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Stefano Carloni

Terra dei liberi

Perché l’America deve governare il mondo

 

 

A tutti gli esiliati, i perseguitati e gli oppressi

che nei secoli hanno guardato, e guarderanno, all’America

come dolce terra di libertà

 

 

 

Dobbiamo considerare che saremo come una città su una collina, gli occhi di tutti sono su di noi

(John Winthrop, 1630)

 

 

Colombo, il padre dell’eccezionalismo americano

Se è vero, come si usa dire, che “è la prima impressione che conta”, ciò vale particolarmente per quella che Cristoforo Colombo si fece degli indigeni centroamericani dopo il suo sbarco sull’isola di Guanahani:

 

Essi vanno nudi come la madre loro li partorì e ugualmente le donne… e [sono] molto ben fatti e di bellissimi corpi e di bei sembianti… Non usano armi, né le conoscono, tanto che mostrai loro le spade e le prendevano dalla parte del filo e si ferivano per ignoranza… Generalmente sono tutti di buona statura, di modi gentili e ben fatti… Devono essere buoni e di ingegno vivace che m’avvidi che in breve tempo ripetevano ciò che dicevo loro. E credo che facilmente si farebbero cristiani perché mi parve non avere essi alcuna religione[1].

 

In questa sede non rileva stabilire se Colombo fu genovese, spagnolo o portoghese; né se sia stato fin dall’inizio intenzionato a raggiungere il continente americano per fondarvi una colonia multietnica e tollerante di nome Arcadia (come pensano molti sostenitori di “teorie del complotto” che lo accreditano quale capo dei Templari, ultimo erede di conoscenze marinare che i cavalieri crucisegnati avrebbero appreso esplorando con i Vichinghi le terre dal Labrador al Messico), se addirittura abbia “scoperto” l’America una prima volta nel 1485[2], oppure se sia stato invece vittima di un colossale errore di calcolo e insieme baciato dalla fortuna[3]. Importante invece è che da queste parole, scritte sul diario di bordo il 12 ottobre 1492, traspare tutta l’emozione di un uomo del Medioevo, cristiano devotissimo, convinto di aver trovato la sede dell’Eden: uomini e donne dai corpi snelli e bellissimi che sembrano non conoscere il pudore né l’arte della guerra[4], ignari persino del valore dell’oro e alieni dall’avarizia[5]; un popolo felice immerso in una natura incontaminata che dona sostentamento generosamente e senza sforzo alcuno[6], e per di più non idolatra come i musulmani, ma ben disposto ad accogliere il Vangelo[7]… Del resto anche quando, alcuni decenni dopo, si riconobbe che le terre allora raggiunte costituiscono un continente fino ad allora sconosciuto agli Europei, e si iniziò a dargli un nuovo nome: America, anche allora i colonizzatori – spagnoli e portoghesi dapprima, francesi e inglesi in seguito – continuarono a proiettare sul Nuovo Mondo immagini, tradizioni e miti del Vecchio.

Dall’Utopia di Thomas More alla Nuova Atlantide di Bacone, da Las Casas al “buon selvaggio” roussoviano, l’America divenne subito segno di contraddizione rispetto al mondo “civilizzato”; e se non è provata una connessione fra le descrizioni dei missionari intorno ai “liberi” costumi sessuali degli indios e l’imposizione di poligamia e incesto da parte del movimento anabattista tedesco di Thomas Müntzer che imperversò in Germania agli inizi del ‘500, è indiscutibile l’influsso esercitato sui primi movimenti socialisti dalla comunanza di vita e di beni praticata dagli amerindi caraibici. Poco importa che nell’America precolombiana poligamia, concubinato e incesto fossero privilegio delle dinastie reali, e che per la maggioranza della popolazione il matrimonio monogamico fosse la regola: come si è detto, è la prima impressione che conta, nel bene come nel male.

Mentre il Vecchio Mondo vedeva nel Nuovo la realizzazione delle proprie speranze o delle proprie fantasie più sfrenate, questo iniziava già a scardinarne gli equilibri millenari; e ancor più forte doveva palesarsi la scossa quando i coloni britannici stanziati sulla costa atlantica del Nordamerica, discendenti di fanatici religiosi, avventurieri e prostitute, si separarono dalla madrepatria rea di non aver assicurato loro il rispetto di diritti tanto universali quanto inauditi: il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Tredici anni separano la Declaration of Indipendence dalla presa della Bastiglia; sull’orologio della Storia, meno di un battito di ciglia.

 

 

L’uomo che inventò la geopolitica

La vita di Gerhard Kremer è l’esempio migliore di come un uomo possa cambiare le proprie stelle. Nato nel 1512 a Rupelmonde (al confine tra gli attuali Belgio e Paesi Bassi) da un calzolaio tanto povero da non poter dare ai suoi figli che una dieta quotidiana a base di solo pane, sembrava destinato come i due fratelli maggiori ad una anonima e comoda carriera ecclesiastica propiziata dallo zio paterno. Studiò dapprima religione, aritmetica e latino, poi entrò all’Università di Lovanio dove si laureò nel 1532; nel frattempo aveva latinizzato il proprio nome in Gerardus Mercator (Gerardo Mercatore) e iniziato ad interrogarsi sulla compatibilità fra la Genesi e le teorie cosmologiche di Aristotele, tanto da decidere di non proseguire gli studi e da esclamare sconsolato: «Ho iniziato a dubitare della verità di tutti i filosofi»[8]. Intraprese così una serie di viaggi che forse non placarono le sue ansie religiose, ma di certo destarono in lui un profondo interesse per la geografia, in cui vide la scienza in grado di spiegare nel modo migliore la struttura del mondo creato da Dio.

Tornato a Lovanio, Mercatore approfondì le sue conoscenze matematiche applicate alla geografia e all’astronomia[9] sotto la guida dei maestri Gemma Frisio e Gaspard Van der Heyden, con i quali iniziò a realizzare globi terrestri e celesti (come quelli commissionati dall’imperatore Carlo V fra il 1536 e il 1538); dal 1538 intraprese l’attività di cartografo, producendo fino alla morte mappe di grande accuratezza che gli assicurarono fama e onori in tutta Europa (e probabilmente lo salvarono dal rogo nel 1544, quando fu arrestato con l’accusa di eresia a causa della sua fede protestante e se la cavò con soli sette mesi di detenzione).

Il motivo per cui Mercatore è passato alla storia risiede proprio nella sua profonda conoscenza della matematica: fin dal 1540 egli comprese che il motivo principale per cui i dati e le informazioni raccolte dai marinai in giro per il mondo erano spesso fallaci consisteva nella loro assunzione che la rotta tracciata sul globo terrestre seguendo la bussola percorresse una linea retta, mentre invece tale linea è una curva particolare chiamata lossodromica. Nel 1564, dopo essere stato nominato cosmografo ufficiale a Duisburg, alla corte del duca Guglielmo di Cleve (dove si era trasferito per la maggiore tolleranza religiosa rispetto ai territori dominati dagli Asburgo), egli iniziò a perfezionare una nuova proiezione cartografica, che utilizzò per la prima volta in una grande carta murale del mondo pubblicata nel 1569: la Nova et aucta orbis terrae descriptio ad usum navigantium emendata accomodata (Nuova e migliorata descrizione del globo terrestre corretta ed adattata a uso dei naviganti). Grazie a quella che fu poi chiamata “proiezione di Mercatore”, infatti, le linee lossodromiche – le quali, come detto sopra, rappresentano le rotte di navigazione tracciate seguendo con la bussola un determinato angolo rispetto al nord – potevano essere disegnate su un piano come linee rette, dando così un impulso ineguagliabile alle esplorazioni e alle conquiste coloniali da parte dei popoli europei.

Ma quel che rileva maggiormente ai nostri fini è che la carta di Mercatore (il quale fu anche il primo a raffigurare l’America in tutta la sua estensione, da nord a sud, e a usare il nome di Nordamerica per indicare la sua parte settentrionale) mostra per la prima volta compiutamente la dicotomia – che diverrà presto antinomia insanabile – fra Oriente e Occidente: a est l’Africa-Eurasia, una massa compatta di terre emerse centrata sulla regione attorno al Mar Caspio che nel 1904 un altro geografo, l’inglese Halford John Mackinder, avrebbe chiamato Heartland; a ovest l’America, una lunga e stretta striscia di terra estesa dall’Artico all’Antartico, circondata da due oceani che la proteggevano da qualunque invasore.

In questa rappresentazione riposano in nuce la genesi, lo sviluppo, i dibattiti e le contrapposizioni che nei secoli successivi hanno interessato la scienza geopolitica: dalle riflessioni di Montesquieu sul mare come presidio della libertà delle isole di contro al dispotismo continentale[10] alla recisa affermazione di Hegel secondo cui «il tipo più universale della determinazione di natura, che ha importanza nella storia, è quello costituito dal rapporto tra mare e terra»[11]; dalla constatazione fatta dal filosofo jenese nel § 247 della Rechtsphilosophie che «come per il principio della vita familiare è condizione la terra, fondamento e terreno stabile, così il mare è per l’industria l’elemento naturale che la stimola verso l’esterno»[12], fino alla densa trattazione di filosofia della storia da parte del politologo nazista Carl Schmitt, la cui attenzione è tutta concentrata (e pour cause) sugli Inglesi, l’unico popolo a decidersi per il «trasferimento dell’intera esistenza storica dalla terra al mare come da un elemento all’altro»[13]. Nella contrapposizione Terra/Mare riposa infatti il conflitto, che avrebbe sconvolto e mutato profondamente la storia, tra il Vecchio Mondo caratterizzato da pastorizia, agricoltura, guerre e invasioni di popoli, con società tutte distinte nei tradizionali tre ordini, ceti o “stati” – la nobiltà che deteneva il potere temporale, il clero che amministrava il potere spirituale, e la borghesia o “popolo minuto” subordinata ai primi due e obbligata a fornire beni di consumo, soldati per gli eserciti, funzionari per le burocrazie e manodopera per le opere pubbliche –, e un Nuovo Mondo contrassegnato dall’assenza di stratificazioni rigide, basato sul libero commercio piuttosto che sulla rendita feudale, aperto a valutare gli individui sulla base del loro talento e non più in base alla discendenza di sangue o alla fede professata; una società molto più omogenea di quelle euroasiatiche eppure fortemente dinamica al proprio interno, come l’Oceano, massa d’acqua omogenea ma attraversata da correnti che lo rimescolano perpetuamente.

Anche in questo caso poco importa che gli imperi maya, azteco e inca si sarebbero rivelati molto simili, per struttura e politica, alle civiltà storiche dell’Eurasia; anche qui a contare è stata la prima impressione maturata da Colombo sull’America: un Paradiso di uomini liberi e uguali, senza schiavi né schiavisti. Non a caso, mentre Mercatore disegnava le sue mappe, William Shakespeare definiva in questi termini la sua patria:

 

Quest’altro Eden, semi-paradiso,

questa fortezza costruita dalla Natura per se stessa

contro l’infezione e la mano della guerra,

questa felice stirpe d’uomini, questo piccolo mondo,

questa pietra preziosa nel mare d’argento,

che la serve come un muro,

o un fossato a difesa di una casa[14].

 

Dopo esser stati un popolo di pastori che allevavano pecore e ne vendevano la lana alle Fiandre[15], gli Inglesi stavano infatti per divenire una grande potenza marittima prendendo esempio proprio dal nuovo continente, e da quella decisione esistenziale per il mare avrebbero tratto l’energia volitiva e l’ingegno che sarebbe stato alla base della rivoluzione industriale e della loro affermazione per due secoli come prima potenza mondiale, per poi cedere lo scettro ai loro figli spirituali, gli Stati Uniti d’America.

 

 

Perché l’Occidente domina il mondo

Soltanto un folle o un bugiardo potrebbe sostenere che oggi, nel terzo millennio dell'era cristiana, l'Occidente non domini il mondo. La rete informatica della quale ci serviamo ogni giorno è una creazione occidentale, e il nome con cui essa è conosciuta, Internet o World Wide Web o The Net che sia, è pronunciato da tutti in una lingua occidentale. Sono stati Paesi, governi e popoli occidentali a colonizzare l’America, l'Africa e l'Asia. I vaccini che ci proteggono da malattie mortali, sono stati creati e voluti da menti occidentali; e le canzoni che ascoltiamo, i film che vediamo, i divi e le dive che ammiriamo, non sono forse occidentali per nascita o per adozione? Il diritto di eleggere i nostri governanti, per il quale molti sono stati e sono pronti a morire, è un frutto sublime del pensiero politico occidentale. E infine lo stile di vita che grandi masse di uomini e donne su tutto il pianeta desiderano, fatto di libertà, uguaglianza di opportunità, apertura di frontiere, fratellanza senza confini, è stato creato dall'Occidente.

Sorge a questo punto una domanda legittima: perché l'Occidente domina il mondo? Perché sono stati i popoli occidentali a colonizzare il resto del globo, e non viceversa? Perché gli Apache o i Navaho, perché gli Incas o gli Aztechi non hanno costruito delle caravelle, non hanno attraversato l'oceano e non sono sbarcati sulle coste del Portogallo o dell'Inghilterra? E perché Indiani, Cinesi e Giapponesi non hanno imposto al resto del genere umano la loro lingua, la loro religione e il loro stile di vita, come invece ha fatto l'Occidente?

Per un fondamentalista religioso sarebbe facile rispondere a queste domande con un lapidario «Perché il Signore Dio ha voluto così, punto e basta!», così come i genitori rispondono ai tanti «perché questo? perché quello?» dei propri figli con un perentorio «perché sì!»; facile, ma certo indegno della razionale essenza umana – il cui compito è «[distinguere] ogni cosa secondo la sua natura e [mostrare] come essa è»[16] – e incompatibile anche con un autentico pensiero religioso, per il quale l’uomo è stato creato da Dio a immagine del Suo Logos affinché conoscesse se stesso e il mondo con le sue leggi, e dalla bellezza della Creazione giungesse a contemplare la saggezza del Creatore. Pertanto anche noi, in questo capitolo, tenteremo di rispondere alla domanda “perché l'Occidente domina il mondo?” analizzando in primo luogo le cause materiali del primato dell'Occidente, e quindi le sue cause spirituali o ideologiche.

 

***

 

0) Prima di esaminare le cause del successo dell'Occidente, è necessaria innanzitutto una explicatio terminorum: cosa si intende con la parola “Occidente”?

Con la parola “Occidente” si indica generalmente l'insieme costituito dai Paesi e dai popoli dell'Europa propriamente detta – quindi con esclusione della Russia, e in seguito ne vedremo il motivo –, degli Stati Uniti d'America-Canada, dell'Australia-Nuova Zelanda, del Giappone-Sudcorea e dell'India. Già da questa prima precisazione possiamo vedere che USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda sono popolati in larghissima maggioranza da individui di origine europea; che l'India è stata colonizzata e governata per più d'un secolo da un Paese europeo (l'Inghilterra); e che il Giappone e la Corea del Sud, pur non essendo mai stati colonie, dopo la seconda guerra mondiale si sono sottoposti a un processo di volontaria e accelerata assimilazione della cultura e dello stile di vita dei vincitori (gli Stati Uniti d'America, un Paese di origine europea) fino a trasformarsi da popoli agricoli e feudali in grandi potenze tecnologiche e in società liberaldemocratiche e consumistiche quanto quella a stelle e strisce. Quando parliamo di Occidente parliamo dunque di una realtà socio-economico-politica nata in Europa e plasmata dall'Europa. Quindi la nostra domanda iniziale «perché l'Occidente domina il mondo?» diventa più precisamente «perché l'Europa domina il mondo?».

 

1) Una sintetica conoscenza storica è sufficiente a mostrare che la civiltà europea è arrivata buona ultima sulla scena del mondo: le prime società basate sull'agricoltura, la pastorizia e la metallurgia sono nate in Mesopotamia all'incirca nel 9000 avanti Cristo, e da lì si sono espanse dapprima in Egitto, poi verso est nell'India settentrionale, in Cina e Giappone, e da ultimo verso ovest in Grecia, fra gli Etruschi e infine a Roma[17].

D'altra parte, uno sguardo alla carta geografica evidenzia che tutte queste civiltà si sono sviluppate lungo una fascia pressoché orizzontale che corre dalla Spagna-Marocco lungo il bacino del Mediterraneo-Mar Nero, il Medio Oriente, il nord dell'India, la Cina fino al Giappone: tutte regioni poste quasi alla stessa latitudine, quindi con un decorso delle stagioni praticamente identico, con lo stesso clima, la stessa flora e fauna; e come se non bastasse, con molte specie vegetali altamente nutrienti e facilmente coltivabili, e con molte specie animali facilmente domesticabili e allevabili per ottenere carne e lana, per trainare aratri e carri.

Le civiltà amerinde degli Aztechi, Maya e Incas, viceversa, si sono sviluppate in una regione estesa più in direzione nord-sud che in direzione est-ovest, quindi con profonde differenze di clima, di insolazione e piovosità, di flora e fauna; l'Amazzonia, l'Africa subsahariana e l'India meridionale, dal canto loro, sono sempre state flagellate da un clima tropicale, da malattie endemiche, dalla mancanza di vegetali coltivabili e di animali allevabili, mentre l'Australia è quasi completamente deserta e arida fin dal termine dell'ultima glaciazione 13.000 anni fa, e il Nordeuropa, la Siberia e il Canada settentrionale sono troppo freddi per ospitare vegetali e animali adatti a sostenere una popolazione umana numerosa.

Ecco dunque la causa materiale del primato europeo: l'Europa si trovava nella fascia climatica adatta a permettere il sorgere di civiltà basate prima sulla pastorizia e poi sull'agricoltura, agricoltura che ha consentito per la prima volta l'accumulazione di scorte di viveri con cui migliaia di uomini e donne, nelle stagioni inadatte al lavoro dei campi, potevano essere sfamate mentre si dedicavano a grandi opere ingegneristiche, come la costruzione di imponenti reti di canali di irrigazione, di grandi muraglie per la difesa dei confini, di templi e palazzi reali; e poiché l'Eurasia, a differenza degli altri continenti, si estende principalmente in direzione est-ovest, agli esseri umani è stato possibile percorrere decine di migliaia di chilometri nei due sensi, anno dopo anno, secolo dopo secolo, diffondendo le conoscenze via via acquisite lungo tutta questa “fascia delle civiltà” senza incontrare ostacoli climatici come invece è accaduto agli uomini in altre regioni del pianeta.

 

2) Qui sorge spontanea un'ulteriore domanda: perché mai proprio l'Europa, che come abbiamo sopra visto ha sviluppato una fiorente civiltà agricolo-pastorale e metallurgica millenni dopo Mesopotamia, Egitto, India e Cina, non è stata invasa, conquistata e sottomessa da uno di quei popoli lì viventi, ma anzi li ha sopravanzati e dominati tutti?

Per rispondere a tale quesito le cause materiali sopra esposte non sono più sufficienti, dal momento che esse premiano in ugual misura tutti i popoli posti lungo la fascia climatica cosiddetta “temperata”. È dunque necessario investigare delle cause di ordine superiore, delle cause risiedenti nella cultura e nella visione del mondo dei popoli europei, e assenti invece nella cultura e nella visione del mondo dei popoli extraeuropei; delle cause spirituali o ideologiche.

Anche in questo caso lo studio della Storia, maestra di vita, ci soccorre: vediamo infatti che il take-off, il “decollo” dei popoli europei, è avvenuto a partire dal XVI secolo prima nell'Olanda calvinista appena liberatasi dal dominio del Sacro Romano Impero Germanico, e poi nell'Inghilterra anglicana; due Paesi le cui condizioni sociali e politiche hanno favorito la nascita di un pensiero, di una ricerca sulla Natura e sulla Società non basate sulla cieca ripetizione di una tradizione immemorabile, ma sulla capacità della ragione umana di cogliere il Vero e il Bene e di attuarli nel mondo.

Si potrebbe allora dedurre che siano la Riforma protestante, nelle sue varie declinazioni, e l'indipendenza politica dei Paesi nordeuropei rispetto all'Impero germanico da essa indotta, le cause spirituali del primato dell'Europa occidentale, tanto più che proprio in Olanda e Inghilterra, da un lato, sono state concepite e sviluppate le prime grandi teorie e invenzioni scientifiche (il telescopio, la legge di gravitazione universale, la chimica e la macchina a vapore), e dall'altro e contemporaneamente, sono state poste le fondamenta dello Stato di diritto liberale e democratico (il governo della legge, l'indipendenza della magistratura, la democrazia rappresentativa, la responsabilità dei governanti di fronte al popolo). In realtà, uno sguardo storico più attento ci mostra come tanto il luteranesimo quanto l'indipendenza siano state non delle cause, ma delle occasioni: che esse cioè hanno solo costituito un ambiente favorevole all'azione di una causa più antica, la quale fino ad allora non aveva potuto sviluppare pienamente i suoi effetti, pur essendo già all'opera.

Quale sarebbe questa causa più antica? L'Europa è stata la terra in cui la religione cristiana, olivo selvatico innestato sul tronco d'olivo buono di Israele, si è maggiormente diffusa e ha permeato più profondamente la vita materiale e spirituale dei popoli; e il proprium del Cristianesimo, rispetto alle altre religioni “storiche”, consiste nella fede in un Dio-Ragione eterno, obiettivo e assoluto che ha creato il mondo con sapienza, “secondo numero, peso e misura”, e ha fatto l'uomo a Sua immagine, dotandolo di un intelletto razionale capace di indagare il mondo, di conoscerne le leggi e di applicarle per migliorare la sua vita, per essere il “giardiniere” del mondo, l'operaio industrioso nella “vigna del Signore”.

Le altre religioni, invece, non attribuiscono alcun valore all'indagine razionale: non certo l'Islam, per il quale Allah è un dio capriccioso e arbitrario, che esige sottomissione cieca e incondizionata, che potrebbe persino, se così gli piacesse, costringere gli uomini a credere il falso per vero e a scambiare il male per il bene[18]; non l'Indo-Buddhismo, che concepisce la divinità come un grande Tutto impersonale – il Brahma o “respiro” universale – e i singoli esseri come frammenti, separatisi da questo Tutto cosmico per orgoglio peccaminoso e per questo condannati a reincarnarsi più e più volte, e che considera saggio l'uomo il quale impari a distaccarsi dal desiderio delle cose materiali, della felicità e della stessa autoconservazione in vita, fino ad annegare nuovamente la propria individualità fittizia nel grande mare del Brahma-Tutto-e-Nulla; e neppure il Confucianesimo con il suo culto degli antenati, la sua ossessione per il rispetto delle gerarchie e delle tradizioni, il suo conformismo spinto fino a ridurre gli uomini a formiche, eccellenti in tutti i lavori collettivi ma assolutamente privi di genialità individuale.

L'unico campo nel quale il genio dei singoli si è manifestato fra i popoli extraeuropei, prima di essere beneficamente “fecondati” dal pensiero occidentale, è quello delle arti figurative e fittili, dal disegno alla scultura alla produzione di vasellame pregiato, che peraltro accomuna tutti i popoli e tutte le culture della storia. Ma ognun vede come non siano stati i Prassitele e i Fidia, o i Giotto e i Raffaello, a determinare il primato dell'Occidente sugli altri popoli e culture, bensì i Leonardo e i Galilei, i Keplero e i Newton, gli Jenner e i Pasteur, i Lavoisier e gli Edison, gli Einstein e i Lemaître; tutti pensatori ebraico-cristiani, tutti impregnati dal messaggio evangelico «La Verità vi farà liberi», e per questo determinati a superare le tradizioni sclerotizzate, a vincere gli ipse dixit di cui un potere oligarchico sempre si ammanta per autoperpetuarsi, a lanciare al genere umano il grido di Immanuel Kant: “Sapere aude, osa conoscere!”.

È dunque il Cristianesimo, con la sua fiducia nella ragione umana, la vera causa spirituale che ha innalzato i popoli d'Europa, e tutti gli altri da essi conquistati o comunque influenzati, a un livello di civiltà mai prima raggiunto nella Storia, al di sopra della miseria belluina, delle guerre tribal-religiose e della sudditanza ai capricci del clima e dei tiranni che affliggono i popoli senza Legge né Ragione: dalle corrotte repubblichette e dittature africane, ricche di petrolio e povere di tutto, alle teocrazie islamiche in cui l'unico libro che circola è il Corano e i vaccini contro la poliomielite sono considerati un complotto mondialista per sterilizzare i sedicenti "stalloni" musulmani, dalla Cina capital-comunista alla Russia che affoga le proprie frustrazioni nella vodka e nell'adorazione dello zar Putin.

 

 

Perché l’America domina il mondo

Nel capitolo precedente abbiamo esaminato le cause materiali e culturali alla base del successo dell’Occidente; si tratta ora di fare un passo ulteriore, analizzando i motivi per i quali oggi, all’interno della “costellazione occidentale”, gli Stati Uniti d’America non sono dei meri primi inter pares, bensì occupano una posizione di assoluto predominio, al punto che da molte parti si parla, con soddisfazione, disincanto o livore, di un “impero americano”. In altre parole: perché sono gli USA a dominare il mondo e non la Germania o il Giappone, perché non più l’Inghilterra, e perché neppure il Brasile o l’Argentina?

Di fronte a tale domanda non si può rispondere semplicisticamente adducendo il fatto, pur incontestabile, che gli Stati Uniti spendono per armamenti più di ogni altro Paese (anzi, addirittura più della somma degli altri dieci Paesi che li seguono in questa classifica), né si può cavarsela ricordando che dalla fine dell’800 il loro Pil (prodotto interno lordo, ovvero l’indice della ricchezza prodotta annualmente) è il più alto del pianeta; queste son cause economiche, e quindi materiali come quelle da noi già esaminate per spiegare il primato dell’Occidente. Neppure si può giustificare l’imperium americano con cause spirituali come il Cristianesimo, poiché questo è diffuso nell’America settentrionale come in quella centromeridionale e in Europa. È quindi necessario indagare se esistano delle cause di ordine ancora più alto, delle cause teologiche, alla base del successo americano; ma quali?

 

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Di fronte a una Storia che troppo spesso si presenta all’uomo come un «mattatoio», la filosofia è chiamata a riconoscere e tener fermo che «il grande contenuto della storia del mondo è razionale», e che «una volontà divina domina poderosa nel mondo, e non è così impotente da non saperne determinare il gran contenuto»[19]. Colui che si accosta filosoficamente alla storia dell’umanità ha pertanto il dovere di evitare la tentazione degli storiografi di regime e degli psicagoghi alla Isocrate – di chi cioè per adulazione dettata da codardia o interesse «serve il presente» (secondo la caustica definizione di Luciano di Samosata[20]) – e di analizzare ogni evento con acribia, per rintracciare in esso quel senso complessivo che solo può farlo comprensibile al suo intelletto, e che solo nel contempo può rendere ragione della sua personale collocazione spazio-temporale (Ort) e dell’orientamento (Ortung) che a lui è richiesto di prendere. «Wer die Welt vernünftig ansieht, den sieht sie auch vernünftig an»: solo chi considera il mondo razionale è considerato razionale da esso[21].

Se dunque ci avviciniamo agli eventi storici con questo metodo, notiamo che fin dalla classicità greco-romana e dalla sapienza biblica emerge con prepotenza un tema comune: quello della translatio imperii. Erodoto nelle sue Storie parla della successione dei Persiani ai Medi, e promette una trattazione sugli Assiri; il sogno di Nabucodonosor[22] sulla statua dalla testa d’oro, dal petto e dalle braccia d’argento, dal ventre e dalle cosce di bronzo, dalle gambe di ferro e dai piedi misti di ferro e argilla, e la visione delle quattro “bestie” emergenti dal mare, rappresentano il succedersi degli imperi dall’antichità fino all’epoca in cui il Libro di Daniele fu probabilmente composto (II secolo a. C.): dagli Assiri ai Babilonesi e ai Persiani, fino ad Alessandro Magno e ai suoi successori. Emilio Sura, in un frammento tramandatoci da Velleio Patercolo, vede nella vittoria su Cartagine e nella sottomissione di Macedonia e Siria il passaggio fondamentale per l’inserimento di Roma nella serie degli imperi[23], e questa idea fu ripresa nel V secolo d.C. dal cristiano spagnolo Paolo Orosio. Nella sua Historia adversus paganos (l. VII, 2, 16) viene fissato il principio per cui la storia procede secondo una successione di imperi che vanno da Oriente (Assiri, Babilonesi, Medi e Persiani) a Occidente: la Macedonia e Cartagine, il Nord e il Sud del mondo, sono stati tappe intermedie (tutores et curatores) nel cammino dell’umanità verso l’unificazione di tutte le genti che, nella sua visione, si era compiuta in Roma con la nascita di Cristo. Questo diventerà il topos di tutte le cronologie medievali, e se ne ritrova traccia nella speculazione hegeliana sui quattro «regni cosmostorici», l’orientale, il greco, il romano e il germanico, attraverso i quali l’Idea della Libertà si sviluppa prima come libertà di uno, poi come libertà di alcuni e infine come libertà di tutti[24].

Il riferimento a Hegel ci permette di cogliere un altro elemento insito nella tematica della translatio imperii. Il cammino storico non è fatto solo di tappe meramente quantitative: allo spostamento del centro di gravità del mondo umano da est a ovest corrisponde uno sviluppo qualitativo[25]. Dal feroce dominio assiro-babilonese, attuato mediante lo sterminio e la deportazione di quanti non accettassero di prosternarsi a Marduk, si passò alla mitezza illuminata di Ciro che concesse libertà di culto ai suoi sudditi sparsi dall’Egeo all’Indo, e finanziò personalmente il ritorno degli Ebrei in patria e la ricostruzione del Tempio. Alessandro spinse i suoi amici a sposare nobili persiane e i suoi soldati a nozze indigene (egli stesso sposò la figlia dell’ultimo Achemenide), e inserì nel suo esercito Persiani, Battriani e Sogdiani per sancire l’avvenuta fusione tra vincitori e vinti. Roma impose con i suoi trattati un imperium che essa si impegnava ad esercitare «tamquam in pacatum»[26]; è la pax romana celebrata da Virgilio[27], la tranquilla libertas ciceroniana per cui il provinciale Elio Aristide loda Traiano[28] e per la quale anche i cristiani, nel mezzo delle persecuzioni, ringrazieranno Dio e pregheranno affinché gli imperatori godano di «una lunga vita, un impero sicuro, eserciti forti, un Senato fedele, un popolo onesto, un mondo tranquillo»[29]. E il medesimo cursus rerum gestarum si può cogliere dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, allorché il primato della sovranità e della civiltà passa da Roma ad Aquisgrana, per poi lasciare le sponde d’Europa e approdare sul Tamigi e, di lì, irradiare su tutti i continenti i princìpi sanciti nella Magna Charta: il diritto alla proprietà privata, a non essere vessati da imposizioni fiscali cui non si sia dato il proprio consenso (no taxation without representation), l’habeas corpus, il rule of law.

Se dunque questo è stato il cammino dell’umanità dai primordi della sua storia; se a ogni tappa del movimento spaziale da Oriente a Occidente ha corrisposto una estensione delle relazioni interumane e un approfondimento nella comprensione di ciò che pertiene a ogni uomo in virtù della sua costituzione ontologica, è irragionevole ritenere che il progresso del genere umano – o, per chi filosofa in fide, il «cammino di Dio nel mondo» – si sia fermato sul Tevere o sul Reno o sul Tamigi; «il braccio del Signore è forse raccorciato?»[30].

In verità il volo dell’aquila, uccello libero e sovrano[31], non si è fermato: dalla torre di Westminster essa ha valicato l’oceano e si è posata sulle coste di una nuova terra, ove ad opera di Roger Williams fu nuovamente proclamato il principio di tolleranza per tutte le fedi religiose, e dove il 4 luglio 1776 trentatré uomini, in rappresentanza degli abitanti di tredici colonie oppresse dalla madrepatria, pronunciarono e sottoscrissero parole destinate a restare nei secoli:

Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.

Quelle tredici colonie sono oggi divenute un popolo di trecento milioni di uomini e donne, i cui antenati pervennero lì da ogni angolo della Terra, da ogni etnia e religione; un popolo che si è certo macchiato di discriminazioni odiose nei confronti di strati sociali e minoranze, ma che nel tempo ha saputo imparare dai propri errori come l’Europa non ha mai voluto né potuto fare (si pensi soltanto al sempre risorgente antisemitismo di questa, legittimato ieri da un preteso diritto all’autodeterminazione dei popoli, oggi da un esasperato senso di colpa verso il passato colonialista).

Che ciò sia avvenuto a causa dell’origine “marittima”, “aperta”, e quindi giuridica, della democrazia inglese e poi di quella americana, dopo l’analisi condotta in precedenza, non sembra poter revocarsi in dubbio. Mentre gli Stati europeo-continentali, timorosi di perdere porzioni più o meno vaste dei propri territori, hanno accresciuto in modo ipertrofico esercito e burocrazia per controllarli intra ed extra moenia, e nel far ciò hanno subordinato la libertà dei propri cittadini (e ancor più quella degli stranieri) alla potenza di quegli apparati, l’Inghilterra, protetta dalle mura d’argento delle onde, non sentì mai il bisogno di creare un esercito stanziale né una burocrazia opprimente; per questo gli istituti del liberalismo – inviolabilità della proprietà privata, libertà della persona, del pensiero, della penna e dell’impresa – e della democrazia rappresentativa – primato del Parlamento e centralità dell’esecutivo quale amministratore fiduciario (trustee) del vero bene del popolo – hanno potuto svilupparsi nella loro pienezza solo nell’arcipelago britannico e nella “grande isola” americana. Mentre le colonie spagnole e portoghesi mutuavano dalla madrepatria le strutture feudali di appropriazione-divisione della terra e i ferrei controlli dell’Inquisizione sugli eretici, nelle colonie inglesi del Nordamerica si sviluppava una società aperta, non oppressa dalle rigide gerarchie sociali che ingabbiavano le energie individuali, e con una tolleranza verso tutte le fedi sconosciuta persino alla madrepatria british. Per tale motivo gli Stati centro- e sudamericani, anche quelli più grandi come Messico, Argentina e Brasile, non sono mai riusciti a eguagliare i progressi materiali e spirituali dei loro cugini statunitensi, rimanendo sempre in bilico fra regimi militari e tiranni populisti; e la stessa potenza inglese, posta a confronto con gli USA dopo gli immani sforzi di due guerre mondiali, è stata costretta a ceder loro il dominio dei mari (e dei cieli), e quindi del mondo.

A conclusione di questa analisi sia concesso a chi scrive di far ricorso, come ultimo exemplum, ad una fonte letteraria ultra-popular. In una avventura a fumetti di Capitan America pubblicata fra il dicembre 1965 e il febbraio 1966 sui nn. 72-74 della rivista della Marvel Comics «Tales of Suspense», intitolata The Revival of Sleepers (Il risveglio dei Dormienti) – nella quale l’eroe a stelle e strisce sventa un piano per la distruzione del mondo ordito dal classico mad scientist – gli abitanti di un oscuro villaggio della Baviera vengono convocati dal sindaco (un agente nazista rimasto sotto copertura per vent’anni) per estrarre da una caverna un gigantesco automa da combattimento; ad uno dei paesani che lamenta di esser stato svegliato in piena notte, e di dover uscire di casa sotto un forte temporale, un altro ribatte aspramente: «Non si discutono gli ordini del Burgmaster! Quando lui comanda noi obbediamo». Una così netta definizione autoritaristica dei rapporti fra sovrano e sudditi (o, se si preferisce, fra Stato-apparato e società civile) è pienamente comprensibile se pronunciata da un Tedesco, da un Francese o da un qualsiasi abitante dell’Europa continentale, mentre suonerebbe affatto stonata sulla bocca di un cittadino degli Stati Uniti.

 

 

«Perché ci odiano?»

All’indomani delle atroci stragi dell’11 settembre 2001, una domanda si è levata dalle macerie delle Twin Towers, dai giornali e dalle televisioni degli Stati Uniti d’America: Why do they hate us?, “Perché ci odiano?”. Già, perché? Perché un miliardo e mezzo di musulmani sparsi dal Marocco all’Indonesia odia ferocemente gli USA, al punto da sacrificare la propria vita e – horribile dictu – quella dei propri figli, persino dei bambini, pur di uccidere il maggior numero possibile di yankees? Ma non sono solo i musulmani a odiare l’America: anche i nostalgici del “comunismo reale” convertiti al terzomondismo, e i (pochi) fanatici adoratori della memoria di Hitler e Mussolini vedono come il fumo negli occhi l’«iperpotenza talassocratica» – la sostituzione del nome proprio di individui o gruppi con espressioni sprezzanti e odiose è il primo passo sulla via della demonizzazione –, e neppure la Chiesa cattolica può dirsi immune da questo cancro. Gli Stati Uniti non hanno mai mosso guerra ad altri popoli per conquistare territori, non hanno mai posseduto colonie, non hanno mai dovuto fronteggiare movimenti e guerre di decolonizzazione come invece Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo; eppure essi sono odiati molto più di costoro. Le persecuzioni anticattoliche in territorio nordamericano sono state infinitamente meno lunghe, dure e oppressive che nella Francia del Terrore giacobino o nella Germania nazista o nei Paesi comunisti; eppure gerarchie, intellettuali e popolo cattolici sfogano il proprio livore molto più spesso contro gli USA che contro tali regimi. Quali sono dunque le fonti avvelenate del sentimento antiamericano?

 

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I motivi esteriori che generano l’antiamericanismo sono certamente i più vari: i neonazisti accusano l’America di essersi “ingerita” negli affari europei impedendo per ben due volte alla Germania di ottenere l’egemonia sul continente; gli italiani nostalgici del fascismo, ugualmente, le rimproverano di aver frustrato il desiderio dell’Italia di conquistarsi il suo “posto al sole” nel Mediterraneo, strappando la Tunisia ai francesi e l’Egitto al protettorato inglese. I comunisti di tutto il mondo non perdonano agli USA di essersi contrapposti all’Unione Sovietica per cinquant’anni, impegnandola in una corsa agli armamenti che l’avrebbe infine portata al tracollo. E i musulmani, infine, rinfacciano agli Stati Uniti una pletora di colpe: dal sostegno a regimi militar-dittatoriali che hanno represso per decenni le spinte islamiste più radicali, fino alla colpa suprema: aver sostenuto militarmente, finanziariamente e politicamente l’«entità sionista» – l’espressione con la quale l’Islam chiama, demonisticamente, lo Stato di Israele – impedendo alle masse islamiche di spazzarlo via dalla faccia della terra[32]. Se guardiamo ai motivi interiori, alle cause spirituali dell’odio verso gli Americani, riscontriamo invece una completa uniformità: la fonte primaria, se non esclusiva, dell’antiamericanismo è l’odio per la modernità.

Odiano l’America quanti vogliono mantenere la donna in posizione subordinata all’uomo[33], mero oggetto sessuale, buona al più per mettere al mondo futuri combattenti: come i musulmani che ritengono lecito, in base al Corano, avere fino a quattro mogli, oltre a un numero indefinito di concubine e di schiave[34], e ripudiarle con una semplice dichiarazione verbale, che riconoscono alle figlie la metà dell’eredità spettante ai maschi[35], che costringono le donne ad andare in giro coperte da capo a piedi[36] e puniscono l’adulterio con la morte[37]; o come il nazionalista tedesco Werner Sombart, che nel pieno della Grande Guerra auspicava il sorgere di donne «dai larghi fianchi, per generare forti guerrieri»[38], non vedendo probabilmente nel sesso femminile altra utilità; o ancora come molti democristiani italiani che additavano nell’emancipazione della donna uno dei «germi corruttori» portati dalla società americana. Quale abisso separa gli Stati Uniti, che hanno legalizzato il suffragio femminile nel 1920, dai paesi islamici, nei quali le donne hanno ottenuto il diritto di voto – quando lo hanno ottenuto – solo negli anni ’60 del secolo scorso; per non parlare dell’Iran, ove esse non possono neppure tenere per mano in pubblico i propri fidanzati, o assistere alle partite di calcio maschili!

Odiano l’America i sostenitori dell’inferiorità di taluni popoli e tutti i fautori della schiavitù. Per i musulmani – sempre loro – essa è una istituzione naturale[39]: va ricordato che i mercanti islamici depredarono l’Africa dei propri figli migliori per secoli, costituendo la prima causa dell’arretratezza materiale e spirituale di quel continente; e ancora oggi, in paesi come Nigeria e Sudan, milizie musulmane rapiscono bambini e bambine dai villaggi abitati da cristiani e animisti, stuprandoli e facendoli schiavi.

Odiano l’America tutti i nemici di una società aperta e multirazziale: Hitler riteneva che «tutto nel comportamento della società americana è segno del fatto che essa sia per metà giudaizzata e per l’altra metà negrizzata»[40], e nello stesso periodo il regime fascista deplorava «lo spettacolo di questo popolo di fuoriusciti e di rifiuti europei mescolato di negri, di pellirosse e meticci, che pretenderebbe di dominare sui più nobili popoli della terra»[41].

Odiano l’America i fondamentalisti cristiani e musulmani per la sua tolleranza di tutte le fedi e le visioni del mondo, laddove il Corano esorta recisamente i figli di Allah a non «allearsi con i miscredenti»[42], a non coltivare relazioni amichevoli con i fedeli di altre religioni[43], ma anzi a muover loro guerra con ogni mezzo, inclusi la menzogna e l’inganno[44].

Odiano l’America quanti, a sinistra, al centro e a destra, detestano la sua forma di governo democratica: i marxisti perché la considerano un paravento dietro cui si nasconderebbe il potere dei grandi gruppi economici (essi parlano apertamente di plutocrazia); i reazionari nazifascisti perché essa riconosce uguale possibilità di accesso alle cariche pubbliche a ogni cittadino, qualunque sia la sua etnia, il suo censo o la sua opinione politica; e i tradizionalisti cattolici in quanto considerano la democrazia “formale” contraria a un «ordine sociale cristiano» in cui la religione informi di sé tutta la vita pubblica, come ai tempi dell’Inquisizione e delle discriminazioni verso gli “eretici”.

Odiano l’America quanti la accusano di essere un Paese materialista, fondato sul primato del denaro e sulla ricerca ossessiva del profitto e del piacere. È nota la definizione dell’Inghilterra data da Napoleone come di una «nazione di bottegai», giudizio sprezzante che si ritrova nella critica di Sombart allo “spirito mercantile”[45]; ma si trascura spesso di considerare che gli Inglesi avevano mutuato tale spirito mercantile dalle loro colonie nordamericane. Nel dopoguerra i neofascisti italiani accusavano gli Americani di avere perduto la carica innovativa di un popolo giovane e di esser divenuti «portatori di un tipo di pseudo-civiltà a sfondo unicamente materialista e edonistico»[46]. Negli anni Trenta del XX secolo Martin Heidegger aderì al nazismo perché vide, almeno per un momento, nel Terzo Reich la migliore difesa contro il male dell’«americanismo», il terribile stadio finale del processo con cui l’umanità si stava per lui discostando da una vita dotata di senso[47], e dopo la caduta di Hitler lui e i suoi discepoli tentarono di instaurare un “dialogo” intellettuale con il marxismo nella speranza di formare un’efficace coalizione antiamericana[48]. Per i musulmani, poi, l’American way of life non può che essere sommamente contrario ai precetti del Corano, per il quale la jihad è il fine supremo della vita a cui sacrificare ogni ricchezza e comfort[49]; ancora oggi moltissimi, in tutto il mondo, anche se non seguaci dell’Islam, condividono il disgusto con cui Sayed Qutb, l’ideologo della Fratellanza Musulmana maestro dei pluriassassini Yasser Arafat e Osama bin Laden, descriveva lo svolgersi una festa nel seminterrato di una chiesa alla quale aveva assistito nel 1948 durante un viaggio negli Stati Uniti:

 

Ballavano al suono del grammofono, e la pista da ballo era piena di piedi saltellanti, di gambe aggrovigliate, braccia che cingevano vite, labbra contro labbra e petti contro petti. L’atmosfera era piena di desiderio… Il pastore… si diresse verso il grammofono e scelse una canzone adatta all’atmosfera e che avrebbe incoraggiato i maschi e le femmine che ancora erano seduti a partecipare. E il padre scelse. Scelse la famosa canzone americana intitolata Baby, it’s cold outside[50].

 

Odia l’America, in ultima analisi, chi vuole una coesistenza fra gli uomini ordinata secondo i canoni della «comunità» tönnesiana (Gemeinschaft): «un organismo vivente»[51], prodotto dalla «volontà essenziale» (Wesenwille)[52] dell’uomo, manifestantesi in un sentimento di «comprensione» che tiene insieme gli uomini come «membri di un tutto»[53]; o, per dirla con Max Weber (il quale scrisse la sua opera più famosa nel periodo del maggiore successo personale e scientifico di Tönnies), quella relazione sociale in cui «la disposizione dell’agire sociale poggia… su una comune appartenenza soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che ad essa partecipano»[54]. Una forma di coesistenza fondata sulla prevalenza del tutto sulle parti[55], da cui discende una ipostatizzazione della relazione, per la quale “ogni rapporto della comunità costituisce nella disposizione, cioè nel nucleo della sua essenza, un «io» superiore e più generale, come la specie o l’idea dalla quale i singoli io… derivano se stessi e la loro libertà”[56]. Da questi presupposti non può non derivare una struttura relazionale «chiusa», il cui ambito umano si radica in una identità sovraindividuale che nasce dalla condivisione di fattori naturalistici o culturali (comunque già dati) e fa di un insieme di individui un noi che si conserva nel tempo mediante il vincolo della solidarietà: quella forma di coesistenza che si è soliti denominare «politica»[57], in quanto la polis o Stato costituisce tanto il “punto omega” verso cui tende l’aggregazione degli uomini in gruppi sempre più vasti[58] quanto il loro orizzonte esperienziale[59] e quindi il fine cui gli insiemi più piccoli sono subordinati[60]. Quella politica è una forma di vita esclusiva ed escludente, e questo, si badi, non già come un rischio contingente ed evitabile, ma come una (tragica) necessità iscritta nella propria «ontologia regionale»; si può anzi dire che la comunità ha bisogno di un nemico, come aveva notato Weber[61]. Il destino della politica sembra quello di essere tanto pacificante all’interno, quanto più si mostra diffidente ed ostile verso l’esterno; fino all’estremo esito della guerra[62], il cui scopo, oltretutto, non sembra essere il conseguimento della sicurezza per i membri della comunità, ma il massimizzarsi della coesione all’interno del gruppo[63].

Totalmente opposto è il modello di coesistenza realizzato dagli ex-coloni in Nordamerica: è quella che Tönnies chiamava «società» (Gesellschaft), fondata sulla prevalenza di ogni individuo-persona rispetto a qualsivoglia gruppo nel quale egli venga casualmente a nascere o a trovarsi; è la Gestalt relazionale «giuridica»[64], il Rechtszustand hegeliano nel quale «Tutti valgono come Ciascuno» e gli individui «nel loro esser-per-sé singolare, hanno valore in quanto autoessenze e sostanze»[65]. La società è quindi una realtà per sé universale, e tutte le associazioni limitate per territorio o materia, che possono formarsi tra gli uomini – dalla famiglia all’impresa, dalla federazione sportiva alla confessione religiosa, dal sindacato fino agli Stati – è resa possibile dall’appartenenza alla comune “famiglia” umana, che costituisce, essa sì, l’unico autentico orizzonte e confine dell’individuo. Dal che non discende l’impossibilità pratica di una guerra, allo stesso modo per cui il diritto penale non impedisce l’uso della forza; ma ne deriva una discriminazione – dianoetica prima ancora che etica – tra la forza che si fa violenza, perché diretta a far prevalere indebitamente un singolo o un popolo a danno degli altri, violando la simmetria che è il portato dell’uguaglianza ontologica[66], e la forza che di quella prevaricazione si fa vindice; anche nella forma della “guerra giusta”, secondo quel che insegna Spinoza: «hostem imperii non odium, sed jus facit»[67]. Come accadde al governo degli Stati Uniti d’America, che fu costretto ad intervenire nella prima guerra mondiale dall’ondata di sdegno che percorse la sua “spoliticizzata” società alla notizia dell’affondamento, da parte di un sommergibile tedesco, del transatlantico Lusitania, in palese violazione dello ius communicationis[68] e della libertas marium; che da un’analoga indignazione fu indotto a vincere il suo tendenziale isolazionismo dopo l’attacco a Pearl Harbour, i cui preparativi il Giappone aveva abilmente celato partecipando a false trattative di pace; e che per cinquant’anni ha impegnato risorse umane, economiche e militari per difendere l’Europa occidentale dalla minaccia di un’invasione da parte dell’Unione Sovietica, nella consapevolezza che «in nessun luogo nel mondo [potevano] esistere rapporti normali fintantoché non [venissero] riconosciute le norme della convivenza umana da parte dei dominatori di un terzo dell’umanità»[69].

L’odio di cui sono vittima gli Stati Uniti d’America trova dunque la propria fonte nel ribrezzo destato, in chi vuole la sottomissione degli individui a un potere tirannico, dalla vista di una terra, di un popolo di liberi e uguali; è il disgusto che suscita, in chi è schiavo degli istinti più bassi e “inferi” dell’animo umano – la chiusura, l’esclusione e la guerra verso chi è fuori dei propri confini biologici, geografici o religiosi –, la visione di un mos vitae più alto e nobile, quasi “divino”. Come dice Gesù: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia»[70].

 

 

La città sulla collina

I nemici degli Stati Uniti d’America son soliti definirla “una nazione fondata da fanatici religiosi”. È vero: i puritani che nel 1620 sbarcarono a Plymouth, sulle spiagge del Massachusetts, ardevano di fede e d’amore per Dio, cercavano un rapporto personale con Lui senza l’intermediazione di gerarchie, credevano nell’interpretazione letterale della Bibbia quale guida dei comportamenti pubblici e privati. Ma, come ha fatto notare David Gelernter nel suo saggio Americanism: the fourth great Western religion[71], a differenza dei loro contemporanei luterani, calvinisti e anabattisti, essi scelsero di non risolvere le proprie questioni dottrinali in Inghilterra, di non fomentare una sanguinosa guerra civile; scelsero invece di costruire una nuova società, nella nuova terra che Cristoforo Colombo aveva scoperto a Ovest, una società-modello che l’Inghilterra e tutto il mondo avrebbero potuto imitare.

La chiamata di Abramo da parte di Dio, descritta nel libro della Genesi, costituisce l’archetipo cui guardarono i primi colonizzatori del Nordamerica: essi sentivano di essere gli eredi dell’antico Israele, il popolo scelto per «camminare con Dio» (to walk with God) e «combattere le battaglie del Signore» (to fight the Lord’s own batttles). In questa fede possiamo scorgere, con lo sguardo della ragione, la realtà profonda della natura umana, divisa tra Finito e Infinito: mentre il lato finito induce ogni essere umano a rinchiudersi entro i confini limitati della propria famiglia, della propria chiesa o setta, della propria etnia o Stato, l’appello dell’Infinito lo spinge a superare ogni appartenenza naturalistica o comunque data, per costruire una coesistenza senza barriere. In uno dei racconti chassidici tramandati da Martin Buber, Rabbi Sussja prende spunto dalla vicenda di Abramo per ricondurre l’allontanarsi del cittadino dalla patria d’origine e del figlio dalla famiglia al processo costitutivo della soggettività:

Rabbi Sussja insegnava: «Dio disse ad Abramo: “Esci dal tuo paese, dal luogo della tua nascita, dalla casa di tuo padre, nel paese che ti mostrerò”. Dio dice all’uomo: “Prima di tutto esci dal tuo paese, dal torbido che ti sei procurato tu stesso. Poi dal luogo della tua nascita, dal torbido procurato da tua madre. Infine dalla casa di tuo padre, dal torbido che ti ha procurato tuo padre. Solo allora sarai capace di andare nel paese che ti mostrerò”»[72].

Si può pertanto dire senza tema di smentita che l’esodo abramitico costituisce il paradigma della “eccedenza” dell’humanum rispetto alla politicità. La comunità politica, come la famiglia, è il luogo primario di formazione della personalità; ma è necessario per l’uomo affrancarsi dalle strutture (Gestalten) relazionali chiuse, tendenti per loro natura ad assolutizzare le proprie dinamiche regolative sino a divenire asfittiche, per avventurarsi nel freddo, ma vasto oceano delle relazioni aperte.

È ben vero che, come con il distacco dalla famiglia uomo e donna si emancipano dal legame parentale per divenire a loro volta padre e madre – secondo quanto insegna anche il Vangelo[73] –, così l’esiliato, l’apolide si emancipano dal legame politico originario per dare vita a un nuovo Stato o per inserirsi in un altro già esistente; ma anche qui interviene il primato del Diritto sulla Politica, dell’apertura ontologica sulla chiusura esistenziale, dell’Infinito sul Finito. Infatti, come distaccandosi dalla famiglia di origine l’uomo e la donna sono chiamati a formare una nuova famiglia «senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione», secondo la verità naturale riconosciuta dall’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, così con il distacco dalla patria – nello spirito, se non nella materialità dell’esilio – ogni individuo è chiamato a instaurare con i propri simili un legame giuridico, una relazione fondata non sulla comunanza della carne, del sangue e del suolo (il Blut und Boden nazista), bensì su quel consensus juris e su quella communio utilitatis posti da Cicerone quali elementi costitutivi della res publica romana[74]. Una città, il cui fondatore non a caso era un fuoriuscito da Alba Longa; una urbs che acquisì la propria popolazione invitando criminali, schiavi fuggiaschi, esiliati e altri reietti dai villaggi d’intorno, e che proprio per la sua intrinseca giuridicità era destinata ad abbracciare l’intero orbis[75].

Allo stesso modo, le colonie inglesi nel Nordamerica, sia prima, sia soprattutto dopo l’indipendenza, attirarono milioni di uomini e donne dall’Europa esausta per le continue guerre, uomini e donne ansiosi di liberarsi dei vetusti servaggi feudali, di professare liberamente la propria fede e di costruire un futuro migliore per sé e per i propri figli. Anche i cattolici, che nel resto del vecchio continente perseguitavano aspramente gli “eretici”, quando furono costretti a lasciare l’Inghilterra ove subivano analoga sorte, decisero di stabilirsi nel Maryland, e il loro rappresentante al Congresso continentale del 1776, Charles Carroll, firmò la Dichiarazione d’Indipendenza, riconoscendo che i “papisti” avevano trovato nella nuova terra una libertà di gran lunga maggiore di quanto avessero lasciato nella madrepatria britannica.

 

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La teologia del Patto (Covenant) portava i primi coloni a credere profondamente che, se avessero fatto la volontà di Dio, Egli avrebbe marciato alla testa dei loro eserciti, come aveva guidato Mosè attraverso il deserto, e avrebbe assicurato loro la vittoria; e la volontà di Dio, per un Americano, consiste in nulla di meno che nel rivoltare il mondo da capo a piedi, per instaurare in ogni Paese le stesse condizioni di libertà e tolleranza realizzate da Roger Williams nel Rhode Island. John Winthrop, guida dei primi coloni diretti verso il New England, descrisse il futuro dell’insediamento che stava per fondare con parole che sarebbero divenute famosissime: «Dobbiamo considerare che saremo come una città su una collina, gli occhi di tutti sono su di noi». I successivi trecento anni di storia hanno dimostrato come quella profezia fosse tutt’altro che fallace.

La prima prova che gli Stati Uniti d’America erano nati per cambiare il mondo si ebbe nel 1801, allorché il bey di Tripoli, che già riceveva da Washington un tributo annuale di un milione di dollari per la “protezione” del proprio naviglio mercantile nelle acque del Mediterraneo, osò alzare il prezzo: il presidente Thomas Jefferson decise di rifiutare il pagamento e inviò una squadra navale nel Mediterraneo per tutelare i traffici commerciali americani. La cattura della “USS Philadelphia” e del suo equipaggio accese le ostilità fra gli Stati Uniti e gli stati barbareschi; per quattro mesi, dal febbraio al giugno 1804, la marina statunitense impose un blocco navale al porto di Tripoli, e l'anno successivo un contingente di marines occupò la città di Derna, costringendo il governatore ottomano alla resa. Nel 1812, sotto la presidenza Madison, il bey di Algeri sequestrò un equipaggio statunitense usando come pretesto il mancato pagamento di un tributo. La risposta non si fece attendere: nel 1815, appena conclusa la Guerra anglo-americana, una grande flotta fu inviata ad incrociare nelle acque di Algeri, costringendo il governatore ad accettare una trattativa che si concluse, il 3 luglio 1815, con il rilascio di tutti i prigionieri e la rinuncia a futuri tributi. Di fronte al dilemma se adattarsi a un mondo imperfetto con una piccola spesa o tentare di cambiarlo con grandi sforzi, con «sangue, sudore e lacrime», gli Americani scelsero la seconda strada.

Nel frattempo gli Stati Uniti avevano iniziato a inondare il mondo di missionari[76]. Dal 1806, quando un gruppo di studenti del Williams College in Massachusetts fece voto di dedicare la propria vita alle missioni all’estero, una fiumana possente di uomini e donne lasciò l’America per trasferirsi in Africa, Asia e Oceania; il loro scopo primario era certo l’annuncio del Vangelo e la conversione dei popoli a Cristo, ma fin dai primi giorni essi si impegnarono anche a debellare le malattie che affliggevano gli indigeni, a insegnar loro nuove conoscenze scientifiche e nuove tecniche agronomiche e industriali, a combattere le superstizioni e le discriminazioni che impedivano una piena parità di donne e disabili; a liberare le genti dai fardelli del feudalesimo e dell’autoritarismo, a promuovere democrazia e liberalismo. Inoltre le società missionarie promossero viaggi di studio in America per giovani stranieri, che così poterono conoscere la cultura occidentale e farsene annunciatori al loro ritorno nei Paesi d’origine.

Furono i missionari, insieme ai loro sostenitori e collaboratori in patria, a premere sul governo statunitense affinché sostenesse riforme miranti a indebolire la monarchia tradizionale nelle Hawaii e a trasformarle in un Paese democratico, così preparando il terreno alla loro annessione come cinquantesimo Stato della Federazione; e furono ancora i missionari nel 1912 a convincere Washington a rinegoziare un prestito alla Cina in senso più favorevole al nuovo governo repubblicano di Sun Yat-sen, anch’egli un cristiano educato in una scuola missionaria. I loro racconti sulle atrocità perpetrate dai giapponesi in Cina contribuirono grandemente a spostare l’opinione pubblica americana in senso ostile all’espansionismo nipponico in Asia, preparando la scena all’entrata degli USA nella seconda guerra mondiale e alle riforme che il generale MacArthur impose ai giapponesi dopo la loro resa: la rinuncia dell’imperatore alla sua pretesa divinità, l’abolizione del sistema feudale, la distribuzione della terra ai contadini, il ristabilimento della libertà di culto, l’introduzione di un sistema politico di tipo occidentale e la garanzia della libertà di stampa furono grandi successi che gli Americani poterono realizzare nel Paese del Sol Levante solo grazie alle conoscenze raccolte dai missionari nei decenni precedenti.

Nell’impero ottomano, i missionari statunitensi sollevarono le minoranze cristiane dall’oppressione musulmana; masse crescenti di giovani cristiani furono educate nelle lingue e nella cultura dell’Occidente, e sebbene ciò abbia finito per suscitare i sospetti del regime islamico e la persecuzione aperta degli Armeni e dei fedeli delle altre confessioni, moltissimi di essi trassero vantaggio dall’educazione ricevuta per trasferirsi negli Stati Uniti. In modo analogo, molti ebrei della Russia, dell’Europa orientale e della Germania nazista trovarono scampo dalle persecuzioni grazie alla rete di assistenza costituita dagli ebrei americani. Come risultato di queste ondate immigratorie, la società degli Stati Uniti d’America perse gradualmente la propria connotazione “Wasp” (bianca, anglosassone e protestante) per divenire il melting pot che è attualmente[77]: un Paese pervaso da un sentimento comune di appartenenza civica fondato sul rispetto della Costituzione e delle leggi. Furono i missionari americani a lottare contro l’analfabetismo, a promuovere lo studio delle culture extraeuropee, a sostenere la fine del colonialismo francese e britannico che discriminava e segregava le popolazioni sottomesse. E fu infine merito loro se in Africa l’Islam non soppiantò definitivamente il politeismo, e se il Cristianesimo si è diffuso a macchia d’olio in quel continente e ha influenzato lo sviluppo dei movimenti democratici e della lotta contro l’apartheid, come in Sudafrica.

L’attività dei missionari all’estero è paradigmatica dello stile con il quale gli Stati Uniti si sono affermati nel mondo: ripudio della diplomazia segreta, lotta contro i regimi autocratici, esportazione della democrazia come forma di governo maggiormente rappresentativa delle pubbliche opinioni, meno sensibile alle lotte intestine e più incline alla pace e alla prosperità rispetto ai regimi tirannici e alle oligarchie militari. In nome di questi princìpi – compendiati da Roosevelt nella dottrina delle «quattro libertà» (libertà di espressione, libertà religiosa, diritto a un livello di vita sufficiente, libertà dalla paura) – gli USA intervennero militarmente per l’indipendenza dell’America Latina dal dominio coloniale spagnolo, della Grecia dagli Ottomani, della Polonia, di Cuba e dell’Ungheria; in nome di questi princìpi affrontarono due guerre mondiali quando sarebbe stato per loro assai meno gravoso lasciare al Kaiser o a Hitler il dominio sull’Eurasia, sostennero un confronto cinquantennale contro l’Unione Sovietica, inviarono i marines a Grenada per salvarla da un golpe comunista e a Panama per liberarla dal narcotrafficante Noriega.

In nome dei sacri princìpi di libertà e democrazia gli Americani hanno contribuito alla creazione della Comunità Europea, facendo sì che i popoli del Vecchio Continente superassero secoli di diffidenze e odi, e conoscessero per la prima volta un lungo periodo di pace e di integrazione economica e sociale. Ed è sempre in nome di libertà e democrazia che essi hanno combattuto due volte contro Saddam Hussein[78] e hanno abbattuto il regime dei talebani in Afghanistan, prima per liberare il piccolo Stato del Kuwait, poi, dopo le atroci stragi dell’11 settembre 2001, per ristrutturare il Medio Oriente e l’intero pianeta secondo canoni occidentali: un processo che, nonostante il recente disimpegno di Barack Hussein Obama (disimpegno che il suo successore Donald John Trump sembra intenzionato a ribaltare), è ben lungi dall’esser terminato, e che deciderà l’esito dell’attuale conflitto fra l’Euroamerica, da un lato, e il terrorismo islamico e gli Stati-canaglia (Russia-Cina-Iran-Nordcorea), dall’altro, e l’assetto del mondo nel prossimo millennio.

In breve, la storia del mondo negli ultimi tre secoli è stata profondamente influenzata da questo popolo di puritani e avventurieri che per garantire la propria libertà è divenuto il difensore della libertà per tutto il pianeta, come ben proclama il loro inno nazionale:

 

Oh! thus be it ever when freemen shall stand

Between their loved homes and the war's desolation!

Blest with vict'ry and peace, may the Heaven-rescued land

Praise the Power that hath made and preserved us a nation.

Then conquer we must, when our cause it is just,

And this be our motto: “In God is our Trust.”

And the star-spangled banner in triumph shall wave

O'er the land of the free and the home of the brave![79]

 

 

Marx sul Potomac

Come è noto, la filosofia politica di Karl Marx si fonda sul concetto di “lotta fra le classi”: dall’antica Roma al Medioevo, fino all’età moderna «libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, mastro artigiano e garzone, in breve oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte latente a volte aperta; una lotta che è sempre finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta»[80]. Il motore delle lotte di classe, secondo il pensatore di Treviri, è da un lato l’alienazione (Entfremdung), la spoliazione più o meno violenta dei beni di consumo che la classe dominante compie ai danni delle classi dominate, cui spetta il compito della produzione, e dall’altro la resistenza esercitata dalle classi espropriate nei confronti degli espropriatori. L’ultima fase di questa lotta dovrebbe concludersi con uno scontro titanico fra due grandi classi, borghesia e proletariato, e vedere la vittoria finale di quest’ultimo, con la fine delle differenze di classe:

Quando, nel corso dell’evoluzione le differenze di classe saranno scomparse e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere pubblico perderà il suo carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per opprimere un’altra. Allorché il proletariato, nel corso della lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe, grazie a una rivoluzione diviene classe dominante e, come tale, sopprime con la forza i vecchi rapporti di produzione, assieme a quei rapporti di produzione, esso sopprime anche le condizioni d’esistenza dell’antagonismo di classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio dominio di classe[81].

Molto meno noto è che il padre del comunismo nutriva un atteggiamento ambiguo verso i borghesi: se da una parte rimprovera loro di aver «distrutto tutti i rapporti feudali, patriarcali, idilliaci» non lasciando tra uomo e uomo altro legame che “il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti»”, e di aver «dissolto la dignità personale nel valore di scambio» ponendo «in luogo delle innumerevoli libertà faticosamente conquistate oppure accordate… come unica libertà quella di un commercio senza scrupoli»[82], in altri passi del Manifest egli loda lo spirito avventuroso che ha spinto i mercanti a esplorare e conquistare tutto il mondo, e tesse l’elogio delle innovazioni da essi apportate:

La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa fornirono nuovi territori alla nascente borghesia. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, lo scambio con le colonie, l’accrescimento dei mezzi di scambio e delle merci in generale, diedero un impulso prima d’allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all’industria, e con ciò favorirono il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale in via di disgregazione[83].

Non vi è dubbio che per Marx la borghesia rappresenti la più grande forza rivoluzionaria mai apparsa nella storia: essa «non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali»; mentre nelle ere preindustriali la prima condizione di esistenza delle classi era «l’immutata conservazione del vecchio sistema di produzione» (la schiavitù, il servaggio della gleba), l’epoca borghese si distingue per «il continuo sconvolgimento della produzione, l’ininterrotta messa in discussione di tutte le condizioni sociali, l’insicurezza e il movimento perpetui»[84]. Non solo: con lo sfruttamento del mercato mondiale – creato dalla scoperta dell’America – la borghesia ha dato un’impronta cosmopolita alla produzione e al consumo di tutti i paesi; «Con grande rammarico dei reazionari [essa] ha privato l’industria della sua base nazionale. Le più antiche industrie nazionali sono state e sono tuttora quotidianamente distrutte. Esse vengono soppiantate da industrie nuove… che non lavorano più materie prime locali, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti diventano oggetto di consumo non solo all’interno del paese, ma in tutte le parti del mondo»[85].

Con stupore egli osserva come i vecchi bisogni, soddisfatti dai prodotti nazionali, vengano sostituiti da nuovi bisogni, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. «All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra un commercio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni», non soltanto per quanto concerne la produzione di beni materiali, ma anche nel campo della cultura e della scienza: «I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano bene comune. L’unilateralità e ristrettezza nazionali diventano sempre più impraticabili, e dalle molte letterature nazionali e locali si sviluppa una letteratura mondiale»[86]. Nello stesso tempo in cui unifica la produzione materiale e quella culturale, la borghesia abbatte infine le frontiere fra gli Stati, ponendo le basi per la creazione di una ecumene planetaria:

Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni rese infinitamente più agevoli, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi e con cui costringe alla capitolazione la più ostinata xenofobia dei barbari. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza[87].

Ora non può esser revocato in dubbio da alcuno che l’esperimento marxista, messo in atto per la prima volta in Russia nel 1917 e poi esteso in mezzo mondo dai carri armati, dai finanziamenti e dagli intrighi del Pcus fino all’abbattimento del Muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica, abbia prodotto conseguenze nefaste: miseria materiale, abbrutimento spirituale, arretratezza sul piano scientifico e tecnologico, e soprattutto la spietata eliminazione di più di cento milioni di esseri umani innocenti a seguito di “purghe”, guerre, insurrezioni e terrorismo[88]. Una così grave aberrazione etica è il frutto perverso di un altrettanto grande errore teoretico; illuminanti, a tal proposito, sono due affermazioni contenute nel libro I, capitolo 1 del Capitale:

 

Nel tenebroso medioevo europeo… la dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate… Quindi, qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l’uno all’altro in quel teatro, i rapporti sociali fra le persone nei loro lavori appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali fra le cose, fra i prodotti del lavoro.

 

[Gli] antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell’organismo borghese, ma poggiano o sulla immaturità dell’uomo individuale, che ancora non s’è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure su rapporti immediati di signoria e di servitù.[89]

 

Di fatto, Marx riconosce qui che:

1) per soddisfare i propri bisogni vitali, l’uomo deve essere in relazione con i propri simili;

2) questa relazione può essere diretta oppure indiretta, cioè mediata dalle cose;

3) essa produce necessariamente dipendenza (reciproca: anche il signore feudale ha bisogno del suo vassallo, come il rentier del fittavolo).

Per conseguenza il marxismo non può pretendere di «emancipare tutto l’uomo» dalla schiavitù della merce e del denaro, senza farlo ricadere nella più dura delle servitù: quella, immediata e brutale, dell’uomo sull’uomo; precisamente quel che è avvenuto sotto i regimi di «socialismo reale».

Ciononostante, l’elogio della borghesia tessuto nel Manifesto del partito comunista è da considerarsi storicamente e filosoficamente fondato. In verità Marx ha descritto in modo sostanzialmente corretto il phainomenon costituito dalla società borghese del suo tempo – e l’economia di scambio che vi era sottesa – come pure la genesi storica di questa; ma non è stato in grado di comprenderla, perché la sua teoria economica è stata “colata” negli stampi deformanti di una opzione volontaristica in favore della «abolizione dello stato di cose presente» mediante il «movimento reale»[90] rappresentato dall’instaurazione rivoluzionaria del comunismo[91]. Se non fosse stato accecato dall’odio verso il capitalismo e i capitalisti[92], egli avrebbe forse colto l’essenza di quel rivolgimento sociale: avrebbe cioè compreso che la borghesia, quale classe sociale apolitica, stava portando avanti il superamento della divisione del mondo in gruppi chiusi reciprocamente escludentisi e in perpetua lotta fra loro (che è l’essenza della forma di coesistenza politica), verso l’instaurazione di quella diversa e opposta forma relazionale che chiamiamo Diritto, la quale si fonda sulla uguale dignità ontologica di ogni individuo umano e sulla simmetria delle reciproche posizioni esistenziali. Un superamento che è in verità la renovatio, su scala mondiale, di quelle condizioni di pari dignità civile che avevano caratterizzato la koinè alessandrina e l’impero romano; è insomma un aspetto di quella vittoria della società sulla comunità che Ferdinand Tönnies avrebbe duramente stigmatizzato[93] e che costituisce, invece, il lato luminoso dell’età moderna[94].

Di questo processo di spoliticizzazione e giuridicizzazione del genere umano gli Stati Uniti d’America sono gli alfieri e i difensori più convinti[95]. La loro società, formata come abbiam visto da individui dalla fede ardente, convinti di essere il nuovo popolo di Israele destinato a illuminare le genti, e arricchita per secoli dall’apporto dei migliori cervelli provenienti da ogni angolo del globo, non è strutturata secondo classi sociali rigide come le antiche comunità dell’Europa medievale, dell’Asia o dei paesi islamici, ma si caratterizza per una notevole fluidità: chiunque, purché abbia talento in qualche campo, può innalzarsi fino ai livelli più alti della ricchezza e del potere, a prescindere dai suoi natali, dalla sua religione o etnia. La loro storia li ha persuasi che i princìpi di libertà, tolleranza e democrazia costituiscono la base più solida per assicurare stabilità ai governi e prosperità ai popoli; per questo motivo essi hanno adottato come criterio della propria politica estera l’esportazione della democrazia liberale, per conformare tutti i popoli della Terra secondo i valori americani. L’esito finale di questa americanizzazione del mondo, pertanto, non potrà essere se non l’abbattimento delle sovranità etno-nazionali, ormai inadeguate a saziare la sete d’infinito che alberga in ogni individuo, e la creazione di uno Stato mondiale ordinato secondo i princìpi dell’economia di mercato e della democrazia liberale, di una società giuridica universale in cui ogni essere umano, di ogni razza, popolo, lingua o fede, potrà essere riconosciuto e tutelato nel suo infinito valore.

La profezia marxiana sull’estinzione delle classi, dunque, va riformulata sostituendo ad esse gli Stati-nazione: allorché gli Stati Uniti d’America avranno imposto a tutto il genere umano il proprio stile di vita, i propri valori di libertà e democrazia – ciò che non potrà avvenire se non mediante una serie di guerre (combattute in primo luogo con gli strumenti dell’economia e della propaganda culturale, ma senza dubbio in alcuni casi anche con mezzi militari) le quali condurranno tutti i Paesi della Terra ad adottare, o per alleanza volontaria o in seguito a debellatio, il sistema politico e sociale americano –, e unificato tutte le nazioni in un solo Stato mondiale, riducendo le differenze tra esse a folklore privo di efficacia giuridica e assicurando a ciascun uomo e donna, a prescindere dalla sua nazionalità, il pacifico godimento dei diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità inscritti nella Costituzione americana, in questo modo essi porranno fine alla loro stessa superiorità, come specifica nazione, sulle altre nazioni, “inverandosi” in una cosmopoli planetaria di liberi e uguali.

Sarà la fine della Storia, come preconizza Francis Fukuyama[96] e come temono quanti paventano l’avvento di un «ultimo uomo» dedito solo al guadagno e al piacere? Oppure il sogno di una repubblica mondiale è destinato a infrangersi costantemente contro il muro delle appartenenze nazionali, culturali e religiose[97]?

Non vi è dubbio che, essendo l’uomo un ente finito, la sua tendenza a rinchiudersi in gruppi, associazioni, chiese e popoli limitati peserà sempre come un’ombra oscura su ogni tentativo di unificazione del genere umano: anche gli imperi di Ciro, Alessandro e Augusto, anche il Commonwealth britannico hanno unificato milioni di persone per decenni o persino secoli, e sono stati distrutti, o da invasori esterni, o dall’incapacità di contrastare le spinte centrifughe sorgenti al proprio interno. Ma l’uomo non è un ente solo finito: nella sua costituzione ontologica è presente anche una dimensione infinita che lo spinge a superare ogni frontiera, ogni orizzonte, ogni appartenenza “data”, a gridare sempre Excelsior![98], “più in alto!”.

Per questo, se pure gli USA dovessero fallire nell’attuale sforzo di unire il mondo secondo i princìpi della liberaldemocrazia occidentale, tale vessillo sarà di nuovo innalzato in futuro da qualche altro popolo[99], in un continuo fiorire e declinare di società sempre più aperte e includenti, fino a quando, tra sofferenze, cadute e riprese, il traguardo dell’unità del genere umano non sarà stato raggiunto. E non sarà allora la fine della Storia; sarà solo la fine di “una” storia, la vecchia, decrepita storia della politica, delle discriminazioni e delle guerre fra chi è “dentro” e chi “fuori” da un determinato confine, e l’inizio di una storia nuova: la storia di una Umanità post-babelica, riconciliata sotto il segno del Diritto e della Pace, che forse vedrà negli immensi spazi siderali una Nuova Frontiera da esplorare e civilizzare, con lo stesso spirito d’avventura e la medesima fiducia nell’avvenire[100] con cui i pionieri americani guardarono alle sconfinate praterie del West; per fare, di tutto il Cosmo, una «terra di liberi» e una «patria di coraggiosi».

 

[1] C. Colombo, Diario del primo viaggio, in Gli scritti, Einaudi, Torino 1992, pp. 40-41.

[2] Questa sembra ad es. l’opinione di Ruggero Marino, Cristoforo Colombo l’ultimo dei Templari, Sperling & Kupfer, Milano 2005.

[3] Secondo l’opinione storiografica maggioritaria egli avrebbe confuso il miglio arabo (pari a circa 2.000 metri) con il miglio romano (1.481 metri), riducendo così erroneamente il raggio della Terra di un terzo, e allo stesso tempo avrebbe sovrastimato l’estensione verso est dell’Asia, finendo per convincersi che la distanza delle isole Canarie dal Giappone fosse di appena 4.400 chilometri contro gli oltre 20.000 effettivi. Secondo tale opinione, se non fosse esistito il continente americano l’equipaggio delle tre caravelle sarebbe perito per fame, o più probabilmente si sarebbe ammutinato e avrebbe fatto ritorno in Spagna. Va ricordato, tuttavia, che il 10 ottobre l’Ammiraglio aveva offerto la sua testa ai marinai in rivolta se entro tre giorni non fosse stata toccata terra, ed effettivamente l’isola di Guanahani fu avvistata la notte fra l’11 e il 12; il che lascia supporre ch’egli possedesse una conoscenza previa di quei luoghi.

[4] Giudizio che Colombo confermerà nella relazione sul suo primo viaggio: «Mancano di armi che sono a loro quasi ignote, né a queste san adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi»: Lettera ai reali di Spagna (1493), trad. di G. Vaccari in Wikisource (https://it.wikisource.org/wiki/Lettera_ai_Reali_di_Spagna).

[5] «Sono molto semplici e di buona fede e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richiegga nessuno nega ciò che ha, che anzi essi stessi ci invitano a chiedere: professano grande amore verso tutti; per oggetti dappoco ne danno altri di gran valore, paghi d’ogni piccola cosa e anche di niente» (ibidem).

[6] «Tutte queste isole sono amenissime e di varia forma; piene d’una gran varietà d’alberi che s’elevano a grandi altezze e che non credo mai privi di foglie. Io le vidi così verzicanti e ridenti come suol esser la Spagna nel mese di maggio: alcune tutte in fiore, altre ricche di frutta, altre sfoggianti le loro particolari qualità naturali. Mentre io stesso camminavo attraversandole gorgheggiavano i rosignoli e uccelli numerosi e varii nel mese di novembre… Vi sono meravigliose pinete, campi e prati vastissimi; varii sono gli uccelli, varie le qualità di mele, varii i metalli, solo vi manca il ferro»: op. ult. cit.

[7] «Non sono affatto idolatri, anzi credono fermamente che ogni forza, ogni potenza e ogni bene sia in cielo» (ivi).

[8] J van RaemdonckGérard Mercator: sa vie et ses oeuvres, Dalschaert-Praet, St. Nicolas 1869.

[9] «Sin dalla giovinezza la Geografia è stata per me il primario oggetto di studio. Quando mi sono impegnato in essa, avendo applicato le considerazioni delle scienze naturali e geometriche, mi piacque, a poco a poco, non solo la descrizione della Terra, ma anche la struttura di tutta la macchina del mondo, i cui numerosi elementi non sono conosciuti da nessuno fino ad oggi» (Gérard Mercator cosmographe: le temps et l’espace, a cura di M. Watelet, Fonds Mercator Paribas, Antwerp 1994).

[10] «I popoli isolani sono più portati alla libertà dei popoli continentali. Le isole hanno, di solito, scarsa estensione; una parte del popolo non può esservi altrettanto facilmente adoperata a opprimere l’altra; il mare le separa dai grandi imperi, e la tirannide non può ingerirvisi; i conquistatori sono arrestati dal mare» De l’esprit du lois, Barrillot et Fils, Genève 1748 (tr. Lo spirito delle leggi, a cura di B. Boffito Serra, Rizzoli, Milano 1999, vol. I, pp. 443-444). Peraltro l’autore nota che «il Giappone fa eccezione per la sua grandezza e la sua schiavitù» (ivi).

[11] Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte; tr. Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1975-1981, vol. I, p. 212 (il corsivo riproduce lo spaziato del testo originale).

[12] Grundlinien der Philosophie des Rechts [Lineamenti di Filosofia del Diritto], Nicolaische Buchhandlung, Berlin 1821, § 247.

[13] Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Reclam, Leipzig 1942; tr. di G. Gurisatti Terra e mare. Una considerazione sulla storia del mondo, con un saggio di F. Volpi, Adelphi, Milano 2003, p. 27.

[14] W. Shakespeare, Riccardo II, atto II, scena I, vv. 42-48.

[15] C. Schmitt, Terra e mare, cit., p. 48.

[16] Eraclito, Sulla natura, fr. 1 Diels-Kranz.

[17] Cfr. J. Diamond, Guns, Germs, and Steel. The Fates of Human Societies, W.W. Norton & Co., New York 1997; tr. Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino 2006.

[18] Vedi Corano, sura XIV, v. 4: «Allah svia chi vuole e guida chi vuole» e sura XVI, v. 93: «Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Invece Egli travia chi vuole e guida chi vuole».

[19] G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte; tr. it. Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1975-1981, vol. 1, p. 11.

[20] Nella sua operetta Come scrivere la storia, gustosa satira delle invenzioni propalate dai falsi storici.

[21] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, loc. cit.

[22] Dn 2,31-44.

[23] «Assyrii principes omnium gentium rerum potiti sunt, deinde Medi, postea Persae, deinde Macedones; exinde duobus regibus Philippo et Antiocho, qui a Macedonibus oriundi erant, haud multo post Carthaginem subactam devictis summa imperii ad populum Romanum pervenit» [Gli Assiri per primi conquistarono tutti i popoli, poi i Medi, poi i Persiani, quindi i Macedoni; infine, non molto tempo dopo aver sottomesso Cartagine, sconfitti i due re macedoni Filippo e Antioco, tutto il potere giunse nelle mani del popolo romano]: Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, l. I, cap. 6.

[24] Lezioni sulla filosofia della storia, cit. pp. 46-47. Vedi pure p. 273: «Per la storia del mondo c’è un Oriente per eccellenza, anche se l’Oriente è per sé qualcosa di relativo: infatti benché la terra abbia forma di sfera, tuttavia la storia non compie un cerchio intorno ad essa, ma ha piuttosto un ben determinato Oriente, che è l’Asia. Qui nasce il sole esteriore, fisico, che tramonta ad occidente: ma qui nasce il sole interiore dell’autocoscienza, che diffonde un più alto splendore».

[25] Cfr. G.W.F. Hegel, op. ult. cit., p. 47: «La storia del mondo è il progresso nella coscienza della libertà».

[26] T. Livio, Ab Urbe condita, l. I, cap. 38, § 2.

[27] Aeneides, l. VI, vv. 851-853: «Tu regere imperio populos, Romane, memento/(hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem,/parcere subiectis et debellare superbos».

[28] «Ora tutti possono andare liberamente dove vogliono; tutti i porti sono in piena funzione, i monti sono sicuri per i viaggiatori, le città per i loro abitanti, la bellezza è diffusa su tutte le campagne, perché dovunque è stato cacciato il timore. Quali guadi di fiumi è proibito attraversare e quali sponde marine sono precluse? Ora anche i mercati sono più festosi» (Encomio a Roma).

[29] Tertulliano, Apologethicum, cap. 30, § 4.

[30] Num 11, 23.

[31] V. il discorso di Giustiniano nel VI canto del Paradiso dantesco (vv. 1-111), solenne celebrazione delle imprese compiute, da Romolo a Carlo Magno, sotto le insegne dell’«uccel di Dio».

[32] Vedi l’hadith (detto) attribuito a Maometto da Al Bukhari: «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l'albero diranno: 'O musulmano, o servo di Allah, c'è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo'».

[33] «Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse»: Corano, sura IV, v. 34.

[34] «E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono; ma se temete di essere ingiusti verso di loro, allora sia una sola o le ancelle che le vostre destre possiedono, ciò è più atto ad evitare di essere ingiusti»: Corano, sura IV, v. 3. Vedi pure la sura LXX, v. 30, in cui si giudica «non biasimevole» chi ha rapporti sessuali con le schiave di sua proprietà.

[35] «Ecco quello che Allah vi ordina a proposito dei vostri figli: al maschio la parte di due femmine. Se ci sono solo femmine e sono più di due, a loro [spettano] i due terzi dell’eredità, e se è una figlia sola, [ha diritto al] la metà»: Corano, sura IV, v. 11.

[36] Vedi Corano, sura XXXIII, v. 59: «O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate» e sura XXIV, v. 31: «E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo [hijab] fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano».

[37] Corano, sura IV, v. 15: «Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah apra loro una via d'uscita» e sura XXIV, v. 2: «Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite [nell'applicazione] della Religione di Allah, se credete in Lui e nell'Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione».

[38] Händler und Helden. Patrotische Besinnungen, Duncker & Humblot, München-Leipzig, 1915; tr. Mercanti ed eroi, a cura di F. Degli Esposti, ETS, Pisa, 2014, p. 153.

[39] Corano, sura XVI, 71: «Allah ha favorito alcuni di voi al di sopra di altri nelle risorse materiali. Coloro che sono stati favoriti le divideranno forse con i loro servi sì da renderli [a loro] uguali? Negherebbero a tal punto la benevolenza di Allah?» e sura XXX, 28: «Da voi stessi trae una similitudine: ci sono, tra gli schiavi che possedete, alcuni che fate vostri soci al pari in ciò che Allah vi ha concesso?».

[40] Cit. in W. R. Mead, God and Gold. Britain, America and the Making of the Modern World, Knopf, New York, 2007; tr. Dio & dollaro. La Gran Bretagna, l’America e le origini del mondo moderno, Garzanti, Milano, 2009, p. 93.

[41] F. Coppola, Considerazioni su questa guerra, in «Politica», giugno-settembre-dicembre 1941, cit. in M. Teodori, Maledetti americani. Destra, sinistra e cattolici: storia del pregiudizio antiamericano, Mondadori, Milano, 2003, p. 60.

[42] Sura III, v. 28.

[43] «Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate. Non sceglietevi tra loro né amici né alleati»: Corano, sura IV, vv. 89-90.

[44] «La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra» (Corano, sura V, v. 33); «Preparate, contro di loro [i miscredenti], tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati» (sura VIII, v. 60); «Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati» (sura IX, 29). Vedi pure la sura IX, v. 5: «Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, appostatevi ovunque in imboscate. Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la decima, lasciateli andare».

[45] «Con spirito mercantile intendo quella concezione del mondo che si accosta alla vita con la domanda “che hai tu, Vita, da offrimi?”, che vede nell’esistenza terrena dell’individuo una somma di affari commerciali… conclusi con il destino, o con il buon Dio… o con i propri simili, presi sia singolarmente, sia collettivamente (cioè lo Stato). Il guadagno che dovrebbe derivare alla vita di ciascuno è il maggior piacere possibile, cui corrisponde una buona scorta di beni destinati ad abbellire l’esistenza. In questa visione della vita, insomma, viene attribuita una grande importanza ai valori materiali, e dunque anche a quell’attività che procura quei beni materiali necessari per il piacere: le attività economiche, soprattutto quella commerciale, godono così di prestigio e di considerazione»: Mercanti ed eroi, cit., p. 71.

[46] Valentino, Chiesa a rimorchio, in «La Sfida», n. 6, II, 11 aprile 1949, in M. Teodori, Maledetti americani, cit., p. 63.

[47] Die Zeit des Weltbildes, 1938; tr. L’epoca dell’immagine del mondo in Holzwege – Sentieri erranti nella selva, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano 2014.

[48] Vedi ad es. M. Heidegger, Wegmarken, Klostermann, Frankfurt am Main, 1976, tr. Segnavia, a cura di F. Volpi e F.-W. Von Hermann, Adelphi, Milano, 1987, p. 292: “Ciò che Marx, partendo da Hegel, ha riconosciuto in un senso essenziale e significativo come alienazione dell’uomo, affonda le sue radici nella spaesatezza dell’uomo moderno. Questa viene provocata dal destino dell’essere nella forma della metafisica, che la consolida e nello stesso tempo la occulta come spaesatezza. Poiché Marx, nell’esperire l’alienazione, penetra in una dimensione essenziale della storia, la concezione marxista della storia è superiore a ogni altra «storiografia». Ma siccome né Husserl né, per quel che vedo finora, Sartre riconoscono l’essenzialità della dimensione storica nell’essere, né la fenomenologia né l’esistenzialismo pervengono in quella dimensione in cui soltanto diventa possibile un dialogo produttivo col marxismo”.

[49] «Se i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli, le vostre mogli, la vostra tribù, i beni che vi procurate, il commercio di cui temete la rovina e le case che amate vi sono più cari di Allah e del Suo Messaggero e della lotta per la causa di Allah, aspettate allora che Allah renda noto il Suo decreto! Allah non guida il popolo degli empi»: Corano, sura IX, v. 24.

[50] W.R. Mead, Dio e dollaro, cit., p. 92.

[51] F. Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft. Grundbegriffe der reinen Soziologie, H. Buske, Darmstadt 19358, l. I, Introduzione, § 1; tr. Comunità e società, a cura di G. Giordano (introduzione di R. Treves), Comunità, Milano 1979, p. 47.

[52] «La volontà essenziale [reca] in sé le condizioni della comunità, mentre la volontà arbitraria [Kürwille] produce la società»: op. ult cit., l. II, cap. III, § 39, p. 202.

[53] Ibidem, l. I, cap. I, § 9, p. 62 (il corsivo riproduce lo spaziato del testo originale).

[54] Economia e società, cit., vol. I, p. 38 (il corsivo riproduce lo spaziato del testo originale).

[55] «Se ci chiedessimo in che consista l’essenza dell’idea tedesca di Stato, dovremmo definire la concezione tedesca dello Stato come oggettivo-organica, per rendere evidente che essa muove dall’idea fondamentale secondo cui lo Stato non è fondato o costituito dagli individui, non è un aggregato d’individui, e non ha lo scopo di promuovere gli interessi particolari degli individui. Lo Stato, semmai, è la comunità di popolo (Volksgemeinschaft) raccolta in unità, la organizzazione consapevole di un’entità superindividuale alla quale i singoli individui appartengono come parti»: W. Sombart, Mercanti ed eroi, cit., p. 120.

[56] Comunità e società, cit., l. III, cap. I, § 4, p. 223; e ancora: «La comunità, che viene concepita nel modo più perfetto come unione metafisica dei corpi o del sangue, ha dalla natura la propria volontà e la propria forza di vivere, e di conseguenza il proprio diritto in rapporto alla volontà dei suoi membri, al punto che questi possono, in quanto tali, apparire soltanto come modificazioni e emanazioni di quella sostanza organica complessiva» (pp. 223-224).

[57] Sulla quale ha scritto pagine notevoli S. Cotta, Il diritto nell’esistenza. Linee di onto-fenomenologia giuridica, Giuffrè, Milano 1991, pp. 107-122. Cfr. pure R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino 1998.

[58] «È necessario in primo luogo che si uniscano gli esseri che non sono in grado di esistere separati l’uno dall’altro, per esempio la femmina e il maschio in vista della riproduzione… e chi per natura comanda e chi è comandato al fine della conservazione… da queste due comunità si forma la famiglia… mentre la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di bisogni non quotidiani è il villaggio… La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato»: Aristotele, Politica, cit., l. I, 1252a 25-32; 1252b 9, 16, 28.

[59] «Tutte le comunità sono simili a parti della comunità politica: infatti gli uomini viaggiano insieme in vista di qualche vantaggio, e per procurarsi qualcuno dei beni che servono alla vita… Ma le altre comunità mirano ad un vantaggio particolare, come i naviganti mediante la navigazione diretta all’acquisto di ricchezze o qualcosa di simile, i compagni d’armi mediante la guerra, desiderando ricchezza e vittoria, o una città, e ugualmente i membri di una tribù o di un demo… Alcune comunità, poi, si ritiene sorgano in vista di un piacere, quelle degli appartenenti ad un tiaso o ad una associazione conviviale… Ma tutte queste comunità sembrano essere subordinate alla comunità politica: poiché la comunità politica non mira al vantaggio presente, ma per l’intera vita»: Aristotele, Etica Nicomachea, l. VIII, 1160a 8-11, 14-23.

[60] Cfr. Aristotele, Politica, l. I, 1253a 19: «Per natura lo Stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte», e Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 90, a. 3 resp.: «Sicut homo est pars domus, ita domus est pars civitatis; civitas autem est communitas perfecta... Et ideo sicut bonum unius hominis non est ultimus finis, sed ordinatur ad commune bonum; ita etiam et bonum unius domus ordinatur ad bonum unius civitatis, quae est communitas perfecta».

[61] «Soltanto in caso di pericolo comune si può contare con qualche probabilità su una certa misura di agire di comunità»: Economia e società, cit., vol. II, p. 59.

[62] Cfr. B. Pascal, Pensieri, n. 293 Brunschvicg, p. 143: «– Perché mi uccidete? – E che! Non abitate forse sull’altra sponda del fiume? Amico, se abitaste da questa parte, io sarei un assassino, e sarebbe ingiusto uccidervi in questo modo; ma poiché abitate dall’altra parte, io sono un valoroso e quel che faccio è giusto».

[63] Per Hegel (il maître à penser del Novecento) «la Sostanza – in quanto è la potenza assoluta rispetto a ogni singolare e particolare, rispetto alla vita, alla proprietà e ai suoi diritti, come rispetto alle cerchie ulteriori, porta all’esistenza e alla coscienza la loro nullità… Questo rapporto, e il riconoscimento di esso, è perciò il dovere sostanziale dei singoli: il dovere di conservare questa individualità sostanziale, l’indipendenza e sovranità dello Stato, mediante il pericolo e il sacrificio della loro proprietà e della loro vita, e senz’altro delle loro opinioni e di tutto ciò che, di per sé, è compreso nell’ambito della vita»: Grundlinien der Philosophie des Rechts [Lineamenti di Filosofia del Diritto], Nicolaische Buchhandlung, Berlin 1821, cit., §§ 323-324.

[64] Cfr. l’analisi onto-fenomenologica di S. Cotta, Il diritto nell’esistenza, cit., pp. 137-152.

[65] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes, J.A. Goebhardt, Bamberg-Würzburg 1807, VI (lo Spirito), A (l’eticità), c.

[66] Sul ruolo fondativo della simmetria nel diritto penale vedi F. D’Agostino, La sanzione nell’esperienza giuridica, Giappichelli, Torino 1999, il quale ne individua le origini nel primo frammento di Anassimandro – il quale «vede nella stessa caducità delle cose la pena del loro essersi distaccate dall’unità dell’apeiron» («Là onde viene la generazione alle cose, occorre del pari che avvenga la loro fine. Pagano, invero, l’una all’altra il fio dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo») – e nella prospettiva indo-buddista (probabile matrice di quella occidentale) che «insiste nel delineare nelle individualità singole aspetti del Tutto, colpevoli del volersi rinserrare nella loro individualità e per ciò solo destinate a essere punite nel ciclo delle reincarnazioni» (p. 90 nt. 40).

[67] Tractatus theologico-politicus, Amsterdam 1670, cap. XVI, § 4.

[68] «Communicatio facit civitatem», spiega con la consueta icasticità Tommaso d’Aquino, In VIII Politicorum, l. I, q. 1, art. 37. Per F. de Vitoria, Relectio de Indis, l. I, s. 3, la naturalis societas et communicatio, con i suoi corollari (ius peregrinandi; libero accesso ai porti, fiumi e mari; diritto al commercio, alla condivisione delle conoscenze, all’evangelizzazione e alla libertà religiosa) costituisce il solo titolo legittimo delle guerre con cui gli Spagnoli debellarono gli imperi amerindi.

[69] E. Fraenkel, USA – Weltmacht wider Willen, Schriftenreihe der Deutschen Hochschule für Politik, Berlin 1957; tr. it. Il mito dell’imperialismo americano, a cura di A. Bolaffi in «Micromega», Editrice Periodici Culturali, Roma 1991, n. 4, p. 145.

[70] Giov. 15, 18-19.

[71] Tr. Americanismo. La quarta grande religione d’Occidente, a cura di S. Cosimi, liberilibri, Macerata, 2007, pp. 20-21.

[72] M. Buber, Die Erzählungen der Chassidim, Manesse Verlag, Zürich 1949, p. 385; tr. it. I racconti dei Chassidim, a cura di G. Bemporad (introduzione di F. Jesi), Garzanti, Milano 1979, p. 289. La citazione è tratta da F. D’Agostino, La giuridicità costitutiva della famiglia, in Id., Linee di una filosofia della famiglia nella prospettiva della filosofia del diritto, Giuffrè, Milano 1991, pp. 76-77.

[73] «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?» (Mt 19,4-5).

[74] De re publica, I, 25, 39.

[75] Cfr. l’elogio di Roma pronunciato da Rutilio Namaziano, De reditu suo sive Iter Gallicum, l. I, vv. 52-53: «Fecisti patriam diversis gentibus unam;/profuit iniustis te dominante capi;/dumque offers victis proprii consortia iuris,/Urbem fecisti, quod prius orbis erat» [Hai fatto di popoli diversi una sola patria;/giovò ai barbari l’essere annessi al tuo dominio;/e mentre offri ai vinti di esser partecipi del tuo diritto,/hai reso una città ciò che prima era il mondo].

[76] Cfr. Special Providence: American Foreign Policy and How it Changed the World, Knopf, New York, 2001, tr. Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, a cura di E. Humouda e A. Marti, Garzanti, Milano, 2002, in particolare le pp. 163-208.

[77] L’espressione, coniata nel 1908 dal drammaturgo ebreo inglese Israel Zangwill come titolo per una piéce teatrale di grande successo, intendeva designare il processo di fusione e assimilazione delle tante etnie che stavano dando vita al nuovo tipo americano: «L’America è il Crogiolo di Dio, la grande pentola in cui tutte le razze d’Europa si fondono e si riformano! Quando vi vedo, immigrati, qui a Ellis Island, voi brava gente con i vostri cinquanta gruppi dalle cinquanta storie e dai cinquanta linguaggi diversi, con i vostri odi e le vostre rivalità di sangue, dico: non rimarrete a lungo così, fratelli, perché questo è il fuoco di Dio che arde nel Crogiolo che vi contiene tutti! Dio sta forgiando l’americano… La vera America non è ancora arrivata. Questo è solo il Crogiolo che fonderà tutte le razze: il superuomo è in formazione» (The Melting Pot, Macmillan, New York 1914).

[78] Il tiranno iracheno aveva esposto senza ambiguità i suoi propositi nel 1975, in un libro pubblicato a Losanna dal titolo Unser Kampf und die internationale Politik (La nostra battaglia e la politica internazionale): cacciare gli ebrei dal Medio Oriente, unificare il mondo arabo sotto la propria guida e dividere Stati Uniti, Europa e Giappone con una astuta politica energetica. Impadronitosi del potere nel 1979, massacrò tutti gli oppositori (si calcola che durante il suo regime siano state sterminate più di 250.000 persone) ed iniziò la realizzazione delle sue aspirazioni invadendo l'Iran, che però resistette all’invasione; la guerra durò otto anni, causò un milione di morti e si concluse senza vinti né vincitori. Il 2 agosto 1990 Saddam ritentò con il Kuwait; il suo scopo era imporre il proprio controllo all'Arabia Saudita e agli Emirati (ricchissimi di petrolio), e, grazie alle nuove rendite, rafforzare l'esercito, distruggere lo Stato di Israele e diventare così il principale riferimento politico per un miliardo e mezzo di musulmani dall'Atlantico all'Indonesia, avendo il controllo dello stretto di Gibilterra, del canale di Suez e dei due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Il sogno dell'Islam di dominare l'Europa (sogno che i cristiani avevano infranto a Poitiers nel 732, a Lepanto nel 1571 e sotto le mura di Vienna assediata nel 1683) avrebbe potuto realizzarsi ricattando l’Occidente, che non poteva e non può ancora fare a meno del petrolio del Medio Oriente.

[79] «Oh! Così sia sempre quando uomini liberi si frapporranno/ tra le loro amate case e la desolazione della guerra!/Benedetta con la vittoria e la pace, possa la terra salvata dal Cielo/lodare la Potenza che ci ha creato e protetto come una nazione./Perciò dobbiamo vincere, quando la nostra causa è giusta,/e questo sia il nostro motto: “La nostra fiducia è in Dio”./E la bandiera adorna di stelle garrirà in trionfo/sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi!».

[80] K. Marx-F. Engles, Manifest der Kommunistischen Partei, Burghard, London 1848; tr. Manifesto del partito comunista, a cura di D. Losurdo, Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 5-6.

[81] Ibidem, p. 37.

[82] Manifesto del partito comunista, cit., pp. 8-9.

[83] K. Marx, Manifesto, cit., pp. 6-7.

[84] Op. ult. cit., pp. 9-10.

[85] Ibidem, pp. 10-11.

[86] Loc. ult. cit.

[87] Manifesto del partito comunista, cit., p. 11.

[88] Vedi Aa. Vv., Le Livre noir du communisme : Crimes, terreur, répression, Laffont, Paris, 1997 ; tr. Il libro nero del comunismo, a cura di S. Courtois, Mondadori, Milano 1998.

[89] K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Oekonomie, O. Meissner, Hamburg 1873 (tr. Il capitale. Critica dell’economia politica, a cura di D. Cantimori, R. Panzieri e M.L. Boggieri, [introduzione di M. Dobb], Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 109 e 111).

[90] K. Marx-F. Engels, Die deutsche Ideologie. Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Repräsentanten Feuerbach, B. Bauer und Stirner und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten (1845-1846), tr. L’ideologia tedesca, a cura di C. Luporini, Editori Riuniti, Roma 2000, l. I, cap. I (Feuerbach), p. 25.

[91] Cfr. la famosa Undicesima tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo».

[92] Un sentimento che domina fin dall’inizio la speculazione marxiana (v. i Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz, in «Rheinische Zeitung», 25 ottobre-3 novembre 1842; tr. La legge contro i furti di legna, a cura di L. Firpo, Editori Riuniti, Roma 1990) ma alla genesi del quale ha contribuito certamente l’influenza esercitata da Engels, che a Manchester – ove era stato inviato per seguire la proprietà paterna (era figlio di un ricco imprenditore tessile) – fin dal 1842 era entrato in contatto con l’ala rivoluzionaria del movimento cartista: i suoi Umrisse zu einer Kritik der Nationalökonomie (in «Deutsch-Französische Jahrbücher», hrsg. von A. Ruge und K. Marx, Paris 1844, fasc. 1-2; tr. Lineamenti di una critica dell’economia politica in K. Marx-F. Engels, Opere, vol. III, a cura di N. Merker, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 454-481) contengono tesi che Marx riprenderà più volte nelle sue opere, fino al Capitale.

[93] “Ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva… viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo. In comunità con i suoi una persona si trova dalla nascita, legata ad essi nel bene e nel male, mentre si va in società come in terra straniera. Il giovane viene messo in guardia contro la cattiva società; ma parlare di «cattiva comunità» è contrario al senso della lingua… La comunità è antica, mentre la società è nuova, come cosa e come nome”: Gemeinschaft und Gesellschaft. Grundbegriffe der reinen Soziologie, H. Buske, Darmstadt 19358, l. I, Introduzione, § 1; trad. Comunità e società, a cura di R. Treves, Comunità, Milano 1979, pp. 45-46.

[94] Da questo punto di vista anche l’accusa di “impoliticità” sovente rivolta alla borghesia – vedi ad es. C. Schmitt, Der Begriff des Politischen, Duncker & Humblot, München-Leipzig 1932 (tr. Il concetto di ‘politico’. Testo del 1932 con una premessa e tre corollari in Id., Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, p. 157): «Il pensiero liberale sorvola o ignora, in modo sistematico, lo Stato e la politica e si muove invece entro una polarità tipica e sempre rinnovantesi di due sfere eterogenee, quelle cioè di etica ed economia, spirito e commercio, cultura e proprietà» – merita una precisazione: la borghesia è “impolitica” in quanto coetus iuridicus; perché nello sviluppo dell’economia mercantile, che la caratterizza, essa conferisce effettualità alla prevalenza dell’universale sul particolare, del diritto sulla politica.

[95] Vedi questa profezia di G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte; tr. Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze, 1975-1981, vol. I, p. 233: «L’America è… il paese dell’avvenire, quello a cui, in tempi futuri, forse nella lotta fra il Nord e il Sud [del mondo], si rivolgerà l’interesse della storia universale».

[96] The End of History and the Last Man, Free Press, New York, 1992; tr. La fine della storia e l’ultimo uomo, a cura di D. Ceni, Rizzoli, Milano, 2003.

[97] Questa sembra essere l’opinione di Samuel P. Huntington: v. il suo The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, New York, 1996, tr. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, a cura di S. Minucci, Garzanti, Milano 2000, p. 16: «Nel mondo post-Guerra fredda, le principali distinzioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale… L’uomo si autodefinisce in termini di progenie, religione, lingua, storia, valori, costumi e istituzioni. Si identifica con gruppi culturali: tribù, gruppi etnici, comunità religiose, nazioni e, al livello più ampio, civiltà. L’uomo utilizza la politica non solo per salvaguardare i propri interessi ma anche per definire la propria identità. Sappiamo chi siamo solo quando sappiamo chi non siamo e spesso solo quando sappiamo contro chi siamo». Un punto di vista molto simile era stato espresso da C. Schmitt in Ex Captivitate Salus. Erfahrungen der Zeit 1945/47, Greven Verlag, Köln 1950 (tr. Ex Captivitate Salus. Esperienze degli anni 1945-47, a cura di C. Mainoldi con un saggio di F. Mercadante, Adelphi, Milano 1993, p. 92): «Ci si classifica attraverso il proprio nemico. Ci si inquadra grazie a ciò che si riconosce come nemico… Der Feind ist unsre eigne Frage als Gestalt [il nemico è figura del nostro proprio metterci in questione]».

[98] Excelsior! è il titolo di una famosa poesia di Henry Wadsworth Longfellow, poeta ed educatore statunitense che fu un acceso promotore dell'abolizione della schiavitù negli anni prima e durante la Guerra di Secessione.

[99] In questa prospettiva la ricostituzione, avvenuta nel 1948, dello Stato di Israele sul suo territorio avito, e il suo porsi quale unica società aperta in un Medio Oriente oppresso da dittatori laici e regimi teocratici, può esser considerato il segno che l’imperium mundi ha ormai compiuto il periplo del globo, e insieme un “indicatore” (wegweiser) delle nuove vie che la Storia sta per intraprendere.

[100] Per V. Mathieu l’avventura è «il consacrare coscientemente se stessi all’andare incontro a un futuro aperto, che è inesorabile, ma che senza il nostro movimento non si determinerebbe» (L’avventura spirito dell’Europa, in Id., L’uomo animale ermeneutico, Giappichelli, Torino 2000, p. 174).

 

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