Home

Scarica PDF

Indietro

Dal Grossraum al Nomos der Erde et retour: il pensiero internazionalistico di Carl Schmitt

Stefano Carloni

 

Una coerente anglofobia[1]

Nell’aprile 1947 Carl Schmitt scriveva nel suo diario: «Chi posso in generale riconoscere come mio nemico? Evidentemente soltanto colui che mi può mettere in questione. Riconoscendolo come nemico, riconosco ch’egli mi può mettere in questione. E chi può mettermi realmente in questione? Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L’altro è mio fratello»[2], aggiungendo subito dopo: «Adamo ed Eva ebbero due figli, Caino e Abele. Così comincia la storia dell’umanità. Questo è il volto del padre di tutte le cose»[3]. Molti interpreti del pensiero schmittiano hanno visto in questi passi una presa di distanza, se non un vero e proprio rinnegamento, della famigerata teoria dell’amico/nemico (Freund/ Feind), una presa di coscienza delle terribili conseguenze – in primis lo sterminio di sei milioni di Ebrei – cui aveva condotto la costruzione dell’edificio del “politico” sul fondamento di tale dicotomia[4]. Lungi dal sottovalutare una tesi così suggestiva e feconda di sviluppi teoretici, riteniamo tuttavia che si debbano tenere nel debito conto tre elementi cruciali e connessi fra loro.

In primo luogo si deve notare che l’espressione «mettere in questione» è usata da Schmitt, in questo scritto, in senso niente affatto psicologico-catartico, bensì con un concreto riferimento agli interrogatori cui veniva sottoposto in quel periodo, sotto la direzione di Robert Max Wasilii Kempner (sostituto procuratore presso il tribunale di Norimberga), al fine di accertare la misura del suo coinvolgimento nelle atrocità compiute dal regime nazista[5]. In secondo luogo, nel riferimento a Caino e Abele c’è la consapevole ripresa di un passo eracliteo tutt’altro che irenico: «Polemos di tutte le cose è padre, di tutte re, e gli uni fece déi, gli altri uomini, gli uni fece schiavi, gli altri liberi»[6]. Infine per Schmitt l’inimicizia politica non è questione che riguardi gli uomini considerati uti singuli (questa è piuttosto materia che afferisce alla concorrenza economica o alla simpatia/antipatia personale), bensì in quanto socii, vale a dire membri di un gruppo – che potrà essere una classe, una chiesa, un partito o un popolo – “esistenzialmente” contrapposto ad altri gruppi[7]; egli stesso aveva precisato nel Begriff des Politischen (in tempi, quindi, non sospetti) che “non è necessario odiare personalmente il nemico in senso politico, e solo nella sfera privata ha senso amare il proprio «nemico», cioè il proprio avversario”[8]. Se si vogliono prendere sul serio le sue parole, occorre dunque affermare che tanto l’«io» quanto il «fratello-nemico» devono essere intesi quali entità collettive; in altri termini Schmitt, qui come altrove, nasconde sotto un linguaggio mitico-teologico la sua personale interpretazione della vicenda storica del suo popolo, del popolo tedesco[9].

Se è così, quale assunto preliminare possiamo trarne, e quale rilevanza esso avrà con riferimento alla materia del presente scritto? Come ogni europeo colto d’inizio Novecento Schmitt conosceva e accettava il cosiddetto “mito indoeuropeo”, ossia la teoria secondo la quale una proto-stirpe di agricoltori-guerrieri – gli Indoeuropei o Arii – si sarebbe propagata intorno al secondo millennio avanti Cristo fra l’Ebro e il Gange, suddividendosi in diverse “famiglie” etno-linguistiche[10]. Inglesi e Tedeschi, secondo questa visione, appartenevano entrambi al ceppo germanico[11]; e proprio da parte degli anglo-americani Schmitt stava subendo in quel periodo gli interrogatori da cui tanto profondamente si sentiva «messo in questione». Per questo egli ammonisce se stesso ad avere «prudenza», e a «non parlare del nemico con leggerezza»: perché «ci si classifica attraverso il proprio nemico. Ci si inquadra grazie a ciò che si riconosce come nemico»[12]. Qui egli insieme vela e dis-vela il mistero della sua esistenza, quel mistero che da cinquant’anni tormenta chiunque si accosti alla sua figura, ammiratori e detrattori: qui egli si autoqualifica non tanto come antisemita[13], né come nazista ante litteram[14], quanto piuttosto – coerentemente alla natura oppositiva della relazione politica – come anglofobo[15].

Chi scrive ritiene che questa definizione del giurista di Plettenberg non solo risponda a verità – sia da un punto di vista “esterno” e oggettivo, sia da quello della Selbstvorstellung schmittiana – ma costituisca anche una valida chiave ermeneutica della sua produzione in materia di diritto delle genti. L’esposizione che seguirà ha precisamente lo scopo di mostrare come l’inimicizia di Schmitt nei confronti del popolo inglese – e di quello degli Stati Uniti d’America, ex-colonia britannica – abbia plasmato, configurato le sue speculazioni gius-internazionalistiche, determinando il loro orientamento fondamentale secondo i due pilastri della divisione del mondo in Grossräume e dell’opposizione antinomica di terra e mare.

 

1. Una «dottrina Monroe» europea

a) Gli Stati Uniti d’America fra isolazionismo e imperialismo

L’interesse di Schmitt per il diritto internazionale risale ai primi anni Venti. A testimonianza del carattere “concreto” che sempre ha posseduto la sua opera di giurista, basti considerare i saggi del 1925 Die Rheinlande als Objekt internationaler Politik e Der Status quo und der Friede[16], nei quali contesta le tesi alleate sulla smilitarizzazione della Renania, imputando al nuovo diritto internazionale scaturito dal conflitto di favorire ipocritamente il disegno egemonico delle grandi potenze imperiali sotto il pretesto dell’universalità e della giustizia. Al 1926 risale il saggio Die Kernfrage des Völkerbundes[17] nel quale riprende la tesi (formulata da Joseph Schumpeter in Zur Soziologie der Imperialismen del 1919) della sostituzione nell’imperialismo moderno del potere militare con quello economico[18] e afferma l’esistenza di una «connessione specifica di imperialismo economico e pacifismo»; in esso la Società delle Nazioni è altresì presentata come il tipico esempio di questo legame[19]. Ma solo in Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus[20] del 1932 Schmitt espone una tripartizione cronologica delle forme fondamentali di pensiero e di prassi imperialistica[21]:

1)    la prima tappa è rappresentata dall’occupazione (Landnahme) del continente americano, giustificata dalla superiorità della religione cristiana sull’idolatria sanguinaria degli indigeni e dall’esigenza di favorire la loro evangelizzazione;

2)    successivamente, con la colonizzazione dell’Africa nel XIX secolo, la distinzione rilevante non è più quella fra popoli cristiani e non cristiani, ma tra la “famiglia” delle nazioni civili e i cosiddetti “selvaggi”. Una distinzione resa più complessa dal riconoscimento ad alcuni popoli di un carattere “semicivile”, il quale comporta la costituzione di protettorati anziché di mere colonie[22];

3)    infine si ha lo stadio dell’imperialismo americano, sviluppatosi principalmente nei confronti delle Filippine; è questo un dominio di tipo puramente economico, per il quale la distinzione essenziale è quella tra popoli creditori e popoli debitori[23]. Esso si fonda sull’ideologia liberale, ritenuta da Schmitt un «residuo del 19° secolo», che «pone l’economia come un fenomeno essenzialmente apolitico, e la politica come qualcosa di essenzialmente non economico» e pertanto considera l’espansione economica e lo sfruttamento delle risorse naturali eventi “apolitici” e per ciò solo anche “pacifici”[24].

A questo punto l’analisi schmittiana, al fine di spiegare l’origine e le cause dell’espansionismo economico americano, si concentra sul ruolo primario assunto nella politica estera degli Stati Uniti dalla “dottrina Monroe” (riprendendo, peraltro, argomentazioni già svolte in un articolo del 1928 intitolato Der Völkerbund und Europa[25]). Concepita nel 1823 in funzione difensiva contro l’interventismo della Santa Alleanza in Sudamerica – con l’appoggio determinante dell’Inghilterra, timorosa che un’estensione al Nuovo Mondo della lotta tra liberali e reazionari portasse alla formazione di un solido blocco di potere nell’Europa continentale – secondo la massima «l’America agli Americani», essa si concretizzava in un principio di duplice non-intervento: «nessuno Stato europeo poteva immischiarsi nella situazione americana, e viceversa gli Stati Uniti non potevano immischiarsi nella situazione europea»[26]. Nel corso dell’Ottocento, tuttavia, tale dottrina sarebbe stata usata dal governo di Washington per giustificare una politica espansionistica nell’area latinoamericana, a partire dall’appoggio al Venezuela nella controversia con la Gran Bretagna del 1895 fino agli interventi a Cuba, Haiti, Santo Domingo, Panama e nel Nicaragua[27] – interventi determinati, in contrasto con l’originaria ostilità nei confronti del principio legittimistico che caratterizzava le monarchie europee, dalla volontà degli Stati Uniti di non riconoscere regimi instaurati con metodi rivoluzionari e perciò “illegali”[28] –; cosicché, afferma lapidariamente Schmitt, «questo pronunciamento difensivo di un piccolo Stato coloniale… è divenuto uno strumento di diritto internazionale dell’egemonia di questo Stato sul grande continente americano»[29].

Non solo: con il loro intervento nel 1917 gli Stati Uniti avevano trasformato una guerra «essenzialmente europea» in un conflitto mondiale, «decidendone» l’esito a sfavore della Germania, e successivamente erano stati i più attivi sostenitori della creazione della Società delle Nazioni; e tuttavia in essa avevano rifiutato di entrare, ribadendo il principio della non-interferenza delle potenze europee negli affari americani. La politica estera statunitense si connota dunque, agli occhi del politologo tedesco, come un singolare intreccio di isolazionismo e imperialismo: gli Stati Uniti da un lato controllavano la Società delle Nazioni attraverso i Paesi sudamericani che ne facevano parte[30], dall’altro impedivano agli Stati europei di svolgere una attiva politica estera (ovvero di instaurare colonie e protettorati) sul continente americano[31].

Questa tesi viene poi ripresa e approfondita nell’opera più estesa e significativa di questo primo periodo della speculazione schmittiana sullo jus gentium: il saggio del 1939 Völkerrechtliche Grossraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte. Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht [Ordinamento giuridico internazionale dei grandi spazi con divieto d’intervento per le potenze estranee allo spazio. Un contributo al concetto d’impero nel diritto internazionale][32]. In questa relazione tenuta al convegno organizzato dall’Institut für Politik und Internationales Recht dell’Università di Kiel dal 29 marzo al 1° aprile di quell’anno – come ha ben scritto Pier Paolo Portinaro[33] – la dottrina Monroe e il mutamento, ad essa connesso, delle forme di manifestazione dell’imperialismo vengono inquadrate e ricondotte nell’ambito di una trasformazione globale dell’ordinamento planetario.

 

b) «Imperi» e «grandi spazi»

Il perno attorno al quale ruotano tutte le argomentazioni schmittiane in Völkerrechtliche Grossraumordnung è una durissima critica a quello che, dopo la pace di Westfalia del 1648, era divenuto il concetto centrale dello jus gentium europeo, ovvero lo «Stato»[34]: l’idea di un sistema di diritto internazionale basato sull’equilibrio fra Stati grandi e piccoli, ma tutti ugualmente sovrani, che aveva celebrato i suoi fasti nel congresso di Versailles. In primo luogo, egli imputa al principio giuridico dell’uguaglianza degli Stati di esser viziato da una «svalutazione dell’elemento territoriale» (Entterritorialisierung), per la quale «gli elementi concreti di territorio e di spazio… si dissolv[ono] ormai, in astratte “sfere di competenze” ed in “accentramenti amministrativi”»[35]; una svalutazione che egli attribuisce all’influenza sul pensiero scientifico della mentalità ebraica, che «per sua natura peculiare… è priva di ogni attaccamento naturale alla terra»[36]. Ma soprattutto, la genesi di questo principio vien fatta risalire agli interessi egemonici dell’Inghilterra, desiderosa d’impedire la nascita di una grande potenza politica nell’Europa centro-orientale in quanto capace di tagliare le vie di comunicazione mediterranee dell’impero britannico verso l’Asia[37]. A tale concezione, superata dalla realtà storica della creazione di un forte Reich tedesco, Schmitt oppone il recupero della nozione tradizionale di «impero», definito come «quella potenza egemonica e preponderante la cui influenza politica s’irradia su un determinato “grande spazio” [Großraum] e che per principio bandisce da quest’ultimo l’intervento di potenze estranee»[38]; gli imperi, e non gli Stati, sarebbero i veri creatori del diritto internazionale.

In primo luogo bisogna notare che qui Schmitt non si fa sostenitore dei grandi imperi dell’antichità, e tantomeno auspica nostalgicamente una renovatio di quello creato dai Romani e restaurato da Carlo Magno la notte di Natale dell’anno 800: infatti «mentre “Imperium” ha spesso il significato di una formazione universalistica che comprende il mondo e l’umanità e che è quindi super nazionale… il nostro “Reich” tedesco è essenzialmente nazionalistico e costituisce un ordinamento giuridico essenzialmente non universalistico»[39]. Quanto all’Empire britannico, questo non è per lui altro che «un collegamento politico di possedimenti territorialmente disgiunti e sparsi sui più lontani continenti»[40] il quale, proprio a causa della sua «frammentaria natura geografica», possiede un carattere universalistico[41] manifestantesi nella professione di «ideali di assimilazione e di fusione razziale»[42], laddove la concezione schmittiana si basa esplicitamente sull’idea di nazione ed è «sollecita di ogni formazione etnica vitale»[43]. Di più: l’imperialismo inglese tenderebbe ipocritamente ad ammantarsi di argomentazioni universalistiche ed umanitarie allo scopo di mantenere uno status quo ad esso favorevole[44], come ad esempio quando definisce la sconfitta tedesca nel 1918, finalizzata alla preservazione del dominio inglese sui mari, come «la vittoria del diritto internazionale sopra la forza bruta»[45]. Al fine di sostenere il fondamento razziale della sua teoria, Schmitt afferma anzi recisamente che il nuovo Reich tedesco, in quanto «situato al centro dell’Europa tra l’universalismo delle potenze dell’occidente liberal-democratico, assimilatore di popoli, e l’universalismo dell’oriente bolscevico, fautore di una rivoluzione mondiale… deve difendere su tutti e due i fronti la sanità di un ordine di vita non universalistico, ma basato sull’idea nazionale»[46].

In secondo luogo, l’idea d’impero fatta propria da Schmitt è intrinsecamente legata a quella di “grande spazio” e al cosiddetto «principio di non intervento». Concezioni statuali räumliche (legate allo spazio) affioravano già nel progetto di Mittel-Europa avanzato da Friedrich Naumann nel 1915, e ancor più nella geopolitica di Karl Haushofer, teorizzatore di uno «spazio tedesco» comprendente non soltanto la Germania, il corridoio polacco di Danzica, i Sudeti, l’Alta Slesia, l’Austria, l’Alsazia-Lorena e la Danimarca meridionale, ma anche i territori olandesi e fiamminghi[47]. Anche l’italiano Carlo Scarfoglio – figlio di quell’Edoardo che si era opposto all’entrata in guerra contro gli Imperi centrali per l'avversione nei riguardi di quello che egli chiamava il popolo dei cinque pasti – aveva auspicato, al tempo della conquista dell’Abissinia, il formarsi di una coalizione dei popoli d’Europa contro l’Inghilterra, colpevole di averne sempre sfruttato le rivalità per impedire la nascita di una grande potenza in grado di minacciarla dalle coste atlantiche del continente[48]. L’originalità della teoria schmittiana risiede in due elementi: il fatto che l’essenza del dominio all’interno di un “grande spazio” venga identificata nella capacità di escludere da esso il “nemico” [49]; e il carattere marcatamente pluralistico del “suo” mondo, in perfetta consonanza del resto con quanto affermato nel Begriff des Politischen[50].

I concetti di “impero” e di Grossraum non vanno confusi tra loro, nel senso di identificare l’impero col “grande spazio” o di considerare ogni Stato o popolo all’interno del “grande spazio” come parte dell’impero[51]: piuttosto, ad ogni impero corrisponde un “grande spazio” all’interno del quale una nazione esercita un’egemonia economica, culturale e ideologica sulle altre nazioni ad essa sottoposte, «in cui dominano le sue idee politiche e in cui non possono consentirsi interventi estranei»[52]. La “dottrina Monroe”, nella sua formulazione originaria, ha per Schmitt precisamente il valore di rappresentare nella storia del diritto internazionale moderno la prima dichiarazione che ponga a fondamento delle relazioni internazionali il concetto del “grande spazio” costituito dall’emisfero occidentale e la connessa norma-base del non intervento delle potenze ad esso estranee[53]. Nel giro di un secolo il suo autentico contenuto difensivo sarebbe stato tuttavia “snaturato” e tramutato in «precetto aggressivo e imperialistico di una politica di espansione»[54]; il simbolo di questo “travisamento” è il messaggio al Congresso del 22 gennaio 1917 con cui il presidente Wilson ne auspicava l’accettazione da parte di tutti i popoli, che costituisce per il giurista di Plettenberg «il punto in cui la politica degli Stati Uniti si allontana dal suo ambito continentale e stringe una alleanza con l’imperialismo mondiale e universale dell’Impero britannico»[55]. L’intento schmittiano non è pertanto di propugnare una sorta di “dottrina Monroe tedesca”, bensì di «estrarre dal messaggio originario di Monroe il concetto centrale autentico, vale a dire l’illiceità di diritto delle genti dell’intervento da parte di potenze estranee in un “grande spazio” retto da un principio ordinatore»[56].

La teoria del Grossraum è considerata da Schmitt come la più adeguata a descrivere la nuova situazione internazionale scaturita dall’espansione tedesca nell’Europa centro-orientale[57]; una situazione che, in base alla dottrina nazionalsocialista, implicava dal suo punto di vista un «diritto tedesco di difesa degli aggruppamenti etnici germanici appartenenti a stati stranieri»[58] – esattamente come Hitler aveva promesso davanti al Reichstag il 20 febbraio 1938 –, giustificando così ex post facto l’Anschluss austriaco e l’annessione dei Sudeti (sanzionata l’anno prima a Monaco dall’acquiescenza del primo ministro inglese Chamberlain) come pure l’invasione della Cecoslovacchia, effettuata – in violazione di quegli stessi patti – appena due settimane prima che Schmitt presentasse la sua relazione. Questo stupefacente tempismo occasionalistico[59] (il quale altro non è se non una manifestazione del suo intrinseco nazionalismo) spiega sia il grande risalto acquisito presso la stampa interna ed internazionale – nella quale egli è presentato come il teorico della politica espansionista del Terzo Reich[60] – sia il richiamo che lo stesso Hitler fece ad una “dottrina Monroe europea”[61]; un accenno a cui Schmitt si adeguò prontamente superando il concetto di grossdeutsche Reich in quello di un «grande spazio europeo» (europäische Großraum)[62]. E spiega anche il giudizio fortemente negativo paradigmaticamente fissato, tre anni dopo, da Franz Neumann allorché indica in Schmitt «la voce predominante del coro “revisionista” nazionalsocialista» e uno dei principali ideologi dell’espansionismo hitleriano[63]. Nel frattempo il regime aveva imparato a sufficienza la lezione del suo Krönjurist: nel rispondere, il 1° luglio 1940, all’ammonimento del segretario di Stato Hull, secondo il quale gli Stati Uniti non avrebbero potuto assecondare «ogni tentativo di trasferire una regione geografica dell’emisfero occidentale da una potenza non americana a un’altra potenza non americana», Joachim von Ribbentrop concludeva minacciosamente come segue: «Il governo del Reich coglie questa occasione per sottolineare che, in linea di principio, la non interferenza degli stati europei negli affari del continente americano non può essere giustificata a meno che gli stati americani, da parte loro, si astengano parimenti dall’interferire negli affari del continente europeo»[64].

 

2. Terra, mare, aria: il cammino della “civiltà”

a) Origine dell’antinomia terra/mare

Il tema del radicamento (Einwurzelung) dell’uomo alla terra quale fondamento di un’esistenza “giusta” è una costante nel pensiero di Schmitt: già in Römischer Katholizismus und politische Form del 1923 egli aveva individuato una distinzione fondamentale tra cattolici e protestanti – e non va mai dimenticato che per lui, nato in Renania da una famiglia profondamente religiosa (tre prozii sacerdoti erano stati coinvolti nel Kulturkampf), si trattava del contrasto politico fra la Germania sconfitta e le potenze anglosassoni – nel diverso rapporto degli uni e degli altri con il suolo[65] e nel fatto che «quelli, all’opposto di questi, sono per lo più popoli contadini, che non conoscono la grande industria»[66]. L’adozione del concetto di Raum come pietra angolare del nuovo diritto internazionale nazionalsocialista doveva vieppiù attirare la sua attenzione sul condizionamento geografico della storia umana – un topos ricorrente nel pensiero europeo a partire dall’Esprit du lois – e in particolare sul ruolo weltgeschichtlich svolto dall’opposizione terra/mare. Montesquieu aveva messo in luce, fra l’altro, che «i popoli isolani sono più portati alla libertà dei popoli continentali», in quanto «le isole hanno, di solito, scarsa estensione; una parte del popolo non può esservi altrettanto facilmente adoperata a opprimere l’altra; il mare le separa dai grandi imperi, e la tirannide non può ingerirvisi; i conquistatori sono arrestati dal mare»[67]. Per Hegel, poi, «il tipo più universale della determinazione di natura, che ha importanza nella storia, è quello costituito dal rapporto tra mare e terra»[68]; nel § 247 della Rechtsphilosophie egli affermava inoltre che «come per il principio della vita familiare è condizione la terra, fondamento e terreno stabile, così il mare è per l’industria l’elemento naturale che la stimola verso l’esterno»[69].

Proprio dalla consapevole ripresa di questo passo Schmitt sviluppa una serrata catena di argomentazioni che esporrà in una serie di articoli pubblicati fra il 1941 e il 1943 (Staatliche Souveränität und freies Meer. Über den Gegensatz von Land und See im Völkerrecht der Neuzeit [70], La mer contre la terre[71], Raumrevolution. Vom Geist des Abendlandes[72], Behemoth, Leviathan und Greif. Vom Wandel der Herrschaftsformen[73]), ma soprattutto nella monografia del 1942 Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung[74].

 

b) Gli Inglesi, popolo di pirati?

L’itinerario seguito in questo saggio può esser definito come la sovrapposizione di una circolarità stasiologica ad un dinamismo vettoriale: da un lato l’autore accoglie dal grande geografo Ernst Kapp la distinzione, di origine hegeliana[75], delle civiltà nei tre grandi stadi delle culture potamiche – caratteristiche delle grandi pianure alluvionali, come gli imperi cinese, assiro-babilonese ed egiziano –, talassiche (orbitanti intorno al bacino mediterraneo, dall’antichità greco-romana al Medioevo europeo) e oceaniche, i cui soggetti sarebbero i popoli germanici[76]; dall’altro afferma che «la storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime»[77]. Sebbene egli ricordi Leviathan e Behemoth, i mitici mostri narrati nel Libro di Giobbe – l’uno tradizionalmente rappresentato come una balena[78], l’altro come un toro o un elefante[79] – e dedichi l’intero capitolo quinto di Land und Meer a tessere un «elogio della balena e del baleniere» quali autentici scopritori del globo terrestre[80], il suo interesse è come sempre orientato verso le “concrete” opposizioni che mi manifestano nella sua epoca storica tra specifici Stati terranei e marittimi. Dopo aver accennato rapidamente alle guerre fra Greci e Persiani, fra Atene e Sparta, fra Roma e Cartagine, e al periodo di splendore (dal 1000 al 1500) della repubblica di Venezia[81], la sua attenzione si concentra infatti rapidamente sul popolo inglese, l’unico che si sia deciso per il «trasferimento dell’intera esistenza storica dalla terra al mare come da un elemento all’altro»[82].

Una decisione, spiega Schmitt, piuttosto tardiva: fino al XVI secolo gli Inglesi erano stati un popolo di pastori che allevavano pecore e ne vendevano la lana alle Fiandre[83], e solo nel 1570 le loro navi si spinsero oltre l’Equatore. Prima di loro la Francia, favorita dalla prospicienza a tre mari – il Mediterraneo, l’Atlantico e la Manica – si era dotata di un’eccellente flotta militare, e i pirati ugonotti stanziati a La Rochelle già saccheggiavano i galeoni spagnoli carichi d’argento insieme ai «pezzenti del mare» (gueux o Geusen) olandesi, i primi ad avvantaggiarsi delle innovazioni tecnologiche allora avvenute nel campo della navigazione[84]. Ad essi si aggiunsero gli «schiumatori del mare»[85] britannici, nomi famosi come Francis Drake, Walter Raleigh o Henry Morgan. La loro caratteristica comune, determinante per lo sviluppo della guerra marittima, era di essere dei privateers, dei privati individui forniti di un’autorizzazione giuridica da parte dei loro sovrani (la “lettera di corsa”) a condurre azioni ostili nei confronti di navi o territori nemici; come tali, essi erano schierati nel vasto fronte luterano-calvinista-anglicano contro la potenza cattolica dell’epoca, la Spagna[86] (qui si palesa il risentimento del cattolico Schmitt nei confronti del protestantesimo). Mentre però la Francia si decise alfine per Roma e contro gli ugonotti (con la notte di San Bartolomeo del 1572 e la conversione di Enrico IV al cattolicesimo), e quindi, in ultima analisi «assunse anche la posizione contro il mare e a favore della terra» e l’Olanda, che nel 1600 era al culmine della sua potenza marittima, cento anni dopo era costretta dal confronto con Luigi XIV a «interrarsi» per difendere la propria indipendenza[87], l’Inghilterra fu l’unica a trarre profitto dalle scoperte e invenzioni dei propri concorrenti: non solo si arricchì con i bottini dei suoi corsari, ma colse l’occasione offerta dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione del globo per compiere una autentica «rivoluzione spaziale».

 

c) La Raumrevolution

Il termine Raumrevolution costituisce un coerente sviluppo del significato “esistenziale” attribuito da Schmitt a concetti e realtà proprie delle scienze geografiche e astronomiche: “L’uomo ha del suo «spazio» una determinata coscienza, soggetta a grandi mutamenti storici. Alle varie forme di vita corrispondono spazi altrettanto eterogenei… L’abitante di una grande città si raffigura il mondo diversamente da un contadino; un cacciatore di balene ha uno spazio vitale diverso da quello di un cantante lirico, così come a un aviatore il mondo e la vita appaiono non solo sotto un’altra luce, ma anche con altre dimensioni, altre profondità e altri orizzonti”[88]. Esso indica il mutamento della «struttura del concetto stesso di spazio» che si verifica «ogni volta che, grazie a una nuova avanzata delle forze storiche e alla liberazione di nuove energie, nuove terre e nuovi mari fanno il loro ingresso nell’orizzonte della coscienza collettiva umana»[89]. Le campagne di conquista di Alessandro Magno, ad esempio, avevano dato origine alla cultura e all’arte dell’ellenismo, alla grandiosa sistematica filosofica di Aristotele e alla geometria di Euclide; l’espansione dell’impero romano dall’Iberia alla Persia, dalla Britannia all’Egitto, aveva fatto comprendere agli uomini per la prima volta l’appartenenza a una medesima ecumene[90]; e le Crociate avevano condotto cavalieri e mercanti francesi, inglesi e tedeschi a conoscere il Vicino Oriente, stimolando lo sviluppo delle università e la rinascita di una civiltà urbana in Europa dopo l’«interramento» agricolo-feudale del Medioevo. Ma la consapevolezza, acquisita dopo le esplorazioni di Colombo e la formulazione della teoria eliocentrica da parte di Niccolò Copernico, della compiuta sfericità della Terra, isolata in uno spazio vuoto e infinito, rappresentò «la prima autentica rivoluzione spaziale nel senso pieno della parola»[91]. Essa produsse un capovolgimento radicale in ogni settore della scienza e dell’arte: dalla piatta fissità dell’architettura e della pittura romanico-gotiche al dinamismo barocco e alla prospettiva rinascimentale, dal canto gregoriano al nuovo sistema tonale; anche il teatro ruppe l’aristotelica triplice unità (di luogo, tempo e azione) per far muovere i suoi personaggi nella vuota profondità di uno spazio scenico[92]. Quel che più interessa al giurista renano, tuttavia, è la ricaduta prodotta sul piano giuridico da tale mutamento di paradigmi e criteri di valore. Qui entra in gioco un concetto che diverrà fondamentale nella teoresi schmittiana sul diritto internazionale: quello di nomos.

 

d) Nomos della terra e nomos del mare

Già nel saggio del 1934 Ueber die drei Arten des Rechtswissenschaftlichen Denkens[93] Schmitt, accogliendo le teorie istituzionalistiche di Hauriou e Santi Romano,  aveva contrapposto al normativismo formalista kelseniano tipico di «una società di scambio individualistico-borghese», e al decisionismo  che fonda la legge su una decisione sovrana scaturente «da un nulla normativo e da un disordine concreto» – un’idea che egli aveva manifestato nei suoi scritti sulla dittatura[94] e sulla teologia politica[95], e che si era dimostrata funzionale alla giustificazione di una fase rivoluzionaria quale era stata l’ascesa al potere di Hitler – una concezione del diritto come «un ordinamento e una struttura concreta»[96], «un’ordinata unità vivente, strutturata attraverso fasi successive di essenza e di esistenza e attraverso ordini inferiori e superiori, integrazioni e articolazioni»[97]; e nel commentare la massima di Pindaro sul nomos basileus aveva affermato che «nomos, allo stesso modo di law, non significa legge, regola o norma, ma diritto, che è tanto norma, quanto decisione, quanto soprattutto ordinamento»[98].

Ora, in Land und Meer, egli chiarisce il suo pensiero: «il vero, autentico ordinamento fondamentale» di un paese o di un continente «si basa, nella sua essenza, su determinati confini e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata spartizione della terra»[99]. Il sostantivo greco nomos, infatti, deriva per lui dal verbo nemein, che avrebbe anzitutto lo stesso significato del tedesco nehmen, «prendere, conquistare»; “quindi nomos significa in primo luogo Nahme, «presa di possesso, conquista»”[100]. Più precisamente, il verbo greco nemein avrebbe tre significati: in primo luogo, appunto, «prendere»; in secondo luogo “«dividere» e «spartire» ciò di cui si è preso possesso (come in teilen e verteilen); infine «pascolare» (weiden), «vale a dire l’utilizzazione, la coltivazione e la valorizzazione del terreno ottenuto con la divisione, dunque la produzione e il consumo»[101]. In particolare «ogni mutamento e ogni spostamento significativo dell’immagine della terra [nei quali consiste l’essenza di una Raumrevolution] sono legati a mutamenti politici di portata mondiale e a una nuova suddivisione della terra, a una nuova conquista di terra»[102].

Ora, una rivoluzione spaziale così sorprendente e senza precedenti come quella dei secoli XVI e XVII doveva portare a una «conquista di terra» altrettanto sorprendente e senza precedenti: i popoli europei, dilagando in quegli immensi territori, fecero fronte comune contro gli indigeni, appellandosi prima alla loro missione di diffondere il cristianesimo, e in seguito, nel XVIII e nel XIX secolo, a quella di trasmettere la civiltà europea ai popoli non civilizzati. La coscienza di appartenere a una comune «famiglia delle nazioni» non impedì peraltro agli Stati europei di combattersi aspramente per la conquista e la spartizione (ecco il secondo significato del nomos) dei territori coloniali[103]. A questa immane conquista e spartizione di territori corrispose, nel medesimo arco temporale, la conquista dei mari da parte della flotta britannica; con essa, afferma Schmitt, «è stabilita la linea fondamentale del primo ordinamento spaziale planetario, la cui essenza risiede nella separazione fra terra e mare». Mentre infatti «la terraferma appartiene ora a una dozzina di Stati sovrani», «il mare appartiene a tutti o a nessuno e in definitiva soltanto a uno: l’Inghilterra»[104].

A questa grande spartizione (nomos) del globo corrisponde per Schmitt una divisione fra due ordinamenti giuridici (nomoi) assolutamente antitetici. Il nomos della terraferma consisteva nella suddivisione in Stati; da questo elemento fattuale contingente, risultato della pace di Westfalia che nel 1648 aveva posto fine agli eccidi della guerra dei Trent’anni, scaturì sul piano giuridico l’idea che la guerra fosse un rapporto fra Stati che si affrontavano in aperte battaglie campali nelle quali si fronteggiavano soltanto le truppe impegnate nello scontro, mentre la popolazione civile non combattente rimaneva al di fuori delle ostilità[105]. Il nomos del mare era invece caratterizzato dalla libertà, dall’impossibilità di tracciare su di esso confini e quindi dalla sua esenzione rispetto a qualsiasi sovranità territoriale.

Alla luce di questa opposizione Schmitt spiega perché l’Inghilterra non sia divenuta uno “Stato” nel senso europeo-continentale e non abbia sviluppato le tipiche istituzioni statali – esercito permanente, burocrazia di stato, una legislazione scritta codificata –: la sua espansione era infatti una estensione delle forze sociali, della «society» e non della Corona, un tentativo delle forze sociali ed economiche di sfuggire all’oppressione dello Stato che avrebbe prodotto l’Impero britannico come federazione di liberi Stati separati da immense distese d’acqua, e pertanto estremamente dipendenti da un libero commercio marittimo lungo vie di comunicazione sicure[106]. Da qui derivano anche il primato inglese nel commercio e la sua declinazione in senso liberale (espressa dallo slogan: «Ogni commercio mondiale è libero commercio») come pure la dottrina spenceriana per la quale «Stato e politica rappresentano il male e significano guerra e militarismo… [mentre] la società, al contrario, significa industrialismo, economia privata ed appunto per ciò progresso e pace»[107]. Infine la stessa visione dell’Inghilterra come isola muta agli occhi dei suoi abitanti: da porzione del continente essa diviene simile a un pesce o a una nave, pronta a levar l’ancora e a spostarsi in altri mari, come nel romanzo del 1847 Tancredi ovvero La nuova crociata in cui il primo ministro Benjamin Disraeli (di cui Schmitt non manca di mettere in risalto l’origine ebraica e la fama di «saggio e iniziato»[108]) proponeva alla regina Vittoria di trasferire la capitale del suo impero da Londra a Delhi; o come nel saggio del 1905 Sea Power in Its Relations to the War of 1812 in cui l’ammiraglio americano Alfred Thayer Mahan auspicava una riunificazione fra Inghilterra e Stati Uniti d’America al fine di mantenere il dominio anglosassone sui mari del mondo, sul presupposto che l’America fosse l’«isola maggiore» destinata a portare a compimento la conquista britannica del mare come dominio del mare angloamericano sul mondo intero[109].

A questa fluidità istituzionale corrisponde però uno stile di politica estera che Schmitt aborrisce e racchiude nella formula dell’indirect rule (influsso indiretto): la Massoneria (fondata proprio a Londra nel 1717), con la sua diffusione sul continente europeo di «idee umanitarie» e di correnti di pensiero liberali, avrebbe agito come longa manus dell’imperialismo inglese, contribuendo a imporre l’idea dell’esistenza di una sfera della vita – rappresentata tanto dall’economia quanto dalla stampa, elementi formativi dell’opinione pubblica – libera dall’organizzazione statale e rimessa interamente all’iniziativa privata, che pertanto si espande oltre i confini statali “sul «libero» mercato mondiale e nella «libera» stampa mondiale”[110]. Anche la guerra marittima condotta dagli Inglesi presenterebbe caratteri opposti rispetto alla guerra terrestre: essa si fonderebbe «sull’idea che debbano essere colpiti il commercio e l’economia del nemico»[111], laddove «nemico» non è soltanto l’avversario che combatte, bensì qualsiasi cittadino nemico, e infine anche il neutrale che commercia e mantiene relazioni economiche con il paese nemico. I mezzi peculiari della guerra marittima sono quindi non le battaglie campali, ma il cannoneggiamento, il blocco delle coste avversarie e il boicottaggio economico e finanziario; strumenti sviluppati all’ennesima potenza dalla Società delle Nazioni, la quale per Schmitt non è altro che «un tentativo d’organizzazione di simili metodi indiretti del dominio britannico sul mondo»[112].

 

e) Una tecnocrazia nazista sul mondo: il Luftkrieg

A questo giudizio negativo sulla modernità si accompagna l’attesa di una nuova “rivoluzione spaziale” portata dallo sviluppo tecnico. A confortare il Krönjurist di Hitler in questa speranza stava l’imponente sviluppo industriale con cui la Germania guglielmina, dal 1890 al 1914, aveva recuperato lo svantaggio nei confronti dell’Inghilterra anche in un settore cruciale come la costruzione di una flotta militare (promossa dall’ammiraglio von Tirpitz) – dopo che già nel 1868 le acciaierie Krupp avevano iniziato a rivaleggiare con gli Inglesi nella produzione di cannoni –, ma soprattutto l’invenzione dell’aeroplano, con la quale «fu conquistata addirittura una nuova, terza dimensione, che andò ad aggiungersi a quelle della terra e del mare»[113]. Ora l’uomo poteva disporre di un mezzo di trasporto completamente nuovo, e, cosa più importante per Schmitt, di un’arma altrettanto inedita, capace di estendere le sue possibilità di dominio a sfere imprevedibili[114]. Quando ricorda che «lo spazio aereo sovrastante la terra e il mare non è attraversato soltanto da aeroplani, ma anche dalle onde radio delle stazioni trasmittenti di tutti i paesi», poi, la prosa schmittiana s’innalza a vette quasi liriche: «non ci si può esimere dal pensare che oggi non solo sia stata acquisita una nuova, terza dimensione, ma che si sia aggiunto addirittura un terzo elemento, l’aria, quale nuova sfera elementare dell’esistenza umana»[115]. Il suo entusiasmo lo spinge a oltrepassare i confini della razionalità, verso le oscure regioni del mito: «Ai due animali mitici, Leviathan e Behemoth, verrebbe quindi ad aggiungersene un terzo, un grande uccello»[116]; e non a caso un suo saggio del 1943 si intitola Behemoth, Leviathan und Greif. Vom Wandel der Herrschaftsformen [Behemoth, Leviathan e Grifo. Sul mutamento delle forme di dominio].

Il motivo di tanto entusiasmo è, come sempre, molto «concreto»: in un’epoca in cui qualsiasi armatore può sapere giorno per giorno e ora per ora in quale preciso punto dell’oceano si trova la sua nave «viene a cadere anche quella separazione di terra e mare su cui si fondava il legame durato finora tra dominio marittimo e dominio mondiale. Viene a cadere cioè il presupposto della conquista britannica del mare, e con esso il nomos della terra in vigore fino a oggi»[117], in quanto il mare non è più un «elemento» da solcare con perizia e coraggio, ma piuttosto uno «spazio», così come «anche l’aria è divenuto uno spazio, spazio per l’attività umana e per il dominio»[118]. Come i progressi della cantieristica navale nel XVI secolo favorirono il dominio del mare da parte degli Inglesi, così il controllo dell’aria assicurato dalla Luftwaffe aveva, nei suoi auspici, aperto la via ad un dominio mondiale della Germania nazista[119].

Da qui la speculazione schmittiana pare avvitarsi su se stessa e riprendere, su scala non più europea ma mondiale, l’idea del Grossraum: «contro l’universalismo dell’egemonia mondiale anglo-americana si è affermata l’idea di una terra ripartita in grandi spazi continentali»[120], spazi che egli nel 1942 immagina certamente egemonizzati dalla Germania lungo la direttrice Europa-Medio Oriente-Africa e dal Giappone nell’Asia centro-orientale. In questa prospettiva l’Inghilterra assume per Schmitt la veste di un kat-echon[121], di una forza conservatrice che «trattiene» la vittoria finale del Terzo Reich; e la medesima qualifica è riservata agli Stati Uniti, che con Roosevelt si sarebbero assoggettati agli interessi britannici rinunciando ai principio di non-interferenza nei reciproci “grandi spazi” sancito nel 1823 dalla dottrina Monroe[122]. E anche quando le sorti del conflitto, dopo l’acme raggiunto nel 1942, volgeranno a sfavore dell’Asse, più veemente si leverà la voce del “vate” di Plettenberg a esorcizzare lo spettro dell’unificazione del mondo in nome del suo pluriverso bellicoso: «Di contro alla pretesa ad un controllo e dominio mondiali, universali, di carattere planetario, si erge a difesa un altro Nomos della terra, la cui idea cardinale consiste nel distribuire il globo terracqueo in vari grandi spazi determinati attraverso la loro sostanza storica, economica e culturale… Il grande spazio pieno di significato contiene la misura e il Nomos della nuova terra»[123].

Fra quei «grandi spazi» egli certamente includeva un’Europa dominata dal Terzo Reich[124]; ma ormai il sogno di un dominio millenario stava spegnendosi sotto i bombardamenti alleati. Il popolo tedesco stava per essere disarcionato dal cavallo della Storia per la seconda volta, e il tedesco Carl Schmitt ne avrebbe seguito la sorte[125].

 

3. Terra, mare, aria: il cammino della “barbarie”

a) Carattere politico del nomos: primato del collettivo sull’individuo

Dopo le traversie della requisizione della sua amata biblioteca, della duplice carcerazione (prima ad opera dell’Armata Rossa, poi degli americani che lo condurranno come testimone a Norimberga prima di archiviare la sua posizione per «non luogo a procedere») e dell’espulsione dal mondo accademico in seguito al Berufsverbot antinazista, la riflessione schmittiana sul diritto internazionale riprende e sistematizza riflessioni ed analisi già compiute negli scritti precedenti, “depurandole” degli elementi più scopertamente ideologici, ma conservando l’impostazione di fondo anti-inglese e anti-americana. Si può anzi affermare senza tema di smentita che il suo sarcasmo e la sua mancanza di obiettività risultano vieppiù esacerbati dal fatto che l’«isola minore», l’Inghilterra, pur prostrata da terribili bombardamenti aerei e missilistici, aveva conservato la propria indipendenza e il proprio impero transcontinentale, mentre l’«isola maggiore», gli Stati Uniti d’America, aveva deciso per la seconda volta in trent’anni un conflitto a danno della Germania, e si avviava a diventare (insieme all’Urss, per il momento) una potenza egemone su scala planetaria.

Il Nomos der Erde del 1950[126] pertanto ripete, ampliandolo, l’itinerario argomentativo già tracciato in Land und Meer. Il diritto viene esplicitamente identificato con il nomos quale fatto originario di appropriazione/divisione della terra[127], sino a pretendere di confutare la lezione di un verso iniziale dell’Odissea (I, 3: pollîn d' ¢nqrèpwn ‡den ¥stea kaˆ nÒon œgnw = di molti uomini vide le città e conobbe il pensiero) sostituendo nÒon con nÒmon[128]. In particolare, un’occupazione di terra istituisce diritto secondo una duplice direzione: «verso l’interno, vale a dire internamente al gruppo occupante, viene creato con la prima divisione e ripartizione del suolo il primo ordinamento di tutti i rapporti di possesso e di proprietà… In questo modo ogni occupazione di terra crea sempre, all’interno, una sorta di superproprietà della comunità nel suo insieme»[129]; verso l’esterno, invece, «il gruppo occupante si trova posto di fronte ad altri gruppi e potenze che occupano la terra o ne prendono possesso… O si acquista una porzione di suolo da uno spazio che era stato fino ad allora giuridicamente libero, che cioè secondo il diritto esterno del gruppo occupante non aveva alcun signore e padrone riconosciuto; oppure viene sottratta al possessore e padrone riconosciuto fino ad allora una porzione di suolo che viene trasmessa al nuovo possessore e padrone»[130].

Da questi passi si evince chiaramente come la presa di possesso della terra sia per Schmitt un evento niente affatto individuale e privato, bensì esclusivamente collettivo, e come dei due profili del nomos egli consideri quello esterno dell’appropriazione primario rispetto a quello interno della divisione. Ritorna insomma la tesi, ormai più che ventennale, del primato della politica come lotta fra gruppi “esistenziale”, vale a dire condotta fino allo sterminio di uno dei contendenti (o quantomeno al suo annientamento giuridico, alla sua riduzione in schiavitù) al quale segue logicamente l’occupazione del territorio da parte del gruppo vincitore.

 

b) Carattere giuridico del nomos: «Il mare non ha legge»

Nel Nomos der Erde viene ripresa la distinzione tra popoli di terra e di mare, ma con una differenza significativa: ora Schmitt nega l’esistenza di due nomoi contrapposti, anzi afferma recisamente che «in mare non vale alcuna legge»[131]. «La terra risulta legata al diritto in un triplice modo. Essa lo serba dentro di sé, come ricompensa del lavoro; lo mostra in sé , come confine netto; infine lo reca su di sé, quale contrassegno pubblico dell’ordinamento. Il diritto è terraneo e riferito alla terra»[132]; nel mare, invece, «non è possibile seminare e neanche scavare linee nette. Le navi che solcano il mare non lasciano dietro di sé alcuna traccia… Il mare non ha carattere, nel significato originario del termine, che deriva dal greco charassein, scavare, incidere, imprimere. Il mare è libero»[133]. Ma per Schmitt la libertà del mare è sinonimo di anarchia, come dimostrerebbe il fatto che nell’antichità esso era dominio dei pirati, di coloro che si avventuravano (il greco peiran significa provare, tentare, osare) in quell’elemento perennemente mobile, mettendo a rischio la propria vita, e trovavano la loro ricompensa in una ricca preda conquistata col disprezzo della vita altrui. In mare infatti non c’è diritto d’asilo né luoghi consacrati, né diritto né proprietà; su di esso non si può delimitare alcuna localizzazione (Ortung), perché esso è un “non-luogo” (Un-ort). Ciò si mostra altresì nell’opera dell’inglese Thomas More Utopia, scritta nel 1516, quando l’Inghilterra aveva appena intrapreso il passaggio da un’esistenza «puramente terrestre» a un’esistenza «marittima»: in essa, spiega Schmitt, e in modo assai pregnante nella parola “utopia”, si sarebbe manifestata «la possibilità di una immane negazione di tutte le localizzazioni sulle quali poggiava l’antico nomos della terra». Utopia non significa infatti semplicemente non-luogo, ma «l’U-Topos per eccellenza»[134], una negazione totale di qualsiasi localizzazione e delimitazione, e con esse di ogni ordinamento o regola giuridica, dal momento che nella concezione relativistica del politologo tedesco «ogni diritto vale come tale solo nel giusto luogo»[135].

 

c) Guerra terrestre, marittima, aerea

a) Il jus publicum europaeum e la guerra «in forma»

Nel gigantesco affresco storico schmittiano la comparsa di immensi spazi liberi e la conquista territoriale del nuovo mondo avrebbero determinato il “portento” dell’epoca moderna: la creazione di un ordinamento paritario delle potenze europee (che egli chiama jus publicum Europaeum) vigente dalla pace di Westfalia sino alla fine del XIX secolo, e con esso il conseguimento della possibilità di una Hegung des Krieges, di una limitazione della guerra europea (ma vedi supra § 1, lett. b e nt. 37). La realizzazione di un ordinamento spaziale “concreto”, fondato su un equilibrio tra gli Stati territoriali del continente europeo in correlazione con l’impero marittimo britannico, fece dello Stato l’attore principale, sul continente, di un nuovo jus gentium che aveva per soggetto non più il singolo individuo umano, ma una persona publica (una sorta di magnus homo) che non riconosceva alcuna potestà superiore ad essa all’interno del proprio territorio[136]. Da qui discenderebbe l’interdetto lanciato da Alberico Gentile «Silete, theologi, in munere alieno!» e la conseguente formalizzazione del concetto di justus hostis depurato da ogni riferimento ad una justa causa belli, fonte delle guerre di religione che avevano devastato il continente.

Per Schmitt l’eguale sovranità degli Stati, cioè il fatto che questi si riconoscano reciprocamente come justi hostes. avrebbe trasformato la guerra in un duello che si svolgeva in uno spazio delimitato (il cosiddetto theatrum belli o campo di battaglia) sotto gli occhi di testimoni imparziali (gli Stati neutrali) e secondo una procedura che distingueva nettamente fra milites e civili, fra Stati belligeranti e neutrali, ma soprattutto fra “ribelli” – individui privati, criminali che «devono» essere annientati – e “nemici”, i quali potevano essere solo Stati sovrani, da rispettare nella loro indipendenza e con i quali era possibile, al termine delle ostilità, stipulare un trattato di pace[137]. Questa concezione, abbozzata dai giuristi del XVI secolo, avrebbe poi trovato la sua sistematizzazione nel pensiero di Rousseau – per il quale «La guerre est une relation d’État à État»[138] – e soprattutto di Hegel, che proprio nello Stato territoriale e nazionale vedeva il portatore di un progresso inteso come «razionalizzazione» e umanizzazione della guerra[139]. Anche la nascita della guerre en forme sarebbe però stata resa possibile soltanto dalla scoperta degli immensi spazi liberi del Nuovo Mondo, e dalla conseguente distinzione tra il suolo europeo, sul quale potevano svolgersi solo guerre “limitate”, e i territori coloniali, nei quali quei princìpi di moderazione non avevano vigenza.

 

b) Guerra per mare e criminalizzazione del nemico

Ben diversa era infatti la situazione per quanto concerne il mare aperto e i territori del Nuovo Mondo da poco scoperti. Già si è visto che per Schmitt il mare è essenzialmente il regno dei pirati; anche per la terraferma il diritto di libera preda, di saccheggio e di massacri indiscriminati sarebbe stato localizzato al di là delle «linee d’amicizia» (amity lines) stipulate prima tra Francia e Spagna, poi da Spagnoli e Portoghesi con Inglesi e Olandesi. Queste linee tracciate sul globo, generalmente in corrispondenza di meridiani o dell’Equatore, segnavano il confine fra i territori abitati da popoli “civili”, europei, nei quali la guerra si svolgeva secondo le modalità formalizzate già viste, e i territori “liberi” coloniali, res omnium al pari del mare, e come il mare non soggette ad alcuna legge o moderazione[140]; ne conseguiva che il nemico sconfitto e catturato nel Nuovo Mondo era trattato come un pirata, ovvero come un privato criminale, hostis generis humani da eliminare senza pietà.

Dopo la pace di Utrecht (1713) che aveva messo formalmente al bando la pirateria e posto fine all’epoca “eroica” dei corsari, nel XVII e ancor più nel XVIII secolo si affermò invece, mercé il primato acquisito dall’Inghilterra nel commercio mondiale, il principio liberale di una separazione tra un diritto interstatale che veniva progressivamente esteso ad altri popoli non appartenenti alla “famiglia europea” (come Cina e Giappone) e una sfera economica libera, nel senso di non statale, non delimitata da confini, ma pienamente mondiale[141]. Ne conseguiva una visione dei rapporti internazionali essenzialmente universalistica, nella quale ogni violazione dell’integrità territoriale di uno Stato e della libertà dei commerci era da considerare come un crime d’agression; e si giustificava in tal modo la nuova tendenza paninterventista manifestata dagli Stati Uniti d’America a partire dalla fine dell’Ottocento, prima nella guerra contro la Spagna a fianco degli insorti haitiani, poi nella partecipazione al conflitto europeo.

L’epoca dello jus publicum Europaeum sarebbe così giunta al termine quando Inghilterra e Stati Uniti (gli eterni nemici del politologo tedesco) per contrastare la tendenza del nuovo Reich ad esercitare un’egemonia sull’Europa continentale avrebbero riportato in auge un concetto «discriminatorio» di guerra basato sulla squalificazione morale dell’aggressore, considerato di nuovo hostis generis humani, e volto al suo annientamento in nome di princìpi e ideali etico-umanitari e cosmopolitici. Questa svolta decisiva nel diritto internazionale si manifestò all’indomani del primo conflitto mondiale con la pretesa delle potenze vincitrici di processare l’ex imperatore tedesco Guglielmo II come «criminale di guerra» ed unico colpevole di un conflitto iniziato per fini di conquista[142], e sarebbe poi trapassata nella Società delle Nazioni ginevrina, improntata secondo Schmitt ai princìpi dell’umanitarismo wilsoniano e all’interesse anglo-americano al dominio sul mondo. Princìpi e interessi da perseguire con i mezzi tipici di una guerra marittima, come il blocco dei porti, il bombardamento delle coste, la cattura e perquisizione del naviglio nemico e di quello neutrale[143].

 

g) La guerra aerea come police bombing

La ripresa del concetto medievale di justa causa belli si mostra infine per Schmitt nell’uso sempre più accentuato dei nuovi mezzi di distruzione offerti dalla tecnica, dai sottomarini d’assalto fino ai bombardamenti a tappeto sulle città: «La discriminazione del nemico quale criminale e la contemporanea implicazione della justa causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Il potenziamento dei mezzi tecnici di annientamento spalanca l’abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva»[144]. Mentre infatti la guerra terrestre ha per scopo l’occupazione del territorio dello Stato nemico (fino all’estremo della debellatio), e quindi implica l’esercizio di una autorité établie su di esso e sui residenti da parte della potenza occupante, già la guerra marittima contiene in sé gli elementi della guerra di annientamento, dal momento che «la flotta che procede a un blocco ha con l’area bloccata e con la sua popolazione solo una relazione negativa», mirante alla distruzione della capacità economica e commerciale del nemico, e in definitiva di ogni ordine stabilito sul territorio colpito[145]; la guerra aerea, poi, con il suo svolgimento eminentemente verticale, non solo fa venir meno la stessa possibilità di parlare di un “teatro di guerra” e di una parità fra le parti belligeranti[146], ma spezza alla radice il nesso hobbesiano protection/obedience: «L’aereo arriva volando e getta le sue bombe, oppure attacca scendendo a volo radente e quindi riprende quota: in entrambi i casi adempie alla sua funzione di annientamento e abbandona quindi immediatamente al suo destino (vale a dire: alle sue autorità statali) il territorio bombardato, con le persone e le cose che vi si trovano»[147]. Il bombardamento aereo non ha pertanto più nemmeno il fine predatorio della guerra per mare, ma ha invece «il significato e il fine esclusivo dell’annientamento»[148].

Ciò che è singolare nell’esposizione schmittiana (ma in realtà non così imprevedibile) è che egli trascura completamente di menzionare le responsabilità della Germania in questa «intensificazione della violenza bellica per mezzo della tecnica»: come ad esempio, durante la guerra 1914-18, l’uso dei dirigibili per bombardare Londra, Parigi, Nancy, Dunkerque, o la guerra sottomarina indiscriminata contro il naviglio civile e di Paesi neutrali[149]; quanto alla seconda guerra mondiale, Schmitt cita con riprovazione i bombardamenti alleati sulle città tedesche, ma “dimentica” la precedente devastazione delle città inglesi ad opera della Luftwaffe[150]. Tutto il suo discorso si traduce in un ennesimo atto d’accusa contro i vecchi nemici, in particolare contro gli Stati Uniti d’America colpevoli di aver ridotto la guerra a mera operazione di polizia internazionale (egli parla con sarcasmo di police bombing[151])  e di aver spalancato l’abisso di una nuova «guerra giusta» nella quale, come affermava il teologo spagnolo Francisco de Vitoria, «omnia licet»; un abisso dal quale si potrebbe uscire solo stabilendo un nuovo Nomos (suddivisione) della terra, tracciando sul globo nuove «linee d’amicizia» e nuove distinzioni fra amico e nemico. L’auspicio formulato nel 1941 in La mer contre la terre di un dominio nazista sul mondo per mezzo della tecnica si trasforma così nel 1950 nel timore di un dominio mondiale, per mezzo della stessa tecnica, di coloro che quel regime di terrore abbatterono: il giudizio sulla storia cambia di segno, l’opzione politica resta immutata.

 

4. Alla ricerca del nomos: un pluralismo polemico

a) La guerra civile mondiale

Come Der Nomos der Erde aveva sostanzialmente ripreso l’antinomia terra/mare di Land und Meer, così l’ultima fase della speculazione giusinternazionalistica di Schmitt sembra ritornare al punto di partenza tracciato nel Begriff des Politischen del 1927, la visione della politica come un pluriverso. Per conseguenza egli si mantiene per il resto della vita estremamente critico nei confronti delle organizzazioni inter- e sopranazionali: come lo era stato della Società delle Nazioni, incapace di realizzare l’unità politica del continente europeo perché condizionata de facto dagli Stati Uniti, così ora lo è dell’Onu, la quale, lungi dal garantire la pace, si era ai suoi occhi convertita rapidamente in «scenario della guerra fredda» combattuta dalle due potenze mondiali anche all’interno del Consiglio di Sicurezza[152]. Per lui la sconfitta della Germania (e quindi, nella sua visione, di tutta l’Europa), lungi dal portare la pace, aveva trasformato il pianeta in un “condominio” fra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, le quali concordavano nel disegno di imporre all’umanità la propria rispettiva ideologia universalistica. Da questo punto di vista la guerra come conflitto interstatale, divenuta obsoleta, è stata sostituita da «operazioni di polizia» compiute dall’egemone all’interno del proprio «grande spazio», i cui oppositori, data la evidente disparità di forze, sono “costretti” a trasformarsi in partigiani, guerrieri irregolari che traggono la loro forza dal legame con la terra che difendono e i cui metodi di lotta raggiungono il massimo di intensità distruttiva, non discriminando più tra militari e civili[153].

Si assiste qui a una commistione fra guerra terrestre e guerra marittima come descritte da Schmitt, in cui il carattere “tellurico” del guerrigliero si accompagna alla ferocia del pirata. Il paradosso si scioglie ricordando quanto Schmitt scriveva nel 1937 in Totaler Feind, totaler Krieg, totaler Staat[154]: «Nella guerra riposa il nocciolo delle cose. A partire dalla forma della guerra totale si determinano forma e struttura della totalità dello Stato; a partire dalla forma particolare delle armi decisive si determinano la forma e la struttura particolari della totalità della guerra. Ma la guerra totale trae il suo senso dal nemico totale»[155]. L’esistenza di un altro popolo avente uno stile di vita completamente diverso dal proprio, con cui allora giustificava la fine della distinzione liberale fra politica ed economia, fra sudditanza pubblica e libera iniziativa privata, fra militari e civili – con la connessa subordinazione dei primi ai secondi – in nome della «estrema tensione delle forze» e della «estrema mobilitazione di tutti, fino alle ultime riserve» (lo Stato totale), e «l’utilizzazione indiscriminata di mezzi bellici d’annientamento» (la guerra totale)[156], gli serve ora per delineare la figura di un “combattente totale” che si impegna con la mobilitazione totale delle proprie forze e dell’intera sua esistenza per la distruzione del nemico nella totalità della sua esistenza storica concreta.

Il tono dell’argomentare è, come sempre, asettico e apparentemente neutrale; ma dal legame che egli individua tra la guerriglia partigiana e i movimenti rivoluzionari del Novecento (da Lenin a Mao Tse-tung ai vietcong) e tra questa figura di combattente e un «terzo interessato» il quale volta a volta fornisce aiuto finanziario e logistico, e soprattutto «quel riconoscimento politico di cui il partigiano che combatte irregolarmente ha bisogno per non sprofondare, come il grassatore o pirata, nel non politico, che qui significa nel criminale»[157], si può evincere che Schmitt ha qui in mente uno specifico modello “concreto” di partigiano e di nemico: «il partigiano rivoluzionario del Terzo Mondo in armi contro le potenze imperialistiche e dominatrici dei mercati mondiali»[158], l’uomo che si riconosce «figlio della terra saldamente fondata»[159] contro gli «sradicati» che hanno scelto un’esistenza “marittima”.

 

b) «Grandi spazi» contro universalismo

Abbiamo visto come persino nell’incipiente disfatta dell’Asse (§ 2, lett. e) Schmitt polemizzasse contro la prospettiva di un dominio mondiale anglo-americano o bolscevico. Con perfetta coerenza, nel dopoguerra egli si oppone tanto al bipolarismo russo-americano quanto alle tendenze verso l’unificazione del mondo sotto una economia tecno-industriale. La sua speranza riposa nella prossima apparizione di una «terza forza» – da lui individuata nella Cina o nell’India, nell’Europa o nel blocco arabo – capace di rompere il duopolio e aprire la strada ad un «nuovo equilibrio» fondato su una pluralità di grandi spazi[160]; spazi che per Schmitt riceveranno il loro contenuto principalmente «dalla sostanza spirituale degli uomini, dalla loro religione e dalla loro razza, dalla loro cultura, dalla lingua e dalla forza vivente della loro eredità nazionale»[161]. Il suo ultimo scritto, Die legale Weltrevolution del 1978[162], contiene, oltre al rammarico per la mancanza di volontà nella realizzazione di una unità politica europea estranea alla contrapposizione dei blocchi – una cosa che per lui è immaginabile solo «se l’Inghilterra non vorrà più essere un’isola»[163] –, anche la riaffermazione del suo scetticismo nei confronti di una unificazione politico-giuridica della specie umana e della sua fede nella essenziale polemicità dell’esistenza: «L’umanità, come tale, nella sua globalità, non ha alcun nemico su questo pianeta. Ogni essere umano appartiene all’umanità. Anche il criminale, almeno sinché vive, deve essere trattato come un essere umano… Se si discrimina all’interno dell’umanità, ed a chi risulta nocivo o disturba si nega la qualità dell’essere umano, l’essere umano negativamente valutato diviene inumano e impersonale e la sua vita non è più il valore supremo»[164]. La negazione della speranza di un mondo unito e in pace motivata dall’inesistenza di un popolo extraterrestre a cui far guerra: questo l’estremo lascito di Carl Schmitt.


[1] Le notizie sulla vita di Carl Schmitt sono desunte da J. W. Bendersky, Carl Schmitt theorist for the Reich, Princeton University Press, New Jersey 1983 (trad. Carl Schmitt teorico del Reich a cura di M. Ghelardi, Il Mulino, Bologna 1989) e da L. Albanese, Il pensiero politico di Schmitt, Laterza, Roma-Bari 1996.

[2] Ex Captivitate Salus. Erfahrungen der Zeit 1945/47, Greven Verlag, Köln 1950; trad. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-47 a cura di C. Mainoldi con un saggio di F. Mercadante, Adelphi, Milano 19932, pp. 91-92 (corsivo mio).

[3] Ibidem, p. 92.

[4] Di questo avviso è ad esempio Francesco Mercadante: “In origine il nemico non ha radici nell’io, è l’hostis, marchiato a fuoco dalla differenza assoluta. Nelle «desolate vastità di un’angusta cella» la differenza assoluta si depoliticizza. Di là dalla frontiera di filo spinato, che segna i confini dell’«io frazionario», non ci sono «barbari»” (Carl Schmitt tra «i vinti che scrivono la storia», appendice a Ex Captivitate Salus cit., p. 104); e ancora: “La monadizzazione della coppia (dal punto di vista polemologico, una crisi autistica) è la porta stretta per la quale passa la verità di un Epimeteo cristiano, che… si rigenera alle fonti, meditando alla «storia ideale eterna» di Caino e di Abele” (p. 106).

[5] Ad esempio, dopo un colloquio con Eduard Spranger avvenuto nell’estate 1945, egli si scaglia contro il suo accusatore con queste parole: «Chi sei tu propriamente, tu che mi metti in questione in questo modo?… Di che natura è il potere che ti autorizza e ti dà il coraggio di farmi domande che mirano a mettere in questione me stesso e che, di conseguenza, non sono, nei loro ultimi effetti, che trappole e lacciuoli?» (Ex Captivitate Salus, cit., p. 12); e ancora, nell’estate 1946 scrive: «Oggi, del resto, abbiamo abbastanza da rispondere a domande concernenti noi stessi, che ci vengono poste dalle parti più svariate. Il motivo per il quale si pongono siffatte domande è per lo più quello di mettere in questione noi stessi nella nostra esistenza» (p. 79) (lo spaziato è mio).

[6] Sulla natura, fr. 53 Diels-Kranz.

[7] «Nemico non è il concorrente o l’avversario in generale. Nemico non è neppure l’avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico»: Der Begriff des Politischen, Duncker & Humblot, München-Leipzig 19323 (trad. Il concetto di ‘politico’. Testo del 1932 con una premessa e tre corollari in Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, p. 111).

[8] Il concetto di ‘politico’, cit., p. 112. Durante il periodo weimariano Schmitt era stato intimo amico di importanti esponenti della cultura ebraico-tedesca come Moritz Julius Bonn, che nel 1919 gli aveva fatto ottenere un posto presso la Handelshochschule di Monaco di cui era direttore, e Waldemar Gurian, un emigrato russo di ascendenza ebraica convertito al cattolicesimo, redattore della «Kölnische Volkszeitung», che fu anche il suo più devoto allievo; aveva inoltre dedicato la sua Verfassungslehre a Fritz Eisler, un ebreo morto sul fronte nella prima guerra mondiale, e pubblicato un saggio in memoria di Hugo Preuss.

[9] Cfr. l’intervista rilasciata da Schmitt a F. Lanchester Un giurista davanti a se stesso, in «Quaderni costituzionali», 1983, n. 1, p. 10: «Lei mi chiede le origini della mia idea relativa ad amico-nemico. La data formale è il 1927. Sa però da dove comincia tutto questo? Dalla mia esperienza di vita tedesca, una vita che ha per ben due volte perso in modo totale due guerre mondiali». V. anche p. 33: «Io sono un vinto: due guerre mondiali perdute: due e sono stato totalmente coinvolto fino a dover subire una durissima prigionia americana».

[10] Come tutte le costruzioni intellettuali, anche questa teoria ha sperimentato nel tempo due opposti destini: prima la trasformazione, da parte dei suoi sostenitori, in un dogma acriticamente accettato, un “mito” appunto; poi, in tempi molto recenti, una serie di tentativi di revisione critica. Fra questi ultimi spicca per acutezza quello di Giovanni Semerano – filologo, allievo dell’ellenista Ettore Bignone, del semiologo Giuseppe Furlani, di Giacomo Devoto e di Bruno Migliorini – per il quale la madre delle lingue euro-mediterranee sarebbe l’accadico-sumerico, vale a dire una lingua semitica che si sarebbe trasmessa e differenziata principalmente attraverso scambi commerciali e culturali: v. Le origini della cultura europea, 4 voll., Olschki, Firenze 1984-1994 e L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Bruno Mondatori, Milano 2004.

[11] Lo stesso Schmitt, in Un giurista davanti a se stesso cit., p. 25, afferma: «A mio avviso i tedeschi non possiedono capacità costituzionali… La loro natura è divisa tra la Gran Bretagna, di cui sono parenti» (corsivo mio).

[12] Ex Captivitate Salus cit., p. 92 (corsivo mio).

[13] In Carl Schmitt tra «i vinti che scrivono la storia» (appendice a Ex Captivitate Salus cit., pp. 134-135) F. Mercadante aderisce alla tesi, illustrata dallo stesso Schmitt al suo biografo G.B. Schwab (il quale però in The Challenge of the Exception dichiarerà esplicitamente di non condividerla) per cui le sue dimissioni dalla presidenza del NS-Juristenbund sarebbero state causate da contrasti sulla questione razziale: «Godendo di una reputazione mondiale e avendo l’ambizione di considerarsi il filosofo del nuovo regime, [egli]… avrebbe sperato di porre la questione ebraica sotto la giurisdizione dello Stato, anziché dell’apparato del partito». È probabile che la sua proposta fosse molto simile a quella messa in atto dal ministro dell’economia del Reich Hjalmar Schacht (il quale fu poi rinchiuso in un campo di concentramento per contrasti con il regime): ridurre gli Ebrei da Staatsbürger a Staatsangehörigen, sudditi senza diritti politici ma con una limitata capacità di diritto privato, per preservare quei settori dell’industria e del commercio di cui essi avevano il controllo.

[14] È noto che nel corso del processo intentato nel 1932 dal Reich contro il Land prussiano Schmitt sostenne la necessità di instaurare un governo d’emergenza in forza dell’articolo 48 della costituzione (il cosiddetto Diktatur-Paragraph) allo scopo di sventare il duplice pericolo rappresentato dai comunisti e dalla Nsdap di Hitler. Una posizione, questa – confermata nel saggio Legalität und Legitimität pubblicato nello stesso anno – che gli sarà rinfacciata dall’ala estrema del partito con una durissima campagna iniziata nel 1934 e culminata nell’attacco sferratogli nel dicembre 1936 sulle pagine della rivista delle SS «Das Schwarze Korps», dopo il quale egli rinunciò a tutti gli incarichi ufficiali (tranne l’insegnamento del diritto pubblico a Berlino).

[15] Si può anzi dire – anticipando quanto emergerà, nel corso dell’esposizione, dalle sue stesse parole – che l’antisemitismo di Schmitt costituisce un epifenomeno della sua opposizione al mondo anglosassone, nella cui Weltanschauung egli scorgeva molti caratteri di ascendenza ebraica: il recupero e l’attualizzazione dell’Antico Testamento, la visione dell’Inghilterra (e poi dell’America) come «novus Israel», la valorizzazione del lavoro quale forma di “ascesi intramondana” e della prosperità economica come segno della benedizione divina (Sal 127,1-2: «Beato l'uomo che teme il Signore/ e cammina nelle sue vie./ Vivrai del lavoro delle tue mani,/ sarai felice e godrai d'ogni bene»; Sal 143,13-14: «I nostri granai siano pieni,/ trabocchino di frutti d'ogni specie;/ siano a migliaia i nostri greggi,/ a miriadi nelle nostre campagne;/ siano carichi i nostri buoi»), il pensiero per categorie generali, l’universalismo cosmopolitico.

[16] Ora compresi nell’antologia di scritti schmittiani Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar-Genf-Versailles 1923-1939, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg-Wandsbek 1940.

[17] Pubblicato a Belino dall’editore F. Dümmler.

[18] Ibidem, p. 36. Schmitt nota polemicamente che nell’opera di Schumpeter questo evento «viene riconosciuto molto bene, ma considerato in modo ancora abbastanza ingenuo come una cosa, se non morale, almeno molto progressista, e soprattutto non compreso come una caratteristica essenziale del moderno imperialismo».

[19] Questi pochi esempi dovrebbero essere già sufficienti a smentire la tesi del discepolo di Schmitt Julien Freund – autore de L’essence du politique (1965) – secondo il quale il suo maestro si sarebbe orientato verso il diritto internazionale soltanto dal 1936, a seguito delle minacce rivoltegli dall’ala più intransigente e fanatica del partito nazista, «essendo ormai troppo pericoloso continuare ad occuparsi di questioni di politica interna»: Le linee chiave del pensiero politico di Carl Schmitt, in «Futuro presente», n. 3, 1993, p. 21.

[20] Ora in Positionen und Begriffe, cit., pp. 162-180.

[21] Per questa analisi cfr. P. P. Portinaro, La crisi dello jus publicum europaeum. Saggio su Carl Schmitt, Comunità, Milano 1982, pp. 189 ss.

[22] Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., p. 163.

[23] Ibidem, p. 164.

[24] Op. ult. cit., pp. 162-163.

[25] In «Hochland», gennaio 1928 (ora in Positionen und Begriffe, cit., pp. 88-97)

[26] Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., p. 165.

[27] Ivi, p. 170.

[28] Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., pp. 165-166.

[29] Op. ult. cit., p. 165.

[30] V. già Der Völkerbund und Europa, cit. (a p. 94 di Positionen und Begriffe): «Non è la Società delle Nazioni di Ginevra l’arbitro delle questioni europee fondamentali, ma gli Stati Uniti».

[31] «Ecco un esempio delle molteplici manifestazioni della dottrina Monroe: uno Stato europeo può praticare il commercio in America come vuole, soltanto non può fare politica. Quando viene il momento in cui il fare commercio divenga politico, su questo decidono naturalmente gli Stati Uniti d’America. L’imperialismo americano è senz’altro un imperialismo economico, ma non per questo è imperialista in modo meno intensivo»: Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., p. 162.

[32] Trad. Il concetto d’Impero nel diritto internazionale a cura di F. Pierandrei (con una introduzione di P. Tommissen), Settimo Sigillo, Roma 1996. Di quest’opera esiste anche una traduzione parziale, pubblicata sulla rivista «Lo Stato», XI, 1940, pp. 309-321 col titolo Il concetto imperiale di spazio ed ora compresa in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi a cura di A. Campi, Pellicani, Roma 1994, pp. 203-216.

[33] Ne La crisi dello jus publicum europaeum, cit., p. 191.

[34] «Il diritto internazionale, come finora si è sviluppato nei secoli XVIII e XIX, e poi nel nostro, è un puro diritto di stati»: Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 48. V. pure Il concetto imperiale di spazio, cit., p. 205: “Il diritto internazionale continentale vigente fino a ieri nel suo riferirsi a piccoli spazi e all’idea di Stato, fu caratterizzato appunto dal fatto che la sua concezione dello spazio prendeva più o meno le mosse da quella del «territorio statale», cioè della parte della superficie terrestre assegnata ad uno Stato… che è esclusivamente e assolutamente soggetta alla sovranità di uno Stato”.

[35] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., pp. 5-6. Vedi pure Il concetto imperiale di spazio, cit., pp. 205-206: “I grandi problemi spaziali della realtà politica mondiale – sfere di interessi, diritti di intervento, divieti di intervento per potenze che cadono fuori di un dato spazio, zone di ogni specie,… problemi delle colonie (che sono territori politici in un senso affatto diverso e con tutta un’altra costituzione che non la madre patria), protettorati di diritto internazionale, paesi dipendenti, mandati, ecc. – tutto ciò venne sacrificato ad un indiscriminato aut-aut, vale a dire: o territori di sovranità di uno Stato, o territori di non sovranità di uno Stato. Le frontiere si ridussero a pure linee… Perfino i cosiddetti Pufferstaaten, cioè gli Stati-cuscinetto… vennero considerati come «Stati sovrani» e trattati alla pari delle grandi potenze”.

[36] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 6. A p. 10, nt. 3 si citano esplicitamente i «docenti ebraici di diritto» Kelsen e Nawiasky.

[37] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., pp. 51-52: «Il diritto internazionale fino ad oggi si basava sul presupposto non formulato, ma in esso consustanziato e operante da secoli, che l’equilibrio funzionasse a sua garanzia imperniandosi su una Europa centrale debole, e l’equilibrio infatti era in grado di funzionare soltanto quando molti stati di media e di piccola grandezza potevano venir giocati l’uno contro l’altro».

[38] Ibidem, p. 45.

[39] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 46 (corsivo mio).

[40] Op. ult. cit., p. 27.

[41] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 48.

[42] Op. ult. cit., p. 46.

[43] Ibidem. V. pure p. 57: «La nuova idea, ordinatrice di un nuovo diritto internazionale, è la nostra idea di impero che ha origine da un ordinamento dei “grandi spazi”, fondato su una nazione e impregnato di nazionalismo».

[44] «Una concezione giuridica coordinata ad un impero sparso su tutta la terra tende naturalmente ad argomenti universalistici e deve – se vuole difendere logicamente le proprie affermazioni – mettere l’interesse dell’integrità di un tale impero alla pari degli interessi dell’umanità. Una tale concezione non concerne uno spazio determinato ed unito né il suo ordinamento interno, ma in prima linea la sicurezza delle comunicazioni fra le sparse frazioni dell’impero»: Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., pp. 27-28. V. pure p. 32: «Nel caso specifico concreto “libertà” significa sempre lo specifico interesse dell’Impero britannico rispetto alle grandi vie del traffico nel mondo. Questo è il significato della “libertà dei mari”… Libertà dei Dardanelli significa libero uso di questi stretti da parte delle navi da guerra inglesi per poter aggredire la Russia nel Mar Nero».

[45] Op. ult. cit., p. 52.

[46] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 46 (corsivo mio).

[47] K. Haushofer, Weltpolitik von heute, Zeitgeschichte-Verlag, Berlin 1934; Raumüberwindende Mächte, Teubner, Leipzig-Berlin 1934.

[48] C. Scarfoglio, L’Inghilterra e il Continente (1936), ripubblicata con il titolo Dio stramaledica gli Inglesi! L’Inghilterra e il Continente, Società Editrice Barbarossa, Milano 1999. Vedi ad es. p. 78: «Esiste un rapporto di antagonismo materiale, di impossibilità assoluta di conciliazione di interessi, tra l’Inghilterra e il Continente; quello che vieta di vederlo è la nessuna abitudine in cui sono i popoli del Continente di considerare il Continente stesso come un assieme, ed i loro affari come un tutto».

[49] Cfr. Il concetto del ‘politico’, cit., p. 129: «Allo Stato, in quanto unità sostanzialmente politica, compete il jus belli, cioè la possibilità reale di determinare, in dati casi e in forza di una decisione propria, il nemico e di combatterlo» e p. 136: “Se un popolo teme le fatiche e il rischio dell’esistenza politica, si troverà un altro popolo disposto ad assumersi tali fatiche, garantendo la sua «protezione da nemici esterni» e gestendo così il dominio politico; sarà allora il protettore a determinare il nemico”. Anche in Völkerrechtliche Grossraumordnung Schmitt ripete che per lui «non esistono né idee politiche senza uno spazio a cui siano riferibili, né spazi o princìpi spaziali a cui non corrisponda un’idea politica. Una idea politica ben definita è quella che viene affermata da una determinata nazione e che ha individuato un avversario specifico: da ciò essa acquista il carattere di politicità» (Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 19; corsivo mio).

[50] “L’unità politica presuppone la possibilità reale del nemico e quindi un’altra unità politica, coesistente con la prima. Perciò sulla terra, finché esiste uno Stato, vi saranno sempre più Stati e non può esistere uno «Stato» mondiale che comprenda tutta la terra. Il mondo politico è un pluriverso non un universo”: Il concetto del ‘politico’, cit., p. 138 (corsivo mio).

[51] «Nessuno infatti pensa che dal riconoscimento della dottrina di Monroe consegua la dichiarazione che il Brasile oppure l’Argentina facciano parte integrante degli Stati Uniti d’America»: ivi, p. 45.

[52] Loc. ult. cit.

[53] Op. ult. cit., p. 18.

[54] Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., p. 17: «Da una massima del non intervento e dell’astensione da immissioni estranee, essa divenne un pretesto per gli interventi imperialistici degli Stati Uniti in altri stati americani e poté essere utilizzata sia per una politica di stretto isolamento e neutralità degli Stati Uniti, sia per una politica bellicosa che si è immischiata talora nei problemi delle varie parti del mondo».

[55] Op. ult. cit., pp. 33-34.

[56] Ibidem, p. 20.

[57] «Una Europa centrale debole e impotente si è tramutata in un’altra, forte e inattaccabile, la quale è in grado di irradiare entro lo spazio centrale e orientale europeo la sua grande idea politica, vale a dire il rispetto di ciascun popolo considerato come una realtà vitale, definita dall’indole e dalla stirpe, dal sangue e dal suolo»: Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., pp. 57-58.

[58] Ibidem, p. 41.

[59] Quell’occasionalismo che gli era stato rimproverato da Karl Löwith ne Il “Concetto della politica di Carlo Schmitt„ e il problema della decisione, in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», Anonima Romana Editoriale, Roma 1935, pp. 58-83 (pubblicato sotto lo pseudonimo di Ugo Fiala; ora in versione ampliata sotto il titolo Il decisionismo occasionale di Carl Schmitt in Id., Marx, Weber, Schmitt, prefazione di E. Nolte, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 123-166).

[60] Il quotidiano inglese «Daily Mail» scriveva il 5 aprile di quell’anno: «Il signor Hitler e il professor Carl Schmitt si stanno ora adoperando per completare il quadro di questa concezione, e il Führer la presenterà quanto prima al mondo proprio per giustificare la spietata espansione della Germania», definendo Schmitt «l’uomo chiave della linea politica del signor Hitler».

[61] Rispondendo il 28 aprile al presidente Roosevelt che chiedeva garanzie contro ulteriori aggressioni, Hitler si riferì alla dottrina Monroe dichiarando: «Noi tedeschi sosteniamo una analoga dottrina per l’Europa, soprattutto per il territorio e per gli interessi di un più grande Reich tedesco».

[62] Großraum gegen Universalismus, in «Zeitschrift der Akademie für Deutsches Recht», n. 7, maggio 1939, pp. 333-337 (ora in C. Schmitt, Positionen und Begriffe, cit., pp. 295-302).

[63] Behemoth. The Structure and Practice of National Socialism, Oxford University Press, New York 1942 (trad. Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo a cura di E. Collotti, Mondadori, Milano 1999, p. 173).

[64] Ibidem, p. 180 (corsivo mio).

[65] “Miseria, bisogno, persecuzione, hanno sospinto i cattolici ad emigrare, ma essi non cessano mai di provare nostalgia per la patria. Gli ugonotti e i puritani, a paragone di questi poveri esuli, hanno una forza e un orgoglio di dimensioni spesso disumane: sono capaci di vivere su ogni suolo, ma sarebbe un’immagine sbagliata l’affermare che mettono radici in ogni suolo. Possono ovunque costruire le loro industrie, possono fare di ogni suolo il campo in cui esercitare la loro vocazione al lavoro e la loro «ascesi intramondana»; in conclusione, possono ovunque avere una dimora confortevole, ma tutto ciò perché si fanno signori della terra, soggiogandola… Sembra che i popoli cattolici amino il suolo, la Madre Terra, in modo ben diverso: hanno tutti il loro terrisme”: Cattolicesimo romano e forma politica, a cura di C. Galli, Giuffrè, Milano 1986, p. 39.

[66] Ibidem, p. 38.

[67] De l’esprit du lois, Barrillot et Fils, Genève 1748 (trad. Lo spirito delle leggi, a cura di B. Boffito Serra, Rizzoli, Milano 19994, vol. I, pp. 443-444). Peraltro l’autore nota che «il Giappone fa eccezione per la sua grandezza e la sua schiavitù» (ivi).

[68] Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte; trad. Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1975-1981, vol. I, p. 212 (il corsivo riproduce lo spaziato del testo originale).

[69] Grundlinien der Philosophie des Rechts, Nicolaische Buchhandlung, Berlin 1821, § 247.

[70] Testo di una conferenza tenuta a Norimberga l’8 febbraio 1941 nell’ambito di un convegno storico, incluso nella raccolta degli atti Das Reich und Europa, Koehler & Amelang, Leipzig 1941, pp. 91-117; parzialmente ripubblicato con il titolo Staat als ein konkreter, an eine geschichtliche Epoche gebundener Begriff nell’antologia di scritti schmittiani Verfassungsrechtliche Aufsätze aus den Jahren 1924-1954. Materialen zu einer Verfassungslehre, Duncker & Humblot, Berlin 1958, pp. 375-385 (trad. parziale Sovranità dello Stato e libertà dei mari, in «Rivista di studi politici internazionali», 1941, VIII, pp. 60-91; ora in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp. 217-252).

[71] Pubblicato in «Cahiers franco-allemands», VIII, 1941, pp. 343-349 (trad. Il mare contro la terra in L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp. 253-260).

[72] In «Deutsche Kolonial-Zeitung», Verlag des Reichskolonialbundes, München 1942, pp. 219-221.

[73] In «Deutsche Kolonial-Zeitung», Verlag des Reichskolonialbundes, München 1943, pp. 30-33.

[74] Trad. di G. Gurisatti Terra e mare. Una considerazione sulla storia del mondo, con un saggio di F. Volpi, Adelphi, Milano 20032.

[75] «Considerando la cosa dal punto di vista della terra, risultano tre differenze fondamentali. Troviamo in primo luogo altipiani senz’acqua, in secondo luogo vallate solcate da corsi d’acqua, e in terzo luogo paesi costieri»: Lezioni sulla filosofia della storia, cit., vol. I, p. 212.

[76] Terra e mare, cit., p. 25.

[77] Op. ult. cit., p. 18. In Sovranità dello Stato e libertà dei mari cit., pp. 227-228, Schmitt riprende il titolo di un libro di strategia dell’ammiraglio francese Castex: «È proprio del più antico significato della storia dell’umanità il trovare nel contrasto delle potenze marittime e continentali un motivo vivificatore della storia mondiale: la mer contre le terre».

[78] Per la verità, la raffigurazione del Leviatano come un serpente o una balena si trova in Is 27,1: «In die illo visitabit Dominus in gladio suo duro et grandi et forti super Leviathan serpentem vectem et super Leviathan serpentem tortuosum et occidet cetum qui in mari est». In Giobbe 41, 5-25 esso è piuttosto descritto come un coccodrillo: «Chi gli ha mai aperto sul davanti il manto di pelle/e nella sua doppia corazza chi può penetrare?/Le porte della sua bocca chi mai ha aperto?/Intorno ai suoi denti è il terrore!/Il suo dorso è a lamine di scudi,/saldate con stretto suggello./… Le giogaie della sua carne son ben compatte,/sono ben salde su di lui, non si muovono./… La spada che lo raggiunge non vi si infigge,/né lancia, né freccia né giavellotto./… Al disotto ha cocci acuti/e striscia come erpice sul molle terreno» (trad. CEI).

[79] Job.  40,10: «Ecce Behemoth quem feci tecum faenum quasi bos comedet».

[80] Terra e mare, cit., pp. 31-37.

[81] Alle pp. 20-24 di Terra e mare.

[82] Terra e mare, cit., p. 27.

[83] Ibidem, p. 48.

[84] Op. ult. cit., pp. 38-41 (cap. VI: Dal remo alla vela).

[85] In Politische Romantik, Duncker & Humblot, München 1919 (trad. Romanticismo politico a cura di C. Galli, Giuffrè, Milano 1981, p. 208) Schmitt aveva riportato un giudizio dell’Intelligenzblatt der Neuen Feuerbrände (organo dei circoli nazionalisti prussiani) del 1808, nel quale si definiva l’Inghilterra “una terra che non produceva soldati, ma «al massimo un paio di rompicollo, come eroi del mare», e che conduceva guerre mercenarie, «pagando il sangue delle altre nazioni con il denaro spremuto dal continente con metodi da usuraio»”.

[86] Terra e mare, cit., pp. 42-46.

[87] Ibidem, pp. 54-55.

[88] Terra e mare, cit., p. 57. Poco più avanti Schmitt sembra addirittura adombrare la credenza in una concezione razziale della geografia: «Ma le differenze fra le varie idee di spazio sono ancora più grandi e profonde quando si tratta nel complesso di popoli diversi e di diverse epoche della storia dell’umanità» (ivi).

[89] Op. ult. cit., p. 58.

[90] Nel primo secolo dell’era cristiana Seneca, nella tragedia Medea (vv. 372-379) pronuncia questa singolare e fortunata profezia: «Si disseta l'Indiano al gelido Arasse,/bevono i Persiani all'Elba e al Reno./Verrà giorno, in secoli lontani,/che Oceano sciolga le catene delle cose/ed immensa si riveli una terra/e Teti scopra nuovi mondi/e non ci sia più sulla terra un'ultima Tule».

[91] Terra e mare, cit., p. 66.

[92] Ibidem, pp. 57-71.

[93] Trad. parziale I tre tipi di pensiero giuridico in Le categorie del ‘politico’ cit., pp. 245-275.

[94] Die Diktatur. Von den Anfängen des modernen Souveränitätsgedanken bis zum proletarischen Klassenkampf, Duncker & Humblot, Berlin 1921; trad. La dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria a cura di F. Valentini, Laterza, Roma-Bari 1975.

[95] Politische Theologie. Vier Kapitel zur Lehre der Souveränität, Duncker & Humblot, München-Leipzig, in Hauptprobleme der Soziologie. Erinnerungsgabe für Max Weber, 1922; trad. Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità in C. Schmitt., Le categorie del ‘politico’ cit., p. 37: «Anche l'ordinamento giuridico, come ogni altro ordine, riposa su una decisione».

[96] “Per il pensiero fondato sull’ordinamento concreto, non è l’«ordinamento» ad essere, anche dal punto di vista giuridico, in primo luogo una regola o una somma di regole, ma, viceversa, è la regola ad essere solo una componente o uno strumento dell’ordinamento”: I tre tipi di pensiero giuridico, cit., pp. 251-252.

[97] Ibidem, p. 274 (qui l’A. si riferisce particolarmente al diritto naturale medievale di impronta aristotelico-tomistica).

[98] Op. ult. cit., p. 253; e più avanti (p. 254): «Si può parlare di un nomos reale come re reale solo quando nomos abbraccia il concetto totale di diritto, comprendente un concreto ordinamento della comunità».

[99] Terra e mare, cit., pp. 73-74 (corsivo mio).

[100] Ibidem, p. 73 nt.

[101] Loc. ult. cit. Emerge qui un peculiare gusto di Schmitt per le speculazioni etimologiche, certamente originato dalla sua buona conoscenza delle materie classiche e delle acquisizioni della linguistica a lui coeva (vedi quanto detto supra in nota 10). Le più recenti acquisizioni in questi settori permettono oggi di mettere in luce la fallacia di tali speculazioni: secondo G. Semerano (L’infinito: un equivoco millenario, cit., pp. 264-265) il grande politologo sarebbe stato fuorviato da una confusione fra i termini nomÒj (pascolo), derivante dal sostantivo accadico namû, e nÒmoj, che invece avrebbe origine, attraverso nšmein, dal verbo accadico nabûm (decretare, proclamare, nominare), con trasformazione dell’originaria bilabiale sonora -b- nella bilabiale nasale -m-; in altri termini, il significato etimologico di nomos rimanderebbe, in ambito giuridico, ad una concezione assai più “normativistica” che “esistenziale”.

[102] Terra e mare, cit., p. 74.

[103] Ibidem, pp. 74-80.

[104] Ivi, p. 88.

[105] Terra e mare, cit., pp. 89-90. V. pure G.W.F. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, cit., § 338: «Che gli Stati si riconoscano reciprocamente come tali rimane anche in guerra, cioè nella situazione di assenza del diritto, di violenza e di accidentalità, un vincolo, nel quale essi valgono l’uno per l’altro come essenti in sé e per sé, così che nella guerra stessa, la guerra è determinata come una cosa che deve essere provvisoria. Essa pertanto implica la determinazione di diritto internazionale che in essa venga conservata la possibilità della pace, e quindi per es. che gli ambasciatori siano rispettati, e in generale che essa non venga condotta contro le istituzioni interne e la pacifica vita familiare e privata, non contro le persone private». Quanto una simile descrizione fosse idealizzata si può vedere dal fatto che lo stesso Hegel fu costretto ad abbandonare la propria abitazione a Jena, requisita dalle truppe d’occupazione francesi durante la battaglia del 13 ottobre 1806.

[106] Sovranità dello Stato e libertà dei mari, in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., p. 243.

[107] Op. ult. cit., p. 247.

[108] In Il mare contro la terra del 1941 (ora in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., p. 258) lo definisce «l’Abravanel del XIX secolo», con riferimento al cabbalista Isaak Abravanel vissuto dal 1437 al 1508, tesoriere prima del re del Portogallo e poi del re di Castiglia.

[109] Terra e mare, cit., pp. 103-104. Cfr. Beschleuniger wider Willen oder: Die Problematik der westlichen Hemisphäre, in «Das Reich», 19 aprile 1942 (trad. La lotta per i grandi spazi e l’illusione americana in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp. 262-263).

[110] Sovranità dello Stato e libertà dei mari, cit., p. 247.

[111] Terra e mare, cit., p. 90.

[112] Sovranità dello Stato e libertà dei mari, cit., p. 247.

[113] Terra e mare, cit., p. 107.

[114] Ibidem.

[115] Terra e mare, cit., p. 108.

[116] Ivi.

[117] Op. ult. cit, pp. 109-110.

[118] Il mare contro la terra, cit., p. 258.

[119] Op. ult. cit., pp. 258-259.

[120] La lotta per i grandi spazi e l’illusione americana, in L’unità del mondo e altri saggi, cit., p. 264.

[121] Il termine katšcwn indica, in 2 Tess. 2, 6-7, colui che «trattiene» l’«uomo iniquo» impedendone la manifestazione. La tradizione cristiana vede nel kat-echon la Chiesa, la cui missione storica è impedire la venuta dell’Anticristo e ritardare così la fine del mondo.

[122] Beschleuniger wider Willen oder: Die Problematik der westlichen Hemisphäre, in «Das Reich», 19 aprile 1942 (trad. La lotta per i grandi spazi e l’illusione americana, cit., pp. 267-269).

[123] Cambio de estructura del derecho internacional (1943), trad. Cambio di struttura del diritto internazionale in L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp. 296-297.

[124] “Astratti e superficiali sono… gli imperialismi «globali», senza limite né spazio, postulati dall’occidente capitalista e dall’oriente bolscevico. Tra i due si leva ora, a difesa, la sostanza dell’Europa, che non si lascia trattare come superficie”: op. ult. cit., p. 296.

[125] Il “Canto del sessantenne” con cui Schmitt chiude Ex captivitate Salus inizia con queste parole: «Ich habe die Escavessaden des Schicksals erfahren». Il traduttore C. Mainoldi rende Escavessaden con «escavazioni»; ma sembra molto più corretto tradurre «Ho conosciuto le scavezzate del destino», come fa C. Cases (Le scavezzate di un genio chiamato Schmitt, in «Belfagor. Rassegna di varia umanità», Olschki, Firenze, 1988, n. 1, p. 100): «È vero che la parola non si trova in nessun dizionario tedesco ma sarà certo un neolatinismo equestre del nostro cattolico romano, probabilmente buon cavalcatore». Si consideri inoltre che alla lingua spagnola appartiene il verbo descabezar, che vuol dire appunto “scavezzare, gettare di sella”, e che Schmitt aveva intessuto rapporti significativi con quella cultura sin dagli anni Venti, come testimoniano sia il suo saggio su Donoso Cortés, sia le numerose conferenze tenute in Spagna durante e dopo la guerra, sia il rapporto d’amicizia con Alvaro d’Ors.

[126] Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Greven Verlag, Köln 1950 (trad. Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum Europaeum», a cura di E. Castrucci, Adelphi, Milano 19982).

[127] «All’inizio della storia dell’insediamento di ogni popolo, di ogni comunità e di ogni impero sta sempre in una qualche forma il processo costitutivo di un’occupazione di terra»: Il Nomos della terra, cit., p. 27. All’etimologia di nomos Schmitt ha dedicato anche il saggio Nehmen/Teilen/Weiden. Ein Versuch, die Grundlagen jeder Sozial- und Wirtschaftsordnung vom Nomos herrichtig zu stellen, in «Gemeinschaft und Politik», I, Verlag des Instituts für Geologie und Politik, Bad Godesberg 1953, fasc. 3 (trad. Appropriazione/divisione/produzione. Un tentativo di fissare correttamente i fondamenti di ogni ordinamento economico-sociale, a partire dal «nomos» in Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica, cit., pp. 295-312).

[128] Schmitt deride la versione dominante secondo la quale Ulisse avrebbe conosciuto «lo spirito, l’intelletto, la mentalità e il modo di pensare di molti uomini – o persino, delle città di molti uomini», quasi fosse stato «una sorta di primo psicologo sociale» o un «neokantiano avant la lettre», in quanto, egli afferma, «il nous è comune a tutti gli uomini, e naturalmente una città fortificata (¥stu) ben difesa non possiede in quanto tale un proprio nous particolare, ma detiene piuttosto, in maniera tanto più specifica, un proprio nomos» e “non si può nemmeno parlare del nous di «molti uomini», poiché il nous è ciò che è universalmente umano, comune non a molti, bensì a tutti gli uomini pensanti” (Il Nomos della terra, cit., pp. 67-69). Contra si possono però avanzare almeno due argomenti. In primo luogo dal brano in questione si evince chiaramente che oggetto di conoscenza dell’esperto marinaio sono il nÒoj e le città degli uomini, non il nÒoj delle città; in secondo luogo ci sono passi della stessa Odissea di tono del tutto simile a quello: «a me tutto il progetto [nÒon] espose degli Achei» (IV, 256); «già di molti eroi ho conosciuto il consiglio e il pensiero [nÒon]» (IV, 267-268). Insomma, a parere di chi scrive Schmitt è stato qui tradito, ancora una volta, da una passione filologica priva di nous.

[129] Il Nomos della terra, cit., p. 23.

[130] Op. ult. cit., p. 24.

[131] Il Nomos della terra, cit., p. 21, ove Schmitt cita anche un passo dell’Apocalisse di san Giovanni (21,1: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più») e l’opinione del famoso giurista rinascimentale Alciato: «Pirata minus delinquit, quia in mari delinquit, quod nullae subicitur legi».

[132] Il Nomos della terra, cit., p. 20 (corsivo mio).

[133] Loc. ult. cit. (corsivo mio).

[134] Il Nomos della terra, cit., pp. 215-216.

[135] Ibidem, p. 212. V. pure il proverbio indiano assunto da Alfred Rosenberg a insegna della sua concezione etica: «Il diritto e il torto non vanno in giro a dire: noi siamo qui. Diritto è ciò che uomini ariani ritengono tale» (Der Mythus des 20. Jahrhunderts. Eine Wertung der seelisch-geistigen Gestaltenkampfe unserer Zeit, Hoheneichen Verlag, München 1930, pp. 571-572).

[136] Il Nomos della terra, cit., p. 163.

[137] Op. ult. cit., pp. 164-173.

[138] Contrat social (1762), l. I.

[139] Il Nomos della terra, cit., p. 176.

[140] A p. 87, nt. 1 del Nomos della terra Schmitt riporta un detto significativo del XVI secolo: «Al di là dell’Equatore non vi è peccato».

[141] Il Nomos della terra, cit., pp. 299-305.

[142] Op. ult. cit., pp. 339-346.

[143] Il Nomos della terra, cit., pp. 410-417.

[144] Il Nomos della terra, cit., p. 430.

[145] Ibidem, pp. 423-424.

[146] «L’uomo che si trova sulla superficie di terraferma sta in rapporto con gli aerei che agiscono su di lui dall’alto più come un mollusco in fondo al mare rispetto alle imbarcazioni che si muovono sulla superficie marina che non invece come rispetto a un suo simile»: Il Nomos della terra, cit., p. 428.

[147] Op. ult. cit., p. 429.

[148] Il Nomos della terra, cit., p. 423.

[149] Il viceammiraglio Maximilian von Spee con la sua «squadra di crociera» bombardò Papeete (Tahiti) il 22/9/1914; l’incrociatore Emden, operante nell’Oceano Indiano, affondò 16 navi mercantili, catturò 3 piroscafi, incendiò i depositi di nafta di Madras, paralizzò il traffico commerciale nel Golfo del Bengala; un sottomarino “U-20” affondò il transatlantico inglese Lusitania il 7/5/1915 uccidendo 1.200 passeggeri, di cui 140 americani, spingendo gli Stati Uniti ad entrare in guerra contro gli Imperi centrali; durante l’intero conflitto i sottomarini tedeschi affondarono navigli per un totale di 13 milioni di tonnellate di stazza.

[150] Un esempio paradigmatico: fra il 14 ed il 15 novembre 1940 437 bombardieri tedeschi lanciarono su Coventry, in 10 ore, 394 tonnellate di bombe esplosive, 56 tonnellate di bombe incendiarie e 127 bombe a scoppio ritardato. La devastazione fu tale (70.000 case colpite, distrutta la cattedrale di san Michele del XIV secolo) da far nascere il verbo to coventrize = “radere al suolo” e la locuzione to send someone to Coventry = “evitare, mettere qualcuno al bando”.

[151] Il Nomos della terra, cit., p. 430: «Il bombardiere o l’aereo da attacco a volo radente usano le proprie armi contro la popolazione nemica verticalmente, come san Giorgio usava la sua lancia contro il drago. Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro turbatori della pace, criminali ed elementi nocivi, deve anche essere potenziata la giustificazione dei metodi di questo police bombing. Si è così costretti a spingere la discriminazione dell’avversario in dimensioni abissali».

[152] El orden del mundo después de la segunda guerra mundial, Instituto de Estudios Politicos, Madrid 1962; trad. L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale in L’unità del mondo e altri saggi, cit. A p. 322 Schmitt afferma lapidariamente: «L’onu non costituisce nulla… I suoi metodi e i suoi procedimenti hanno un certo valore, nessuno lo nega, però i veri problemi e i fenomeni oggettivi non si risolvono con discussioni formali e procedurali».

[153] Theorie des Partisanen. Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen, Duncker & Humblot, Berlin 1963 (trad. Teoria del partigiano. Integrazione al concetto del politico, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2005, passim).

[154] Pubblicato sulla rivista «Völkerbund und Völkerrecht», pp. 139-145; ora in Positionen und Begriffe, cit., pp. 235-239.

[155] Totaler Feind, totaler Krieg, totaler Staat, cit., p. 236 (corsivo mio).

[156] Op. ult. cit., pp. 235 e 239. Da questo saggio si può comprendere quale fosse, al di là delle ricostruzioni storiografiche successive di Land und Meer e del Nomos der Erde, la vera posizione di Schmitt nei confronti dei tentativi di “umanizzare” la guerra.

[157] Teoria del partigiano, cit., p. 105.

[158] P. P. Portinaro, La crisi dello jus publicum europaeum, cit., p. 215.

[159] Gespräch über den neuen Raum, Estudios de derecho internacional. Homaje al Professor Camillo Barcia Trelles, Santiago de Compostela 1958; trad. Dialogo sul nuovo spazio in C. Schmitt, Terra e mare, a cura di A. Bolaffi, Giuffrè, Milano 1986, p. 109.

[160] La Unidad del Mundo, Ateneo, Madrid 1951; trad. L’unità del mondo in C. Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, cit., pp. 308-309.

[161] L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale, in L’unità del mondo e altri saggi, cit., p. 343. Da questo passo si evince la sostanziale fallacia delle argomentazioni con cui Alessandro Campi, nella Introduzione all’antologia citata (p. 59), tenta di separare le teorie di Schmitt dalla critica nazionalsocialista all’«imperialismo» americano e alla Società delle Nazioni, sulla base di un suo presunto rifiuto di dare “il benché minimo significato «biologico» o «razziale» alla sua dottrina dei «grandi spazi»”.

[162] Trad. di D. Radcliff La rivoluzione legale mondiale. Plusvalore politico come beneficio per la legalità giuridica e la superlegalità, appendice a C. Schmitt, Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, cit., pp. 63-87.

[163] La rivoluzione legale mondiale, cit., p. 81.

[164] Ibidem, pp. 83-84.

Scarica PDF

Indietro

Home