Scarica PDF

Indietro

 

Stefano Carloni

NOME IN CODICE: FATA

La Trilogia delle Fate – Volume II

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è puramente casuale.

 

Capitolo I: Risveglio con sorpresa

La donna aprì gli occhi, batté le palpebre due volte e si stiracchiò, poi volse uno sguardo carico di dolcezza verso il giovane che ancora dormiva al suo fianco e gli accarezzò i folti capelli neri. Che ora era? Ma che importa, è domenica!, pensò rilassandosi. Si alzò e, così com’era, uscì dalla camera da letto e si mise a girare per l’appartamento; percorse il corridoio, entrò nel soggiorno-cucina, ed ebbe l’idea di preparare il caffè per entrambi, quando udì alle sue spalle una vocina inconfondibilmente femminile trillare: «Yu-uhhh, Dannyyyy! Sono tornata! Sveglia, dormigl… Aaaaahhhh!». A quel grido Karen si voltò di scatto, e vide una piccola creatura, alta sì e no tre pollici, vestita con un abitino da pic-nic a fiorelloni, con grandi ali di farfalla color marrone, la pelle ambrata, corti capelli verdi e occhi neri che la fissavano con indignazione. «Ch-chi sei?» la apostrofò impaurita.

«Chi sei tu, piuttosto, e che ci fai a casa nostra?» ribatté la misteriosa creatura puntandole contro il dito e aggiungendo scandalizzata: «Per di più sei nuda!».

A quelle parole la donna non poté fare a meno di coprirsi imbarazzata il seno e il pube con le mani. «Come sarebbe a dire, casa vostra?» replicò arrossendo. «Io credevo che questa fosse la casa di Danny Josephson…».

In quell’istante il padrone di casa si affacciò sull’uscio, anch’egli in abbigliamento adamitico, sbadigliando e mormorando: «Amore, dove sei?». Le due femmine esclamarono all’unisono: «Danny, chi è lei?» e lui rimase a bocca aperta per un momento, poi cercò di riprendere il controllo della situazione: «Calma, calma» disse in tono conciliante alzando le mani. «Adesso farò le presentazioni: Karen, lei è Fata delle Querce, la mia collega di lavoro, per gli amici Oaky; Oaky, questa è Karen McGillis, la mia fidanzata».

«Q-questa è una fata? Una fata… vera?» esclamò l’umana stupefatta.

«Fida-cheee?» fece dal canto suo Oaky. «E da quando ti sei fidanzato? Sono stata via solo un mese, e vi ritrovo… così! E scommetto che le hai anche spifferato di essere un agente dell’MI6, vero?» chiese inviperita al giovane.

«Un agente dell’MI6? Cioè, una spia?» domandò la ragazza sorpresa. «Già, non mi avevi ancora detto cosa fai per vivere…» rifletté.

«Veramente avevo deciso di dirglielo stasera, durante una romantica cenetta preparata dal sottoscritto… ma tu hai pensato bene di anticiparmi, intelligentona» rispose divertito Danny Josephson alla fatina. «Buonanotte!» sbuffò questa dandosi una gran manata sul viso e lasciandosi cadere a corpo morto su un lettino da bambola collocato su una mensola.

In quel momento il telefono nella camera da letto prese a suonare insistentemente. «Scusate, devo rispondere… e anche vestirmi» disse Danny allontanandosi. Karen si accasciò su una sedia, esausta, e chiuse gli occhi; poi li riaprì e chiese alla fatina: «Dì un po’, cosa c’è fra te e Danny, oltre al fatto che siete… colleghi di lavoro?».

Fata delle Querce rimase in silenzio per un lunghissimo istante, poi scoppiò in una fragorosa risata. «Ah ah ah ah! Ma cosa vai a pensare?!?» esclamò agitando le manine. «Tra una fata e un umano non può esserci niente di quel che immagini! Ma dico, mi hai vista? Sono alta un ventesimo di lui, e non ho neppure… beh, mi hai capito… E poi, Danny è così serioso, così abbottonato… pensa che la prima volta in cui ci siamo incontrati mi ha chiesto scandalizzato perché non portassi vestiti! Davvero, siamo solo due controspie che collaborano tra loro al servizio segreto dell’Umanità, nient’altro!».

«Davvero Danny non prova nulla per te?» ribatté Karen ancora diffidente. «E tu, invece? Quella di poco fa sembrava proprio una scenata di gelosia…».

«Ma no, ti dico… ero soltanto sorpresa di trovarlo con una donna, proprio lui… quando vi siete conosciuti?» riprese Oaky tentando di sviare il discorso.

«Due settimane fa» disse la ragazza con aria trasognata. «Io avevo iniziato a lavorare da Harrod’s come commessa proprio quella mattina, e arriva lui, bello come il sole, che cerca un regalo di compleanno per un collega… Hai presente il classico colpo di fulmine? No, che scema, cosa puoi saperne… Insomma, ci siamo piaciuti subito, abbiamo cominciato a uscire insieme, prima a un pub, poi al cinema, al ristorante, e infine…».

«E infine… vi siete accoppiati?» domandò maliziosa la fatina volando fino a lei e sedendole accanto. «Lo avete fatto stanotte? E quante volte?».

«O Signore!» sospirò Karen passandosi una mano tra i folti capelli corvini. «Scusami, ma sembri proprio il curato del mio villaggio natale, lassù nelle Highlands: un brav’uomo, per carità, ma così retrogrado! E anche i miei compaesani, sempre a spettegolare, anche per un bacetto dato al lattaio… per questo ho deciso di partire per la Grande Londra… E sì, lo abbiamo fatto stanotte, tre volte, ed è stato bellissimo» concluse con un’espressione di perfetta beatitudine sul volto.

«Allora adesso conosci anche la sua religione… Questo non ti crea problemi?» rifletté Oaky indicando la piccola croce tatuata sul polso della donna; poi spiegò: «Sai, negli ultimi dodici mesi ho imparato molte cose su voi umani… compreso il fatto che provate piacere a scannarvi l’un l’altro in nome dei rispettivi dèi».

«E tu, non credi in Dio?» domandò a sua volta Karen.

«Io credo solo in me stessa» rispose fieramente Fata delle Querce, «e nel fatto che il sole sorgerà puntuale domani, che Dio, fata o umano lo voglia o no».

«Non temere» riprese lei. «Io non sono una fervente praticante, altrimenti avrei dato ascolto al mio prevosto… e anche Danny, a quanto ho capito, non è un bigot…».

«Vedo che avete fatto amicizia… Scusate, ma devo interrompere la vostra conversazione» fece Danny vestito di tutto punto. «Oaky, dobbiamo andare alla Centrale, subito!» disse rivolto alla fatina; poi si accostò a Karen, la abbracciò e la baciò appassionatamente. «Ci vediamo stasera, così ti spiegherò tutto… e di più» le disse con dolcezza, poi si avviò verso la porta.

«Aspetta!» esclamò l’umana. «Che è successo?». «Accendi il televisore e lo saprai» replicò lui asciutto, mentre Fata delle Querce si nascondeva sotto il suo trench; un secondo dopo erano già usciti. Karen prese il telecomando, accese l’apparecchio su un canale a caso, e udì lo speaker dire: «Il numero delle vittime è ancora incerto, ma supera le dieci unità… ci sono anche moltissimi feriti…», mentre in sovrimpressione scorreva la notizia: Westminster, camion-bomba colpisce il Parlamento. «Oh, mio Dio!» esclamò portandosi una mano alla bocca.


 

Capitolo II: Amori proibiti

Il capitano Will Sheperd premette alcuni pulsanti sulla tastiera del personal computer e girò lo schermo verso i suoi due migliori agenti. «Omar al-Mansur, detto “il leone di Damasco”: memorizzate il suo volto» disse loro indicando l’identikit di un uomo sulla cinquantina, la barba folta e gli occhi come tizzoni ardenti. «Ufficiale dell’esercito iracheno fino al 2003, dopo la deposizione di Saddam Hussein entra in al-Qaeda e continua la guerriglia contro le truppe della Coalizione; catturato, rinchiuso per cinque mesi a Camp Bucca e liberato perché ritenuto un elemento di “basso livello”… uno dei tanti errori compiuti dai nostri cugini d’Oltreoceano. Adesso è il leader dei Fratelli della Mezzaluna, un gruppo islamico radicale sunnita attivo in Siria, qui» e indicò un punto sulla mappa.

«E noi dobbiamo prenderlo e farlo parlare, oppure liquidarlo e basta?» chiese Danny Josephson accarezzando il suo coltello preferito dalla lama in ceramica.

«La prima che hai detto» rispose il direttore della Sezione Antiterrorismo. «Se vogliamo decapitare l’organizzazione dobbiamo tagliare i suoi canali di finanziamento. Partirete domani con un volo speciale per la nostra base di Cipro, e lì vi unirete a una squadra dei “Desert Rats”: se voi fallirete, dovranno pensarci loro. Tutto chiaro?».

«Chiarissimo, capo!» esclamò il giovane scattando sull’attenti e facendo il saluto militare; poi si rivolse alla sua partner: «Hai sentito, Oaky? Abbiamo tutta la sera a disposizione per preparare una magnifica cenetta… e tu e Karen potrete approfondire la reciproca conoscenza…».

«No, grazie» declinò gentilmente Fata delle Querce. «Le cene romantiche sono un gioco a due… Io passerò la serata qui a far quattro chiacchiere con Alna e Pina; voi divertitevi, mi raccomando!».

 

***

 

«Oaky, carissima! Quanto tempo che non ci vediamo!» esclamò gioiosa Fata dei Pini abbracciandola; lei e Fata degli Ontani – per i pochissimi amici, Alna – erano le sorelle con cui un anno prima, sfidando il divieto imposto da Fata dei Gigli, aveva lasciato la natìa Foresta di Dean per seguire Glitter (o Fata delle Rose che dir si voglia) in una fantastica e pericolosa avventura nel vasto mondo degli umani, al termine della quale tutte e tre erano state reclutate dal servizio segreto di Sua Maestà come “risorse speciali”.

«Veramente l’ultima volta che ci siamo viste è stato appena due giorni fa» rimarcò Fata delle Querce.

«Dici davvero? Ma che importa, è sempre una festa ritrovarci insieme e far quattro chiacchiere… a proposito, come sta il tuo caro Danny? Come lo hai trovato, dopo un mese di assenza?». Si riferiva al periodo di licenza trascorso con il Popolo delle Fate per festeggiare le nuove nascite.

«Pina, Pina, quante volte te lo devo ripetere? Una fata adulta e consapevole di sé stessa dovrebbe avere una vita piena di cose interessanti anche a prescindere dagli umani» la ammonì Oaky incrociando le braccia.

«Sarà come dici tu» sentenziò sarcastica Alna, «però, gira e rigira, finiamo sempre col parlare di loro».

Le sue compagne assentirono a malincuore: da quando aveva mandato in ospedale Andrew Carter, il suo partner umano, per aver preteso da lei una fellatio, Fata degli Ontani era stata adibita a compiti solitari – come la traduzione di conversazioni, o la lettura e trascrizione di rapporti – che le lasciavano molto tempo libero per studiare. Così si era creata la fama di essere la più saggia, e la più antipatica, del trio; parlava poco, ma quando lo faceva sparava le parole come proiettili e non sbagliava mai un colpo. Aveva la mente e la lingua così affilate, che al Servizio tutti la chiamavano “Razor Alna”; ma non in sua presenza, perché, come tutte le fate, aveva un udito finissimo.

«Beh, a proposito di Danny» riprese Oaky con un sospiro, «l’ho trovato molto rilassato, in dolce compagnia e senza vestiti».

«Ma daaai! L’uomo di ghiaccio si è sciolto al sole dell’amore?» fece Pina trasecolata. «Su, racconta, racconta: li hai trovati a letto insieme? In quale posizione?».

«No, ma non è stato necessario» replicò la fatina dai capelli verdi scuotendo la testolina infastidita. «Danny me l’ha presentata come la sua “fidanzata”… non ha certo perso tempo, lui!».

«Che peccato! Avresti potuto coglierli sul fatto, se non ti fossi trattenuta nella foresta più di noialtre due» chiosò Fata dei Pini agitando l’indice.

«Volevo… scambiare due parole con Glitter… Sapete, lei vuol prendersi cura personalmente della nuova Fata dei Gigli…» mentì Oaky sentendosi subito in colpa per quella bugia; ma non poteva, non poteva rivelar loro il vero argomento di quella conversazione con la loro nuova regina. «E Seira? Come sta?» domandò a sua volta.

«Ah, non me ne parlare!» replicò Pina divertita. «Seira continua a invitare belle ragazze a bere e passare la notte in casa sua… ieri sera erano in quattro, e a forza di contorcersi e intrecciarsi alla fine son cadute tutte sul pavimento! Del resto, lo sapete, lei è “felicemente lesbica”…».

«Può darsi che sia molto felice di vivere in questo modo» intervenne Alna, «ma di certo, se non si sbriga a trovare un maschio umano disponibile finché è feconda, rischia di morire senza una discendenza».

«Eh? Che vuoi dire, Alna?» domandarono stupite Fata dei Pini e Fata delle Querce.

«Sapete bene quel che voglio dire» ribatté Fata degli Ontani con aria professorale. Estrasse dalla cintura che portava ai fianchi un minuscolo paio di occhiali da bambola, con le lenti tonde e la montatura nera, e li inforcò sul nasino («Cosa le è accaduto? Ha la vista difettosa!» domandò sorpresa Oaky a Pina; «Macché» rispose questa, «li usa solo per fare scena»), poi continuò: «Nelle specie viventi i cui individui si distinguono in base al sesso, è necessario che un maschio si unisca a una femmina perché i due generino dei figli. Un umano molto saggio lo aveva intuito già duemilacinquecento anni fa allorché, riferendosi a Madre Natura, lasciò scritto: È lei che presiede al parto e alle doglie, spingendo la femmina verso il maschio e, all’inverso, il maschio verso la femmina».

«E vale anche per noi fate?» chiese Pina dubbiosa.

«Ma no, scema!» fece Alna dandole uno scappellotto sulla nuca. «In primo luogo noi fate siamo tutte femmine, ragion per cui l’evoluzione, saggiamente, ci ha privato di inutili organi genitali; in secondo luogo, come avete potuto vedere con i vostri occhi meno di un mese fa, le fate si riproducono solo dopo la morte, quando le spore, maturate per cinquecento anni nel loro corpo, vengono liberate nell’ambiente e si introducono all’interno della rispettiva pianta simbionte, per dare origine a una nuova creatura…».

«Non è giusto!» sbottò Oaky. «Non è affatto giusto che noi si debba morire per avere una discendenza! A me cinquecento anni di vita sembrano troppo pochi… vorrei poter vivere per sempre, per vedere il mondo cambiare intorno a me e far tutto quello che mi piace!».

«Non dire sciocchezze, Oaky. A cosa serve una fata, se non a dare vita ad un’altra fata?» replicò Fata degli Ontani guardandola severamente. «Ma non preoccuparti» continuò con un sorriso: «tu hai appena compiuto i tuoi primi cento anni, quindi ti restano ancora quattro secoli abbondanti per divertirti come vuoi… con e senza il tuo Danny».

Oaky troncò il discorso simulando uno sbadiglio. «Scusate, ma sono stanca e domani dobbiamo partire presto. Buonanotte» disse alle sue amiche, e spiccò il volo.

***

«Dovremmo partire tra circa mezz’ora» mormorò Danny inquieto; ma mentre attendeva con il suo partner in una saletta riservata di Heatrow, la mente di Fata delle Querce – che per l’occasione aveva scelto una mise informale: t-shirt e hot pants ­­– era affaccendata in ben altri pensieri.

Le piaceva; Danny Josephson le piaceva. Le era piaciuto sin dal primo momento, quando si era vantato come un bambino dei suoi letali “giocattoli”; le era piaciuto ancor di più quando le aveva spiegato imbarazzato che gli umani indossano vesti «per pudore, per non sentirsi come vermi»; le era piaciuto definitivamente quando lui l’aveva salvata dalle mani di un jihadista lottando all’ultimo sangue, lì in quel covo di Finsbury Park.

Per lui aveva imparato a fare la sartina, adattando al suo piccolo corpo gli abiti presi alle bambole; per compiacerlo faceva parlare i sospettati, drogandoli con i super-oppiacei secreti dalle sue mani. A lei, una piccola fata, piaceva quell’umano, un metro e settantasette centimetri di bellezza, forza, intelligenza e sense of humor; le piaceva da morire! Ma come avrebbe mai potuto convincerlo a ricambiare quel sentimento così assurdo, così osceno?

Di questo aveva parlato con Glitter, a lei aveva aperto il suo cuore; e lei, la sua amica preziosa e unica, le aveva raccontato del legame che l’aveva unita a Charlie – il famoso Charles Dickens – da quando lui era un bambino fino alla sua morte, all’età di 68 anni.

«Sebbene avesse preso moglie per generare dei figli, e benché frequentasse prostitute e amanti per dar sfogo agli impulsi del suo corpo, quando voleva soddisfare i desideri del suo spirito cercava me, perché io ero l’amore della sua anima» le aveva spiegato con le lacrime agli occhi, mentre Fata delle Querce teneva il capino appoggiato sul suo seno. «Per questo gli sono rimasta accanto per tutta la vita… Ma non tutti gli esseri umani antepongono i piaceri dello spirito a quelli della carne; per questo, se un giorno dovessi accorgerti che Danny desidera più di ogni altra cosa l’unione con una donna della sua specie, farai meglio a lasciarlo andare per la sua strada, se non vuoi soffrire molto». Ecco, quel momento era giunto: Danny, il suo Danny si era innamorato di una donna umana; e lei, cosa doveva fare adesso? Cosa voleva fare?

«Danny, Oaky, aspettate!» esclamò Karen McGillis entrando dalla porta scorrevole e piegandosi in due col fiatone; Oaky si riscosse dalle sue tristi elucubrazioni. «Che ci fa lei qui?» domandò al suo collega. «Ha insistito per venire: vuole dirti qualcosa» fece lui stringendosi nelle spalle.

«Oaky» esordì l’umana titubante, «Danny non mi ha rivelato nulla sulla vostra missione, ma io ho capito che sarà molto pericolosa… e che voi fate, anche se siete piccole, avete grandi poteri… perciò, per favore, promettimi che lo proteggerai con tutte le tue forze, e che lo farai tornare sano e salvo!».

Tornare… da te?, pensò acida Oaky. «Non ho bisogno di prometterti nulla» rispose alla donna. «L’agente Danny Josephson è il mio partner; gli ho salvato la vita molte volte, come lui ha fatto con me, e ci proteggeremo a vicenda anche stavolta».

Fece per allontanarsi, ma lei le si inginocchiò dinnanzi: «Ti prego, proteggilo come… come se fosse la persona più importante nella tua vita… Promettilo!».

Sigh… allora non ho altra scelta, sospirò la fatina. «Te lo prometto» disse solennemente ponendo la sua piccola mano sopra quella enorme di lei.


 

Capitolo III: Topi e leoni

Il maggiore John Kendall squadrò da capo a piedi il nuovo venuto prima di stringergli la mano; alle sue spalle venti uomini in mimetica interruppero i loro allenamenti per scrutarlo con curiosità e diffidenza. «Benvenuto a Camp Elizabeth, signor…?».

«Josephson… Daniel Josephson, Sezione Antiterrorismo dell’MI6» rispose lui ricambiando l’energica stretta, «e questa è la mia partner “classificata”». Aprì la scatola che fino a quel momento aveva tenuto sotto il braccio, e ne uscì una piccola creatura alata che indossava un completo da safari. «Uff, finalmente» esclamò stiracchiandosi, «ero stanca di star chiusa dentro quella baretta!»; poi si accorse dei numerosi presenti e chiese a Danny: «E questo cos’è, il comitato di benvenuto?».

I soldati restarono di sasso per qualche istante, poi si misero a ridere sguaiatamente. «Ehi, maggiore» disse uno di loro, «a Londra devono aver sbagliato indirizzo: ci hanno spedito un ventriloquo e il suo pupazzo, invece di mandarli in un campo profughi della Croce Rossa!».

Il maggiore Kendall era paonazzo. «Cosa significa questa pagliacciata?» fece rivolto all’agente Josephson.

«È una faccenda coperta dal massimo segreto» rispose questi in tono pacato. «Posso dirvi solo due cose: primo, non è un pupazzo né un androide, ma un essere vivente come me e voi; secondo, è pienamente in grado di affrontare un combattimento. Mettetela alla prova, se non ci credete».

«Metterla alla prova, dice? Va bene… sergente Rock!» chiamò l’ufficiale. Un umano alto un metro e novanta, per ottantasei chili di muscoli, si fece avanti e scattò sull’attenti. «È il più forte della mia squadra; vediamo come se la caverà contro di lui la sua bambolina… e tu, Rock, non strapazzarla troppo!». «Agli ordini, signore» ridacchiò l’altro facendo scrocchiare le nocche delle dita. «Le farò solo qualche carezza».

«Non fargli troppo male, Oaky» sussurrò Danny chinandosi all’orecchio della fatina. «Lui non è un nemico… questa è solo una, come dire, “prova di iniziazione”».

Intorno ai due si fece il vuoto. «Sei pronto, moscerino?» ruggì il sergente. «Io sono nata pronta» replicò Fata delle Querce ferma a mezz’aria, le mani sui fianchi.

 Rock si lanciò in avanti come un toro; cercò di colpire la fatina con un pugno, ma questa lo scansò agevolmente una, due, tre volte; poi afferrò l’umano per un braccio e lo gettò su un materasso distante una decina di metri. Questi si rialzò più rapidamente del previsto; Oaky creò un muro di fiamme, ma l’umano emise un urlo belluino e lo attraversò alla carica. Fata delle Querce lo colpì con una scarica elettrica, poi con un gesto creò un turbine di vento e glielo scagliò contro, sollevandolo in aria come un fuscello e facendolo ricadere pesantemente al suolo, privo di sensi, sotto lo sguardo esterrefatto di tutto il reparto. «È fatta così» sospirò l’agente Josephson con un’alzata di spalle, «vuole sempre strafare». Dopodiché Oaky si avvicinò all’avversario, lo toccò sulla carotide rianimandolo e gli domandò sorridendo: «Allora, sergente, posso considerarmi “iniziata”?».

«Sì… sei a posto» mormorò l’omaccione rialzandosi, poi si rivolse ai suoi commilitoni: «Avete sentito? Ho detto che la ragazza è a posto… e se qualcuno di voi non è d’accordo, gli spezzerò il collo. Sono stato chiaro?». «Signorsì, signore!» esclamarono quelli come un sol uomo.

Il maggiore si stava riprendendo a fatica dalla sorpresa. «Interessante, molto interessante» disse infine a Danny. «Siete dei nostri, dunque. Partiamo domani».

 

***

 

«Vuoi dare un’occhiata, Oaky?» chiese Danny porgendole il binocolo.

«Io vedo benissimo anche senza quell’aggeggio» rispose la fatina. «Una casa a due piani, a trecento metri da qui; quattro uomini armati di kalashnikov alla porta; dentro, al piano terra ci sono più di quaranta persone che mangiano, bevono e danzano, mentre il nostro bersaglio sta salendo al piano superiore con una bambina». Uno dei soldati sussurrò: «Ma che ha, la vista a raggi X?».

«Bene, Oaky, allora riassumiamo la situazione» fece l’agente Josephson. «Dai nostri informatori in loco sappiamo che stasera al-Mansur sta celebrando un matrimonio con la figlia di un capotribù locale, allo scopo di rafforzare il suo dominio sulla regione. Gli ordini ricevuti dal maggiore Kendall e dai suoi uomini sono: fare irruzione sparando indiscriminatamente e prendere il bersaglio, possibilmente vivo…».

«Salta questa parte» mormorò infastidita Oaky. «La conosco a memoria, e non mi piace: sparare “indiscriminatamente” su persone innocenti, come se si trattasse di tirare freccette su un bersaglio di cartone? No!» esclamò con decisione.

«Ecco perché adesso entrerai in scena tu» chiosò il giovane ponendole una mano sulla piccola spalla. «Devi entrare volando attraverso quella finestra aperta, che dà proprio nella stanza in cui Mansur si è ritirato con la sua fresca sposa; lo addormenti con il tuo “tocco magico”, se necessario metti a nanna anche la donna affinché non dia l’allarme, e lo porti fuori come un sacco di patate consegnandolo nelle nostre mani. Pensi di farcela?».

«Non posso permettere che un maschio di cinquant’anni metta le mani addosso a una bambina… Sarà un gioco da ragazzi» assicurò la piccola creatura.

«Hai quindici minuti esatti» la avvertì il maggiore. «Passato questo tempo, o anche prima se scoppia un trambusto, interverremo noi. Tutto chiaro?».

«Chiarissimo… vado, lo prendo e torno» bofonchiò Fata delle Querce prima di spiccare il volo. In pochi secondi era già alla finestra; entrò di soppiatto e vide Omar al-Mansur inginocchiato su un pregiato tappeto al centro della stanza, mentre alle sue spalle, su un letto circondato da veli, una figura femminile si stava spogliando. «Allah, Clemente e Misericordioso, perdona questo tuo servo che sta per contaminarsi con una donna al fine di continuare a seguire la via del tuo jihad, e non imputarglielo a colpa…» pregò l’uomo, quando all’improvviso sentì una piccola mano toccarlo sulla nuca; due secondi dopo era nel mondo dei sogni.

Oaky si apprestava a sollevarlo, quando una mano la afferrò stringendola forte. «Maledetta!» esclamò la sposa bambina. «Cosa hai fatto a mio marito?».

«Ehi, è questa la tua gratitudine?» replicò Oaky cercando invano di divincolarsi. «Quell’uomo grande e grosso stava per fare delle cose molto brutte a una bambina piccola e carina come te, e io ti ho salvata… perciò lasciami andare!».

«Io ho la stessa età che aveva la nobile Aisha quando giacque con il nostro Profeta, che Allah lo benedica!» strillò inviperita la ragazzina. «Tu hai rovinato il giorno più bello della mia vita, jinn malvagio che non sei altro… perciò morirai!» e la strinse ancora più forte, sempre più forte… La fatina chiamò a raccolta tutte le sue energie, e con un grido si liberò strappando via tre dita dalla mano della bambina, che lanciò un urlo acutissimo e cadde sul pavimento contorcendosi dal dolore; mentre il sangue prendeva a scorrerle copiosamente dal moncherino, al piano di sotto la musica e le danze lasciarono il posto a voci allarmate.

«Dannazione!» imprecò Oaky; mise a dormire la piccola con un tocco della mano, poi si tolse l’abito da esploratrice infilandolo in una tasca dell’uomo; afferrò la bambina con la destra, al-Mansur con la sinistra, e discese in fretta le scale. Mutò l’indice di rifrazione dell’aria, in modo che la sua immagine apparisse gigantesca agli occhi degli umani, e disse loro con voce tonante: «Guai a voi, o mortali! Io, Lilith, prima moglie di Adamo, maledico queste nozze, e porto gli sposi con me all’Inferno! Se tenterete di fermarmi vi renderò sterili, e farò morire i vostri figli nel grembo delle loro madri!».

Quelle parole ebbero l’effetto che si aspettava: tutti, uomini e donne, anche i quattro mujaheddin armati fino ai denti che si erano precipitati all’interno udendo le grida, si rannicchiarono a terra coprendosi la faccia con le mani, gridando «Via, via da noi, demone lubrico e sanguinario, via!» e implorando «Adamo, Eva, mandate via Lilith!». Così, volando alta sopra di loro, Oaky uscì dall’abitazione portando con sé i due carichi umani; una volta fuori si avvolse in una tromba d’aria e fece ritorno in fretta alla squadra dei “Topi del Deserto”, dove depositò al suolo il prigioniero e la bambina, pregandoli di darle soccorso al più presto, e recuperò il proprio abito spiegazzato.

«Sei stata grande, Oaky! Hai mai pensato di fare il rabbino? Avresti un grande successo con le tue prediche!» esclamò Danny Josephson dopo aver udito il racconto di quanto era accaduto. «Ehi, ma perché piangi?» le chiese poi stupito.

«L’ho mutilata… ho strappato tre dita a una bambina di nove anni… sono un mostro…» mormorò la fatina con le lacrime agli occhi.

«Ascoltami bene, piccola» fece lui asciugando le sue guance. «Tu non hai colpa per ciò che è successo… Lei stava per ucciderti, e tu hai reagito per salvarti… Tutti gli esseri viventi lottano per restare in vita, non c’è nulla di male in questo… Smettila di tormentarti».

«Io volevo aiutarla» gemette Oaky. «Volevo salvarla da uno stupro…».

«Lo so, Oaky, lo so» la consolò Danny. «Avrei dovuto spiegarti che le bambine musulmane non sono come quelle inglesi; non pensano a giocare con le bambole, ma a partorire combattenti… perdonami».


 

Capitolo IV: La cupola e il Cupolone

 

Danny Josephson si avvicinò lentamente al Muro Occidentale, adeguando i suoi passi a quelli delle migliaia di uomini e donne che si muovevano nella stessa direzione. Quando ebbe raggiunto le pietre antiche di duemila anni estrasse una kippah dalla tasca calcandosela sul capo, pose la mano destra sulla roccia e recitò una preghiera in ebraico; poi infilò un biglietto in una fessura e sussurrò nel nanofono che teneva attaccato a un molare: «Mi vedi, Oaky?».

«Ti vedo e ti sento, Danny» confermò Fata delle Querce cinquecento metri più in alto, «ma ancora non capisco cosa siamo venuti a fare a Gerusalemme… non avremmo dovuto recarci subito a Roma? C’è forse qualche terrorista da catturare anche qui?» domandò annoiata. «E poi fa caldo…».

«Così impari a voler abbigliarti come una monaca francescana sotto questo sole» la ammonì divertito. «Come ti è saltato in mente di indossare un saio?».

«Volevo adattarmi alla santità del luogo» grugnì la fatina.

«Limitati a osservare e riferire, poi ti spiegherò» riprese lui laconicamente.

«D’accordo, chiudo» fece lei, e si rimise a osservare quanto avveniva intorno alla Cupola della Roccia.

A un tratto un uomo vestito di nero, con un cappello a larghe tese e folti riccioli alle tempie, che era entrato nella Spianata delle Moschee da pochi minuti, alzò le palme al cielo e prese a dire: «Elohim, tu sei il mio Dio: dall’aurora ti cerco… Di te ha sete l’anima mia; a te anela la mia carne…»; una sassata lo colpì alla fronte facendolo sanguinare, mentre un gruppo di musulmani, armati di pietre e bastoni, lo assaliva gridando: «Ha profanato il nostro luogo sacro! Muori, maiale ebreo!».

«Danny! Danny!» chiamò Oaky nel microcomunicatore. «Stanno per uccidere un uomo, io intervengo…».

«Negativo!» sussurrò l’agente Josephson nei pressi del Kotel. «Non intervenire, ripeto non intervenire, per nessun motivo! Resta lassù e guarda bene: questo è quel che chiamano lo status quo».

«Possono anche chiamarlo Pinocchio, è comunque un assassinio!» esclamò la piccola creatura, mentre sotto di lei le guardie di sicurezza israeliane venivano alle mani con gli islamici. «Io devo fare qualcosa…».

«Ti prego, Oaky, non intervenire! Fallo… fallo per me!» invocò Danny.

«Va bene» replicò Fata delle Querce piangendo. Sulla Spianata i poliziotti israeliani erano riusciti a liberare l’ḥaredi; il più alto in grado di essi gli prese dalle tasche i documenti identificativi e disse: «Lei è in arresto», poi alcuni agenti lo condussero via, mentre gli altri proteggevano con degli scudi di plastica se stessi, i propri colleghi e il “reo” dal lancio di pietre che i musulmani stavano continuando.

«Mi dispiace di aver dovuto chiedertelo in quel modo» si scusò più tardi Danny nell’albergo. «So che daresti la vita per me».

Io ucciderei per te, pensò Oaky. «Vuoi spiegarmi che diavolo è successo? Quell’uomo non stava facendo nulla di male!».

«Lo so» replicò lui con aria triste. «Nel 1967, quando lo Stato di Israele liberò la parte orientale di Gerusalemme dal dominio della Giordania, l’allora primo ministro, forse per scarso senso religioso, decise di lasciare che i musulmani conservassero il controllo esclusivo su quella che essi chiamano Spianata delle Moschee, ma che tremila anni fa era la sede del Tempio fatto erigere da Salomone, un grande re degli Ebrei… Da allora quasi ogni giorno qualche turista o pellegrino, ebreo o cristiano, sfida il divieto imposto dagli islamici e tenta di recitare una preghiera in quel luogo; i musulmani se ne accorgono e tentano di ucciderlo, le sentinelle israeliane intervengono per salvare il malcapitato e lo portano via, in arresto, per qualche ora, il minimo necessario per tacitare i figli di Allah e Maometto… Questo è lo status quo di Gerusalemme: ti ho portato qui affinché vedessi e imparassi».

«Ah, stai tranquillo, ho imparato molto bene» commentò Fata delle Querce. «A proposito: cosa c’è scritto nel biglietto che hai infilato nella fessura fra le pietre?».

«C’è scritto: Signore, aiutami ogni giorno a compiere la mia parte nel tikkun ‘Olam» rispose il giovane.

«Tikkun ‘Olam? “Riparazione del mondo”? Che vuol dire?».

«Noi Ebrei crediamo che Dio abbia creato il mondo come un perfetto meccanismo, ma poi il peccato del primo uomo e della prima donna guastò quella magnifica costruzione» spiegò Danny. «Per questo ogni persona di buona volontà deve impegnarsi con tutte le sue forze per riparare il mondo, ciascuno per la parte piccola o grande che gli è assegnata; per questo ho deciso di diventare un agente segreto».

«Grazie» disse Oaky prendendogli la mano. «Grazie per avermi aperto il tuo cuore».

«È naturale che io lo faccia» sorrise lui. «Tu sei la mia amica dell’anima».

Amica… ah, Danny, come vorrei tu dicessi “amante”!, sospirò la fatina, ma non disse nulla.

 

***

 

L’alto e dinoccolato conduttore comparve davanti allo sfondo di una fitta foresta. «Buonasera, amici, e benvenuti a Pioneer!» esordì. «Fate, folletti, il cosiddetto “Piccolo Popolo”: esistono davvero? C’è chi afferma di averli visti… Cento anni fa, in Inghilterra, presso il villaggio di Cottingley, due cuginette di 16 e 10 anni raccontarono ai loro genitori di avere non solo visto delle fate, ma di averle addirittura fotografate… Verità? Leggenda? Lo scopriremo questa sera: seguiteci, dunque, il viaggio comincia!».

«Questo Roberto Jacoboni è proprio una forza. Sai che stasera parlerà di me?» esclamò Fata delle Querce appollaiata su un morbido cuscino in baby-doll e slip coordinato; dalla finestra si poteva osservare il Cupolone di San Pietro in tutta la sua maestosità. «Di te?» fece stupito il giovane.

«Certo» replicò con orgoglio la piccola creatura. «A Cottingley c’ero anch’io. Ero nata da poco tempo, quando alcune sorelle mi invitarono a venir con loro di nascosto in una “scappatella”: dopo un lungo viaggio verso nord ci fermammo sulla riva di un fiume, e lì incontrammo due piccole umane che giocarono con noi e ci fecero mettere in posa davanti a una scatola magica che chiamavano “macchina fotografica”… quanto ci divertimmo! Naturalmente Fata dei Gigli, la nostra Regina di allora, alla fine ci scoprì, ci riportò indietro, e ci fece una maternale durissima…».

 «Registrerò il programma, così potrai vederlo al nostro ritorno» disse lui premendo alcuni tasti sul telecomando. «Adesso dobbiamo lavorare».

«Si tratta di uno dei contatti di al-Mansur?» chiese Oaky mentre il giovane si cambiava d’abito. Il prigioniero si era rivelato una autentica miniera di informazioni: durante le tre settimane in cui lo avevano interrogato a Camp Elizabeth aveva fornito un lungo elenco di nomi, fatti e circostanze sfociato in una serie di arresti effettuati in mezzo mondo.

«Forse il più importante» confermò Danny mentre si infilava i pantaloni. «Monsignor Gheorghios Hilariou è il presidente di Save Abel, una ONG che ufficialmente raccoglie milioni di dollari ogni anno per il Terzo Mondo; inoltre l’attuale Pontefice lo ha appena nominato Grande Elemosiniere di Sua Santità, mettendogli praticamente in mano i finanziamenti gestiti a livello globale dalla Chiesa cattolica…».

«…e tu pensi che tutto questo denaro possa essere usato a fini loschi» dedusse lei. «Dove andiamo a interrogarlo, in Vaticano?».

«No, all’Hotel Ritz» spiegò lui allacciandosi le scarpe sul bordo del letto. «L’alto prelato usa incontrare lì ragazzini adolescenti… e io ho “persuaso” quello di stasera a cedermi la chiave elettronica della suite».

«Bleah! Adesso comincio a comprendere il legame tra religioni e perversioni» esclamò la fatina disgustata. «Ai musulmani piace fare sesso con le bambine, ai cristiani con i maschietti… e voi ebrei, invece, preferite le bamboline?» aggiunse maliziosa. Lo spinse sul materasso con un gesto e gattonò su di lui: «Per me va bene…».

«Oaky, non è il momento di scherzare!» esclamò Danny alzandosi di scatto.

«Io sono serissima!» replicò Fata delle Querce. «Magari adesso non ti servo… ma fra trenta o quarant’anni, quando tu e Karen sarete due vecchietti rugosi, io sarò ancora fresca e piacente… Che ne dici, fissiamo un appuntamento ora-per-allora?» aggiunse con sguardo ammaliatore; ma il giovane rimase in silenzio, l’aria cupa.

«Ehi, non fare quella faccia! Stavo scherzando! Muoviamoci, adesso: abbiamo un uccellino da far cantare!» esclamò Oaky prima di nascondersi dietro un separé.

 

***

 

Il Grande Elemosiniere si chiuse la porta alle spalle, accese la luce e mormorò compiaciuto: «Allora, figliolo, qual è il tuo nome?», ma rimase di sasso vedendo su una poltrona, al posto dell’adolescente mediorientale seminudo che si aspettava, un adulto con un trench verde, una pistola nella mano destra, e una piccola creatura dall’incarnato d’ambra, vestita con un candido abito da sera in organza, appollaiata sulla sua spalla. «Si sieda, monsignore» fece l’uomo indicando una sedia. «Abbiamo molte cose di cui parlare».

«Dev’esserci un equivoco» si schermì Gheorghios Hilariou alzando le braccia. «Se vuole i miei soldi, posso accontentarla sub…». All’improvviso la misteriosa creatura spiegò due ali marroni da farfalla, si avventò su di lui e lo toccò sul collo e sulle guance; il volto del prelato assunse un’espressione istupidita. «Adesso risponderai a tutte le nostre domande, dicendo la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità» disse Fata delle Querce con aria truce.

L’agente Josephson ripose l’arma e tirò fuori dalla tasca un piccolo registratore. «Fammi un favore, Oaky: per tutta la durata dell’interrogatorio non dire una sola parola, lascia fare a me» chiese alla fatina.

Il fuoco di fila di domande e risposte andò avanti per tre ore e mezza, durante le quali il monsignore snocciolò le identità di intermediari e prestanome di al-Mansur e di un’altra dozzina di capi del terrorismo islamico, e i numeri dei conti correnti segreti utilizzati per far affluire i finanziamenti a gruppi come i Fratelli della Mezzaluna… ma non solo. «Così la sua organizzazione ha fatto da garante nella fornitura di tremila centrifughe isotopiche all’Iran? Ma voi non aiutate i fondamentalisti sunniti?» chiese a un certo punto Danny: era davvero sbalordito.

«Sunniti, sciiti… che importa? L’importante è sterminare i porci sionisti e americani…» rispose Hilariou. «…E poi, così i miei colleghi d’affari mi assicurano una maggior varietà di ragazzi tra cui scegliere per soddisfare la mia verga: magrebini, siriani, curdi, yazidi…» proseguì eccitandosi sempre più; Fata delle Querce dovette piantarsi le unghie nei palmi delle mani per reprimere l’impulso di strangolarlo.

Verso le quattro del mattino Danny spense il registratore e disse: «Bene, abbiamo finito». «Quest’uomo è un vero mostro» esclamò Oaky. «Spero che lo mettano in prigione per il resto dei suoi giorni!».

«Non ci sarà carcere per lui» la smentì l’agente.

«Ma come! Con tutto quel che ha confessato, qualsiasi giudice lo…».

«Noi non siamo poliziotti» sentenziò il giovane, «e io stesso sarò il suo giudice». Tolse la microcassetta dall’apparecchio e ne infilò un’altra, poi lo riaccese. «Adesso dì qualcosa, la prima cosa che ti viene in mente, sensata o meno».

La fatina non capiva cosa volesse fare, ma obbedì. «Mmmh… Cesare è un numero primo. Va bene?».

«Benissimo» confermò lui, estraendo una cuffia pieghevole e mettendosela sulle orecchie. «Ti sembra il momento di ascoltare musica?» chiese stupita Oaky.

«Non ti sento» fece Danny, poi premette il tasto “play”; Gheorghios Hilariou si prese la testa fra le mani emettendo un urlo inumano, poi si accasciò sulla sedia con gli occhi sbarrati e un rivolo di saliva che gli colava dalla bocca. «Andiamo via, prima che la security dell’albergo ci scopra» disse scuotendo la piccola creatura inorridita.

Quando furono in un vicolo buio, Danny Josephson gettò a terra la cassetta malefica e la incenerì con il suo accendino-lanciafiamme modello MI6 New Flame. «Perché la mia voce lo ha ridotto così? A te, a tutti quelli che l’hanno udita finora, non ha mai fatto alcun male…» domandò incredula Oaky.

«Quando un essere vivente, uomo o animale che sia, ascolta la voce di una fata, la intende nel proprio linguaggio» spiegò il giovane rabbuiato. «Ma un registratore non è un essere vivente, non ha una lingua nativa… Lo abbiamo scoperto giusto un anno fa, il 29 settembre, quando la bobina con la voce di Glitter impressa dai nazisti nel 1943 fu ascoltata per la prima volta da uno dei nostri tecnici audio/video».

«E cosa… cosa è stato di quell’uomo?» chiese la fatina con gli occhi gonfi di pianto.

«Vieni qui» sussurrò lui aprendo il soprabito e lasciando che lei si abbarbicasse al suo petto. «Non aver paura: io ti proteggerò dallo schifo di questo lavoro… ucciderò io criminali e terroristi, perché non sia costretta a farlo tu… e renderò la mia anima nera come il carbone, affinché la tua possa risplendere come il sole… Ora dormi e non pensare, Oaky, dormi e fa’ dei bei sogni».

«Sì» mormorò Oaky lasciandosi cullare dal ritmo del suo cuore caldo e forte. Sì, per quella notte poteva mettere da parte gelosie e cattivi pensieri, e godersi quei momenti di pura intimità spirituale. Poco lontano, una gioventù ignara si godeva il ponentino.

E quella notte, Fata delle Querce sognò di non essere più una fata; sognò di essere soltanto la signora Josephson, e di invecchiare serenamente accanto al suo Danny.

 

 

Capitolo V: La nera sposa

«Una connection fra terroristi sunniti e regime iraniano… questo è il colpo più grande mai messo a segno da un’intelligence occidentale!» esclamò il capitano Will Sheperd dal videotelefono, mentre Bagdad già appariva all’orizzonte dal finestrino dell’aereo. «E la testa del dragone è ad Arak, giusto?».

«Giustissimo» confermò l’agente Josephson. «È quello il centro nevralgico del programma nucleare degli ayatollah… dobbiamo penetrare al suo interno e raccogliere il maggior numero di prove possibile, se vogliamo dimostrare che l’accordo 5+1 è solo un diversivo».

«Per questo vi servirà l’aiuto dei nostri amici americani» chiosò il caposezione. «Ho già preso accordi col mio omologo Smith, per cui ci risentiamo al vostro ritorno. Ah, stai attento, Danny… sai che mi sei caro come un figlio».

«Non sarebbe meglio dire: “come un nipote”, eh, nonnetto?» scherzò il giovane.

«Nonnetto un corno!» sbottò Sheperd, ma sorrise mentre lo diceva. «Passo e chiudo».

«Hai finito di studiare l’ultimo proclama dell’Isis?» fece Danny rivolto a Fata delle Querce.

«Sì, e l’ho trovato piuttosto… inquietante» rispose la piccola creatura spegnendo il tablet. «”Uccidere gli infedeli con bombe, pistole, coltelli, investendoli con le automobili o anche a colpi di pietra”… Se un miliardo e mezzo di musulmani prendesse sul serio quest’ordine, a che servirebbe impedire a un solo Stato come l’Iran di farsi la bomba atomica? Come potremmo fermarli tutti?».

«Non lo so» replicò il giovane agente scuotendo il capo. «Non credo che si possa costruire un virus letale in grado di distinguere gli esseri umani in base alla loro religione, neppure con la più avanzata ingegneria genetica… Forse ci vorrebbe un fuoco che scendesse dal cielo e li consumasse come a Sodoma, una conflagrazione universale… Ma comunque vadano le cose» concluse guardando la sua partner, «su questo grande palcoscenico che è il mondo noi possiamo recitare solo la nostra parte, per quanto piccola ci sembri, e dobbiamo recitarla al meglio. Mi aiuterai?».

«Come sempre» lo rassicurò lei.

 

***

 

Il caposezione della CIA a Bagdad Spencer Smith non smetteva di asciugarsi la fronte imperlata di sudore, nonostante il condizionatore dell’aria girasse al massimo. «Così è lei la vostra “risorsa speciale”?» domandò all’agente Josephson.

«So che a un primo sguardo sembra solo una bambola» rispose Danny tenendo la fatina ritta sul palmo della propria mano, «ma le assicuro che ha la forza di un gigante… Inoltre può lanciare scariche elettriche, suscitare acqua, vento, fuoco, e come se non bastasse percepisce gli ultrasuoni, e vede anche nell’infrarosso e nell’ultravioletto… Oaky, dagli una dimostrazione!» la esortò.

Fata delle Querce scrutò la stanza e i presenti. «Dunque, vediamo… L’agente alla sua sinistra porta sotto l’ascella una pistola di grosso calibro, che ha sull’impugnatura l’effigie di un papero giallo… e anche quello alla sua destra, caposezione Smith».

«Un papero giallo?!?» chiese stupefatto il giovane.

«È il simbolo della Yellow Duck Rifles Incorporation, il nostro fornitore bellico più recente» spiegò Smith sempre più sudato. «Bingo!!!» esultò la fatina.

«Bene, allora resta solo da definire i particolari del nostro ingresso nel reattore… e anche della nostra uscita da lì» fece l’agente Josephson con aria soddisfatta.

«Arak dista circa 680 chilometri, ovvero nove ore di viaggio» replicò il caposezione americano aprendo una cartina. «Vi scorteremo con un convoglio fino al confine con l’Iran, dove sarete presi in consegna da Tarek, un nostro contatto locale: fra due giorni dovrà condurre un camion di viveri per il personale del complesso. Vi nasconderete sul retro, in mezzo al carico; lui vi guiderà all’interno, voi raccoglierete le vostre prove e uscirete come sarete arrivati… James, Kurt, accompagnateli alla loro stanza» disse ai due agenti comparsi sulla porta.

«Non mi piacciono questi agenti americani» sbuffò Oaky quando furono soli. «Sembrano fatti con lo stampino: tutti uguali, abito nero, camicia bianca, occhiali da sole… e non sudano neppure, con questo caldo…».

«Tutto merito di un duro addestramento… e dell’aria condizionata» spiegò Danny con un sorriso togliendosi giacca e camicia. «Oaky, devo dirti una cosa molto importante» aggiunse poi pensieroso.

«Cosa?» replicò la fatina incuriosita.

«Questa sarà la nostra ultima missione» disse il giovane serenamente. «Ne ho parlato con Sheperd ieri notte, mentre dormivi… quando saremo tornati a Londra lascerò il Servizio, passerò a un incarico civile, e sposerò Karen».

«Cooosa?» esclamò Oaky sentendosi crollare il mondo addosso. «M-ma cosa farò io da sola, nell’MI6? Noi due siamo una coppia, non puoi abbandonarmi!».

«Lo so» replicò lui, «per questo ho detto che sarà l’ultima missione per entrambi: ho chiesto e ottenuto che anche tu venga messa in congedo, così potrai tornare nella Foresta di Dean e vivere una tranquilla vita da fata. Niente più sparatorie, inseguimenti, doppi e tripli giochi; non dovrai più tormentarti pensando all’effetto che possono avere i tuoi poteri sugli esseri umani… Non sei felice?».

 

***

 

Danny e Karen erano insieme sotto la doccia, ovviamente nudi (si era mai visto qualcuno fare la doccia vestito?); a un tratto lei fece: «Caro, mi laveresti la schiena?».

«Con piacere, amore» rispose lui con una faccia da pesce lesso, iniziando a spalmarle il sapone sulla pelle. Oaky si fece avanti e chiese con voce suadente: «Danny, amore, lava la schiena anche a me, per piacere».

La donna si voltò a fissarla con uno sguardo gelido. «Vattene» sibilò. «Lui è mio».

«No, non è tuo!» esclamò la fatina. «Io lo conosco da molto prima di te! Gli ho salvato la vita molte volte, e altrettante volte lui ha salvato me; perciò il legame che mi unisce a lui è molto più forte di quello che può unirlo a te!».

«Povera sciocca, guarda allora» replicò l’umana; prese la mano sinistra del giovane e iniziò a carezzarsi con essa il seno, i fianchi e le cosce. «Il legame fra me e Danny è così forte che lui può toccarmi come, dove e quando vuole».

Fata delle Querce divenne rossa come un peperone, poi afferrò l’altra mano di Danny e la pose a contatto con la sua pelle ambrata. «L-lui può accarezzare e palpare anche me, cosa credi?» le disse.

«Sì, ma questo tu non ce l’hai» riprese Karen esibendo spudoratamente il pube. «Io posso congiungermi carnalmente con lui, posso dargli dei figli, tu no!».

«L’unione delle anime è migliore di quella dei corpi! Lo dice sempre la mia amica Glitter… Tu hai avuto il lattaio, il portalettere, tutti quelli che desideravi nel tuo villaggio di pecorai; non puoi lasciarlo a me?» strillò Oaky con tutte le sue forze.

«Te l’ho detto, lui è mio!» gridò la donna tentando di prenderla. «Brutta strega!» gridò a sua volta Fata delle Querce avventandoglisi contro, e le due femmine finirono sul pavimento lottando e graffiandosi l’un l’altra.

«Karen, Oaky» chiamò l’agente Josephson. «Eccomi!» trillarono all’unisono.

«Mi dispiace, ma non posso scegliere nessuna di voi due» disse il giovane in tight al braccio di una sposa vestita di nero che dava loro le spalle. «Io devo andare con lei… addio» e si allontanarono insieme.

«No, Danny! Non lasciarmi!» gridò la fatina correndo loro dietro; li raggiunse, pose una mano sulla spalla della misteriosa donna in nero, e quando questa si voltò, vide che aveva un teschio al posto della faccia, e stringeva il braccio del suo Danny con una mano scheletrica…

«Aaaah! No! No!». Oaky si svegliò ansimante e sudata nel retro del camion che li stava portando ad Arak. Che sogno orribile, pensò tra sé. «Cos’hai, Oaky?» domandò ansiosamente Danny, che indossava vesti da beduino come la sua partner. «Stai bene? Hai fatto un brutto sogno?».

«Sto bene, Danny, non preoccuparti» replicò lei bruscamente. «Tu piuttosto, mentre russavi, qualche ora fa, hai fatto dei bei sogni? Avevi la faccia di un ebete beato… Stavi sognando la tua Karen?».

«Beh, sì…» fece lui imbarazzato, «ma cosa c’entra con…?».

«Lo sapevo! Non riesci a stare lontano da lei neppure quando dormi! Non ti basta sapere che fra qualche giorno tornerai e potrete accoppiarvi dove, come e quanto vorrete?» esclamò la fatina ormai senza più freni inibitori.

«Oaky… io non capisco…» mormorò il giovane. «Se tu fossi una donna umana, direi che questa è una scenata di gelosia… ma tu sei…» e si morse la lingua.

«Cosa? Cosa stavi per dire? Stavi forse per dire “tu-sei-una-fata”?» strillò Oaky col viso paonazzo. «Forse una fata non ha sentimenti? Non ama, non odia, non piange, non ride? Io ho dei sentimenti, signor Josephson; io rido, piango, odio… e per quanto ti possa sembrare ridicolo e contro natura, io ti am…».

«Basta! Basta, ti prego!» la implorò lui avvicinandosi. «Adesso ascoltami…».

«Non ho voglia di ascoltarti… ho voglia di fare questo» mormorò lei, e lo baciò sulle labbra.

«Ascoltami bene, Fata delle Querce» ripeté lui ponendo entrambe le mani sulle sue piccole spalle e guardandola severamente. È la prima volta che mi chiama con il mio nome fatesco, pensò Oaky intimorita. Stavolta l’ho fatto davvero arrabbiare.

«Noi dobbiamo compiere una missione molto pericolosa, una missione dalla cui riuscita o fallimento dipenderanno la vita o la morte di milioni di esseri umani… perciò ho bisogno che tu sia lucida e concentrata sull’obiettivo: entrare nel complesso, raccogliere le prove ed uscire sani e salvi per trasmetterle alla casa madre. Mi hai capito?» disse scuotendola.

«Sì… sì, ho capito» rispose lei di malavoglia. «Siamo dei professionisti, e come tali ci comporteremo».

«E quando avremo finito parleremo di altri argomenti, a lungo e approfonditamente… ma non ora. Te lo prometto».

Qualcuno sull’altro lato del camion bussò due volte e aprì uno spioncino: era Tarek. «Nascondetevi sotto le coperte» sussurrò. «Stiamo per entrare».


 

 

***

 

«Il reattore è da quella parte» disse a bassa voce la guida mentre percorrevano un lungo corridoio, al termine del quale si trovarono in una vastissima sala occupata quasi interamente da una piscina quadrata profonda trenta metri, intorno alla quale correvano una ringhiera in acciaio e un ballatoio. «Avviciniamoci» disse l’agente Josephson.

«Che bello! Cos’è?» chiese la fatina riferendosi alla luce azzurrognola che si levava dalle profondità dell’invaso.

«Si chiama effetto Čerenkov» spiegò Danny andando avanti. «È causato dalla radioattività… Vieni, ora».

«Voglio vederlo ancora un po’» rispose lei piccata.

Lui e Tarek erano ormai distanti una ventina di metri. «Vieni, ho detto!» ordinò.

«BLLLLLLL!» replicò Oaky facendogli una linguaccia.

Il suono di uno sparo lacerò l’aria. La piccola creatura avvertì un dolore acutissimo, mentre il proiettile di un fucile d’assalto la attraversava da parte a parte; abbassò lo sguardo e vide il foro enorme nel suo tronco, poi si afflosciò senza forze sul pavimento sotto gli occhi atterriti di Danny. «Oaky!» gridò lui.

In quel momento Tarek estrasse una pistola e la puntò sull’agente. «Non muoverti» disse con un sorriso sinistro, ma il giovane gli saltò addosso e i due rotolarono al suolo. Una voce roca strillò «Prendetelo!» e quattro pasdaran si avventarono sull’agente dell’MI6 colpendolo con calci e pugni, fino a ridurlo all’impotenza. Fata delle Querce vide tutto senza poter muovere un dito. In quello scempio, un particolare le si stampò assurdamente nel cervello: i fucili degli iraniani avevano tutti sull’impugnatura l’effigie di un papero giallo.

Il comandante delle Guardie della Rivoluzione si avvicinò a Oaky e con un calcio la gettò nella piscina, poi estrasse la scheda dalla macchina fotografica di Danny. «Iceman ha detto il vero, come al solito» sogghignò; tirò fuori un coltello e lo affondò nell’addome del giovane gridando «Muori, sporco ebreo!».

«No… no, Danny…» rantolò la fatina affondando lentamente. È colpa mia, si disse mentre scendeva giù, sempre più giù. Se fossi più forte… se fossi più…

All’improvviso la luce che promanava dalle barre di plutonio la avvolse; la ferita si richiuse, e Fata delle Querce si sentì riempire di una nuova forza, una forza che mai prima aveva sperimentato. Era potente come non mai, e infuriatissima… Si strappò di dosso i vestiti e uscì dall’acqua con la velocità di un missile, mentre gli iraniani la fissavano esterrefatti. «Sparite, maledetti!» gridò, e in un istante le loro teste scoppiarono come granate, spargendo ovunque sangue e tessuti carbonizzati.

Oaky non si curò di comprendere quanto era avvenuto: raggiunse l'agente Josephson e lo raccolse con le sue piccole braccia. Era ancora vivo, ma aveva gli occhi chiusi e il respiro corto; dall’addome fuoriusciva abbondante il suo sangue. «Danny! Danny, ti prego, apri gli occhi!» chiamò.

L’agente aprì gli occhi a fatica. «Oaky… ti prego... ripara il mondo…» disse con un filo di voce.

«Sì, sì, lo ripareremo insieme… insieme» lo incoraggiò la fatina.

«17… 76…» fece lui con l’ultimo fiato, poi richiuse gli occhi e non si mosse più.

«Danny!» gridò Oaky disperata. «Ti prego, Danny, apri gli occhi! Apri gli occhi, ti prego! Daaannyyyy!!!». Il suo pianto irrefrenabile bagnò le guance del giovane, mentre tutto intorno a loro crollava in un mare di fiamme… poi all’improvviso entrambi sparirono.


 

 


 

Capitolo VI: Furia

 

Il personale del Servizio stava tranquillamente consumando i pasti nella mensa quando vide apparire dal nulla Oaky che stringeva spasmodicamente il cadavere dell’agente Josephson, e dopo mezzo secondo si udì la voce sintetica: «Allarme rosso: contaminazione da radiazioni. Abbandonate la sala e seguite la profilassi prescritta. Allarme rosso: contaminazione da radiazioni…».

Mentre gli umani evacuavano l’ambiente, una serie di spruzzatori sbucati dal soffitto inondarono le due figure con una schiuma composta di borato di sodio e silice; ma di tutto ciò Fata delle Querce non si accorse neppure. La sua mente era occupata da un solo pensiero: Danny, il suo Danny era morto, era morto per colpa sua. Lei si era lasciata accecare dalla gelosia proprio nel momento in cui lui aveva maggior bisogno del suo aiuto, e così non aveva potuto salvarlo.

Due uomini avvolti in tute argentate le si accostarono dicendo: «Lascialo e vieni con noi»; lei gridò «No! Andate via, via!» e istantaneamente un campo di forza si formò intorno a lei respingendo gli intrusi. Mezz’ora dopo Fata dei Pini e Fata degli Ontani si ritrovarono al di là della barriera insieme al capitano Will Sheperd e a numerosi medici e infermieri. «Non riuscite a perforarla?» chiese ansiosamente Pina.

«Né con i trapani a punta diamantata, né con i laser più potenti» replicò sconsolato il caposezione. «Questa barriera è impenetrabile a qualunque oggetto solido, ma lascia passare luce e suono… e da qui potete vedere bene che sta piangendo e singhiozzando senza sosta. A noi non dà ascolto; forse voi due riuscirete a convincerla».

«Oaky, mi senti? Togli questo muro, subito! Mi hai sentito, Oaky?» strillò la fatina battendo i pugni contro la barriera invisibile; sferrò un calcio contro di essa, ma si fece male e indietreggiò zoppicando.

«Ci provo io» intervenne Alna accostandosi al campo. «Oaky» prese a dire con voce bassa e dolce, «comprendo quale immenso dolore tu stia soffrendo adesso... ma ti prego, abbassa questa barriera, e lascia che gli umani provvedano al corpo del povero Danny secondo le loro usanze…».

«Andate via!» urlò Oaky continuando a versare un oceano di lacrime. «Io voglio stare con lui! Voglio morire con lui! Andate via!».

«Oaky, sorella mia» insistette Fata degli Ontani ancora più dolcemente, «ti prego, lascialo… lascialo andare…».

Fu come premere un interruttore: d’improvviso il campo di forza scomparve, e Fata delle Querce si accasciò sul corpo del giovane agente addormentandosi. Quando riprese i sensi si ritrovò su un tavolo operatorio e riconobbe Erich Paltrow, il direttore dell’unità sanitaria del Servizio, in piedi davanti a lei in camice bianco. «Dov’è Danny?» gli domandò allarmata. «Lo avete… fatto a pezzi?».

«No» la tranquillizzò il medico sedendosi accanto a lei. «La causa del decesso era fin troppo evidente, così gli abbiamo risparmiato l’autopsia… Tu piuttosto, come ti senti?».

«Bene… benissimo, date le circostanze» replicò la fatina; effettivamente si sentiva piena di energia come mai le era accaduto. Si guardò l’addome: era intatto. Ricordò la luce che l’aveva avvolta nella piscina del reattore, il buco lasciato dal proiettile che si richiudeva… «Che mi è successo?» chiese all’umano. «Perché non sono morta?».

«Me lo sono chiesto anch’io» rispose il dottore grattandosi il cranio. «Un colpo diretto come quello, con una ferita così vasta, avrebbe dovuto essere mortale per una fata… Per sette ore ti ho sottoposto a ogni genere di esame, senza venirne a capo, finché mi sono ricordato di un articolo che ho letto qualche mese fa, sulla correlazione inversa tra riproduzione e longevità in Caenorhabditis elegans».

«Ceno… che?» ripeté Oaky senza comprendere.

«Un piccolissimo verme, usato negli studi di biologia a causa della sua struttura semplice e del suo DNA breve» spiegò lui. «Molti esperimenti hanno dimostrato che sopprimendo selettivamente le cellule germinali di questo animaletto, il suo stato di salute, la sua resistenza alle sostanze aggressive e la sua vita media aumentano notevolmente. Gli esperimenti sono stati ripetuti sul moscerino della frutta, e hanno dato identici risultati… In pratica, esiste negli organismi viventi un antagonismo tra l’impulso all’autoconservazione e quello a dare origine a una progenie; quante più energie vengono dedicate al primo, tante meno ne restano per il secondo, e viceversa».

«Sta dicendo che…» esclamò incredula la piccola creatura.

«Il proiettile che ti ha trapassato ha distrutto non solo le spore che stavano maturando dentro di te, ma anche la linea cellulare deputata alla loro produzione» continuò il medico ponendole una mano sulla piccola spalla, «e allo stesso tempo le radiazioni ionizzanti emesse dal reattore hanno modificato il tuo DNA, spegnendo i geni che governano la linea germinale e rafforzando le tue capacità rigenerative già innate… Per farla breve, da un lato sei divenuta una fata potentissima e molto probabilmente immortale; dall’altro, molto probabilmente sarai l’ultima della tua specie, perché non potrai mai riprodurti».

«Immortale e sterile... che beffa atroce per una fata» mormorò Oaky amaramente. «La prego, non dica nulla ad Alna e Pina» lo supplicò.

«Tranquilla: l’unico a cui l’ho riferito è il capitano Sheperd, il tuo superiore, e adesso che me lo hai chiesto, con tutti gli altri sarò una tomba» la rassicurò Paltrow.

«Che farete del corpo di Danny?» domandò la fatina.

«Lo seppelliremo, naturalmente» rispose l’uomo. «Il funerale si terrà domani mattina, cioè fra poche ore, visto che ormai è notte fonda… Vuoi restare da sola per un po’?».

«Sì, grazie» disse lei con un filo di voce.

 

***

 

Daniel Elias Josephson fu sepolto nel cimitero ebraico di Golders Green, alla presenza del capitano Sheperd e di numerosi colleghi dell’MI6; Oaky, Pina e Alna assistettero alle esequie sui rami di un albero poco lontano. «Tu non piangi, Oaky?» chiese sorpresa Fata dei Pini asciugandosi gli occhi; Fata degli Ontani la fulminò con lo sguardo. «Ha già versato fiumi di lacrime nelle ultime diciotto ore» spiegò. «Esiste un limite alla capacità di provare dolore da parte di un essere vivente, superato il quale l’organismo si desensibilizza; è una reazione naturale di autoconservazione».

«Io non verserò più lacrime fin quando non avrò vendicato Danny» giurò Fata delle Querce, «anche se dovessi metterci tutta l’eternità».

«Perché intanto non ci racconti quel che è avvenuto, diciamo, nell’ultima settimana? Forse potremmo farci venire un’idea» propose Alna inforcando i suoi immancabili occhialini.

Per più di un’ora la fatina dai capelli verdi raccontò per filo e per segno gli ultimi giorni di vita dell’agente Josephson; Fata degli Ontani la ascoltò con la massima attenzione, interrompendola molte volte per chiederle di esporre più dettagliatamente qualche fatto o circostanza, e quando Oaky ebbe finito restò assorta per qualche minuto, gli occhi socchiusi, in meditazione.

«Dal fatto che gli iraniani abbiano messo fuori gioco te per prima» esordì, «deduco che essi fossero al corrente dei tuoi poteri di fata, e questo restringe molto la rosa dei sospettabili; inoltre, il simbolo della Yellow Duck Rifles Inc. sulle loro armi dimostra inequivocabilmente che essi fossero in collusione con la sede CIA di Bagdad; infine i numeri 17 e 76 pronunciati dal povero Danny prima di morire formano insieme 1776, l'anno di fondazione degli Stati Uniti d’America. Dati questi indizi precisi e concordanti, l’unica conclusione logicamente possibile, mia cara Oaky, è… ehi, Oaky, dove sei?» esclamò aprendo gli occhi e guardandosi attorno.

«Si è teletrasportata non appena hai detto “Bag”» sospirò Fata dei Pini.

 

***

 

Il caposezione Spencer Smith cadde dalla sedia vedendosi comparire davanti, dal nulla, quella piccola creatura che lo fissava con gli occhi della vendetta; tentò di aprire il cassetto della sua scrivania per estrarne una pistola, ma Fata delle Querce fu molto più veloce: piombò su di lui e con il tocco della mano gli fece provare una fitta acutissima. «Aaaahhh! Smettila!» gridò l’umano in preda al dolore.

«Parla, o ti farò molto, molto più male di così» replicò la fatina per nulla impietosita. «Avete fornito all’Iran materiale per la produzione di bombe atomiche, oltre alle armi? Rispondi!», e gli inflisse un’ulteriore sferzata dolorosa.

«Sì! Sì, centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, componenti per missili balistici, e molto altro ancora… ti prego, lasciami!» ansimò Smith.

Oaky attenuò la stretta solo un poco. «Chi ha dato l’ordine di assassinare l’agente Josephson? Sei stato tu?» chiese posando su di lui due occhi neri come l’abisso.

«No! Non sono stato io! È stato il Presidente, il Presidente Obanga in persona! Lui è in combutta con gli ayatollah, fin dalla sua elezione…» si affrettò a rispondere l’umano.

«Tu menti!» replicò Fata delle Querce iniettandogli altre molecole proalgiche. «Quelli di Arak hanno detto di essere stati avvertiti da un certo Iceman; chi è?».

«Iceman è il nome in codice del Presidente quando dirige le operazioni a sostegno dell’Iran» rantolò lui.

In quel momento la porta dell’ufficio si aprì e due agenti in giacca nera e occhiali a specchio comparvero sulla soglia. «Uccidetela!» latrò il caposezione della CIA.

«Muori!» gridò la fatina ponendo una mano sul suo torace e inducendogli un infarto fulminante, poi si volse contro i men in black, i quali nel frattempo avevano estratto le loro armi. Spararono quattro colpi in rapida successione, ma i proiettili si fermarono a mezz’aria per qualche istante, poi caddero sonoramente sul pavimento. «Sparite!» sibilò la piccola creatura, e immediatamente una forza invisibile lacerò i loro corpi riducendoli in polvere.

Altri tre agenti entrarono in quel momento nella stanza. «Ha ucciso Smith!» gridò uno di essi. Oaky si sollevò in aria, mosse le braccia, e un uragano di fuoco investì gli umani incenerendoli insieme a gran parte della mobilia. Poi chiuse gli occhi e si concentrò; percepì la Terra in tutta la sua sfericità, individuò un ben preciso set di coordinate, e un istante dopo attraversò un varco dimensionale, ritrovandosi nell’ufficio del capitano Sheperd.


 

Capitolo VII: “Inimicus inimici mei”

 

«Stai accusando il Presidente degli Stati Uniti, il capo della più grande democrazia del pianeta, di aver consapevolmente aiutato un Paese ostile a dotarsi di armi nucleari? Ti rendi conto dell’enormità di quanto hai appena detto?» chiese il capitano Will Sheperd.

«So che sembra incredibile, ma è tutto vero» rispose Fata delle Querce infervorandosi. «Le armi usate dai pasdaran sono di fabbricazione americana, come quelle usate dalla CIA a Bagdad; e Smith, prima che lo uccidessi, ha confessato la fornitura di componenti speciali per il reattore, e la responsabilità diretta di Obanga in tutta l’operazione… Lei deve credermi, capitano!».

«Qui non è in questione il crederti o meno» sentenziò il capitano lisciandosi i sottili baffi a pennetta. «In primo luogo, hai appena ammesso di aver assassinato il massimo responsabile della CIA in Medio Oriente e cinque suoi agenti…».

«Loro volevano uccidere me, io mi sono difesa!» esclamò la piccola creatura.

«Lo so, ma mettiti nei miei panni» replicò l’umano. «La loro morte ha già suscitato un vespaio nei rapporti transatlantici, tenendo conto anche del fatto che voi fate, ufficialmente, non esistete… Come se non bastasse, il Presidente degli Stati Uniti è il comandante delle forze armate, dell’intelligence, di tutti gli organi pubblici; a chi potremmo presentare una simile accusa? Quale politicante, quale magistrato si sentirebbe di sostenerla?».

«Sta dicendo che non farà nulla?» chiese Oaky indignata.

«Una cosa di sicuro farò: adempiere le ultime volontà dell’agente Daniel Josephson» rispose Sheperd. «Fata delle Querce, da questo momento non fai più parte dell’MI6. Sei congedata, in perpetuo e senza possibilità di riammissione».

«Non è giusto! Non è giusto!» strillò la fatina battendo i pugni sulla pesante scrivania di mogano e mandandola in frantumi. «Vuole che l’assassino di Danny resti impunito? Dovrebbe vergognarsi!».

William Sheperd non perse neppure in quell’occasione la sua proverbiale flemma british. «Non dire sciocchezze. I genitori di Danny sono morti in un incidente d’auto quando aveva dodici anni, e lui per me era come un figlio» fece accigliato. «Adesso che non devi render conto a nessuno delle tue azioni, potrai indagare come e dove vorrai… e fare giustizia come preferisci. E ora, per il tuo bene, esci da questo edificio e non tornarvi più: questo è il primo posto in cui verranno a cercarti, puoi starne certa».

 

***

 

La pioggia cadeva incessante da ore sulla lapide in marmo e sulla nuda pelle di Fata delle Querce. «Ho peccato, Signore» disse rivolta al cielo e alla terra. «Ho peccato di orgoglio, proclamando di credere solo in me stessa e nei miei poteri, e Tu mi hai reso debole e incapace di proteggere la persona che più amavo al mondo… Ho peccato di lussuria, dicendo che cinque secoli di vita mi sembravan pochi e che avrei voluto vivere per sempre per divertirmi e fare ciò che mi piace, e Tu mi hai condannato a non avere una discendenza… Ho peccato di invidia, desiderando un umano il cui amore era destinato ad altri, e Tu mi hai punito riprendendotelo prima del tempo… Riconosco i miei peccati, e accetto le Tue punizioni; ma Ti prego, aiutami a vendicare la morte di Danny! Aiutami a fare giustizia, e a salvare il mondo dall’Apocalisse! Non chiedo nulla per me, ma solo per le mie sorelle fate e per gli umani, per tutti coloro a cui voglio bene: dammi un segno! Solo un segno…» gemette toccando la stele e chinando la testa.

«Oaky… sei proprio tu?». La fatina si riscosse: era la voce di Karen McGillis. Si voltò e la vide. «Perdonami… è solo colpa mia se Danny è…» cominciò a dire con le lacrime agli occhi.

«Perdonarti? Ma di cosa?» esclamò lei chinandosi e prendendole la mano. «Io ho capito subito che eri innamorata di Danny; del resto lui era speciale, non si poteva non volergli bene… Io so che tu hai fatto tutto ciò che era in tuo potere per proteggerlo, e non ho nulla da rimproverarti… vieni qui, fatti abbracciare…».

In quel momento Oaky percepì un flusso di comunicazioni radio attraversare l'etere attorno a loro, e sollevò un campo di forza appena prima che una granata a frammentazione esplodesse spargendo micidiali frammenti. «Resta qui e non ti muovere!» disse alla donna atterrita. Uscì dalla barriera e si diresse a tutta velocità contro il drappello di uomini armati che uscivano da dietro gli alberi e i cespugli. «Credevate che fossi diventata debole per sempre? Credevate che non fossi più capace di proteggere le persone che amo? Beh, se lo avete creduto vi meritate questo!». Scatenò un inferno di fulmini che uccise sul colpo tutti i soldati tranne uno; lo afferrò per il collo e gli chiese: «Vi manda Iceman, vero? Sei in contatto con lui?».

«S-sì, con questo comunicatore audio/video» mormorò l’uomo col fiato corto porgendole un apparecchio dotato di un microfono e di un piccolo monitor. Fata delle Querce lo afferrò, lo accese e vide nello schermo l’immagine ben nota di Richard Obanga. «Tu sei la fata» disse lui con voce gelida.

«E tu sei l’assassino dell’agente Josephson» replicò la piccola creatura continuando a stringere il militare superstite e girando il comunicatore verso i resti carbonizzati dei suoi compagni. «Guarda cosa è rimasto degli uomini che hai inviato per eliminarmi… e guarda cosa farò a questo!» concluse spezzandogli il collo, ma il Presidente non sembrò affatto sconvolto. «Ho visto» si limitò a rispondere.

«Io verrò presto da te» riprese Fata delle Querce in preda a un’ira crescente. «Verrò da te, nella tua candida casetta, e ti ucciderò!». «Ti aspetto» concluse lui con la stessa voce piatta e incolore, e chiuse la comunicazione.

«Maledetto!» gridò Oaky facendo a pezzi lo strumento. Non a caso lo chiamano Iceman, rifletté. È davvero un pezzo di ghiaccio. «Stai bene, Karen?» chiese annullando la barriera.

«Sì… sì, sto bene» fece lei avvicinandosi tremante, poi: «Oh, a proposito: ho una lettera per te… una lettera di Danny» disse porgendole una busta.

«Una lettera… per me? Dove l’hai trovata?» esclamò sorpresa la fatina.

«Danny possedeva un’edizione completa dell’Enciclopedia Britannica» spiegò lei. «La sera prima di partire, mi disse che se gli fosse accaduto qualcosa di brutto, avrei dovuto cercare nel volume 17, a pagina 76, e darti quel che c’era dentro».

«17 e 76… Ecco il segno! Grazie, Signore!» mormorò riconoscente la piccola creatura. Aprì l’involucro, e vi trovò dentro una lettera e un pezzo di carta. La lettera diceva: “Mia cara Oaky, se stai leggendo queste righe vuol dire che sono morto. Va’ alla locanda “L’oca e il girarrosto” alle ore 21, e dà il pezzo di carta al custode: è un frammento di una banconota da un dollaro. Ora tocca a te riparare il mondo. Addio. Danny”. Oaky guardò il frammento di forma circolare: raffigurava una piramide tronca formata da tredici gradini – il primo dei quali recava impresso “MDCCLXXVI” –, sormontata da un triangolo che racchiudeva un occhio risplendente; in alto e in basso, le scritte “Annuit Coeptis” e “Novus Ordo Seclorum”.

«Cosa dice la lettera?» domandò incuriosita Karen. «Meglio che tu non lo sappia» rispose la fatina facendo a brandelli il messaggio; poi chiuse gli occhi e si collegò telepaticamente con la rete telefonica del Servizio. «Fata delle Querce chiama il capitano Sheperd: capitano, risponda, è urgente!» disse col pensiero.

«Mi spiace, Oaky, ma il capitano non c’è» rispose Jacqueline, la segretaria. «Ogni tanto sparisce per uno o due giorni, spegne anche il telefonino, diventa un fantasma… Ad ogni modo mi ha avvertito che quasi sicuramente avresti chiamato, e mi ha raccomandato di esaudire ogni tuo desiderio» la rassicurò.

«Chiedo che Karen McGillis venga messa sotto massima protezione, con effetto immediato e a tempo indeterminato» disse Oaky.

«La protezione per la signorina McGillis è stata decisa da Sheperd prima di far perdere le tracce» spiegò Jacqueline.

«Allora mandate una scorta a prenderla a Golders Green, subito» chiese Fata delle Querce, ed eresse un’altra barriera invisibile a difesa della donna. Dieci minuti dopo si avvicinarono alcuni agenti dell’MI6; solo allora lei annullò il campo di forza e si teletrasportò in un luogo sicuro per aspettare la sera.

 

***

 

La locanda “L’oca e il girarrosto” sorgeva nei pressi del sagrato della cattedrale di San Paolo; accanto all’entrata una targa in bronzo recitava: “In questo luogo, il 24 giugno 1717 venne fondata la prima Gran Loggia massonica d’Inghilterra”. Alle 21 in punto la fatina fece il suo ingresso all’interno, passando per la “porta del gatto”, e trovò il custode intento a fumare la pipa; quando la vide non fece una piega. «Ho qualcosa per lei» disse Oaky porgendogli il pezzo di banconota.

«Seguimi» fece l’umano dopo averlo esaminato attentamente. Aprì una porticina di legno a doppio battente, che si rivelò l’entrata di un ascensore modernissimo, e vi entrò seguito dalla piccola creatura; premette un pulsante, la porta si richiuse e l’ascensore cominciò a muoversi verso il basso.

«Di quanto dobbiamo scendere?» chiese Fata delle Querce.

«Centocinquanta piedi» rispose asciutto il custode lasciando la fatina stupefatta.

Dopo cinquanta secondi la cabina si fermò; i due uscirono, percorsero un breve corridoio illuminato da fari al neon, e si ritrovarono in un vasto salone occupato da un grande tavolo circolare, al quale sedevano dodici umani incappucciati e avvolti in candidi mantelli con impressa una croce rossa, che al loro arrivo si alzarono in piedi inchinandosi a lei. Colui che sembrava il capo del gruppo ­– l’unico a indossare un cappuccio dal colore scarlatto, anziché bianco – si fece avanti alzando la mano destra e la salutò: «Pace a te, Fata delle Querce, e benvenuta nel quartier generale dell’Ordine Rinato del Tempio».

«Vengo per conto di un amico, un caro amico che non è più tra i vivi» prese a dire la fatina, mentre la ferita nel suo cuore si riapriva. Non devo piangere ora, si disse reprimendo le lacrime. Piangerò quando lo avrò vendicato, non prima. «Il suo nome è…».

«…Daniel Elias Josephson, lo sappiamo. Sappiamo tutto» rispose Cappuccio Rosso. «Sei venuta nel posto giusto, fata… ma ora lascia che ti spieghi chi siamo, da dove veniamo e cosa vogliamo, affinché tu possa decidere se fidarti di noi o meno».

«Ti ascolto» rispose Oaky incrociando le braccia, mentre l’umano iniziava a raccontare.

«La nostra storia inizia il mattino del giorno di Pasqua dell'anno del Signore 1118, quando nove cavalieri crociati giurarono nelle mani del patriarca di Gerusalemme di combattere fino alla morte contro gli infedeli per difendere i pellegrini di Terrasanta, e il re della città, entusiasta dell'iniziativa, assegnò loro come sede alcuni locali del palazzo reale in prossimità della Cupola della Roccia, costruita dai musulmani sulle rovine dell'antico Tempio di Salomone. Combatterono con onore, anche se non riuscirono a impedire che i regni cristiani d'Oltremare fossero progressivamente erosi e alfine sconfitti; in compenso si espansero in Europa, ove i loro adepti si contavano a decine di migliaia e i loro castelli crebbero a centinaia, dalla Spagna alla Foresta Nera, dalla Scandinavia fino all’Italia. Alleatisi con i Vichinghi che già da un secolo avevano raggiunto le coste oggi chiamate Terranova e Labrador, e approfittando del clima più caldo dell'attuale, crearono una serie di basi d'approvvigionamento lungo tutta la costa orientale del Nordamerica, e si spinsero a sud fino alla Florida e oltre, fino al Messico; lì strinsero buoni rapporti con gli indigeni, che li credettero dèi, e con il lavoro dei nativi sfruttarono con efficienza le numerose miniere d'argento dello Yucatan. Accumularono così una ricchezza tale, da divenire i banchieri dei re della terra… e questo fu la causa della loro rovina».

«Perché? Cosa accadde loro?» domandò incuriosita la fatina.

«Il re di Francia Filippo IV detto il Bello – bello forse nel corpo, ma immondo e disgustoso nell'anima – per risanare le casse dello Stato da lui dissanguate nella scellerata guerra con gli Inglesi, dopo aver tentato invano di farsi ammettere nell'Ordine al fine di assumerne la guida, infiltrò spie nelle loro file con l'incarico di carpire informazioni utili a coglierli in fallo. Il venerdì 13 ottobre dell'anno 1307, con la complicità degli inquisitori, fece arrestare i loro capi in tutto il regno, li costrinse con la tortura a rendere false confessioni, e li fece processare per eresia, fin quando non furono condannati a morte e bruciati sul rogo» continuò lui.

«Eresia? Credevo che i cristiani fossero molto più tolleranti dei musulmani» fece Oaky inorridita.

«In quel tempo la Cristianità era intollerante quasi come l’Islam» spiegò l’umano. «Quel giorno i nostri antenati compresero che la soggezione del Papato ai sovrani temporali metteva nelle mani di questi un formidabile potere: il potere della fede. L'accusa di eresia, brandita contro di loro come una spada, li aveva d'un colpo privati delle simpatie del popolo; allo stesso modo qualunque oppositore di questo o quell'altro re o feudatario avrebbe potuto esser messo a morte col favore di una folla plaudente, purché si trovassero falsi testimoni disposti ad accusarlo. Compresero dunque che non ci sarebbe mai stata pace per il genere umano fin quando Chiesa e Stato non fossero stati profondamente riformati dall'interno, sottraendo le questioni religiose alla giurisdizione secolare e garantendo a ogni essere umano il diritto di rivolgersi a Dio secondo il dettame di una libera coscienza, senz'altro limite che quello della difesa delle altrui persone e beni. Da allora questa divenne la nostra missione».

«La vostra missione? Non hai detto che i Templari furono sterminati?» chiese Fata delle Querce.

«La persecuzione segnò la fine “ufficiale” dell’Ordine, non la sua estinzione di fatto» chiosò la misteriosa figura. «Lo stesso giorno dell'arresto del Gran Maestro e degli altri capi templari, la loro flotta ancorata a La Rochelle, carica di ricchezze, prese il largo alla volta della Scozia, ove la maggior parte dei cavalieri trovò rifugio, mentre altri si recarono in Spagna e Portogallo. Nel corso dei secoli i loro discendenti spirituali approfittarono dell’espansione coloniale di questi Paesi nel Nuovo Mondo per consolidare gli insediamenti nordamericani, e nel 1776 crearono gli Stati Uniti d’America affinché fossero il difensore della libertà di coscienza in tutto il mondo; come è avvenuto nel secolo scorso, quando contrastarono con successo prima il nazifascismo e poi il comunismo sovietico».

«Così gli Stati Uniti sono una vostra creazione? Allora siete complici di quell’assassino di Obanga!» esclamò Oaky sdegnata, preparandosi a scatenare i suoi poteri.

«No, non lo siamo» replicò flemmatico l’incappucciato. «Oggi una buona parte dei nostri obiettivi iniziali si è realizzata: la Chiesa cattolica e gli Stati democratici hanno accettato i princìpi di libertà e uguaglianza per tutti i loro cittadini, combattendo le discriminazioni fondate sul sesso, sulla razza e sulla religione. Ora ci resta da compiere l'ultimo sforzo: creare uno Stato mondiale che abbatta i regimi tirannici e dittatoriali in Russia, in Cina, in Iran, in Venezuela e in tutti i paesi del Terzo Mondo, e stabilisca l'uguaglianza di tutti gli esseri umani al di là delle barriere costituite dalle diverse appartenenze nazionali… e questo è il motivo per cui Richard Alì Obanga è nostro nemico. Lui è una creatura degli ayatollah: lo hanno allevato fin da giovane a pane e Corano, hanno finanziato i suoi studi, sostenuto la sua ascesa politica, e adesso stanno riscuotendo il premio del loro investimento. Noi non abbiamo forza sufficiente per eliminarlo, ma tu, con il nostro aiuto, puoi farcela».

«”Il nemico del mio nemico è mio amico”, giusto?» considerò la fatina. «E quale aiuto potreste mai darmi?».

«La Casa Bianca è il luogo più protetto del pianeta» replicò il capo dei templari. «Da sola non potresti mai neppure avvicinarti ad essa, soprattutto ora che Obanga è a conoscenza dei tuoi poteri… ma noi conosciamo un passaggio segreto che conduce al suo interno, e te lo riveleremo se prometterai di fare giustizia, per l’agente Josephson e per tutto il genere umano».

Fata delle Querce rimase in silenzio per un minuto, poi alzò la mano destra. «Prometto di fare giustizia, e accetto volentieri il vostro aiuto… capitano Will Sheperd» esclamò. L’uomo si alzò di scatto dalla sedia e si tolse il cappuccio. «Come hai scoperto che ero io?» domandò sbalordito.

«La sua voce è inconfondibile, anche se ha usato un distorsore di frequenze» rispose la fatina trionfante indicando il medaglione che il caposezione portava al collo, «e lei è l’unico umano che mi conosca capace di mantenere la calma di fronte ai miei accessi d’ira… Inoltre Danny non mi avrebbe mai chiesto di rivolgermi a qualcuno di cui non si fidasse “come un padre”».

«Allora, affare fatto?» fece sorridendo Sheperd tendendole la mano.

«Affare fatto» disse Oaky, mentre gli altri crucisegnati prorompevano in un fragoroso applauso.


 

Capitolo VIII: Giustizia di fata

 

«È qui?» domandò Oaky. Si trovavano in una boscaglia nei pressi di Hyattsville, a un’ora e mezza d’auto dalla Casa Bianca.

Il capitano Will Sheperd annuì: «Pierre Charles L’Enfant, l’architetto templare che edificò Washington, lo concepì come via di fuga per l’entourage presidenziale in caso di attacco alla città. Eccolo!» esclamò indicando un vecchio pozzo serrato da due battenti in legno massiccio che si aprirono da soli a un gesto della fatina.

«Qui c’è una scala incassata nella parete, ma tu non ne hai bisogno… come non hai bisogno di una torcia, vero?» fece l’uomo tendendole una pila elettrica che lei rifiutò cortesemente.

«Ciò che voi umani chiamate buio, agli occhi di noi fate risplende di luci e colori ineffabili» spiegò. «Bene, allora vado, l’ammazzo e torno» disse prima di infilarsi dentro. Discese per una quarantina di metri, poi percorse in volo un tunnel orizzontale, risalì un altro condotto e aprì cautamente una botola: era nella West Wing, come previsto. Udì una voce concitata in avvicinamento e si nascose fra i pesanti tendaggi.

«Davvero non ti capisco, Richard» esclamò un umano basso, tarchiato e dai capelli rossicci rivolgendosi a un afroamericano alto e magro. «Hai speso tre, dico tre milioni di dollari per circondare la Casa Bianca di cannoni a ultrasuoni! Ma che ti salta in mente? Tra due mesi scarsi lascerai baracca e burattini a quel Turnbull, e ti metti a fare la guerra ai pipistrelli?».

«Se la volontà di Dio è che io lasci la presidenza, farò la volontà di Dio» rispose il Presidente Obanga con la sua abituale voce fredda e calma. «Per il momento sono ancora io l’inquilino di questa residenza».

«Veramente è il ventiduesimo emendamento che lo stabilisce…» sospirò il Vicepresidente.

In quel momento la First Lady entrò nello Studio Ovale in compagnia di una governante, tenendo per mano due bambine di sei e nove anni. «Scusami, caro, ma vogliono il bacio della buonanotte» disse.

«Va bene, tanto io ho detto quel che dovevo dire… buonanotte, Marianne» replicò Franck Rogers allontanandosi.

Non posso ucciderlo davanti ai suoi familiari, pensò Fata delle Querce. Aspetterò che rimanga da solo, poi… Obanga si chinò e diede un bacio sulla fronte a ciascuna delle sue figlie. «Sei arrabbiato con noi, papà?» domandò la più grande con aria triste.

«Non sono arrabbiato con voi» replicò l’uomo.

«Allora perché non sorridi mai?» riprese lei. «Sì, sì, è vero, non ci fai mai un sorriso» strillò la più piccola.

«Vi ho dato il bacio della buonanotte» concluse lui con voce incolore, «adesso andate a dormire».

«Avete sentito? Avanti, Sita, Malika, filate a letto! Ci pensa lei, Dora?» fece Marianne Obanga rivolta all’istitutrice.

«Sì, milady. Venite, bambine» rispose questa accompagnandole.

«Hanno ragione» disse severamente la donna quando furono soli. «Neanche per me hai mai un sorriso, una carezza, una dimostrazione d’affetto… Per concepire le nostre figlie abbiamo dovuto ricorrere in segreto alla fecondazione artificiale! Mi fai una rabbia… a volte mi domando perché ti ho sposato!».

«Perché ami la mia intelligenza superiore alla media» fece Obanga con una voce che non tradiva alcun compiacimento o ironia. Piatto come un metronomo, sentenziò Oaky acidamente.

«Adesso ho da fare» concluse l’uomo guardando l’orologio a pendolo. «Buonanotte» lo salutò la moglie, mentre lui sedeva alla scrivania e accendeva il PC.

Ora!, si disse la fatina preparandosi a colpire, quando sullo schermo comparve l’immagine di Sayaf Alì Hoseyni Kharamani, Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran. «Allah sia con te, mio caro discepolo» salutò.

«E con te, Mouallem» ricambiò il Presidente. «La situazione in Siria è eccellente: i Fratelli della Mezzaluna stanno seminando il terrore lungo il confine con l’Iraq, espellendo dalla regione tutti gli infedeli e gli apostati. Quando avranno ultimato la pulizia potrete far intervenire in Siria i vostri reparti scelti, in collaborazione con l’esercito iracheno, così otterrete l’accesso al mare, primo passo per la creazione di una Neo-Persia».

«Non potrò mai estinguere il debito di gratitudine nei tuoi confronti» replicò l’ayatollah commosso. «Solo tu potevi avere l’idea di mettere i takfir sunniti al servizio della nostra causa!», aggiunse, mentre Oaky ascoltava sbalordita e metteva finalmente al loro posto tutti i frammenti del puzzle.

«Hai avuto fiducia nelle mie capacità e adesso ne vieni ricompensato» continuò Obanga con la stessa voce atona. «Come procede lo sviluppo del programma nucleare? I miei analisti ritengono che la distruzione di Arak lo abbia rallentato seriamente».

«Già» sbottò l’anziano. «Tutto per colpa di quella maledetta jinn… impura e malefica come tutte le femmine! Hai preso delle precauzioni, qualora venisse a cercarti?».

«Ho fatto disporre cannoni a ultrasuoni su tutto il perimetro della Casa Bianca, e qui con me ho questo modello portatile» lo rassicurò il Presidente tirando fuori dal cassetto una pistola dalla canna sottile come un ago. «Piuttosto, avete ultimato il piano per eliminare il mio successore?».

«Certamente». La Guida Suprema si lisciò la folta barba e si aggiustò gli occhiali sul naso. «Purtroppo i cani americani hanno preferito un miliardario texano alla “nostra” candidata, ma noi abbiamo sempre un piano B… Sono in quattro, e li abbiamo già fatti entrare con documenti falsi; nel giorno del giuramento si apposteranno di fronte al Campidoglio e apriranno il fuoco, così tu potrai restare al potere a tempo indeterminato invocando lo “stato di emergenza”» aggiunse con una risata satanica.

«Introdurrò persone fedeli in ogni ganglio dell’Amministrazione, e riformerò gradualmente il sistema legislativo orientandolo secondo i dettami della sharia» continuò Obanga. «Naturalmente mi libererò di Rogers: è sempre stato all’oscuro di tutto, è troppo stupido per essermi utile, e potrebbe ostacolarmi per la sua fedeltà alla Costituzione… Fra quattro anni, secondo le mie previsioni, raggiungeremo la piena islamizzazione degli Stati Uniti, e contemporaneamente l’Iran sarà pronto a lanciare un attacco nucleare su Tel Aviv, Haifa e le altre città sulla costa, e cancellare per sempre l’entità sionista dalle carte geografiche; a quel punto la potenza di Teheran potrà dispiegarsi su tutto il Medio Oriente, dal Libano al Pakistan».

«Eccellente, eccellente!» esclamò Kharamani. «Adesso scusami, ma devo andare a scegliermi una verginella con cui coricarmi la prossima notte; sai, ne cambio una al giorno, così i miei nemici non hanno modo di addestrarle per attentare alla mia vita… Allah sia con te, mio caro Alì; o come dicono gli infedeli, in bocca al lupo!».

«Non mi sembra una bella cosa, augurare al tuo discepolo prediletto di finire in bocca a un lupo» replicò il Presidente.

«Ma è solo un modo di dire…» si giustificò l’iraniano.

«Sarà anche un modo di dire, ma non è una bella cosa augurare al tuo discepolo…» riprese l’altro meccanicamente, lasciando Fata delle Querce a bocca aperta per lo stupore.

«Va bene, va bene, sei sempre il solito… Buonanotte!» sbuffò il Grande Ayatollah chiudendo la comunicazione. Obanga spense il computer e uscì dalla stanza.

Oaky si avvicinò alla poltrona, la testolina che ribolliva di pensieri come un vulcano in eruzione; ispezionò lo schienale, trovò quel che cercava e lo racchiuse in un piccolo campo di forza affinché non si contaminasse, poi rientrò nella botola e percorse il tunnel a ritroso.

«Ce ne hai messo di tempo! Lo hai ucciso?» domandò speranzoso Sheperd quando la vide riemergere dal pozzo.

«No» rispose la fatina. «Ho promesso di fare giustizia, e giustizia farò… ma alla maniera di noi fate. Potete far analizzare questi al più presto possibile?» disse porgendogli il guscio energetico con all’interno tre capelli.

 

***

 

La sera del 23 dicembre Richard Alì Obanga entrò nello Studio Ovale alla solita ora e vide Oaky in piedi sulla scrivania, ritta nella sua fatesca nudità come un esercito schierato a battaglia. «Sei riuscita a entrare, ma non uscirai viva da qui» le disse sedendo sulla poltrona.

La piccola creatura non appariva per nulla impaurita da quella minaccia. «Sai cos’è la sindrome di Rohrsacher?» domandò serafica.

«Lo so» rispose l’umano con l’abituale voce bassa e calma. «È un disturbo pervasivo dello sviluppo; chi ne è affetto ha una spiccata intelligenza teorica, ridotte abilità relazionali, incapacità a comprendere le sfumature linguistiche e i giochi di parole, scarsa empatia e affettività» snocciolò.

«Tu sei un Rohrsacher» replicò Fata delle Querce fissandolo negli occhi.

«Sì, io sono un individuo Rohrsacher» riprese il Presidente per nulla turbato. «Non capisco dove vuoi arrivare» disse guardando l’orologio.

«Sei ansioso di iniziare il tuo quotidiano colloquio videofonico? Spiacente, ma temo che stasera la Guida Suprema degli Stupravergini dovrà fare a meno di te» rise beffarda la fatina.

«Tu mi hai spiato» esclamò Obanga; allungò la mano verso il cassetto, afferrò la pistola a ultrasuoni, ma quando la puntò, la piccola creatura era sparita; poi sentì il tocco di una mano sulla carotide e rimase paralizzato. «Fermo e zitto» sibilò lei mettendosi a sedere a gambe accavallate sull’orlo della scrivania.

«Dopo aver letto tutti i rapporti elaborati su di te da alcuni miei amici, avevo già avuto il sospetto che la tua freddezza fosse un carattere ereditario» spiegò all’umano incapace di muoversi e chiamare aiuto. «Tuo padre ha sposato una cugina, e molti dei tuoi antenati kenioti sono stati generati da accoppiamenti tra fratellastri… ma quando ti ho udito prendere alla lettera l’espressione “in bocca al lupo” ho avuto la certezza che tu fossi affetto da una qualche anomalia genetica; così ho raccolto alcuni tuoi capelli, ho fatto analizzare il DNA al loro interno, e i miei alleati hanno compiuto esperimenti su cavie da laboratorio. Ci è voluto più di un mese, ma alla fine abbiamo scoperto i geni difettosi che determinano la tua mancanza di empatia, e io ho imparato a produrne le copie corrette nel mio corpo e a iniettarle in modo che facciano effetto con la massima rapidità… Ora sapremo se ho visto giusto!».

Balzò su di lui, lo toccò sul volto e aspettò pazientemente. Richard Alì Obanga, l’uomo soprannominato Iceman, avvertì una forte nausea e un capogiro e si portò le mani alla testa; dopo cinque minuti la sua mente cominciò ad affollarsi di pensieri e ricordi di tutte le persone uccise, ferite, violentate o esiliate a causa dei suoi progetti di dominio… e per la prima volta da quando era uscito dal ventre di sua madre pianse. Pianse senza sosta per più di mezz’ora, singhiozzando come un bambino; poi la fatina gli rivolse la parola. «Adesso sai cosa hai fatto» gli disse con tono duro e triste allo stesso tempo.

«Sì… ora sento dentro di me tutto il dolore che ho causato, e il rimorso di non poter porvi rimedio» mormorò l’umano con voce rotta. «Cosa devo fare? Ti prego, dimmelo tu!» esclamò inginocchiandosi davanti a lei.

«Va bene, ma dovrai seguire per filo e per segno quanto ti dirò» rispose Oaky. «Per prima cosa, convocherai una conferenza stampa per domani sera…».

 

***

 

«…e poiché in questo giorno santissimo il Signore mi ha toccato, e mi ha fatto comprendere l’enormità dei miei peccati, ho deciso di confessare le mie colpe a tutti voi, cittadini e cittadine degli Stati Uniti d’America, e di rassegnare le dimissioni con effetto immediato, consegnandomi alla giustizia. Possa Dio aver pietà della mia anima» concluse Obanga alzandosi dalla poltrona e uscendo dal raggio della telecamera. «Avete due minuti per salutarvi» disse il procuratore generale.

«Sita, Malika, mi raccomando: siate buone, e obbedite alla mamma. Vi voglio bene» disse l’ex-presidente con le lacrime agli occhi; poi si rivolse alla moglie. «Addio, Marianne» sospirò baciandola sulla bocca.

«È la prima volta che mi dai un bacio» fece lei scoppiando in lacrime, mentre il marito veniva portato via da due uomini in uniforme.

Il Vicepresidente prese la parola. «Poiché ho condiviso con Richard Obanga otto anni di amministrazione, mi sento moralmente corresponsabile dei suoi crimini» disse al microfono con aria contrita. «Pertanto, dopo aver acquisito il parere conforme della maggioranza dei membri della Corte Suprema, ho deciso di rinunciare ad assumere la presidenza ad interim, e di anticipare la trasmissione dei pieni poteri al candidato eletto dal popolo americano». Si ritirò lasciando il posto al presidente della Corte e al vincitore dell’Election Day 2016, il quale pose la mano destra sulla Bibbia di George Washington e proclamò con voce stentorea: «Io, Ronald Malcolm Turnbull, giuro solennemente di adempiere con fedeltà all'ufficio di presidente degli Stati Uniti, e di preservare, proteggere e difendere la Costituzione al meglio delle mie capacità. Che Dio mi aiuti»; dopodiché si rivolse ai telespettatori e iniziò il suo discorso d’insediamento: «Dio benedica l’America! Davvero l’Altissimo ha benedetto il nostro Paese con i doni più grandi: libertà, democrazia e tolleranza per tutte le fedi e le opinioni; ma il prezzo di questi doni è l’eterna vigilanza, dentro e fuori dei nostri confini. Poco fa avete appreso del complotto ordito dal regime canaglia dell’Iran per uccidere il 45° Presidente degli Stati Uniti; complotto che grazie a Dio è stato sventato, ma che deve farci aprire gli occhi sul pericolo rappresentato da quel regime per tutto il genere umano... Per questo, il mio primo ordine esecutivo annullerà ogni sostegno economico o di altro genere agli ayatollah, e decreterà la revoca dell’accordo 5+1…».

Seduto in un’automobile parcheggiata nei pressi della Casa Bianca, il capitano Will Sheperd spense la radio. «Ce l’hai fatta, Oaky: hai salvato il mondo» esclamò soddisfatto. «Solo Dio sa se hai scongiurato l’Apocalisse per sempre, o se l’hai solo rinviata di vent’anni o di duecento… ma nessuno di noi è onnipotente a questo mondo; ognuno può e deve fare solo la propria parte, e tu l’hai svolta nel modo migliore. E come se non bastasse, hai aperto una speranza di cura per migliaia di persone affette da disturbi comportamentali… A proposito, è stata un’ottima scelta quella di far confessare Obanga proprio la notte di Natale; aveva proprio ragione Danny quando diceva che te la cavi meglio con le prediche che con le pratiche».

«Già... gloria a Dio e pace agli umani, e alle fate, di buona volontà» mormorò Fata delle Querce. «Ora posso piangere per lui», e cominciò a versare un fiume di lacrime.

Sheperd lasciò che desse sfogo al proprio dolore; poi, quando si fu calmata un poco, le chiese: «Ora dove andrai? Cosa farai?».

Oaky si asciugò il viso. «Cercherò un luogo dove vivere in solitudine» disse aprendo la portiera e spiegando le ali, «un luogo in cui ricordare i giorni felici che ho vissuto con Danny, e in cui possa aspettare che una morte pietosa, se mai verrà, mi liberi dai miei rimorsi. Addio».

«Aspetta!» invocò l’umano. «E se quel giorno non dovesse giungere mai? Se scoprissi di essere divenuta veramente immortale, o comunque ti stancassi di aspettare di morire? Cosa farai, allora?».

«Allora cercherò uno scopo per cui vivere» replicò la fatina, e spiccò il volo dileguandosi nell’oscurità.


Scarica PDF

Indietro