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Stefano Carloni

THE TEACHER - IL PROFESSORE

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è puramente casuale

I° Giorno

Germania, 7 novembre 1945

Mi sveglio sobbalzando. “Un vuoto d’aria”, penso, mentre guardo fuori dal finestrino. La Foresta Nera si stende sotto il Douglas C-47 “Skytrain”. Stiamo per atterrare all’aeroporto di Stoccarda, sotto il controllo dell’US Army come il resto della Germania occidentale. In fondo questa parte del viaggio è stata comoda e breve, meno di due ore. Molto più comoda e breve della tratta New York-Londra su un C-54 “Skymaster” lanciato alla massima velocità: quel gigante dell’aria, capace di trasportare fino a 50 soldati e 5.200 kg di materiale, per sedici ore ha portato da un capo all’altro dell’Atlantico solo me. Mentre torno a sedere ripenso agli avvenimenti che mi hanno condotto a divenire il carico utile più importante nella storia dell’aviazione statunitense dopo Little Boy…

 

***

 

Washington, Dipartimento di Stato, 5 novembre 1945

Il vicesegretario di Stato si era accuratamente pulito gli occhiali prima di rivolgermi la parola: «Signor Tancredi, lei è certo ben consapevole della stima e della riconoscenza che il governo degli Stati Uniti nutre nei suoi confronti, stima e riconoscenza testimoniate fra l’altro dalla celere concessione della cittadinanza…»

«Con tutto il rispetto, signor vicesegretario» tagliai corto schiarendomi la voce «non credo che mi abbia fatto accompagnare qui da Tucson con una scorta degna di un capo di Stato solo per rinnovarmi la gratitudine del vostro governo per l’affare “Costantino”»

«Ha ragione. La verità è che abbiamo ancora bisogno dei suoi servigi. Ora più che mai». Si alzò dalla scrivania in legno massiccio e rivolse lo sguardo oltre la finestra che dava sul Potomac. «Hitler è morto, e noi abbiamo vinto la guerra.  Come lei saprà la conferenza di Potsdam, oltre a sancire la divisione di Berlino in quattro settori, ha confermato la nostra giurisdizione su più di metà della Germania. Ora dobbiamo pensare a ricostruire il paese… e qui entra in gioco lei: Fausto Tancredi, professore di storia della filosofia all’università di Tucson»

«Avete bisogno di un filosofo? Credevo vi servissero dei nuovi governanti»

«Dei buoni governanti non si improvvisano dall’oggi al domani, tantomeno in un paese devastato da dodici anni di terrore e conformismo ideologico. È necessario denazificare le menti e i cuori dei Tedeschi, prima di riempire le poltrone», sospirò. Poi si voltò fissandomi con un misto di timore e speranza. «Abbiamo radunato in un castello nella Foresta Nera un gruppo di rampolli dell’élite militare germanica, che ancora gode di un certo prestigio presso la popolazione. Se riuscirà a educarli all’arte del rule of law e al rispetto dei diritti umani, ripeteremo l’esperimento su vasta scala, e creeremo una nuova classe dirigente per una Germania liberale e democratica»

Sobbalzai sulla poltrona. «Signor Vicesegretario… lei sa che io sono ebreo?»

«Lo so» rispose, gli occhi brillanti come acciaio. «E questo fa di lei la persona ideale per questo incarico. Accettarla, per quei ragazzi, sarà il primo passo sulla via dell’emendazione. Conto su di lei, professor Tancredi»

Mi tese la mano. E io non potei fare a meno di stringerla.

 

***

 

Germania, 8 novembre 1945

Il castello di Neuschwanstein, costruito da Ludwig II di Baviera, il “re matto”, ispirandosi alle opere di Wagner, era stato requisito dall’esercito americano per quella che era stata battezzata, con una notevole dose di ironia, “Operazione Dionigi”. Vi ero giunto con un convoglio di tre jeep e dodici militari di scorta, guidati da un italoamericano molto loquace.

«Bedda matre! Ma davvero viene da Castellammare di Stabia?», aveva esclamato il soldato scelto Vince Costello.

«Sì» confermai con un leggero sorriso, «mio padre era il preside del liceo classico. Se ne andò in America con moglie e figlio per non dover giurare fedeltà al regime fascista»

«E ha fatto bene! Adesso capisco perché lei è professore: tale figlio tale padre, o qualcosa del genere… Comunque, stia accuorto col maggiore. A lui non piacciono gli intellettuali»

Il maggiore Burt “Bull” Hogan, il comandante della guarnigione, un gigante dai baffoni spioventi e lo sguardo infuocato, non era il tipo da perder tempo in convenevoli. «So cosa è venuto a fare: quelle mezze checche del Dipartimento di Stato pensano che basti un fighetto secchione per far sorgere tanti piccoli Giorgio Washington wurstel-e-crauti…»

«Lei cosa preferirebbe?» ribatto d’istinto. «Fare come suggerisce Winston Churchill, che vorrebbe spianare la Germania e trasformarla in un immenso campo di patate?»

Il maggiore si ferma, mi fissa con aria truce: «Faccia quello che vuole, ma sappia che qui la disciplina la mantengo io», e se ne va.

Incontro i giovani radunati per l’occasione nel vasto cortile. Sono una ventina, età fra i sedici e i ventun anni, equamente ripartiti tra maschi e femmine; i ragazzi portano giubbe nere a collo alto coi bottoni dorati, le ragazze indossano camicie bianche e gonne lunghe pieghettate di colore grigio. Per un attimo mi sembra di essere tornato indietro di un secolo: negli Stati Uniti nessun giovane accetterebbe di vestirsi così, tantomeno in un campus universitario. Subito fanno capire di essermi ostili: non appena Hogan ha finito di presentarmi come il loro “nuovo professore di filosofia”, mi scrutano con disprezzo e si allontanano lasciandomi solo. Forse non sarò venduto schiavo come Platone, ma se il buon giorno si vede dal mattino dovrò faticare molto per conquistarmi la loro fiducia.

All’ora di pranzo declino gentilmente l’invito del maggiore a mangiare con i soldati e mi siedo nel salone riservato ai ragazzi. La mia sortita non passa inosservata: mentre sono alle prese con lo stufato due ragazze, a una decina di metri di distanza dal mio tavolo, iniziano a parlare fittamente tra loro guardandomi di sottecchi, poi una di esse si avvicina (l’altra tenta invano di fermarla) e si rivolge a me con voce incerta: «S-signor Tancredi…»

«Può chiamarmi semplicemente professore, signorina…»

«Bette… Bette Müller», fa lei aggiustandosi nervosamente gli occhiali sul naso a patata. Dopodiché: «Signor Tancredi, lei è della stessa c-corrente di Ludwig Wittgentstein?»

“Timida e ostinata insieme”, penso. «Direi proprio di no: Wittgentstein ed io ci troviamo decisamente su sponde opposte per molti aspetti»

«Vu… vuole dire che a lei piacciono le donne, signore?»

Resto per un attimo con la forchetta a mezz’aria per la sorpresa, ma mi riprendo subito. «Sì, per essere precisi mi piace una donna: mia moglie Melinda. Siamo sposati da un anno, attendiamo un bambino, e io la amo. Molto»

«Scu-scusi il disturbo, con permesso» mormora Bette allontanandosi in fretta; torna dalla sua compagna, che per tutto il tempo ci ha fissato a occhi sgranati, ed esclama trionfante: «Hai sentito? Te lo avevo detto, io, che non era un degenerato!», prima di accorgersi di essere al centro degli sguardi scandalizzati di tutti i presenti…

All’improvviso l’altra ragazza si volta verso la porta, poi copre con una mano la bocca a Bette e sussurra: «Zitta, sta arrivando Jenny!»

“Jenny” è certamente una leader in quel gruppo: alta, corporatura snella, i capelli biondi, non tagliati corti o raccolti in trecce o crocchie come le altre, ma lasciati ricadere in una lunga chioma, il portamento altero e lo sguardo ardente, da predicatore luterano, che spazza la sala e fulmina le due malcapitate. Lascio a metà la torta di ciliegie e mi avvicino al terzetto. «Buongiorno, signorina Jenny. Vorrebbe unirsi a noi per parlare un po’ di filosofia?»

«Il mio nome è Ginevra von Westphalen» risponde lei gelidamente. «Noi non fraternizziamo con gli invasori. Ci avete rinchiuso qui contro la nostra volontà, e ci avete detto che se tenteremo di fuggire ci sparerete alle spalle; perciò ce ne staremo qui buoni e tranquilli, ma non vi offriremo alcuna collaborazione». Quindi, rivolta alle compagne, ordina: «Helga, Bette, andiamo!», ed entrambe la seguono mormorando “Sì, sì”.

Il soldato scelto Costello mi ha evidentemente preso in simpatia: dopo avermi aiutato a sistemare il mio bagaglio nella stanza assegnatami – vicino a quelle dei giovani tedeschi –, insiste per farmi da cicerone nell’esplorare le sale più recondite del castello e nel presentarmi, uno ad uno, i suoi 415 commilitoni stipati nell’ala ovest. Ne approfitto per chiedergli come mai non abbia visto alcun soldato negli ambienti frequentati dai ragazzi.

«Il maggiore Bull ci ha dovuto ordinare di star lontani dai crucchi» mi confida sottovoce. «All’inizio e’ fimmine strillavano come pazze quando vedevano qualcuno dei nostri, specialmente i colorati, i neri insomma, e i guaglioni minacciavano di fare sfracelli per difenderle. Avevano paura che le violentassimo… dopo che ci siamo fatti un mazzo tanto dalla Normandia alle Ardenne per liberarli, razza d’ingrati!»

All’ora di cena li incontro nuovamente, in una sala adorna di riproduzioni in gesso di famose sculture greco-romane. Alcune ragazze ascoltano in riverente silenzio la loro condottiera illustrare la magnificenza del “Galata che uccide la moglie e sé stesso”: «Ammirate quale forza, quale serena compostezza traspaia dal suo volto, quale gravità, quale maestà! Nell’ora della disfatta egli si staglia invitto sul nostro orizzonte di senso, altissimo sulla massa plebea che pur lo schiaccia…»

«…e che cinque secoli dopo i suoi discendenti assoggetteranno. I miei complimenti, signorina von Westphalen», commento ironicamente battendo le mani. «Del resto cosa dice Mefistofele nel Faust? “Tutto quel che nasce ben merita di finire”, e la potenza di Roma non poteva fare eccezione»

Tento di approfittare dell’occasione per convincerli a discutere con me la teoria di Toynbee dei cicli di civiltà, ma inutilmente. Jenny simula uno sbadiglio: «Toynbee? Ha impiegato sei volumi alti così per ripetere quanto il nostro Spengler aveva già detto in un solo, piccolo libro». Poi mi fronteggia con le mani dietro la schiena e un sorriso beffardo sulle labbra: «E comunque, cosa può dirci di interessante il messo di un popolo senza storia? Potete forse vantare qualcosa di paragonabile a Hegel o Heine, a Mozart, Bach o Beethoven? Cosa potete contrapporre alla superiorità culturale dei Tedeschi?»

È un attimo, l’attimo fatale che passa tra la perfetta lucidità e una rabbia cieca. La afferro per le spalle, la stringo volutamente per farle male e le grido in volto: «Dov’era la vostra superiorità culturale ad Auschwitz, dov’erano Hegel e Bach a Treblinka? Glielo dico io: sono bruciati con i morti nei forni, sono saliti su per il camino con il fumo!...». La sua faccia sorpresa mostra chiaramente che non capisce di cosa sto parlando. Un ragazzo interviene strappandomela dalle mani, abbracciandola e portandola lontano, mentre gli altri giovani mi guardano inorriditi. Il maggiore mi convoca immediatamente nel suo ufficio e mi ammonisce a non rendere il suo lavoro più difficile provocando “quelle belve”. Decisamente un pessimo inizio…

 

 

II° Giorno

Castello di Neuschwanstein, 9 novembre 1945

Questa notte ho sognato mio padre. Ero al suo capezzale, e ho udito nuovamente le sue ultime parole: «Figlio mio, l’America ti assomiglia: è un paese giovane e forte, che ama la libertà e odia i compromessi, le mezze misure e le ingiustizie. Sii grato a questo paese che ti ha accolto, amalo e proteggilo; ma non dimenticare mai chi sei, e da dove vieni»

Mi sono appena svegliato e lavato, e sento bussare con insistenza alla mia porta. Finisco di asciugarmi e apro; è il giovane che la sera prima è intervenuto a difendere Jenny. So tutto di lui, come degli altri, ma faccio il finto tonto. «Buongiorno, cosa desidera?»

«Sono Franz von der Schulemburg, figlio del grande generale Mathias von der Schulemburg caduto eroicamente a Stalingrado» proclama lui con orgoglio. «Dovrei ucciderla subito» continua trattenendo a stento l’ira «ma prima deve rispondermi: che diavolo è successo ad Auschwitz e Treblinka?»

«Se vuole saperlo» rispondo serafico «venga nella sala lezioni tra un’ora. Nel frattempo io mi vestirò e farò colazione: non mi va di morire a pancia vuota…»

Il giovane sbuffa, poi si allontana. “Bene”, penso io, “stiamo facendo progressi”. Mi vesto, faccio colazione con tutta calma, e all’ora convenuta entro nella «sala lezioni», un vasto salone di rappresentanza arredato con una ventina di banchi e sedie disposti su due lunghe file, una cattedra e una lavagna. Sorpresa! Ci sono tutti, maschi a destra e femmine a sinistra; Franz e Jenny occupano i primi banchi. Mi siedo, e subito Franz si alza in piedi, abbraccia la sala con un ampio gesto e annuncia: «Come vede, signor Tancredi, siamo tutti qui, e attendiamo una risposta»

«­Più che giusto. Auschwitz e Treblinka sono due fra i molti luoghi nei quali il defunto regime nazionalsocialista costruì una serie di campi di raccolta e sterminio per gli ebrei rastrellati durante la guerra nei paesi occupati. Gli ebrei arrivavano nei campi ammassati su treni, e bambini, vecchi e malati venivano subito inviati a “fare la doccia” in ambienti a tenuta stagna, nei quali veniva introdotto un gas letale…»

È come un pugno nello stomaco. Lo so bene, perché ha fatto lo stesso effetto a me la prima volta che me l’hanno riferito. I ragazzi strabuzzano gli occhi, molte ragazze portano le mani alla bocca come a trattenere il vomito. «…mentre i più giovani e robusti venivano messi ai lavori forzati finché, denutriti e sfiniti, passavano anch’essi nelle camere a gas. I cadaveri venivano privati di monili, denti d’oro e capelli, e infine inviati ai forni crematori»

«Non è vero!» esclama Franz sconvolto. «Non è possibile che dei Tedeschi abbiano fatto una cosa simile! Questa è propaganda di guerra, a guerra ormai finita!»

«Purtroppo, signor von der Schulemburg, questa è la pura verità dei fatti, come risulta dai resoconti di ufficiali e soldati sovietici, americani e britannici entrati nei campi, dalle perquisizioni e dalle testimonianze dei superstiti. Contra factum protestatio non valet, dicevano gli antichi Romani» rispondo asciutto. Una brevissima pausa, quindi affondo il colpo: «E ora chiediamoci: quali caratteri doveva avere un regime politico che ha compiuto queste cose nell’ignoranza di gran parte dei suoi cittadini?»

Per un lunghissimo minuto cala un silenzio di piombo, ma dura solo un minuto; poi nella sala risuona aspra la voce di Jenny. «Quel che ci ha raccontato è orribile, e comprendo la sua reazione di ieri sera… ma gli americani hanno bombardato le nostre città, raso al suolo i nostri più bei monumenti, ucciso anche loro migliaia e migliaia di civili innocenti, perciò non ha il diritto di salire in cattedra e farci la predica!»

«Jenny… la signorina von Westphalen ha ragione» rincara la dose Franz. «Gli americani ci avrebbero sterminati tutti, se ne avessero avuto la forza»

«È vero!» salta su un altro ragazzo. «E i russi? Noi siamo dovuti fuggire da Lipsia quando sono arrivati; impiccavano gli uomini ai lampioni e sventravano le donne con le baionette. Li ho visti con i miei occhi! E non erano forse vostri alleati?»

Bette ha il viso paonazzo e la voce tremante: «L-la nostra governante mi ha raccontato che i m-marocchini al seguito delle truppe francesi hanno st… stuprato centinaia di donne, in Italia. Se g-gasare le persone è male, qu-questo cos’è?»

La sala si riempie di voci concordi; è tutto un rincorrersi di “è vero!”, “ha ragione”, “voi predicate bene e razzolate male”; poi Jenny si alza, fa un cenno con la destra, e tutti tacciono. «È inutile che lei si atteggi a filosofo, signor Tancredi: sappiamo bene che gli orrori da lei descritti, e gli innumerevoli altri che noi potremmo aggiungervi, non sono altro che il prodotto di quest’epoca moderna, l’epoca del trionfo della tecnica, dell’industrializzazione e della massificazione, proprio come ci ha insegnato il professor Heidegger»

«Parlate di Martin Heidegger, il famoso docente di Friburgo?»

«Proprio lui» interviene Franz. «Anche adesso che è rinchiuso nelle segrete, qui sotto» e indica col dito il pavimento «lui è sempre un gigante del pensiero, e voi un nano al suo cospetto»

I ragazzi si alzano ed escono ordinatamente dalla sala, ma io quasi non me ne accorgo. Dunque sono stati allievi di Heidegger, l’esistenzialista! E ora lui è rinchiuso in questo stesso castello! Un lampo mi attraversa la mente; corro dal maggiore Bull e riesco a convincerlo (senza neanche troppa fatica, a dire il vero) a far uscire dai sotterranei l’illustre “ospite”. Quando compare nel cortile, avvolto in un cappotto nero, fra i giovani è tutto un tripudio di «evviva!» e un fiorire di attenzioni e manifestazioni di stima. Mi avvicino cautamente e lo saluto: «Come sta, herr Heidegger?»

«Ovviamente sto meglio qui e ora di come stessi nei giorni passati in quella cella» risponde lui in tono sarcastico. «Ritengo che abbia avuto i suoi buoni motivi per tirarmi fuori di lì… e non venga a dirmi che lo ha fatto per puro umanitarismo»

 “Ci siamo”, penso, “è come quella volta al luna park, ricordi? Tre palle, tre colpi a disposizione, e se butti giù tutti i barattoli vinci l’orsacchiotto. Prendi bene la mira, dunque!”. «Ovviamente no, professor Heidegger. L’ho fatto anche per il piacere intellettuale di rivolgerle qualche domanda. Ad esempio: non crede che il suo discorso di insediamento al rettorato del 1933 abbia spinto più giovani ad arruolarsi nelle SA che a studiare i Presocratici di Diels?»

L’imbarazzo con cui risponde si taglia a fette, mentre i ragazzi hanno smesso di vociare. «Come lei certo saprà, mi sono dimesso da quella carica dopo appena un anno… e non me ne sono pentito. Ad ogni modo» prosegue gonfiando il petto «quel discorso era indirizzato solo ed unicamente alla rinascita del vero essere concreto del popolo tedesco, e più in generale dell’essere stesso dell’Occidente, un’opera per la quale ritenevo e ritengo tuttora indispensabile tornare ad abbeverarsi alle fonti della sapienza greca»

«Conosco il suo pensiero in materia, herr Heidegger», ribatto io. «Ho letto Essere e tempo tre volte durante il mio corso di laurea. Ma proprio per questo mi chiedo se lei abbia maneggiato fedelmente le opere che ha analizzato, come quando traduce il termine ón in Parmenide con “Essere”, anziché con “Ente”, oppure quando trasforma l’aristotelico tò ón esti kathólou málista pánton in un “quello di «essere» è il concetto più generale di tutti”…»

«All’ermeneutica, come interpretazione di testi scritti da Altri, appartiene costitutivamente un certo grado di infedeltà» si schermisce lui, «non capisco dove voglia arrivare…»

«Voglio arrivare, professor Heidegger, a chiederle se non ritiene, almeno ex post facto, che la sua “filosofia dell’esistenza concreta”, del “qui ed ora”, con la quale ha motivato la sua adesione al nazismo e indotto molti suoi allievi a fare altrettanto, si sia fondata, in ultima analisi, su un colossale e tragico abbaglio. Che ne pensa, professore?»

È fatta! Colui che ambiva a essere il Führer della filosofia annaspa, muove la bocca a vuoto, non sa cosa dire; e i ragazzi, i suoi allievi che lo veneravano come un dio, stanno anch’essi a bocca aperta, domandandosi se per avventura abbiano riverito per anni un idolo falso e bugiardo… Poi avviene l’imprevisto, l’imprevedibile: due soldati si avvicinano, afferrano il piccolo uomo e gli tolgono giacca e camicia, lasciandolo a torso nudo nell’aria che già sa d’inverno, mentre altri soldati si dispongono tutto intorno tenendo a distanza i giovani con i fucili spianati; il maggiore Bull si fa avanti, mi spinge via con un braccio e fa: «Lei ci ha provato e ha fallito, ora lasci fare gli interrogatori a chi conosce il mestiere» e rivolgendosi al vecchio inizia ad abbaiare: «È vero o non è vero che durante il suo rettorato ha incitato gli studenti a bruciare libri scritti da ebrei? È vero o non è vero che ha inviato lettere a Berlino per convincere i gerarchi nazisti a rimuovere dalle loro cattedre docenti di razza ebraica o di idee liberali? Risponda!»

Le domande si ripetono incalzanti, due, tre, quattro volte. Martin Heidegger resta dapprima in silenzio; all’improvviso crolla a terra tremando e gemendo: «Io ho agito per il bene del popolo tedesco… solo per il bene del popolo tedesco…». I soldati lo prendono per le braccia, tentano di rimetterlo in piedi, ma chiaramente lui non è più padrone del proprio corpo e si accascia nuovamente al suolo. Alla fine lo portano via di peso, mentre i ragazzi urlano a squarciagola “Deutschland, Deutschland über alles”.

Questo è troppo. Inseguo il maggiore nel suo ufficio, lo affronto. «Ma si rende conto di quel che ha fatto? Stavo vincendo su tutta la linea, stavo guadagnando credibilità ai loro occhi, e lei ha rovinato tutto! Assistere alla sua vana esibizione di forza bruta è quanto di più antipedagogico potesse capitare a quei ragazzi!»

«Adesso basta!» ribatte Bull battendo un pugno sul tavolo. «Gliel’ho già detto: qui comando io! Ho acconsentito alla sua richiesta di revocare l’isolamento a quel vecchio pazzo perché pensavo che con lei si sarebbe sbottonato, e invece il professorino si mette a danzare il minuetto… È per questo che non sopporto voi intellettuali! Voi parlate, parlate, e non concludete mai nulla! E quanto alla pedagogia» ammonisce puntandomi contro un dito «lei non ha proprio nulla da insegnarmi, signor So-tutto-io. I cicli di civiltà? Per me è una rimasticatura di Nietzsche e del suo eterno ritorno, di quelle ubbie pagane che hanno condotto i Tedeschi a far guerra al mondo intero. Le do un consiglio: se ne torni a Tucson, dalla sua bella mogliettina incinta, e lasci a quelli come me il compito di rimetterli in riga!». Chiama una guardia per farmi sbattere fuori, ma lo precedo andandomene con le mie gambe.

Sulla porta incontro il soldato scelto Vince Costello. «Glielo avevo detto, professore, il maggiore è fatto così… Il suo collega è messo male: il medico ha parlato di “grave stato depressivo” e ne ha disposto il ricovero immediato nel sanatorio di Badenweiler, il più attrezzato nella regione per questi casi. Il convoglio è già partito. Comunque, se posso fare qualcosa per lei…»

Mi viene un’idea; è disperata, lo so, ma io sono disperato. «Costello, me lo farebbe un grande favore?»

«Dottò, a sua completa disposizione!» fa lui battendosi il petto.

Lo accompagno nella mia stanza, scribacchio un messaggio su un foglio, e lo prego di portarlo subito in sala radio e di accertarsi che sia trasmesso con la massima priorità, e senza far sapere nulla al maggiore. Lui legge il messaggio, si gratta la testa con aria dubbiosa, e borbotta: «AAA Cercasi levatrice referenziata che non butti via i bambini insieme con l’acqua sporca – Astenersi perditempo… mai vista un’inserzione fatta così, ma se piace a voscenza, io eseguo»

Alle nove di sera la Esszimmer è desolatamente vuota. Un soldato mi spiega che i ragazzi hanno tutti deciso di saltare la cena. Neppure io ho una gran voglia di mangiare, ma ho imparato da tempo che a pancia vuota il cervello non gira, perciò mando giù lo stufato di manzo con patate (che monotonia, la cucina tedesca!) e mi avvio verso la mia stanza. All’improvviso qualcuno, alle mie spalle, mi cala un sacco sulla testa; un altro, di fronte a me, mi punta un coltello alla gola e sussurra con voce maschile: “Sssh!”.

I due mi costringono a sedere sul pavimento di marmo, mi tengono fermo, mentre una terza persona afferra il mio braccio sinistro, mi strappa la manica della camicia e preme sulla mia pelle qualcosa che lascia una scia umida e appiccicosa, come la bava d’una lumaca. Dopodiché mi legano con una corda, ma poco stretto, e fuggono silenziosamente come sono arrivati. Impiego meno di un minuto a liberarmi, ma non vedo nulla; entro nella mia camera, portando con me il sacco e la corda (non voglio che un militare li veda e s’insospettisca), guardo il braccio alla luce della lampada ad acetilene… e resto pietrificato.

 

 

III° Giorno

Castello di Neuschwanstein, 10 novembre 1945

Dopo una notte insonne mi reco nella sala da pranzo. Stavolta “loro” ci sono, e dagli sguardi che mi rivolgono capisco che sanno già cosa è avvenuto. Lo credo bene!

Dalla porta individuo subito Franz: è seduto e sta leggendo un libro; quando i nostri sguardi si incrociano non fa una piega. Lo chiamo a gran voce: «Franz von der Schulemburg!» e mi avvicino a passi lenti, cercando di capire da dove potrebbe affacciarsi l’«uccellino» che riferisce a Hogan quanto accade lì dentro. Forse da quel lucernario lassù? In tal caso…

Franz si alza, il libro – Vita di Catone l’Uticense – gli cade sul pavimento. Gli giro intorno, costringendolo a voltarsi per continuare a fronteggiarmi. Ora sto dando la schiena al lucernario. Parlo a voce bassa: «È forse un determinismo biologico che spinge voi Tedeschi a scrivere sulla pelle degli altri popoli?», e gli mostro la scritta a inchiostro di china che ho sul braccio: Knecht der neuen Herren, “servo dei nuovi padroni”. «Così le SS tatuavano i prigionieri nei lager»

«Mi sta forse dando del nazista?» reagisce lui alzando i pugni, mentre gli altri ammutoliscono per la paura. «Non glielo permetto! La mia famiglia ha una tradizione antica e nobile: il mio trisavolo comandava le truppe sassoni nella battaglia di Klissow, mentre i suoi antenati, con rispetto parlando…»

Veniamo interrotti dall’arrivo di Bull, che mi ignora bellamente e si rivolge a Franz sogghignando: «Signor von der Schulemburg, a seguito di una perquisizione nel suo alloggio abbiamo rinvenuto questo oggetto» e tira fuori di tasca una medaglia, facendola dondolare davanti ai suoi occhi. Il ragazzo allunga una mano per prenderla, ma il pugno del maggiore è più lesto nel serrarsi; si scaglia contro quella montagna di muscoli, ma uno spintone lo butta a terra (Jenny impallidisce). «Il Comitato di controllo alleato ha vietato il conferimento di onorificenze legate in qualsiasi modo al defunto regime nazionalsocialista, pertanto questa medaglia è requisita con effetto immediato e definitivo»

«È la Croce di Ferro di mio padre!» urla Franz rialzandosi. «Gli è stata conferita per il suo eroismo in battaglia. È l’unica cosa che mi sia rimasta di lui, non può togliermela!»

«Mathias von der Schulemburg era un nazista» continua Hogan implacabile, «e il 30 novembre 1941, agli ordini dello Sturmbannführer Rudolf Lange, ha fatto fucilare presso Riga mille ebrei deportati fin lì da Berlino. Questione chiusa!», e si allontana. Franz resta di sasso per qualche secondo, si vede che sta lottando per tener dentro le lacrime; poi esclama: «…ma era mio padre!» e corre fuori dalla sala. Jenny lo insegue gridando «Franz!» e gli altri ragazzi si disperdono come pecore senza pastore. Me ne vado anch’io, al diavolo la colazione; spero solo che da Foggy Bottom arrivi presto una risposta.

Trascorro il resto della giornata nella sala lezioni, non perché speri che venga qualcuno, ma per ricordare a me stesso cosa sono venuto a fare in questo Paese. Il soldato scelto Costello viene a chiamarmi per il pranzo, ma quando mi riferisce che i ragazzi hanno deciso in massa di digiunare declino il suo invito; viene di nuovo all’ora di cena, e davanti al mio secondo rifiuto scuote la testa sconsolato. Verso mezzanotte mi avvio alla mia stanza; nel corridoio, come al solito quasi buio, odo una voce a me ben nota declamare in antico inglese: «To be, or not to be: that is the question: se sia più nobile soffrire nell’animo i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prendere le armi contro un mondo di guai…»

Non avrei mai creduto che quella voce, in questi giorni così sarcastica, potesse recare in sé tanta malinconia. Seguendola, mi ritrovo in un salone abbandonato e spoglio, e vedo Jenny in piedi davanti a una finestra, gli occhi socchiusi. «…e con un sonno dirci che poniam fine alle doglie del cuore e ai mille mali che da natura eredita la carne, è un compimento da augurarsi a mani giunte. Morire, dormire…». Un piccolo rumore e si scuote, apre gli occhi, si volta allarmata: «Chi è là?»

«Sono Fausto Tancredi, non abbia paura, signorina Jenny», le dico facendo qualche passo in avanti, pur sapendo bene quanto sia inopportuno quel tentativo di rassicurarla.

«Le ho già detto che il mio nome è Ginevra von Westphalen» ribatte lei, di nuovo gelida e sulla difensiva. «Jenny è morta per sempre, sepolta sotto le macerie della cattedrale di Colonia…»

«D’accordo, signorina Ginevra von Westphalen» alzo le mani con fare conciliante e cerco di cambiar discorso. «A proposito: c’è qualche parentela fra lei e la Jenny von Westphalen che sposò Karl Marx? Ma forse lei non ne ha mai sentito parlare… E il suo nome, Ginevra, a cosa si deve? Non mi sembra un nome comune per una donna tedesca»

Lei sospira e alza gli occhi al cielo. «La conosco bene, invece: il mio amato padre, che il Signore lo accolga nella Sua pace, era suo nipote. Fu lui, quando mia madre morì dandomi alla luce, a chiamarmi Ginevra: avendo desiderato invano un figlio maschio, ed essendo in collera con le potenze occidentali e con la Società delle Nazioni che avevano umiliato il nostro popolo, egli scelse per me un nome che ricordasse per sempre le due sciagure della sua vita»

Resto in silenzio per lunghi minuti, pensando a quante lacrime abbia versato maledicendosi per “colpe” non sue. Anche lei tace; poi d’un tratto: «Allora? Ha già finito?»

«A cosa si riferisce?»

Mi sta davanti a capo chino, le braccia pendenti lungo i fianchi, i pugni serrati, la voce risoluta. «Continui pure a interrogarmi. Risponderò a qualsiasi domanda, soddisferò ogni sua malsana e oziosa curiosità… a condizione che la smetta di tormentare i miei amici. Dopotutto sono stata io a insultarla fin dal suo arrivo», alza la testa e il suo sguardo mi trafigge, «dunque proceda! Sopporterò qualunque umiliazione»

Per un attimo ho la sgradevole sensazione di essere Scarpia al cospetto di Tosca; ma non siamo a teatro, e a me l’opera non è mai piaciuta. Incrocio le braccia sul petto e le chiedo: «È disposta a tanto per Franz von der Schulemburg, il suo fidanzato?»

In una frazione di secondo il suo viso assume tutti i colori dell’arcobaleno e la sua rassegnata compostezza va a gambe all’aria: «Co-co-co-come fa a saperlo? Chi glielo ha detto? Quell’oca giuliva di Bette, forse? Le strapperò i capelli uno ad uno, la…»

Devo bloccare la porta con il mio corpo per fermare quel grazioso ciclone tropicale. «Né Bette, né alcun altro dei suoi compagni vi ha tradito. Mi è bastato leggere i dossier…»

«I dossier? Quali dossier?»

«Quelli rinvenuti dalle truppe americane a Berlino, nella sede della Gestapo», chioso spingendola al centro del salone. «Hitler teneva sotto controllo tutte le vostre famiglie. Ci sono note dettagliatissime su lei e Franz: il vostro esser nati entrambi nel quartiere signorile di Colonia, a duecento metri di distanza l’uno dall’altro; la vostra amicizia iniziata fin dall’infanzia, l’aver frequentato lo stesso corso di studi, le promesse d’amore eterno scambiate in un parco l’estate del 1942; le fughe notturne da casa, in barba al coprifuoco, per recarvi nella cattedrale e scambiarvi, come diceva il rapporto? Ah, sì, “abbracci e altri atti lascivi” …»

«Quell’ignobile pittore da strapazzo!» prorompe lei infuriata. Poi, arrossendo: «Non facevamo nulla di male… erano solo baci…»

«Ad ogni modo, dopo il mio arrivo il vostro comportamento non ha fatto che confermare quanto già sapevo. Franz che interviene a salvarla, lei che lo rincorre per consolarlo, il vostro continuo spalleggiarvi l’un l’altro nel darmi addosso… non occorreva aver studiato psicologia delle manifestazioni affettive per capire che siete anime gemelle»

«Ha detto che la Gestapo controllava le nostre famiglie… Le hanno fatto leggere il dossier di mio padre?»

Annuisco cupamente. «Il 22 giugno 1943 l’agente W dichiarò che mentre, nascosto dietro un muro, vi spiava camminare insieme sulla Königstrasse, il signor Kurt von Westphalen lo aggredì picchiandolo con un bastone e urlando: “Non toccate la mia bambina, bastardi!”; W gli diede una spinta e corse via. Questo è l’ultimo rapporto del dossier»

«Mio padre morì quel giorno» mormora Jenny. «Lo trovarono in un vicolo, stroncato da un infarto. E io credevo che mi detestasse…»

Si accascia a terra singhiozzando, mi siedo accanto a lei e le porgo il mio fazzoletto. «Grazie» dice nel restituirmelo, quindi abbozza un sorriso: «Parliamo d’altro, le va?»

Capisco che vuole allontanare dalla mente i pensieri tristi. E allora le narro la storia della mia vita: il momento nel quale mio padre mi comunicò che aveva deciso di emigrare negli Stati Uniti per non sottostare a «quello zotico ignorante, il figlio d’un fabbro che s’è fatto duce»; la partenza sul piroscafo, col Vesuvio che si allontanava tra la nebbia e le mie lacrime di bambino; i primi anni a New York, le botte a scuola coi ragazzi irlandesi, mentre mia madre faceva la cucitrice e mio padre si spaccava la schiena scaricando merci ai docks; e poi gli studi, il conferimento del PhD, la chiamata a Tucson come professore a contratto, l’incontro con Melinda…

«Era la segretaria del rettore». Rivedo la scena come fosse oggi, lasciandomi cullare dai ricordi. «Mi aiutò a compilare i moduli per l’assunzione… e fu amore a prima vista. Lei mi presentò subito ai suoi genitori, e dopo diciotto mesi, non appena ottenni la cattedra, ci sposammo»

Jenny mi guarda col capo reclinato sulla spalla destra, l’aria perplessa: «Melinda? Non mi sembra un nome comune per una donna ebrea»

«Infatti non è ebrea di nascita. È figlia di un pastore battista»

«Gott! E come avete fatto a sposarvi?»

Fingo ilarità: le leggi razziali sono state in vigore fino all’altro ieri nel Grossdeutsches Reich, e prima di allora le cose non andavano forse molto meglio. «Beh, negli Stati Uniti c’è sempre stata più tolleranza che in Europa su queste cose» spiego pazientemente «ed entrambi eravamo poco interessati alla religione; così ci siamo sposati davanti a un funzionario incaricato dal sindaco, che ha officiato la cerimonia e registrato le nostre volontà negli archivi comunali»

«Avrei dovuto immaginarlo» sbuffa lei schifata. «Per voi americani il matrimonio è un contratto d’affari come un altro, pieno di clausole che regolano tutto: quante volte farlo, quanti figli avere, come dividersi il patrimonio in caso di separazione… Voi americani non avete nulla di sacro; siete così… materialisti!»

«Ehi, un momento», reagisco piccato, «gli eccessi che ha descritto sono una rarità, roba da upper class, usanze ben diffuse anche fra gli aristocratici delle vostre parti, fatta salva l’indissolubilità del vincolo… E poi, le ho già detto che io sono italiano per nascita; ho ottenuto la cittadinanza americana solo un anno fa, grazie a “Costantino” …»

Mi mordo la lingua, ma è troppo tardi. «Ha ottenuto la cittadinanza grazie a un imperatore romano?» domanda Jenny. Volto la faccia da un’altra parte, ma lei mi tira per la manica e insiste: «Avanti, non faccia la Sibilla cumana!»

«“Costantino” era il codice usato dal Comando centrale della Wermacht per comunicare con le truppe stanziate in Italia» racconto guardandola diritto negli occhi, «un sistema crittografico basato sul greco antico. Il Ministero della Guerra mi incaricò di decrittarlo e io ci riuscii, consentendo ai generali di pianificare meglio lo sbarco di Anzio e salvando così la vita a migliaia di soldati americani».

«E mandando all’altro mondo prima del tempo migliaia di soldati tedeschi!» grida lei, alzandosi di scatto e tornando ad essere la solita Jenny. «A questo non ha pensato? O non gliene importava nulla? Già, lei ci odia!»

«Io non vi odio» rispondo tirandomi su «anche se ne avrei di motivi… Ma non sono stati gli americani a iniziare questa guerra: sono stati il signor Hitler, il signor Mussolini e il signor Hirohito. Gli Stati Uniti d’America l’hanno solo finita»

«Distruggendo il nostro paese, mettendo in catene il nostro popolo, umiliandoci, rovinando le nostre vite! Ma non vi daremo la soddisfazione di adornare il vostro trionfo!»

Tento di calmare quel fiume in piena di improperi, di afferrarla per un braccio, ma lei mi sferra un destro sulla guancia (già, nel dossier c’era scritto che aveva ottimi voti anche in ginnastica marziale) e si divincola. «È tardi, signor Tancredi» sospira «è troppo tardi per noi Tedeschi, troppo tardi per la filosofia, troppo tardi per tutto… e anche per continuare a discutere con lei. Voglio solo tornare nella mia stanza, dormire, e, forse, sognare»

Si allontana. E io non posso fare altro che ripetermi quanto sono stupido.

 

 

IV° Giorno

Castello di Neuschwanstein, 11 novembre 1945

«Ah, Melinda, quanto ti amo», sussurro al suo orecchio, mentre lei mi cinge con le bianche braccia ripetendo «Ulisse, Ulisse, ascolta le sirene…»

«Amore mio, mi spiace contraddirti» le dico dolcemente «ma Ulisse non ha mai ascoltato il canto delle Sirene: si è messo dei tappi di cera nelle orecchie»

Tento di chiuderle la bocca con un bacio appassionato, ma lei si scosta da me e insiste: «Ascolta le sirene, Fausto… non vorrai mica darla vinta a quella megera?» e indica qualcosa alle mie spalle.

Mi volto e… cosa vedo? La Morte, incappucciata e vestita di nero, che sogghigna a due passi dal talamo.

«Cosa vuoi?» grido balzando in piedi. «Perché sei qui?»

«Perché sono qui?» fa l’oscura signora. «Non lo sai? Sono qui per mietere!», e con le mani scheletriche solleva in alto una lunghissima falce.

«No!» grido con tutte le mie forze, mentre il buio di quelle orbite vuote mi avvolge…

Mi ritrovo seduto sul letto, madido di sudore e ansimante. Guardo oltre l’ampia finestra: a oriente, l’Aurora dalle dita di rosa risplende sui monti. Un cattivo presagio? Mia madre credeva a queste cose, ma io le ho sempre ritenute sciocche superstizioni… fino ad ora.

Mi allaccio alla meglio le fibbie delle scarpe, infilo febbrilmente la camicia, mi aggiro per la stanza. C’è qualcosa sotto la porta: è una piccola busta bianca. La apro, estraggo un foglio vergato con elegante calligrafia, e leggo, mentre un sentimento crescente di angoscia m’assale:

 

“Signor Tancredi,

questa notte ci siamo riuniti a consiglio, e abbiamo deciso di dare esecuzione al piano da lungo tempo preparato. Non provi a uscire dalla sua stanza, sarebbe inutile: la porta è di legno massiccio e abbiamo bloccato il chiavistello. Non vogliamo sopravvivere alla morte della Germania, alla fine della nostra amata patria. Perdoni, se può, il nostro disprezzo, le nostre menzogne. Torni da sua moglie, cresca con amore suo figlio, e ci dimentichi. Come i morti di Parmenide, noi aneliamo al freddo, all’oscurità, e all’oblio.

Ginevra von Westphalen”

 

«Maledizione!». Getto a terra la lettera e impugno la maniglia. Non si apre! E il chiavistello dà sull’esterno! Dò una spallata alla porta; niente. Un’altra, un’altra, un’altra ancora… e mentre la spalla inizia a farmi un male cane, ripenso a tutti gli indizi, precisi e concordanti, che ho avuto davanti agli occhi per tre giorni, senza mai riuscire a vederli.

Cosa ha fatto il barbaro per sottrarre sé stesso e la moglie alla schiavitù? Come è morto Catone l’Uticense? Cosa fanno tutti i vinti della Storia, quando non si rassegnano ad adornare il trionfo dei vincitori?

L’ululato di una sirena lacera l’aria, sento urla e scalpiccio di stivali provenire dal cortile. Raddoppio i colpi. La spalla inizia a sanguinarmi, ma io insisto, insisto… e di colpo la porta cede, si spalanca. Quasi cado a terra, corro a perdifiato lungo il corridoio; e mentre corro, riesco quasi a “vedere” con le orecchie cosa sta avvenendo là sotto.

I ragazzi sono di fonte al portone d’ingresso, disposti su due file; Franz e Jenny, ovviamente, sono in testa ai rispettivi cortei. Lui grida forte: «Aprite e lasciateci uscire!»

«Oppure?» ghigna il maggiore Bull, le mani sui fianchi. Su tutti i lati, centinaia di uomini armati fino ai denti bloccano ogni via di fuga.

Per tutta risposta i due giovani, all’unisono, infilano una mano in tasca, ne traggono fuori una capsula nera, e l’avvicinano alle labbra. Un istante dopo, altre diciotto mani ripetono lo stesso gesto.

«Cianuro!» esclama Bull soffocando un’imprecazione. «Dove lo avete preso?»

«Era in una valigetta, trovata in uno dei nostri alloggi il giorno in cui ci avete portato qui» spiega Franz. «Apparteneva a un medico delle SS, incaricato dal Reichsmarshall Göring di somministrarlo agli ufficiali di stanza nel castello. Loro sono fuggiti al vostro arrivo, ma noi non fuggiremo! Noi saremo forti dove loro sono stati deboli!»

«Ci avete tolto tutto: famiglia, patria, libertà, dignità» accusa a sua volta Jenny. «Ci avete lasciato solo una miserabile esistenza biologica, una vita che non vogliamo vivere!»

«E così siete tutti d’accordo?» borbotta il maggiore masticando amaro. «Anche lei, signorina Müller?»

Mancano solo due rampe di scale, solo due… Bette Müller deglutisce, ma la sua voce non trema. «Non sono mai stata né particolarmente bella, né particolarmente intelligente… ma almeno per una volta, almeno nella morte, sarò uguale alle mie compagne! Saremo tutti uguali!»

Salto gli ultimi tre gradini, attraverso i vasti saloni. Ancora un po’… solo un po’…

«Come ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti» sentenzia Hogan «non posso sottostare ad alcun ricatto». Poi alza il braccio destro e, rivolto ai suoi uomini, ordina: «Caricate!»

Sbuco nel vasto cortile; nessuno si accorge di me. La mano destra di Jenny e la sinistra di Franz si cercano, si trovano, si stringono spasmodicamente. «Stanno per sparare» mormora lei. «Noi saremo più veloci» risponde lui.

«Puntate…», ordina il maggiore. «No!» grido colpendolo con una testata alla bocca dello stomaco.

«Signor Tancredi!» esclama Jenny. Muove un passo, ma la mano di Franz, intrecciata alla sua, la trattiene. «Mantenere la posizione!» grida il giovane.

«M-mantenere la posizione!» ripete lei con voce strozzata. «Mantenere la posizione!»

«Jawohl!», è la risposta che sale da diciotto pioli di legno.

Rotoliamo entrambi al suolo, ma Bull è più lesto a rialzarsi, e la sua furia esplode come un tuono: «Tancredi!»

Ho la spalla in fiamme e ogni muscolo dolorante, ma non è il momento di piangersi addosso. «Ordini ai suoi uomini di abbassare le armi! Mi lasci fare il mio lavoro!»

«Si tolga di mezzo!» ruggisce lui indicandomi le camerate. «Nessuno qui ha bisogno di lei, signor Nietzsche!»

Sarà che l’angelo della disperazione ha invaso il mio corpo, sarà il dolore che pulsa come un martello nella mia testa, di certo non sono più padrone di quel che dico; e forse, quando maggiore è il pericolo, è proprio questo ciò che salva. «Io non sono un nicciano, maggiore! Sono un aristotelico!»

Il maggiore mi guarda sorpreso e domanda: «Cosa?»; e io allora, scandendo le sillabe, grido: «SO-NO-UN-A-RI-STO-TE-LI-CO!». Riprendo fiato un momento, poi declamo: «“A differenza dei Lacedemoni noi facciamo le cose necessarie e utili in vista delle cose belle, lavoriamo per poter poi riposare, e facciamo la guerra per poter vivere in pace”: dal Trattato sulla politica di Aristotele, libro settimo»

Silenzio: Hogan mi fissa imbambolato; i giovani mi guardano senza fiato, una ragazza (Bette?) trattiene a stento il riso. Capisco che per loro non è in gioco il fatto che io sia nicciano o aristotelico, e nemmeno le loro vite individuali, ma qualcosa di ben più importante: se sia la ragione o la forza a governare il mondo.

Un grido spezza il silenzio: «Maggiore, maggiore!»

«Che vuole?», ringhia lui.

Il soldato scelto Vince Costello, trafelato, fa il saluto militare e gli porge un foglio. «Un cablo per lei da Washington, signore… con l’ordine di leggerlo sul posto, forte e chiaro»

«Dia qua». Il maggiore gli strappa il foglio dalle mani, si schiarisce la voce e inizia a leggere:

 

“Al maggiore Bartholomew J. Hogan, comandante del reparto «Milwaukee» della 101° Divisione di fanteria dell’Esercito degli Stati Uniti

 

Signor maggiore,

avendo ricevuto spiacevoli notizie in merito ai rapporti non buoni intrattenuti dalla truppa con i cittadini tedeschi alloggiati nel castello di Neuschwanstein, dopo lunghi colloqui con il Segretario di Stato e il Segretario alla Difesa, e acquisito il loro conforme parere, le scrivo per precisare quanto segue.

I cittadini tedeschi attualmente alloggiati nel castello, posto sotto la sua giurisdizione e responsabilità, sono da considerarsi a tutti gli effetti OSPITI VOLONTARI, ammessi a partecipare ad un seminario filosofico diretto dal professor Fausto Tancredi su nostro espresso incarico, e non prigionieri degli Stati Uniti. Sottoporre dei giovani uomini e donne, non più impuberi e sani di mente, a un processo coattivo di rieducazione ed emenda morale per crimini da essi non compiuti e ad essi in nessun modo imputabili, ripugnerebbe infatti ai sacri principi di libertà, autonomia e responsabilità personale, davanti a Dio e ai propri simili, sui quali i nostri Padri hanno edificato questa democrazia che io indegnamente servo.

I suddetti cittadini tedeschi sono pertanto liberi di scegliere, in qualsiasi momento, se restare o andarsene; nel qual caso a lei, signor maggiore, spetterà di provvedere affinché siano condotti all’aeroporto di Stoccarda e affidati alle locali autorità militari, che ne cureranno il trasporto fino alle destinazioni da essi scelte.

Confido nella sua competenza e nel suo senso del dovere affinché queste mie disposizioni siano adempiute tempestivamente ed integralmente.

Dio benedica l’America.

 

Il Presidente degli Stati Uniti

Harry Spencer Truman

 

Washington, 11 novembre 1945, 00.55 am”

 

Un fremito passa per ventuno cuori. «Le 00.55… che ore sono, adesso?» chiede il maggiore rivolto a Costello.

«Le 7.05, signore»

«Le 7.05! Tenendo conto dei fusi… dieci minuti fa» mormora quell’omaccione. Mi si avvicina con aria contrita, poi drizza la schiena e fa il saluto militare: «Le mie scuse, professore. Spero che, se un giorno la potenza di Washington declinerà, noi si possa essere interrogati da persone come lei. Mi scusi ancora, signore… Le auguro buon lavoro»

«Grazie» rispondo porgendogli la mano.

Lui la stringe e si rivolge a Franz: «Qualunque sia la sua decisione, signor von der Schulemburg, nel mio ufficio ho qualcosa per lei. La disposizione del Comando alleato effettivamente vieta il conferimento di nuove onorificenze naziste, ma nulla dispone circa il possesso di quelle pregresse»

«La ringrazio» risponde il giovane sciogliendosi un poco.

Una voce sottile e una mano si levano dal gruppo: «Maggiore…»

«Sì, signorina Müller?» sbuffa spazientito.

«Fra quarantaquattro giorni è Natale» sussurra Bette. «Qualora decidessimo di restare qui a studiare, per allora... potremmo recarci a visitare le nostre famiglie? Solo per due o tre giorni…»

Il maggiore Hogan si gratta pensieroso il mento, poi alza il capo e fa: «Beh, il Presidente ha detto che siete liberi di andare e venire come volete, perciò… nessun problema». Poi, rivolto ai suoi uomini: «Ri-poso! Tornate ai vostri posti! E lei, Costello, mi segua!»

«Signorsì, signore!» esclama lui felice come una pasqua. Mentre si allontanano ho un ultimo enigma da sciogliere: «Maggiore, per cosa sta quel J.?»

«Sta per Jonah», risponde voltandosi indietro e salutandomi con la destra. «L’anno prossimo a Gerusalemme»

Sorride sotto i baffi. Anch’io sorrido. «Shalom aleikhem»

I giovani gettano al suolo le capsule, le calpestano, poi esplodono in un applauso fragoroso; Franz e Jenny si abbracciano, si baciano. Quindi sfilano davanti a me uno dopo l’altro; i ragazzi mi stringono la mano dicendo «Mi perdoni, professore», le ragazze si inchinano e ripetono «Perdonateci, professore… sì, ci perdoni»

«Signorina Ginevra von Westphalen…», mormoro commosso.

«Il mio nome è Jenny», sorride lei radiosa.

Ora son di nuovo tutti schierati lì, in attesa. Li guardo e dico loro: «Certo che vi perdono. Vi ho già perdonati prima ancora di venire qui. Sennò, non avrei accettato questo incarico». Poi esclamo: «Allora, volete seguirmi?»

«Sìììì!», urlano in coro alzando i pugni al cielo, e avviandosi felici verso la sala lezioni.

 

Note storico-biografiche

– Johanna Bertha Julie Jenny, Freiin von Westphalen (più nota come Jenny von Westphalen o Jenny Marx) nacque il 12 febbraio 1814 a Salzwedel in Sassonia da Johann Ludwig von Westphalen, un ex funzionario pubblico di idee liberali e primo barone (Freiherr) Westphalen, già vedovo e con figli, e da Caroline Heubel. A Treviri, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1816, conobbe e frequentò regolarmente per tutta l’infanzia e l’adolescenza Karl Marx, di quattro anni più giovane di lei (il quale considerava il barone von Westphalen un “amico paterno”, al punto da dedicargli la sua tesi di dottorato), condividendo con lui l’amore per la letteratura e la filosofia. Donna molto colta e di non comune bellezza, dopo aver respinto numerosi pretendenti nel 1836 si fidanzò segretamente con Karl, che sposò il 19 giugno 1843 e da cui ebbe sette figli: Jenny Caroline (1844-1883), Jenny Laura (1845-1911), Edgar (1847-1855), Henry Edward Guy (1849-1850), Jenny Eveline Frances (“Franziska”, 1851-1852), Jenny Julia Eleanor (1855-1898) ed un bambino nato e morto nel luglio 1857 prima che gli fosse dato un nome. Seguì il marito nella sua vita disagiata ed errabonda, collaborando attivamente al suo lavoro e, secondo alcuni studiosi, influenzandone la teoria politica. Morì a Londra il 2 dicembre 1881.

Suo fratello Edgar von Westphalen (1819-1890), amico d’infanzia e compagno di scuola di Karl Marx, partì alla volta del Texas, ove tentò inutilmente di fondare una comunità comunista; una volta abbandonato il progetto decise di tornare in Germania, ove ricoprì, fra gli altri, la carica di membro del Comitato comunista di Corrispondenza di Bruxelles.

Dei due fratellastri di Jenny il primo, Karl Hans Werner von Westphalen, nacque nel 1803 e morì nel 1840; il secondo, Ferdinand Otto von Westphalen (1819-1890), fu ministro degli interni prussiano dal 1850 al 1858.

 

– Johann Matthias von der Schulenburg o Schulenberg (Emden di Magdeburgo 1661-Verona 1747) fu militare, mecenate e collezionista d’arte. Nel 1702 combatté nell'esercito sassone contro il re Carlo XII di Svezia durante la Grande guerra del Nord e fu sconfitto nelle battaglie di Klissow (19 luglio 1702) e di Wschowa (13 febbraio 1706).

Il suo discendente Gebhard Werner von der Schulenburg, nato nel 1881 a Pinneberg, fu storico dell’arte, giornalista, romanziere, commediografo e diplomatico in Italia. Tentò in ogni modo di scongiurare l’alleanza fra Mussolini e Hitler, che non apprezzava, e del quale non accettava l’antisemitismo (egli fu anzi palesemente filo-ebraico). Partecipò all’operazione Valkiria insieme al cugino Friederich Werner von der Schulenburg (ambasciatore tedesco nell’Urss) che fu vittima della repressione nazista, mentre Gebhard riuscì a fuggire in Svizzera, ove morì nel 1958.

 

– Martin Heidegger nacque il 26 settembre 1889 a Messkirch da famiglia cattolica e compì i primi studi a Costanza e Friburgo presso i Gesuiti frequentando corsi di teologia, discostandosi in seguito dal cattolicesimo. Conseguita nel 1915 la libera docenza presso l’Università di Friburgo in Bresgovia e divenuto nel 1916 assistente del filosofo Edmund Husserl, con la pubblicazione nel 1927 della sua opera principale Essere e tempo si distaccò totalmente dagli insegnamenti del maestro, al quale succedette nella cattedra l’anno seguente. Nel 1933, dopo l’elezione a rettore dell’ateneo, si iscrisse al Partito nazionalsocialista e il 27 maggio, in occasione dell’assunzione ufficiale della carica, pronunciò il discorso su L’autoaffermazione dell’università tedesca, nel quale il richiamo ai primordi della filosofia greca si intreccia con i temi della potenza, della volontà e del destino tedeschi, di cui auspicò un nuovo “inizio” (Anfang) per opera del regime hitleriano. Durante il suo rettorato Heidegger intervenne attivamente nel programma di nazificazione dell’università. Nei confronti dei suoi allievi e colleghi ebrei colpiti dai provvedimenti razziali si comportò in modo ambivalente: aiutò alcuni di essi a trovare sistemazione all’estero, ma ne denunciò altri; il suo allievo cattolico Max Müller perse l’insegnamento perché da lui dichiarato “non nazionalsocialista”, mentre è tuttora controversa la misura del suo coinvolgimento nell’espulsione di Husserl, alla quale comunque non si oppose. Dimessosi dall’incarico nel 1934, continuò a tenere corsi accademici fino al 1944, allorché fu arruolato nella milizia popolare (Volkssturm). Nel 1945 la Commission d’Épuration istituita dal Governo Militare Francese dopo l’occupazione della città, sentito anche il parere del suo ex-amico e collega Karl Jaspers (la cui moglie era ebrea), lo interdisse dall’insegnamento nel quadro del programma di denazificazione dello Stato e della società tedeschi; l’anno seguente, precipitato in una grave crisi nervosa a seguito dei ripetuti interrogatori cui era stato sottoposto, si fece curare nel sanatorio di Badenweiler. Reintegrato nel corpo docente nel 1949 grazie a un nuovo parere positivo di Jaspers e all’intervento di Max Müller, continuò a tenere corsi e conferenze e a scrivere libri – fra i quali spicca La questione della tecnica, nel quale è riportata una citazione dal poeta Hölderlin: “Dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva” –  fino alla morte, avvenuta a Friburgo il 26 maggio 1976. Ancora acceso è il dibattito sulle motivazioni dell’adesione di Heidegger all’ideologia nazionalsocialista: i suoi difensori la attribuiscono a umano opportunismo, mentre i critici (fra i quali spicca Victor Farías) hanno ritenuto di individuarne l’origine nel radicale rifiuto della metafisica e della razionalità occidentali a favore di una “svolta” (Kehre) verso un ascolto poetico e pre-razionale dell’Essere nelle sue molteplici «epifanie» storico-concrete.

 

– Martin Franz Rudolf Erwin Lange nacque il 18 aprile 1910 a Weisswasser, nel distretto di Rothenburg, in una famiglia evangelica. Studiò legge a Jena, dove aderì all'associazione studentesca “Germania”, a Monaco e a Halle, laureandosi all’Università di Jena il 12 dicembre 1932. I1 4 novembre 1933 aderì alle SA per agevolare la propria carriera, ma dopo l’assunzione in prova presso l'Ufficio centrale della Gestapo a Berlino, nel 1936, decise di passare alle SS. Diventato Untersturmführer (sottotenente) il 6 luglio 1938, il 9 novembre dello stesso anno fu promosso Sturmführer (tenente), e il 20 aprile 1940 Hauptsturmführer (capitano). Dopo un periodo di addestramento nell'Ufficio centrale della Gestapo a Berlino, dove divenne consigliere di 3a classe, nel maggio 1938 fu trasferito al comando della polizia di Stato di Vienna per portare avanti l'annessione dell'apparato poliziesco austriaco; ritornato a Berlino il 17 settembre 1940, divenne viceresponsabile del posto di polizia. In seguito alla formazione dei contingenti delle Einsatzgruppen (gruppi operativi) della Polizia di sicurezza e del SD (Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS) incaricati di sterminare la popolazione ebraica dei territori occupati dell'Urss, Lange, che il 20 aprile 1941 era stato nominato Sturmbannführer (maggiore), venne “inviato a Est”; divenuto comandante superiore della Einsatzgruppe A, che entrò nell'area del Baltico al seguito delle truppe della Wehrmacht, diresse temporaneamente il Kommando 2 di questa unità speciale. Dal 3 dicembre 1941 Lange fu comandante della Polizia di sicurezza e del SD per il distretto generale Lettonia; in quella veste, nel novembre-dicembre 1941 diresse i massacri di ebrei lettoni e tedeschi nei pressi di Riga. Il 9 novembre 1943 fu nominato Obersturmbannführer (tenente colonnello). All'inizio del 1945 divenne comandante della polizia di sicurezza (Sicherheitspolizei) di Posen, e al tempo stesso dovette assumere l'incarico di comandante superiore della polizia di sicurezza presso il comandante supremo della SS e della polizia del Wartheland. Raggiunse la sua nuova sede di servizio quando Posen era ormai accerchiata dall’Armata Rossa ed era stata dichiarata città fortificata; ferito durante la riconquista temporanea degli uffici della Sipo, fu promosso Standartenführer (colonnello) delle SS il 30 gennaio 1945 e, per decisione di Hitler, il 6 febbraio 1945 ricevette la croce d'oro tedesca. Morì poco tempo dopo in combattimento a Posen.

 

– La città tedesca di Colonia (Köln) fu istituita dai Romani nel 49 col nome di Colonia Agrippina sul villaggio natale di Agrippina Minore (figlia di Germanico e moglie dell’imperatore Claudio). Durante la seconda guerra mondiale fu bombardata 261 volte dalla Royal Air Force britannica. Particolarmente rilevanti furono gli attacchi del 30 maggio 1942 (passato alla storia come “Operazione Millennium” in quanto per la prima volta  il Bomber Command della RAF riuscì a portare sull' obiettivo ben 1.046 velivoli); del 28 giugno 1943, che provocò 4.500 vittime civili; e del 9 luglio 1944, che in 77 minuti uccise 4.377 persone e distrusse un patrimonio storico e artistico di 1.900 anni. Nonostante l’uso da parte inglese di un gran numero di ordigni incendiari al fosforo bianco e di bombe a penetrazione al fine di interrompere le condutture idriche usate dai pompieri per spegnere gli incendi, la presenza del Reno e di numerosi canali impedì il verificarsi del fenomeno noto come “tempesta di fuoco” (che invece devastò centri come Amburgo e Dresda); nonostante ciò, al termine del conflitto il centro cittadino era stato distrutto al 90%. La cattedrale cattolica (nome ufficiale: chiesa dei Santi Pietro e Maria), iniziata nel 1248 e ultimata nel 1880, fu colpita 14 volte, ma non collassò; restaurata nel dopoguerra, nel 1996 è stata inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità redatto dall'UNESCO.

 

– Il castello di Neuschwanstein (letteralmente “Nuova rocca del cigno”) fu costruito alla fine del XIX secolo a Schwangau, nei pressi di Füssen, nel sud-ovest della Baviera su commissione del re Ludwig II, conosciuto anche come “il re matto”, il quale spese tutto il suo patrimonio nell’impresa, come ritiro personale ed omaggio al genio del musicista Richard Wagner da lui particolarmente amato. Esteso per 6.000 metri quadrati articolati su 4 piani e numerose torri, alte anche 80 metri, è situato ai piedi di una montagna, poco distante da un lago, sul ciglio di una gola vertiginosa e  di fronte a al castello di Hohenschwangau (“Contea del cigno alta”); infatti Ludwig chiamò la sua nuova residenza “Nuovo castello di Hohenschwangau”, e fu solo dopo la sua morte che venne rinominato nel modo attuale. Tutte le sale sono decorate con motivi wagneriani, ad eccezione della sala del trono (mai completato per la morte prematura del sovrano), che presenta invece motivi decorativi ispirati all’arte bizantina; notevoli sono la Sala dei cantori, con vista della fortezza sullo sfondo, dedicata al “Tannhäuser”, e il cortile decorato con scene dal “Lohengrin”. Nonostante l’ordine dato da Ludwig al custode di interdire l’accesso ai curiosi dopo la sua morte, poche settimane dopo il castello fu aperto ai visitatori. Usato come ambientazione in molti film, come ad esempio i disneyani Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Rapunzel, è tuttora uno dei luoghi più visitati della Germania, in ogni stagione dell'anno.

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