di appunti, poi sollevò la cornetta e disse due sole parole: «Chiamate Langley».

 

***

 

Abdulaziz Moussaoui, detto il Guercio, lasciò cadere il suo telefono satellitare e aspirò una lunga boccata dal narghilè. Il piano A era fallito, ma non tutto era ancora perduto. «Sheikh, è l’ora della preghiera» lo informò un suo discepolo aiutandolo ad alzarsi. Nella grande sala decine di mujaheddin aspettavano pazienti, il Corano nella mano destra e un kalashnikov nella sinistra.

«Se Allah vuole, all’alba di domani semineremo il terrore nel campo degli inglesi» proclamò.

«Insciallah! Insciallah!» gridarono in coro.

«E dopo gli inglesi colpiremo francesi e tedeschi, e poi colpiremo gli americani e i loro padroni sionisti! Colpiremo russi e cinesi, colpiremo finché il mondo intero non si piegherà sotto il tallone di Allah!» proseguì con voce infiammata.

«Allahu akbar! Allahu akbar!» strillarono i suoi seguaci alzando i fucili.

«Morte agli infedeli!» gridò agitando il pugno. «Morte agli infed…».

Non terminò mai la frase. La morte scese su di lui nella forma di un missile Hellfire scagliato da un drone statunitense, e dello Sceicco Guercio non restarono neppure le ceneri. Subito dopo un battaglione di guerriglieri curdi equipaggiati con fucili IMI e visori notturni circondò il compound mitragliando i pochi superstiti ed entrò nell’edificio in fiamme. Altri cinque minuti, e sugli schermi delle situation rooms di Londra, Washington e Gerusalemme comparve il messaggio che tutti attendevano con ansia: TARGET TERMINATED.

«Hurraaah!» gridarono tecnici e operativi dell’MI6 dandosi grandi pacche sulle spalle. «Ottimo lavoro» si congratulò il Direttore. Sheperd stava per uscire, quando una addetta alle comunicazioni gli porse un foglio: «Capitano, forse è meglio che legga questo…» sussurrò.

Le fatine attendevano in una saletta riservata insieme ai loro partners umani. «Ho due notizie buone e una pessima» annunciò il capitano scuro in volto. «La prima buona notizia è che abbiamo smantellato il vertice dell’organizzazione. La notizia pessima è che prima di morire il Guercio ha inviato un ordine a una cellula secondaria: hanno un’altra dirty bomb, e la faranno esplodere fra otto ore».

Tutti si sentirono gelare il sangue. «E qual è la seconda buona notizia, capo?» chiese speranzoso Carter.

«Che sappiamo dove si nascondono».

 

***

 

La palazzina di quattro piani nel centro di Finsbury Park aveva conosciuto tempi migliori. «Sono in dieci» affermò sicura Glitter dopo aver usato i suoi sensi supersviluppati. Sheperd guardò l’agente delle Special Forces addetto alle intercettazioni, e questi annuì.

«State pronti» disse nel comunicatore. «Oaky e Josephson entreranno dal portone principale; Knightley, tu e Pina dall’uscita di emergenza; Glitter, Carter e Alna con me sul tetto. Voialtri attendete venti minuti, poi, se non ricevete un mio segnale, irrompete e fuoco a volontà».

I due iracheni di guardia restarono di sasso nel vedere una piccola creatura volare verso di loro, ma furono sorpresi ancor di più quando una forza misteriosa li privò delle armi; tentarono di afferrarla, ma lei li sollevò entrambi come fuscelli facendo battere i loro crani uno contro l’altro e adagiandoli al suolo prima di inoltrarsi nell’edificio.

«Stai bene, Oaky?» domandò ansioso Danny.

«Yeah! Questa sì che è vita!» esclamò la fatina; poi si accorse di aver perduto la sua tunica improvvisata e si coprì con le mani strillando: «Non guardarmi, maiale! Quali pensieri ti passano in quella testaccia? Ringrazio il mio Creatore di avermi fatta piccola e impenetrabile, altrimenti tu… Aaaahhh!».

La mano del jihadista la strinse con violenza; Josephson si scagliò contro di lui facendogli mollare la presa, e Oaky rotolò a terra perdendo i sensi. L’islamico sguainò un pugnale; i due umani lottarono per lunghi minuti, l’agente stava per essere sopraffatto, quando Fata delle Querce volò verso l’avversario e lo toccò sulla giugulare gridando: «Dormi!». Il terrorista si accasciò esanime.

«Mi hai salvato la vita» disse riconoscente Danny.

«Allora siamo pari» convenne Oaky.

Nel frattempo Fata dei Pini era andata in avanscoperta. Avvertì un chiacchiericcio dietro l’angolo, allora volò rasente al soffitto – gli umani non guardano mai al di sopra del loro naso, pensò – e scese in picchiata sul più vicino; lo toccò sul collo facendogli provare una fitta acutissima che lo costrinse a rannicchiarsi a terra gemente, poi si volse all’altro, ma questi le aveva già puntato contro il suo mitra. Stava per premere il grilletto, quando si udì un piccolo tonfo soffocato; l’umano sbarrò gli occhi e cadde morto, mentre un rivolo di sangue gli usciva dalla schiena. Seira avanzò con la pistola spianata, si avvicinò al terrorista dolorante e lo colpì con il taglio della mano facendolo svenire. «Metodi vecchi, ma sempre efficaci» sentenziò rivolta alla sua compagna.

«Ne restano solo cinque. Andiamo!» ordinò il capitano azionando un grosso fucile montato su un cavalletto. Il rampone si attorcigliò a un comignolo; Sheperd si assicurò che la fune fosse ben tesa, poi agganciò la carrucola e si lanciò scivolando verso la palazzina. Un istante dopo Andrew Carter lo seguì, mentre Glitter e Fata degli Ontani avevano già aperto la botola per scendere dabbasso.

Una granata cadde vicino alle fatine esplodendo con fragore, mentre i terroristi sparavano all’impazzata contro gli agenti nascosti dietro un muretto. «Sono troppi per noi, capo!» esclamò Carter. All’improvviso un vento fortissimo scoperchiò il tetto, e centinaia di fate irruppero nella soffitta. Glitter, che si era appena risvegliata, riconobbe subito chi le guidava: era Fata dei Gigli.

«Salvate le nostre sorelle» ordinò questa, «e proteggete gli umani buoni!». Lei stessa diede l’esempio scagliandosi contro uno dei jihadisti e stordendolo con una scossa elettrica; altri tre furono assaliti da nugoli di piccole creature che li addormentarono con le secrezioni delle proprie mani. L’ultimo rimasto, il capo della cellula, si strappò la camicia mostrando il giubbotto esplosivo che indossava ed estrasse dalla tasca un detonatore.

«Attenti!» gridò Fata dei Gigli. Si lanciò verso l’umano a tutta velocità spingendolo contro una finestra, cadde con lui nel vuoto e fu investita in pieno dalla deflagrazione.

 

***

 

«Fata dei Gigli! Fata dei Gigli, apri gli occhi!». Glitter era inginocchiata a terra, in mezzo a brandelli di carne sanguinolenti, e teneva fra le braccia la compagna; metà del suo piccolo corpo era stata dilaniata dall’esplosione. Intorno a lei, il Popolo delle Fate partecipava all’agonia della sua regina.

«Vi prego, portate dell’acqua!» gridò piangendo a quanti la circondavano. «Datele dell’acqua termale!».

«È inutile…» mormorò Fata dei Gigli.

«No, non è inutile!» la incoraggiò. «L’acqua arricchita di zolfo stimola la rigenerazione cellulare… ha funzionato con me, funzionerà anche con te…».

«Le mie spore sono ormai mature» ansimò l’altra. «È tempo che io dia origine a una nuova creatura…».

«No! No!» singhiozzò la fatina, poi si calmò e tacque: nemmeno lei poteva mutare il destino.

Fata dei Gigli era allo stremo delle forze. «Sono stata una pessima amica… non avrei dovuto voltarti le spalle, quando decidesti di vedere il mondo con i tuoi occhi…». Fata delle Rose le prese la mano: «Sei sempre stata… e sempre sarai… la mia migliore amica».

«Quando nascesti, la Fata Regina ti affidò alla mia tutela…» chiese lei con l’ultimo fiato, «ora tu… prenditi cura… di ciò che verrà… dopo… di… me…».

«Te lo prometto» giurò Glitter.


 

Capitolo V: Fine e Inizio

«Come stai, Oaky? Ve la intendete alla grande, vedo» domandò Glitter.

«Oh sì, c’è una buona intesa fra noi… soprattutto da quando Seira mi ha insegnato a usare ago e filo» esclamò Fata delle Querce facendo una giravolta per mostrarle il suo vestito nuovo di foglie e corteccia. «A proposito, vorrei chiederti un favore, Fata Regina…».

«Dì pure… e chiamami Glitter» la sollecitò lei. «Non mi ci sono ancora abituata…».

«Ti prego… posso restare con gli umani?» la supplicò la fatina a mani giunte. «Mi piace molto fare la spia, o la controspia, insomma… arrestare i cattivi, farli confessare con le mie droghe… e Danny, a conoscerlo bene, non è poi così disgustoso…».

«Sei libera di seguire la tua strada» la rassicurò prendendole le mani fra le sue, «ma ricorda sempre: non basta avere grandi poteri, devi anche saper distinguere quando usarli e quando non usarli».

«Lo terrò presente» promise lei.

«Ho mantenuto la mia promessa» annunciò Sheperd. «La legge per dichiarare la Foresta di Dean monumento nazionale sarà approvata domani ai Comuni, e da allora nessuno potrà abbattere un albero, aprire una miniera o fare alcunché in casa vostra».

«La ringrazio, capitano» disse solennemente Glitter. «Lei è un uomo di parola».

«Ho fatto ben poco… tutto il genere umano è in debito con te» si schermì lui. «Puoi chiedermi qualunque cosa».

Glitter rimase in silenzio per qualche minuto, meditabonda. Poi: «Bè, un piccolo favore potrebbe farmelo…».

 

***

 

«Chi è?» domandò Andrea Moroni al citofono. Erano circa le nove di sera. «Porto un messaggio da una comune amica» rispose all’altro capo una voce maschile dall’accento british.

Quando aprì la porta si trovò davanti un uomo con cilindro, frac e mantello che gli porse una lettera e un fascio di biglietti. «I miei omaggi, signore» disse con un sorriso, «spero che verrà ad assistere con tutta la sua famiglia. L’ingresso è gratuito… per voi e per tutto il paese, per l’intera settimana». Fece un profondo inchino e si allontanò gridando: «Accorrete tutti, giovani e anziani, uomini, donne e bambini; venite a vedere il grande spettacolo delle illusioni!».

«È lei?» chiese Sara ansiosamente. «Sta bene?».

«Adesso lo sapremo». Andrea aprì il foglio ancora umido e cominciò a leggere:

“Caro Andrea, cara Sara, spero che stiate tutti bene.

Molte cose sono cambiate nella mia vita in questi ultimi mesi: come membro più anziano del Popolo delle Fate, ora il mio compito è prendermi cura delle mie sorelle. Pertanto credo che non ci rivedremo mai più, ma voi e la vostra famiglia sarete sempre nel mio cuore.

In fondo alla pagina ho scritto un numero di telefono speciale: se voi o i vostri compaesani doveste trovarvi in pericolo, il signor Salamander risolverà i vostri problemi con tutti i mezzi a sua disposizione, e lui di risorse ne ha molte… e se sarà necessario, io stessa attraverserò la terra e il mare per giungere in vostro soccorso.

Porterò sempre con me il ricordo degli anni trascorsi a Sant’Antonio al Monte insieme a tutti voi. Perdonatemi: avevo giurato di non piangere più per nessun essere umano, ma non riesco a trattenere le lacrime. Vi prego, non dimenticate la vostra piccola fata.

Addio e siate felici. Glitter”

«Buona fortuna, piccola mia» mormorò l’uomo.

 

***

 

La piccola creatura aprì gli occhi nella corolla di un candido fiore. Dapprima vide solo luce, una luce abbagliante; poi la luce divenne colore, e il colore, cose colorate. Spiegò le grandi ali bianche e vide intorno a sé tanti esseri simili a lei che la osservavano con curiosità; uno di essi si fece avanti, le sorrise e le rivolse la parola: «Benvenuta nel mondo, nuova Fata dei Gigli. Queste sono le tue sorelle, e io sono la Fata Regina… ma se vuoi, puoi chiamarmi Glitter».

 


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