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Stefano Carloni

LE STAGIONI DELLE FATE

La Trilogia delle Fate – Volume I.2

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è puramente casuale

 

Capitolo I: Voce dal sen fuggita

Londra, 29 settembre 2015

«Sei pronta, Oaky?» gracchiò l’altoparlante nella sala dedicata ai test di resistenza meccanica.

«Io sono nata pronta» proclamò Fata delle Querce dal basso dei suoi tre pollici di statura, il corpo fasciato da una tuta argentea.

«Allora cominciamo» annunciò l’operatore. «Prova F-2 contro 1.000 libbre» e premette un pulsante.

Il soffitto si aprì, e una grande massa metallica precipitò sulla piccola creatura dalle ali color marrone; ma questa spiccò un breve salto, la afferrò a mezz’aria senza sforzo apparente e la tenne sospesa con una mano. «2.000 libbre» continuò l’umano, e un peso ancora più grande del primo cadde sulla fatina, ma anch’esso fu fermato agevolmente. «Attenta, Oaky, questo è grosso: 4.000 libbre» la avvertì prima di lanciare l’ultima massa di prova. Oaky afferrò anche questa, poi si posò sul pavimento, mimò la figura di una danzatrice sulle punte, e si mise a far roteare in aria i pesi come i birilli di un giocoliere; infine esclamò: «Che noia! Non possiamo fare qualcos’altro?»

«Per oggi basta così». Il tecnico si volse verso l’alto e snello agente dell’MI6 che aveva assistito alla prova. «Un esserino così piccolo che sostiene masse un milione di volte più grandi del proprio peso… se non lo avessi visto con i miei occhi, non ci crederei!» proruppe trasecolato.

«Dovremo farci tutti l’abitudine» sorrise Danny Josephson, poi si avviò verso l’uscita per accogliere la sua partner. «Allora, Danny, sono stata brava?» domandò speranzosa la fatina non appena lo vide.

«Sei stata bravissima» la elogiò il giovane carezzandole la testolina. «Adesso ho da fare, ci ritroviamo dopo»

«Uffaaa, e io che volevo stare un po’ con te, soli soletti…» sbuffò Oaky fissandolo con i suoi profondi occhi neri. «Ti sei già stancato di me, vero?»

«Come potrei stancarmi di te? Sei la mia partner» la rassicurò lui. «Passa il resto della mattinata con le tue amiche, ti aspetto alle 14 in sala mensa»

«E va bene» sospirò lei avviandosi in volo. Perché non capisce quello che provo? pensò. Gli umani sono veramente stupidi… o forse è lui che non ci arriva proprio? Del resto, secondo gli standards della sua specie, dovrebbe già avere una compagna… Per un istante le balenò nella mente l’immagine del “suo” Danny con una donna umana, anzi con tante donne umane; li sentì pronunciare frasi melense come quelle dei film, “Ti amo”, “Anch’io ti amo”, “Baciami”, “Smack, smack”, poi scacciò quelle fantasie scrollando vigorosamente il capino. «Andate via, brutte streghe!» esclamò stendendo le braccia. «Lui è mio, mio e di nessun altro!»

«Ehi, Oaky, cosa fai, prove di recitazione?» domandò Fata degli Ontani guardandola da lontano, un sorrisetto a incresparle le minuscole labbra.

Era insieme a Fata dei Pini, l’altra sorella e amica con cui, quattro mesi prima, aveva abbandonato la foresta natìa per seguire Fata delle Rose, detta Glitter, nel vasto e sconosciuto mondo degli umani. Insieme avevano appreso molte cose, avevano sventato un terribile attentato terroristico che mirava a uccidere molti capi degli umani e a devastare la dimora del Popolo delle Fate, e come ricompensa avevano ottenuto che la foresta di Dean fosse preservata per sempre dal disboscamento e dall’inquinamento; poi Fata dei Gigli, la loro regina di allora, era morta eroicamente, Glitter aveva preso il suo posto per diritto di anzianità, e lei, Pina e Alna avevano deciso di rimanere a vivere con gli umani, in quel buffo gruppo di persone che chiamavano “servizio segreto”.

Oaky si riscosse e agitò la manina in segno di saluto. «C-ciao, c-che piacere vedervi…» ridacchiò imbarazzata. «Anche voi qui a far sollevamento pesi?»

«No, io ho domato un leone e un elefante lanciati alla carica» trillò Pina.

«Un leone e un elefante?» esclamò la fatina dai corti capelli verdi strabuzzando gli occhi per la sorpresa. «E li hai affrontati… insieme???»

«Insieme o separatamente, che differenza fa? Noi siamo forti… siamo fate!» garrì la piccola creatura mostrando i suoi evanescenti bicipiti.

«Io invece…» mormorò Alna, quando Andrew Carter, il suo partner umano, la apostrofò: «Ehi, tu, sei in ritardo!»

«Non mi chiamo “ehi”, mi chiamo Alna» precisò lei.

«Alna… e che cavolo di nome è?» borbottò l’agente. La fatina sospirò.

«Io sono una fata, sono la Fata degli Ontani, e come tutte le fate sono una femmina» spiegò pazientemente ancora una volta. «Glitter, la nostra Regina, mi ha spiegato che in una delle vostre lingue, il latino, le piante sono di sesso femminile; ebbene, in latino “ontano” si dice alnus, perciò ho scelto di farmi chiamare Alna»

«Che sei una femmina si vede…» replicò Carter scoprendo i canini (a quella smorfia, la fatina provò l’impulso di coprirsi il seno con le mani). «Comunque, devi sottoporti alla prova di deviazione dei proiettili…»

«Cioè, le sparerete contro dei proiettili?» domandò Fata delle Querce.

«No, scema! Spareremo contro un bersaglio di legno, e la tua amichetta dovrà deviare i colpi. Ti aspetto tra cinque minuti al poligono di tiro, Alna!» e si allontanò.

«Che umano inquietante» esclamò Oaky non appena furono sole. «Non puoi chiedere al capitano Sheperd di assegnarti un altro partner?»

«Questo mi è toccato in sorte, e questo mi tengo» tagliò corto filosoficamente la sua amica. «Lui, Knightley e Josephson sono i migliori agenti della sezione. E del resto» sospirò «lo spionaggio non è un lavoro per anime troppo sensibili»

«Questo lo dici tu» ribatté Fata delle Querce. «Danny non farebbe mai cose brutali a un altro essere umano, lo so per certo»

«Lo sappiamo, lo sappiamo» si intromise Fata dei Pini stringendole il collo con un braccio. «Non fai che ripetere “Quanto è bello Danny”, “Quanto è buono Danny” … Tu sei stata la più fortunata di noi, sei come Riccioli d’Oro nella favola dei tre orsetti…»

«E dài, Pina, non prendermi in giro!» esclamò Oaky. Mentre cercava di divincolarsi da quella presa amorevole si avvicinò ad Alna, che così poté leggere l’iscrizione sul suo torace: «”Fata che vale vola, fata che vola vale, fata che non vola è vile”: un pensiero indubbiamente molto profondo… forse troppo per il tuo cervellino di fata» osservò sarcastica. «Hai realizzato tu questo vestito e il ricamo? Tutta da sola?»

«Beh, no… l’ho preso ad una bambola e adattato... però, grazie a Seira, ormai sono diventata brava a cucire» rispose lei arrossendo.

«Beh, adesso devo proprio andare» fece l’altra. «Ci vediamo, prima o poi»

 

 

***

 

Nel frattempo l’agente Josephson aveva raggiunto il capitano Will Sheperd nella sala audiovisivi. «Oggi è un gran giorno per l’operazione Fairy» gli comunicò il suo caposezione. «Finalmente siamo riusciti a restaurare il nastro inciso nel 1943 dai tedeschi, così potremo ascoltare la voce di Glitter che nel sonno parla di sé e della sua amica Fata dei Gigli… ed è tutto merito del nostro esperto, vero Thomas?» concluse dando una pacca sulla spalla all’uomo seduto alla console.

«È stata dura, ma ce l’ho fatta» ammise lui aggiustandosi gli occhiali. «Datemi ancora un minuto, voglio verificare la resa sonora in anteprima, poi lo metterò in viva voce».

Si mise una cuffia sulle orecchie, abbassò una levetta, e d’improvviso emise un grido acutissimo; fece appena in tempo a spegnere l’interruttore con un gesto convulso, poi si accasciò sullo sgabello esanime.

«Thomas! Thomas!» gridarono i due uomini; Danny premette il tasto universale d’allarme, poi si chinò sul tecnico del suono. «Che cosa diavolo è successo?» esclamò afferrando la cuffia. «È stato il nastro a ridurlo così? Cosa mai…»

«No! No, Danny, non farlo!» lo pregò Sheperd col cuore in gola, poi ordinò ai presenti: «Preparate delle cavie animali, e fate ascoltare loro quel maledetto nastro… ma solo a loro! Nessun umano dovrà ascoltarlo fino a nuovo ordine!»

Tre ore dopo il capitano si trovava nel suo ufficio insieme con gli agenti Danny Josephson, Seira Knightley e Andrew Carter, mentre le fatine attendevano in una saletta poco distante; tutti e quattro avevano i visi scuri. «Morte cerebrale» disse. «Poveraccio» sentenziò Carter sputando in terra.

«Come è possibile?» mormorò Danny ancora incredulo. «Voglio dire, tutti noi abbiamo dialogato tranquillamente con loro, le abbiamo sentite parlare, e non ci è mai accaduto nulla… Anche gli animali con cui hanno interagito hanno ascoltato la loro voce senza alcun danno…»

«Siamo sicuri che Thomas Whitmore non abbia avuto un ictus, o un malore di altro genere?» domandò Seira. «E le cavie, hanno riportato danni?»

«Gli stessi danni» confermò il suo superiore, «e Thomas era sanissimo: non beveva, non fumava, non era sovrappeso, non aveva il cancro né problemi cardiaci, e si sottoponeva periodicamente a screening come tutto il personale del Servizio». Incrociò le braccia e continuò: «No, non esistono ipotesi alternative: è stato quel nastro a bruciargli il cervello… e io credo di aver compreso il motivo»

«E qual è, capo?» fece Andrew Carter.

«Noi siamo esseri viventi» spiegò il caposezione, «anche gli animali sono esseri viventi. Sappiamo già che ogni essere vivente ascolta la voce delle fate nel proprio linguaggio… ma come la “intende” un registratore, che è un oggetto inanimato? Un registratore non ha una lingua nativa; perciò possiamo presumere che ciò che è stato inciso su quel nastro sia la voce “originale” di Glitter, la voce di una fata al di là di ogni precomprensione umana o animale»

«Vuole dire… che la voce registrata delle fate è come quella delle mitiche Sirene, che facevano impazzire i marinai con il loro canto?» mormorò l’agente Knightley.

«Per il momento» sospirò Sheperd «atteniamoci a questa conclusione ipotetica ma probabile, e regoliamoci di conseguenza. Fino a quando non avremo prove in contrario, evitate di registrare le voci delle vostre partner quando interrogate i sospettati. Ovviamente quanto ci siamo detti qui dentro deve restare riservato»

«Se quelle hanno un udito finissimo come dicono i dottori» bofonchiò l’agente Carter «a quest’ora ci avranno già sentito»

«Tu mi sottovaluti, Carter» disse il capitano con aria soddisfatta dopo aver dato l’ennesima occhiata alla luce rossa sul suo display. «Gli uffici di vertice del Servizio, come questo, dispongono di un apparato anecoico di ultima generazione. Non si accorgerebbero di nulla neppure se qui dentro esplodesse una bomba atomica»

Mentre gli agenti si congedavano Sheperd fece cenno a Danny di restare, poi accese l’interfono: «Jacqueline, dica a Oaky di entrare» fece rivolto alla sua fidata segretaria. «Acqua in bocca» sussurrò al giovane.

«Agente Oaky presente, signore» esclamò la fatina dalla pelle ambrata salutando militarmente e appollaiandosi sulla spalla del suo partner. «Ha una missione da affidarci? Sarebbe ora, sto cominciando ad annoiarmi…»

«Tu mi leggi nel pensiero, mia cara» rispose il caposezione. «I nostri cugini d’Oltreoceano ci hanno segnalato una cellula di Al Qaeda a Rio de Janeiro… e voi siete le persone giuste per neutralizzarla. Oltretutto, questo sarà un battesimo del fuoco per la nostra controspia al servizio segreto di Sua Maestà» ridacchiò.

«Dell’Umanità, capitano… al servizio segreto dell’Umanità» precisò la fatina.

 

 

Capitolo II: Il dolore di una fata

Londra, 15 dicembre 2015

«Come sta?» chiese il capitano Will Sheperd. Erich Paltrow, il direttore dell’unità sanitaria dell’MI6, si asciugò la fronte con un fazzoletto. «Fratture scomposte degli arti e del bacino, contusioni varie e lussazione delle dita della mano destra… ma fortunatamente non è in pericolo di vita» spiegò; poi aggiunse: «Will, cosa diavolo è successo?»

«Che io sia dannato se lo so» riprese il caposezione.

Si trovavano in un appartamento popolare arredato con dubbio gusto; accovacciata su un letto disfatto, le braccia a cingere le ginocchia, Fata degli Ontani (per gli umani Alna) sembrava ancor più piccola dei suoi tre pollici, mentre gli occhi grigi – solitamente così attenti ed acuti - fissavano il vuoto. Sheperd si rivolse per l’ennesima volta al suo sottoposto: «Avete notizie delle altre due?»

«Affermativo, signore» rispose un giovanotto dall’aria azzimata scattando sull’attenti. «L’agente Josephson e Oaky sono su un volo della British Airways di ritorno dal Brasile, dopo aver sgominato la cellula di Al Qaeda; Pina e l’agente Knightley, invece, sono già al quartier generale»

 

***

 

Due ore e mezzo dopo, Oaky irruppe nella stanza a gran velocità gridando: «Alna! Alna!»

«Siamo qui» la rassicurò Fata dei Pini. Fata delle Querce si posò accanto alle sue due sorelle e amiche; Pina teneva un braccio intorno alle spalle di Alna. La fatina dai corti capelli verdi si rivolse a quest’ultima: «Alna, cos’hai? Perché non parli? Cosa ti è successo?» domandò scuotendola, ma senza ottenere risposta.

«È così da due ore, da quando sono giunta qui» disse sconsolata Pina. «Il caposezione aspettava il tuo arrivo per spiegarci tutto»

Solo in quel momento Oaky si accorse della presenza del capitano. «Cosa le avete fatto?» ruggì la fatina.

«Un passo alla volta» la fermò l’uomo alzando una mano. Poi riprese: «Alle 22.47 di ieri il numero speciale del Servizio ha ricevuto una chiamata: era la vostra amica. “L’agente Carter è gravemente ferito, inviate soccorsi”, ha detto. L’addetta alle comunicazioni ha domandato chi fosse stato a ferirlo, lei ha risposto “Io”, poi ha riattaccato. Noi siamo arrivati qui nel giro di una ventina di minuti, e abbiamo trovato Andrew Carter privo di conoscenza e con evidenti segni di traumi; nel sangue aveva un’alta concentrazione di oppiacei, del tipo di quelli che voi fate somministrate col vostro “tocco magico”»

«E voi pensate che Alna abbia fatto del male al suo partner? Io non ci credo!» esclamò la piccola creatura.

«Se Alna ha fatto davvero una cosa simile» ragionò pragmatica Fata dei Pini «deve aver avuto un buon motivo. Glielo avete chiesto?»

«Certamente» rispose il caposezione «ma da quando l’abbiamo trovata non ha detto una sola parola; se ne sta lì, con l’aria assente, e sembra non accorgersi di quel che le accade intorno… Forse voi potrete scuoterla da questa apatia». Si alzò e si diresse verso la porta. «Questo appartamento è sigillato fino a nuovo ordine» dispose a uno dei suoi uomini. «Nessun umano può entrare o uscire. Quanto a loro» e si voltò a fissarle «se decidono di andarsene non ostacolatele, limitatevi a riferire»

«Signore!» sussurrò l’altro aggiustandosi nervosamente la cravatta. «Dovremmo… lasciarle andare? Ma è la principale indiz…»

«Non riuscireste a fermarle neppure con un carro armato» lo zittì il superiore lisciandosi i baffetti. «Ho già un agente in ospedale, non voglio perderne altri. E parla pure ad alta voce» concluse, «tanto loro hanno un udito finissimo»

 

***

 

«È una situazione grave, molto grave» affermò il Direttore. «Sapete che io ero diffidente all’inizio, Sheperd… se fosse dipeso da me, avrei bonificato la foresta di Dean in men che non si dica. Ho acconsentito al reclutamento di quelle creature soltanto su ordine diretto del Primo Ministro, e voi sapete bene perché»

«Perché il nostro Paese… anzi, il mondo intero ha un debito verso quelle “creature”, signore» puntualizzò il capitano. «Se non fosse stato per il loro aiuto, il G-20 che si è svolto sette mesi fa a Clearwell oggi sarebbe ricordato come il teatro del peggior attacco terroristico della Storia… sempre che ci fosse ancora qualcuno vivo a ricordarlo»

«Lo so, lo so» sbottò l’altro tirando una boccata dal sigaro. Tossì due volte, poi riprese: «Ad ogni modo, sotto la sua supervisione quelle tre… fate ci hanno reso dei buoni servigi fino ad ora… ma cosa accadrebbe se fossero, diciamo così, mentalmente instabili? Se divenissero incontrollabili? Ci ha pensato?»

«Non posso permettermi di non pensarci» replicò Sheperd. «Sono stato io a caldeggiare il loro utilizzo sul campo, dopo l’esperienza fatta con Glitter, o F-1 che dir si voglia… e se diventassero un pericolo per il genere umano la responsabilità sarà mia, e solo mia» proclamò drizzando la schiena.

«Bene, allora mi tenga informato» concluse il Direttore congedandolo.

Il caposezione ritornò nel suo ufficio, premette un tasto sull’interfono e si rivolse alla fidata segretaria. «Jacqueline, gli agenti Josephson e Knightley sono arrivati?». «Sì, capitano» rispose Jacqueline.

«Li faccia entrare» disse, e si rilassò sulla poltrona per un istante.

 

***

 

«Siete poliziotti?» domandò sospettosa la donna giamaicana. «No, agenti del fisco» mentì Will Sheperd.

«Dannazione!» imprecò lei tentando di scappare, ma l’agente Danny Josephson la afferrò per un braccio. «Sei in arresto per esercizio della prostituzione in luoghi pubblici e per evasione fiscale» intimò truce.

«No, vi prego!» cominciò a implorare lei. «Se sarà collaborativa, il mio collega e io potremmo chiudere un occhio» fece sornione l’anziano. «Come si dice: una mano lava l’altra…»

«Cosa volete sapere?» replicò la donna. Il caposezione le mostrò una foto di Andrew Carter. «Lo conosci?»

«Quel bastardo? Certo» esclamò. «Cos’è, uno stupratore seriale?».

«Limitati a rispondere» la avvertì Danny.

«Beh, non mi stupirei se lo fosse» riprese la prostituta sorridendo beffarda. «Ci siamo incontrati quattro, forse cinque volte, poi l’ho mandato al diavolo: era troppo violento, e non si accontentava mai… prima ha voluto i lavori di bocca, e va bene, ma dopo pretendeva atti di sottomissione, figurati! Gli ho detto che io non faccio di queste cose, che faccio tutto ma non mi sottometto a nessuno, e lui si è adirato come una bestia; mi ha preso a schiaffi, allora gli ho detto di andarsene, altrimenti avrei chiamato il mio protettore…» e si morse la lingua. L’agente Josephson le strinse la spalla. «Mi fai male!» gemette lei.

«Ascoltami bene, signorina» ribatté lui. «Quest’uomo è in ospedale, tu e il tuo protettore rischiate un’accusa di tentato omicidio, quindi è meglio che parli, ora!»

«Io non ho protettori!». La donna cercò di divincolarsi, Sheperd fece segno al giovane di lasciarla e lei si ricompose. «Quando i clienti esagerano tiro fuori la storia che ho un protettore, così mi lasciano in pace… Anche questo, appena gliel’ho detto, mi ha tolto le mani di dosso e se n’è andato… non prima però di avermi fracassato una lampada, e senza neanche pagarmi, il bastardo! Sono proprio contenta che qualcuno l’abbia pestato per bene, ma non sono stata io, io non c’entro niente!» protestò.

Il capitano si infilò un paio di guanti di lattice bianchi, estrasse dalla tasca una bustina di plastica trasparente e ne tirò fuori un bastoncino di cotone porgendolo alla donna. «Lo metta in bocca da un’estremità e lo strofini per bene». «È per il DNA, vero?» chiese lei mentre lo restituiva. «Non troverete niente, ve l’ho detto, non sono stata io… e poi ci incontravamo sempre da me, lui non so neanche dove abita…»

«Può andare» disse il capitano, «ma se cerca di lasciare la città, la arresteremo». «E dove vuoi che vada?» ribatté.

I due agenti dell’MI6 si allontanarono nella notte di Soho, raggiunsero l’automobile parcheggiata a un centinaio di metri di distanza, e una volta dentro poterono parlare liberamente. «Con questa fanno otto» sospirò Danny passandosi una mano tra i folti capelli neri. «Che ne pensa, capo?»

«Che molto probabilmente l’agente Carter aveva problemi a relazionarsi con l’altro sesso» rispose il capitano Sheperd con flemma british. «Dunque, ricapitoliamo: tre cinesi, due marocchine, due somale e una caraibica, per il momento… Cercava donne dall’aria esotica, le trattava piuttosto rudemente, e pretendeva da loro prestazioni “particolari” … Vedremo cosa ci diranno i nostri profilers, ma un’idea sto cominciando già a farmela. E tu?»

«Anch’io… e non è per niente bella» rispose il giovane.

 

***

 

«Ancora niente, signore» relazionò il dottor Paltrow. «Se le punto un fascio di luce sulle pupille batte le palpebre, quindi è desta e cosciente… ma se la pungo con un ago non reagisce, e per il resto non parla e non si muove»

Il capitano Sheperd lo informò sui risultati delle indagini. «Che ne pensi, Erich?» domandò alla fine.

Il dottore si grattò il cranio. «Quando lavoravo come medico legale presso Scotland Yard» raccontò «mi capitò un caso terribile: un uomo privo di conoscenza rinvenuto in un appartamento, e una ragazzina che avrà avuto quindici anni, poverina… Era scappata di casa dopo un litigio con i genitori, lo aveva incontrato in un bar, e lui si era offerto di ospitarla; poi le aveva messo le mani addosso, e lei gli aveva spaccato una bottiglia in testa… Quando l’hanno trovata era rannicchiata in un angolo, con i vestiti strappati, non parlava, e quando gli agenti hanno tentato di rialzarla si è messa a gridare come una furia… Ma Alna non è umana, è una…»

«Fata o umana, è pur sempre una donna» lo interruppe Sheperd. Entrò nella stanza e si accomodò su una sedia proprio di fronte alle tre fatine. «Alna, so che mi senti» prese a dire con voce piana. «Alna, in queste ore abbiamo spulciato il dossier di Andrew Carter: cinque anni fa era stato denunciato per maltrattamenti dalla fidanzata, che in seguito ritrattò. Poi abbiamo ricostruito i suoi spostamenti a partire dalle rilevazioni del GPS montato sulla sua auto, e abbiamo scoperto che ha chiesto prestazioni sessuali a pagamento a molte donne, trattandole con violenza… Per questo adesso credo di aver capito come siano andate le cose; ma per chiudere questo caso abbiamo bisogno di ascoltare la testimonianza della vittima. Perciò, per favore, parla»

«Vittima? Vittima di che?» esclamò Pina cadendo dalle nuvole, ma Oaky le fece segno di tacere; Fata degli Ontani aveva iniziato a mormorare: «Mi ha detto… mi ha detto…»

«Cosa? Cosa ti ha detto?» sussurrò Fata delle Querce.

 

 

«Mi ha detto: “Ehi, tu, fammi un favore”» fece lei con voce spettrale «e si è abbassato pantaloni e mutande… Poi ha detto “Succhiamelo” …»

«Succhiare… cosa?» domandò Fata dei Pini. «L’organo riproduttivo» chiosò Alna con precisione scientifica, mentre Oaky si copriva la bocca per l’orrore. «Io non capivo… Gli ho chiesto: “Non conosco questa tecnica medica… ti fa male? Perché devo succhiartelo?”, e lui ha riso e ha risposto: “Per farmi godere” … allora ho capito…»

La fatina era scossa da tremiti, ma andò avanti. «Io gli ho detto che non avrei mai fatto que… quella porcheria, che se gli piaceva tanto doveva chiederlo a una femmina umana, ma lui mi ha afferrato e ha urlato: “Tu sei la mia partner, obbediscimi!” … Allora non ho capito più niente, gli ho aperto la mano a forza per liberarmi, l’ho sollevato e l’ho sbattuto contro la parete… poi l’ho sentito lamentarsi per il dolore, e allora gli ho somministrato degli antidolorifici e ho chiamato i soccorsi… Io non volevo fargli del male… volevo solo che la smettesse…» e finalmente riuscì a dar sfogo al proprio dolore con pianti e singhiozzi, mentre le sue sorelle la abbracciavano e piangevano con lei.

 

 

Capitolo III: Il cavaliere, la Morte e la fatina

Parigi, 1° marzo 2016

Quando la bella straniera fece il suo ingresso in quel locale di Pigalle, avvolta in un abito di pelle decisamente fetish, tutti gli avventori di sesso maschile non poterono fare a meno di voltarsi a guardarla, e molti si presero volentieri un ceffone dalle loro accompagnatrici per questo. Non potevano immaginare che Seira Knightley, in quel momento come sempre, non aveva occhi che per le ragazze. «Bonsoir, madame. Que puis-je vous servir ?» esordì il barman.

«Un mojito, grazie» rispose lei sistemandosi su un alto sgabello. «Offro io» intervenne una giovane bruna dalla pelle olivastra «se alla signorina non dispiace, naturalmente. Posso?» aggiunse indicando il posto accanto al suo.

«Certo» fece Seira. La serata si prospetta piacevole, pensò. «Io sono Jeanne» si presentò l’altra tendendole la mano «e tu?»

«Kimberley» fece l’agente dell’MI6: era il suo nome di copertura durante le licenze. «Sei di qui?» chiese.

«Sì, sono figlia di padre marocchino e madre francese» disse lei. «E tu da dove vieni? Dall’accento direi che sei inglese…»

 

Seira si sentiva sempre più a suo agio, un po’ per il cocktail e molto per l’atteggiamento spigliato della ragazza.  «Sì, sono di Londra».

«La swinging London! Che bello! Ho sempre desiderato farci un viaggio!» rise l’altra scoprendo i denti bianchissimi e perfetti. «Immagino che là conoscerai molta gente interessante…» osservò maliziosa.

«Oh, ma anche qui a Parigi si trovano persone interessanti» rispose Seira. Non mi sono sbagliata, si disse rilassandosi. la serata sarà molto piacevole.

 

***

 

Fata dei Pini fu svegliata da un rumore sommesso proveniente dalla camera da letto; si avvicinò cautamente e vide una figura frugare a lungo nei bagagli, poi estrarre da una borsetta una piccola siringa; si avvicinò a Seira che ronfava beatamente e allungò il braccio destro, ma all’ultimo momento si sentì toccare sulla nuca e rimase paralizzata e muta. «Ferma dove sei» intimò la fatina.

Pina si chinò sulla sua partner, stese entrambe le mani su di lei, chiuse gli occhi e inspirò profondamente per una decina di secondi, dopodiché la donna si svegliò mormorando «Ooh, che mal di testa… che ore sono?»; poi vide la ragazza trasformata in una statua di sale. «Jeanne! Che le hai fatto?» la apostrofò.

«Stava per pungerti con questa» rispose la piccola creatura indicando la siringa ancora stretta nelle sue mani, «e nel tuo corpo ho “sentito” una forte dose di sonnifero... dovresti stare più attenta a chi ti porti a letto» osservò.

Seira si sentiva decisamente più lucida; tolse la siringa dalla mano della mancata assassina e ordinò: «Falla parlare». Fata dei Pini la toccò su una guancia. «Poiché hai tentato di uccidere la mia partner» le disse «adesso risponderai a tutte le nostre domande; e se non dirai la verità, sentirai dolori acutissimi in tutto il corpo»

“Jeanne” si scosse, sferrò un calcio contro Seira, ma questa lo parò facilmente e la colpì con un pugno allo stomaco lasciandola boccheggiante. «Chi sei, bastarda?» domandò.

«Sono Jeanne, non ricordi?» la schernì quella, poi si portò le mani alla testa gridando per il dolore. «Non mi chiamo Jeanne…» ansimò rannicchiandosi su sé stessa «mi chiamo Rebiat Ahmedovich, sono cecena, e sono una esecutrice dell’Fsb…»

«L’Fsb? Il servizio segreto russo?» chiese l’agente sorpresa.

«No… Aaah! Che male! Sì, sì, sono una spia russa, va bene!» protestò lei. «E affinché tu lo sappia, non sono lesbica!»

«Perché hai tentato di ucciderla?» la incalzò Pina.

Ormai Rebiat non aveva più la forza di mentire. «Me lo ha ordinato il mio caposezione… Lui pensa che tu sia venuta a salvare Betsabea…»

«E chi è Betsabea? Avanti, non farti pregare ogni volta!» esclamò Seira scuotendola con forza.

«È un agente del Mossad, l’abbiamo catturata tre giorni fa mentre cercava di entrare in una delle nostre “case” … Abbiamo un contatto nell’MI6 che ci ha informato del tuo arrivo…»

«Il contatto vi ha detto pure che ho una partner alta tre pollici?» insisté l’agente Knightley.

«No, non ce lo aveva detto… adesso smettetela, vi prego, non ce la faccio più» replicò la spia. «Ho bisogno di dormire un po’…»

«Dormirai quando avremo finito» proclamò Seira risolutamente. «Prima ci dirai tutto sulla vostra cellula: da quanti membri è composta, quali sono i vostri covi, quante e quali armi avete…»

 

***

 

«Bentornata, tovarich» esclamò il gorilla russo salutandola. «Il capo ti aspetta». Rebiat entrò nel villino appena fuori la metropoli, attraversò un corridoio e si trovò nello studiolo che ben conosceva. «Ho sistemato l’inglesina» disse «cosa ne facciamo dell’ebrea?»

«Non sarai tu a dover occupartene» rispose il caposezione, poi notò che la sua agente aveva le pupille dilatate. «Ti hanno scoperto?» le chiese.

«No» replicò la donna mentre uno zigomo le tremava impercettibilmente. L’uomo estrasse una pistola dotata di silenziatore e le sparò un colpo in mezzo alla fronte; poi si chinò sul cadavere, lo ispezionò con metodo e velocità, e strappò dalla sua camicetta un falso bottone. «Sorvegliate il cancello» disse ai due sottoposti accorsi nel frattempo, ma un istante dopo entrambi caddero al suolo addormentati.

«Sorpresa!» trillò una piccola creatura dalle ali di farfalla. L’umano alzò l’arma e fece fuoco tre volte, ma i proiettili furono deviati da una forza misteriosa; poi la fatina si avventò su di lui e lo toccò sulla giugulare. «Dov’è Betsabea, e chi è il vostro contatto nell’MI6? Dimmelo subito!» comandò perentoria.

Due giorni dopo Seira Knightley, Fata dei Pini e l’agente Ariela Salomon (nome in codice Betsabea) festeggiavano nell’appartamentino di quest’ultima a Montmartre. «Un brindisi alla cordiale intesa fra i nostri due Paesi!» esclamò l’inglese. «Come ti senti?»

«Molto meglio, grazie» rispose l’israeliana massaggiandosi i polsi. «Siamo addestrati a resistere all’elettroshock…»

«Peccato per questo brutto taglio» riprese Seira. Allungò una mano verso il viso dell’altra e lo accarezzò a lungo, poi si ritrasse. «Scusami…»

«Non preoccuparti» disse l’altra «è solo che a me piacciono gli uomini… anzi, per la precisione, un uomo: sto per sposarmi… Ad ogni modo, non finirò mai di ringraziare te e la tua piccola grande amica per avermi salvato»

«Stai per sposarti? Davvero?» fecero all’unisono Seira e Pina.

«Già» rispose Ariela con aria deliziata. «Verreste alla nostra festa? Ne sarei molto felice»

 


Capitolo IV: Vola, Alna, vola!

Londra, 25 maggio 2016

«Guarda, guarda chi c’è» sussurrò un funzionario dell’MI6 al suo collega appisolato sulla sedia. «Chi c’è, il capo?» fece questi drizzandosi allarmato.

«Ma no, è Alna!» replicò il primo facendogli cadere il berretto dalla testa con uno scappellotto. «Chi, Alna la Rasoiatrice?» domandò una donna.

«Sssh, non farti sentire!» la zittì quello che la sapeva lunga. «Ma chi, la fata che ha quasi ucciso il suo partner?» chiese un’altra affacciandosi sull’uscio e ritraendosi impaurita subito dopo.

«È proprio lei» intervenne una ragazza, «ha una gran faccia tosta a farsi vedere ancora in giro…» «Avrei voluto vedere te al suo posto» bisbigliò un giovane facendole l’occhiolino. «E continua a mostrare tutto» sbuffò acida una quarta impiegata.

Alna (nome umano di Fata degli Ontani) attraversò il lungo corridoio guardando fisso davanti a sé, senza voltarsi né a destra né a sinistra, e senza dare a intendere che avesse ascoltato tutto con il suo udito finissimo. Dopo quanto era avvenuto con l’agente Andrew Carter, il capitano Sheperd aveva saggiamente deciso di non affiancarle altri partner per un po’ tempo, così la fatina era stata incaricata di svolgere compiti d’ufficio: tradurre intercettazioni in altre lingue, trascrivere verbali, svolgere ricerche in archivio… Tutto sommato, rifletté, le era andata bene: in cambio della rinuncia a provare costantemente il brivido del pericolo sulla propria schiena (un brivido al quale non aveva mai anelato) aveva guadagnato molto tempo libero che usava per leggere libri, tutti i libri che riusciva a trovare; mai, nella sua lunga vita di fata, aveva immaginato che potessero esistere cose tanto utili! «Ecco le ultime trascrizioni, signore» disse entrando nell’ufficio del caposezione e deponendo su una scrivania l’ingente mole di documenti che aveva portato con sé.

«Ti ringrazio, Alna... ma hai dovuto portarli tutti da sola? Non ti ha aiutato nessuno?» domandò Sheperd, poi si diede una manata sulla fronte. «Che stupido che sono, dimenticavo che voi fate avete una forza sovrumana!» esclamò.

«Già» ammise la fatina. «Se non ha ancora bisogno di me, io torno nella biblioteca»

«Aspetta un momento» chiese il capitano. Si schiarì la voce e continuò: «Alna, so che hai passato momenti molto difficili, per usare un eufemismo… e la colpa è prima di tutto mia, perché non ho vigilato a sufficienza…»

«Che abbia usato un eufemismo è vero» rispose Fata degli Ontani «ma non che sia stata colpa sua»

«Ad ogni modo, non è cosa buona che tu stia tutto il tempo rinchiusa tra quegli scaffali polverosi: sei ancora giovane, anche per gli standards fateschi… dovresti uscire qualche volta, girare per la città, andare a Kensington o dove vuoi… purché non ti faccia scoprire e torni presto la mattina dopo. Se poi volessi tornare in azione, potrei affiancarti una donna…» insistette l’umano.

«Per adesso sto bene così, ma la ringrazio per il suo interessamento» tagliò corto lei uscendo.

«Alna, carissima!» la apostrofò Belinda, una delle assistenti più giovani. «Capiti proprio a fagiolo!»

«Posso fare qualcosa per te?» domandò cortesemente la fatina.

«No, mia cara: sono io che farò qualcosa per te!» esclamò l’umana scuotendo i suoi voluminosi capelli ricci e piantandosi davanti a lei con le mani sui fianchi. «Io, Belinda la Fattucchiera, ti predirò il futuro!»

«Grazie, ma io non credo alla divinazione» rispose Alna. «Per quanto ne so, le costellazioni sono soltanto una configurazione apparente, ed è molto improbabile che astri così distanti dalla Terra possano…»

«Mi hai forse preso per un’astrologa da strapazzo?» la interruppe la donna. «Io pratico la nobile arte, che dico?, la scienza esatta dell’Iridologia!»

«I-iridologia?» mormorò la fatina imbarazzata. «Esiste una scienza che studia la parte colorata dell’occhio intorno alla pupilla?»

«Proprio quella» confermò Belinda. «Devi sapere» le sussurrò in un orecchio «che il destino di ognuno di noi è già scritto fin dalla nascita, e chi sa, come me, può leggerlo tutto osservando le iridi» ed estrasse dal taschino una grossa lente da ingrandimento. «Dài, che ti costa provare?»

Fata degli Ontani ci pensò su un poco, poi: «Beh, hai ragione, non mi costa niente»

«Così ti voglio, ragazza!» esclamò lei. Puntò la lente sull’occhio destro di Alna, poi sul sinistro, meditò per qualche minuto biascicando formule incomprensibili, poi disse con aria ispirata: «Nelle prossime 24 ore farai un incontro fatidico, avrai problemi con l’acqua, con il fuoco e con gli uccelli…»

«Acqua? Fuoco? Ci sarà un incendio?» sussultò la piccola creatura.

«Non ho finito» proseguì l’umana. «Avrai problemi col fuoco, con gli uccelli e con l’acqua, ma alla fine sarai tre volte fortunata e riceverai tanti bei regali. Sei contenta?» concluse con un largo sorriso.

«Molto… grazie mille per la tua previsione!» esclamò Alna prima di accomiatarsi. Che persona gentile, pensò. Con un simile auspicio, la giornata promette bene. Forse l’idea di fare una passeggiata non era poi così brutta…

 

***

 

La fatina trovò il capitano Sheperd ancora intento al lavoro. «Buonanotte, capo. Ci vediamo domani, puntuali alle 8» lo salutò.

«Così hai deciso di uscire? Fai bene» si rallegrò il caposezione. «Ma ricorda: non farti vedere…»

«…da nessuno» completò lei. Si avviò verso l’uscita, e da lontano vide e udì Belinda parlare e ridacchiare con una collega. «Allora, c’è cascata?» domandò questa.

«Come una pera cotta» confermò l’altra. «Avresti dovuto vederla… pendeva letteralmente dalle mie labbra! E come era giuliva, quando se ne è andata! Alla fin fine» sentenziò «anche una fata secchiona, se la tocchi nei punti sensibili, non è diversa da una qualsiasi teenager ignorante e bisognosa di affetto»

Fata degli Ontani lottò con tutte le sue forze per ricacciare indietro le lacrime, invano. In fondo, si disse, avevano ragione: lei non partecipava alle indagini, non faceva parlare i sospettati con le droghe che le fate sanno secernere dal loro corpo; quale contributo dava al genere umano? Almeno le sue sorelle, nella foresta natìa, conducevano una vita spensierata e ignara, mentre lei… lei era la fata più inutile dell’universo! Si asciugò gli occhi, guardò indietro verso il portone dell’edificio e vide che era già chiuso. Ormai sono fuori, pensò, tanto vale che faccia una bella passeggiata notturna, e domani riprenderò il mio solito tran-tran.

Così spiccò il volo e si immerse nel caos di luci della Grande Londra; fece una giravolta intorno al Big Ben, ammirò le vetrate di San Paolo e le architetture di Buckingham Palace, si lasciò cullare dal vento sul tetto di una cabina del London Eye, e poco prima dell’alba si ritrovò a volare sopra i vicoli di Peckham. Che brutta zona, si disse turandosi il nasino, e che puzza… Sarà meglio che mi sbrighi a tornare al quartier generale…

All’improvviso uno dei tanti rumori di fondo che il suo udito finissimo avvertiva superò la soglia della consapevolezza: un umano stava parlando in arabo con un telefonino. «È tutto a posto, te l’ho detto: partirà alle 8.41 in punto, ma non arriverà mai a destinazione. Appena tocca i 300… bum!» sghignazzò chiudendo la comunicazione e incamminandosi.

Alna si sentì raggelare: quell’umano aveva organizzato un attentato! Doveva fermarlo, a tutti i costi! Ma come? L’unico modo, rifletté, era seguirlo, scoprire dove andava, cosa faceva; poi, una volta che fosse rimasto solo, farlo parlare con il “tocco magico” … Ma se intanto la bomba fosse esplosa? Nel frattempo il terrorista si era allontanato di un centinaio di metri; la fatina ruppe gli indugi e decise di pedinarlo.

L’umano attraversò molte viuzze strette e malfamate, si fermò varie volte a parlare del più e del meno con dei passanti, e a fumare con loro sigarette d’hashish; a un tratto, mentre volava più bassa del solito, Fata degli Ontani fu investita da una secchiata d’acqua gelida lanciata fuori della finestra da una donna sudanese e perse la traccia, ma subito dopo lo ritrovò. Studiò la sua fisionomia: età sui venticinque anni, alto circa un metro e sessantasei, capelli neri, carnagione leggermente scura, era indubbiamente un mediorientale come lasciava comprendere il suo linguaggio. Ah, se avessi con me un computer!, sospirò. Verso le 8.15 entrò nell’androne di uno stabile e un uomo anziano e calvo gli si fece incontro. «Hassan, alla buon’ora! Hai girato tutta la notte, non è vero?» lo apostrofò.

«Che te ne frega, vecchio? Non sei mio padre, sei solo l’amministratore di questa catapecchia» rispose Hassan.

«Appunto, sono l’amministratore, e per questo ti ho aspettato tutta la notte! Devi pagare ancora tre mesi di affitto, te lo sei scordato?» fece il vecchio piantandoglisi davanti per impedirgli di passare. «Se stavolta non paghi, è la volta buona che chiamo la polizia e ti faccio sbattere fuori» gli disse a brutto muso.

«Non rompere, domani mi daranno un sacco di soldi e ti pagherò» cercò di tranquillizzarlo il giovane, ma l’altro insistette: «Un sacco di soldi? Ma se ti hanno licenziato pure dal cantiere! Dove pensi di trovarlo un sacco di soldi, Rockefeller?»

«Ti ho detto di non rompere!» sbottò quello dando uno spintone all’anziano e facendolo ruzzolare al suolo. Alna lo seguì su per le scale, fino a un bilocale laido come il suo inquilino, dove questi si tolse la camicia e si buttò sul letto addormentandosi poco dopo.

La fatina si mise a perlustrare gli ambienti; nella cucina trovò un laptop collegato alla presa elettrica. Bingo, esultò la piccola creatura: forse lì dentro erano contenuti i piani dell’attentato! Doveva cercare un veicolo, probabilmente di linea e con molti passeggeri, che sarebbe partito alle 8.41 e avrebbe raggiunto 300… 300 cosa? Metri, miglia, chilometri? Se si trattasse di 300 miglia o di 300 chilometri, pensò, dovrebbe essere una nave da crociera; ma se invece fossero 300 metri, di cosa si tratterà mai?

Accese il computer portatile e si accorse che era protetto da una password d’accesso. Provò a inserire parole che riteneva adatte, come “Allah”, “Mohamed”, “jihad”, ma senza successo; allora si mise a battere furiosamente sui tasti inserendo stringhe di caratteri a caso, ma non ottenne nulla e si prese la testolina fra le mani: con circa 100 diversi caratteri a disposizione tra maiuscole, minuscole, numeri e segni d’interpunzione, le combinazioni possibili erano…

All’improvviso udì un rumore: l’umano si era svegliato! Si nascose dietro il frigorifero appena in tempo: Hassan entrò, si guardò intorno, vide il pc acceso e sbuffò: «L’avevo lasciato acceso, con quello che mi costa di bolletta!», poi digitò #London2016, diede un’occhiata ai files, sorrise tra sé e tornò a dormire.

La fatina congiunse le mani ed elevò una preghiera di ringraziamento al Dio che aiuta gli audaci; attese di sentirlo ronfare nuovamente, poi digitò la password e in primo piano trovò una cartella contenente gli orari di partenza e arrivo dalle varie stazioni ferroviarie di Londra. «Ma certo!» esclamò dandosi una gran manata sul viso. «Si tratta di un treno! E 300 non è l’altezza o la distanza, bensì la velocità: 300 chilometri all’o…»

Un pugno fortissimo la colpì scagliandola sul pavimento; Hassan le puntò contro un tubo di gomma collegato a una bombola di gas. «Chi ti ha dato quel lanciafiamme?» domandò Alna ancora indolenzita.

«L’ho preso come buonuscita da uno dei miei ex-datori di lavoro» ghignò lui. «Cosa sei, un mini-robot? Beh, tra poco sarai solo cenere». È finita, pensò Fata degli Ontani, non sono riuscita a salvarli…

 Stava per accendere la fiamma, quando dei colpi alla porta lo indussero a voltarsi: «Polizia, aprite!» La piccola creatura non perse l’occasione; con un salto raggiunse l’umano, lo toccò sul petto e ordinò: «Dimmi la verità! Su quale treno hai messo la bomba?»

«Sull’Eurostar» mormorò il terrorista imbambolato «si trova nella motrice, è collegata al tachimetro…»

«Costituisciti ai poliziotti e confessa tutto» disse la fatina, poi aprì la finestra e spiccò il volo. In quel momento il Big Ben batté otto colpi forti seguiti da tre più deboli: erano le 8.45. Il treno è già partito, pensò. Devo raggiungerlo.

Si diresse in volo a sud-est, verso Dover; lungo il tragitto incontrò uno stormo di uccelli e ne investì molti che le graffiarono il volto con le loro zampe, ma continuò a volare in linea retta: non poteva perdere neppure un secondo. Dopo mezz’ora lo avvistò: stava procedendo ad almeno 250 chilometri all’ora, e accelerava. Scese in picchiata, lo affiancò mentre frotte di bambini gridavano eccitati “Guarda, mamma, una fata!” e cercavano di attirare l’attenzione dei genitori; raggiunse la motrice, aprì il pesante portellone e si infilò dentro insieme a una folata di vento.

«Cosa diavolo…» imprecò uno dei macchinisti quando la vide; «Mi venga un corno!» fece eco l’altro. La fatina li bloccò con un gesto. «Su questo treno c’è una bomba, fermatelo subito!» annunciò.

«Prendiamola» disse uno degli umani; entrambi si avventarono su di lei, ma Alna li mandò al tappeto senza sforzo. Si avvicinò alla plancia, scrutò i vari comandi, individuò la leva di avvio/arresto e la tirò a sé; il treno cominciò a frenare, mandando gambe all’aria molti passeggeri e suscitando grida di panico e pianti infantili, poi si fermò. Fata degli Ontani colpì il metallo con la mano destra e lo tagliò per tutta la lunghezza come fosse burro, lo sollevò e disse trionfante: «Guardate!».

Avvolto da nastro adesivo e collegato al misuratore di velocità da una serie di fili elettrici, c’era un pacco di Semtex. «Buon Dio» esclamò il più anziano dei due.

 

***

 

«Sei sicura di voler tornare al lavoro oggi, Alna?» domandò ansiosamente Danny Josephson mentre parcheggiava l’auto di fronte al quartier generale del Servizio. «Nessuno ti rimprovererà nulla, se te la prendi comoda…»

«Ho già dormito per un giorno e una notte» lo rassicurò la fatina. «Ti ringrazio per avermi ospitato nella tua abitazione… ma credo che vi se stessi ancora fra i piedi, la placida Oaky mi strozzerebbe»

Quando aprì il portone d’ingresso udì uno scoppio di mortaretti, uno striscione fu srotolato da un lato all’altro della hall, e tutto il personale del Servizio proruppe in un fragoroso applauso. Fata degli Ontani si guardò attorno stralunata, e sullo striscione lesse la scritta “Alna the Heroine”.

«Per Alna hip hip, urrà!» esclamarono in coro gli umani. «Urrà! Urrà! Urraaa!» esplosero tutti all’unisono; poi Belinda e le colleghe spinsero avanti con un carrello una gigantesca torta cantando «Perché è una brava ragazza, perché è una brava ragazza, perché è una brava ragazzaaa… e nessuno lo può negar!»

«Complimenti Alna, a nome mio, dei miei uomini e di tutto il Paese» disse il capitano Sheperd con aria severa, «però, la prossima volta, avvertici prima di imbarcarti da sola in un’impresa temeraria», ma lo disse con un sorriso.

«Allora siete riusciti a preparare tutto in tempo» sospirò Oaky rasserenata. «Non sapevamo più cosa inventarci per trattenerla…»

«Questo è per te, da parte mia» disse il caposezione porgendole una copia de L’arte della guerra di Sun Tzu.

«Anche questo è per te, da parte di noi maschietti» fece a sua volta uno degli agenti; Alna aprì il cofanetto e ne estrasse un orologio in titanio e acciaio superaccessoriato. «Sappiamo quanto ami la tecnologia, perciò…»

«E questo è da parte di noi streghette» concluse Belinda offrendole una preziosa, scintillante collana Swarowski in oro e zaffiri. «Sono stata terribile con te» disse contrita «non ti biasimo se mi detesti…»

La piccola creatura aveva recuperato il suo abituale self-control. «Vi ringrazio tutti, dal più profondo del mio piccolo cuore» disse rivolta ai presenti tagliando il dolce con un coltello. «Mi rendo conto che questa bella torta vi sia costata molto tempo e fatica… ma purtroppo, essendo una fata, non posso mangiarla. Perciò cedo volentieri la fetta più grossa al nostro infaticabile Sayed, che almeno per un giorno mangerà cibi sani e nutrienti invece delle schifezze da fast-food di tutti i giorni» fece porgendo il piattino all’archivista Sayed Quraish, che non se lo fece ripetere due volte.

«Anche quest’orologio è molto bello, e si vede che è un perfetto esempio di tecnologia avanzata… ma è decisamente troppo grande per il mio minuscolo polso. Perciò lo cedo volentieri al nostro Danny, che così non avrà più scuse quando arriverà in ritardo agli appuntamenti con la sua Oaky» aggiunse, mentre Fata delle Querce diventava rossa come un peperone.

«E quanto a questa bellissima collana» continuò porgendo il monile a Belinda, che sgranò gli occhi per la sorpresa «è troppo grande per il mio minuscolo collo. Perciò la cedo volentieri a te, in ringraziamento per la tua profezia antiscientifica pienamente realizzatasi… Il libro del capitano, invece, lo terrò e lo studierò con attenzione: poiché a voi umani piace tanto far la guerra, mi impegnerò con tutte le mie forze per costringervi a far la pace» concluse.

«Ma Alna, hai ricominciato a tagliare i panni addosso a tutti?» esclamò Fata dei Pini imbronciata.

«Per forza» sorrise Fata degli Ontani. «Sono pur sempre Alna la Rasoiatrice, no?»

 


Capitolo V: Dialoghi di mezza estate

Londra, 18 giugno 2016

«Buongiorno, Danny! Tanti auguri, e cento… anzi, mille di questi giorni!» esclamò Fata delle Querce porgendo al suo partner una grande torta ricoperta di panna con il numero 28 al centro, formato da tanti piccoli spicchi di fragola.

L’agente Danny Josephson si mise a sedere sul letto. «Oaky, ma non dovevi partire con le tue amiche per la foresta di Dean?» domandò sorpreso.

«Certo, partiremo a mezzogiorno» ripose la fatina «ma non potevo andarmene senza festeggiare il tuo compleanno… ma cos’hai?» chiese vedendolo incupirsi.

«Niente… è solo che io non festeggio più il mio compleanno da quando avevo dodici anni, e i miei genitori morirono in un incidente stradale mentre tornavamo dal mio bar mitzwah» spiegò il giovane.

Oaky si coprì la bocca con entrambe le mani. «P-perdonami, Danny, io non lo sapevo…» Lui le accarezzò la testolina: «Proprio perché non lo sapevi non hai bisogno di essere perdonata, piccola… Io fui sbalzato fuori della vettura e così sopravvissi; poi il capitano Sheperd mi prese sotto la sua tutela, e divenne per me come un secondo padre»

Ecco perché lo tratta con tanto affetto, pensò la piccola creatura; poi una curiosità la distolse dai suoi pensieri tetri. «Cos’è un bar mishnah

«Si dice “mitzwah”, Oaky» la corresse lui, poi continuò: «Secondo la Legge di Mosè, raggiunta l’età di dodici o tredici anni, uomini e donne divengono maturi, capaci di distinguere il bene e il male, e responsabili delle proprie azioni; perciò è tradizione presso gli Ebrei che l’ingresso nell’età adulta venga sancito dalla partecipazione del giovane a una cerimonia nella quale egli legge un brano della Scrittura e pronuncia la benedizione dei presenti, dopodiché si svolge un grande banchetto. Con questa cerimonia i figli d’Israele diventano bar mitzwah, cioè figli della Legge»

«Come parli bene, Danny» mormorò estasiata la fatina socchiudendo i profondi occhietti neri. «Quando mi porgi le tue parole di miele, io posso credere a tutto quel che mi dici… quando schiudi le tue labbra di ciliegia, io… Danny? Ehi, Danny, dove sei?» fece spalancando gli occhi e guardandosi attorno.

«Sono dietro di te» la rassicurò lui allacciandosi le scarpe. «Stamattina devo andare da Harrod’s a comprare un regalo per un collega, che compie gli anni nel mio stesso giorno»

«Non hai sentito quel che ti ho detto?» mormorò Oaky.

«Vediamo… ah, sì: hai detto: “Come parli bene, Danny”, poi non ho sentito altro… hai aggiunto qualcosa?»

«Niente… nulla di importante» sbuffò lei.

 

***

 

Dopo un volo di due giorni e due notti le tre fatine scorsero in lontananza la foresta di Dean. «Finalmente siamo a casa» ansimò Alna.

La prima a farsi loro incontro fu Glitter. «Bentornate!» le salutò abbracciandole, subito imitata da tutto il Popolo delle Fate. «Siete arrivate giusto in tempo: se i nostri calcoli sono esatti, le nuove nate vedranno la luce domani… Venite, festeggiate con noi!»

«Un passo per volta, come tu dici sempre» disse Oaky; si sfilò l’abito da pic-nic a fiorelloni che aveva indossato fino a quel momento – e che aveva suscitato lo sconcerto di molte sue sorelle – rimanendo in tutta la sua fatesca nudità, ed esclamò soddisfatta: «Ecco, adesso sono davvero tornata!»

Come la Regina aveva previsto, la nuova Fata dei Gigli aprì gli occhi il 21 giugno insieme a una compagna, e Glitter si riservò di educare personalmente la discendente di quella che era stata la sua migliore amica. Quanto a Oaky, Pina e Alna, trascorsero i trenta giorni seguenti percorrendo in lungo e in largo la grande foresta, esplorando ogni grotta e anfratto e facendo il bagno in tutti i fiumi e in tutti i laghi; insieme fecero a gara con le aquile, giocarono a nascondino nelle buche delle talpe e si burlarono delle volpi.

 

 

L’ultimo giorno della loro licenza si ritrovarono sdraiate in un prato pieno di fiori. «Domani torneremo dagli umani» disse per prima Oaky.

«Peccato» sbuffò Pina. «Si sta così bene qui… avevo dimenticato come si vive da fata…»

«Non dovete tornare per forza, se non lo volete» le avvertì Alna. «Noi fate abbiamo obblighi solo verso la nostra regina, il nostro popolo e noi stesse»

«Se non tornassimo, gli umani si allarmerebbero, si preoccuperebbero per noi… e ci cercherebbero» mormorò Fata delle Querce.

«Danny certamente si preoccuperebbe per te…» puntualizzò Fata degli Ontani, per poi aggiungere maliziosa: «…e tu ne saresti ben lieta»

«Mi sembra logico» chiosò Fata dei Pini. «Anche quella matta di Seira si preoccuperebbe se io non tornassi… in fondo sono la sua partner!»

«Tu non sei proprietà di nessuno!» proruppe Alna serrando i pugni. «Che ti prende?» esclamarono le sue amiche.

«Mi prende» continuò lei con foga crescente «che in questi dodici mesi ho studiato gli umani e il loro modo di vivere, ho letto tutti i loro libri, e ho capito che essi sono malati, hanno tutti una malattia che li prende dalla nascita e non li lascia più… e sapete come si chiama questa malattia? Si chiama Mio! “La mia casa”, “la mia automobile”, “mia moglie, mio marito, i miei figli”, “il mio Paese”, “la mia partner” … ogni essere umano pensa sempre e soltanto a mettere le mani su tutto quel che può afferrare, a toglierlo ai propri simili; e ciò che uno considera suo, lo tratta come gli aggrada, lo usa, lo abusa…» poi si fermò ansimando.

«Alna, sorella cara» sospirò Oaky abbracciandola teneramente. «Sto bene… ora sto bene» la rassicurò lei scostandola.

«Però è vero» intervenne Pina, «da questo punto di vista gli umani non sono come noi: noi non diciamo mai “è mio”. Come potremmo, del resto? Noi non possediamo nulla, perché non abbiamo bisogno di nulla!» disse allargando le braccia come a voler accogliere l’immensità.

«Hai ragione» replicò Fata degli Ontani ricomponendosi. «Noi fate siamo vegetali senzienti; assorbiamo anidride carbonica dall’aria che respiriamo, e grazie alla luce del sole la trasformiamo in zuccheri per il nostro nutrimento; quando siamo ferite usiamo azoto, carbonio e ossigeno per creare proteine e ricostituire i nostri corpi. Non abbiamo paura di nessuno perché possiamo parlare le lingue di tutti gli animali, e se necessario sappiamo placarli con le nostre droghe… Non soffriamo molto né il caldo né il freddo, e non proviamo vergogna a essere nude, perché tra noi non ci sono maschi, perciò non abbiamo bisogno di vestiti; non ci manca nulla… Gli umani, invece, mancano di tutto: non hanno una folta pelliccia, non hanno ali né zanne, né corazze come le tartarughe; non corrono veloci come i lupi… Gli umani hanno solo l’intelligenza, la cosa che li rende così affascinanti e terribili al tempo stesso»

«Non è del tutto vero che non manchiamo di nulla» rifletté Fata delle Querce. «Glitter ha lasciato la foresta e le sue amiche per esplorare il mondo, perché non le bastava vegetare come una pianticella per cinquecento anni e preparare il posto alla sua discendente… Io credo che sia noi fate, sia gli umani abbiamo entrambi gli stessi bisogni, gli stessi desideri: il desiderio di scoprire, di conoscere, di fare, di essere di più di quel che siamo alla nascita; il desiderio di amare, e di essere amati…»

«Hai ragione anche tu» osservò Pina. «Ah, che grande mistero è la vita!»

«Più ragione di tutti, allora, l’aveva quell’umano che lasciò detto: Per quanto cammini, i confini dell’anima non li puoi trovare; tanto è profondo il suo Logos» aggiunse Alna.

«E chi mai potrà raggiungerli, allora, i confini dell’anima?» domandò Fata dei Pini.

«Forse Dio» concluse Fata degli Ontani.

«Io non so se ci sia un dio, lassù nel cielo o quaggiù sulla terra» proclamò Oaky tendendo le mani alle sorelle «ma so che fin quando il sole sorgerà, noi saremo sempre amiche, e non ci separeremo mai»

«Ben detto, Oaky! Amiche per sempre!» rispose Pina intrecciando le proprie dita con le sue.

«Per una volta sono d’accordo anch’io» ammise Alna unendosi alla stretta, mentre il sole calava su quella giornata di fine luglio tingendo l’aria di una morbida luce rosacea.

 

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